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Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 18 nr. 158
ottobre 1988


Rivista Anarchica Online

A proposito del "caso Sofri"
di Carlo Oliva

Può essere istruttivo, adesso che le acque del caso Calabresi-Sofri si sono parzialmente placate (almeno per il momento) con la "concessione" degli arresti domiciliari agli arrestati, riesaminarne le varie fasi dal punto di vista, diciamo così, ideologico pubblicistico. Istruttivo, ma forse un po' penoso. La vicenda della morte di Pinelli e dell'uccisione di Calabresi ha rappresentato, a suo tempo, un episodio tragico di storia contemporanea. Sedici anni dopo, la tragicità di quegli eventi non ha impedito che i vari personaggi impegnati a rievocarli e a interpretarli, ciascuno a suo modo, sfiorassero a volte il ridicolo. La prima fase, alla fine dello scorso luglio, subito dopo l'arresto di Sofri, Pietrostefani e Bompressi, è stata caratterizzata dalla ripresa unanime, da parte di tutta la stampa, o quasi, del "modello Toni Negri". Un altro cattivo maestro (o due? La posizione di Pietrostefani è sempre stata difficile da definire...) era caduto nella rete. Era un'occasione preziosa per gettare l'anatema sul post '68 nel suo complesso, definendolo come una triste vicenda di violenti e di assassini, operosi ancor prima che cominciasse la lotta armata, e per fare i conti con l'immagine, tradizionale anche se "di sinistra", di quegli anni.
Tutti, ma proprio tutti, scrissero di Calabresi buon funzionario e cittadino esemplare. Tutti rimossero con cura il ricordo e la consapevolezza di quanto la battaglia per la verità sulla morte di Pinelli avesse significato allora per la democrazia italiana, negando con disinvolto cinismo il fatto che di questa battaglia, dalla spiccata valenza morale, prima ancora che politica, il gruppo di Lotta Continua fosse stato, con pochi altri, protagonisti. Tutti insomma, si affrettarono, ciascuno nel suo piccolo, a riscrivere la storia, dimostrando che anche dopo il 1984 le profezie del vecchio Orwell conservano la loro validità.
Poi, man mano che passavano i giorni, e che i vari commentatori si rendevano conto, desolati, di come le uniche munizioni in mano ai magistrati fossero le solite chiamate di correità del solito pentito, questo motivo è stato lasciato cadere. La parola è passata agli arrestati e ai loro difensori ed amici, che hanno potuto sbizzarrirsi per qualche tempo sul tema "Ma dove sono le prove?". Un'argomentazione assolutamente corretta, ma, nel caso, debolissima e di efficacia praticamente nulla, non perché di prove ce ne fossero, e neanche perché la data (ferragosto) non era esattamente la più propizia alle battaglie civili, ma perché tutti sanno, anche se non sempre lo ammettono, che da anni, da quando esiste la legislazione di emergenza, in Italia si arresta e si condanna a pene durissime (ergastolo compreso) senza prove o riscontri di nessun tipo, sull'unica base dei sentito dire dei pentiti di turno.
Ora, si sapeva anche che l'imputato principale (o comunque più noto), il suo avvocato di fiducia e il suo principale sponsor parlamentare avevano posto mano, anni fa, ai tempi del "caso Fioroni", alla definizione ideologica del ruolo e della figura del pentito. Avevano, anzi, contribuito alla diffusione del principio per cui, riscontri o no, il pentito ha sempre ragione. Era abbastanza evidente, così, che il loro sdegno perché i magistrati non si curavano di prove ma davano acritico ascolto alle accuse di terzi, non fosse retoricamente così convincente. Avevano ragione, certo, ma facevano lo stesso la figura di quelli che cadono dal pero.
Il principio in questione, d'altronde, non si può dichiarare e va utilizzato con qualche precauzione. I lettori di giornali non sono poi così cinici: i più s'aspettano che le prove, un momento o l'altro, siano esibite. I colpevolisti dovevano, in qualche modo, cambiare registro.

Le rivalità dei galli
È scattata, così, la terza fase, quella caratterizzata dalla parola d'ordine "Ma com'è antipatico il senatore Boato". I cronisti tacevano, se non altro per mancanza di materiale da cronaca, e i notisti cominciavano a dire la loro, con la sottile perfidia che in genere li caratterizza. Così, l'autodifesa degli imputati e dei loro ex compagni (tra cui, appunto, il senatore suddetto, che simpatico a tutti non è, ma che c'entra) è stata volte a volte denunciata come querula, logorroica, improvvida, offensiva per le vittime del terrorismo e poco signorile nei confronti dell'accusatore. In effetti, su costui, e su sua moglie, si sono dette cose pochissimo gradevoli, e se Sofri non ha avuto torto nel notare come, di fronte a un'accusa da ergastolo, si sentisse giustificato nel venir meno a un fair play etoniano, vari principi del corsivo sono stati disgustati lo stesso.
Il bello è che a dare, in un certo senso, man forte a costoro è venuto un buon numero di "compagni" o sedicenti tali. Nei tardi anni '80, a quanto sembra, nel pollaio dell'ex "nuova sinistra", restano vitali soltanto le rivalità dei galli. Qualcuno ha visto, se non proprio con gioia, con un certo compiacimento l'arresto di un rivoluzionario passato alla frequentazione di Claudio Martelli. Molti sono stati tentati dal commentare con un "ben gli sta", e due o tre non hanno resistito alla tentazione di dirlo, in forma più o meno allusiva (certi vecchi irriducibili tromboni hanno sviluppato il concetto in senso autoelogiativo, secondo lo schema del "lui ha tradito la Causa, io no, dunque applauditemi", ma queste sono solo miserie).
Immagino che, dopo gli arresti domiciliari, costoro si sentiranno confortati nella loro opinione: in effetti questa forma di detenzione va considerata un trattamento privilegiato, e, che io sappia, ad accusati in questo tipo è stata finora concessa di rado. Ma l'ordinanza relativa insiste molto sulla dovuta applicazione di una legge entrata in vigore dopo l'arresto, e possiamo anche crederci. Non entriamo inutilmente in polemica. Personalmente, per quello che vale la mia opinione, non ho neanch'io una gran simpatia per le figure pubbliche che gli arrestati hanno finito con l'incarnare (e sul piano privato non li conosco). Anzi, ritengo che abbiano, soprattutto Sofri, grosse responsabilità politiche, non in quanto fondatori e dirigenti di Lotta Continua, ma per il loro ruolo pubblico successivo, per avere, cioè, contribuito a stravolgere la pratica giudiziaria nel nostro paese e per avere dato una mano a un processo di ridefinizione dei valori etici e dei giudizi storici che risponde soltanto a interessi di parte (e di classe).
Ma queste, naturalmente, sono responsabilità politiche, non penali, e infatti Sofri le condivide con parecchi altri. Dell'innocenza degli imputati riguardo allo specifico addebito, non vedo proprio ragione di dubitare, anche e soprattutto perché il copione dell'accusa non riesce a convincere. E naturalmente l'accusa deve convincere, al di là di ogni ragionevole dubbio: a questo minimo precetto di civiltà giuridica non è possibile rinunciare. Il fatto è che, in tutto questo polverone, si corre il rischio di lasciarsi sfuggire le cose importanti. Che sono poi due problemi, tutt'altro che indipendenti tra loro, sui quali non bisognerebbe stancarsi, almeno tra noi, di tenere il dibattito aperto.
Il primo è appunto il problema giudiziario. Oggi, a denunciare i "guasti" prodotti dalla legislazione d'emergenza c'è qualcuno in più di quanti ce ne fossero ieri, anche se a volte si argomenta in modo maldestro, come se ci si dimenticasse che abbastanza guasto il sistema lo era anche prima. Ma la legge sui pentiti prima, quella sulla dissociazione poi, e, soprattutto, una pratica inquirente e una cultura fondate sui loro principi e sorrette dall'indifferenza verso le garanzie formali della difesa, hanno creato una situazione davvero spinosa. Il fatto che alcuni antesignani ideologici del pentitismo ne subiscano oggi simili spiacevolissime conseguenze dovrebbe fare riflettere: il serpente che si morde la coda segnala sempre una crisi.
Il secondo, naturalmente, è quello di un giudizio storico e morale sugli anni '70 che non sia costruito su misura sugli interessi dei vincitori. Non è possibile riscrivere la vicenda Calabresi-Pinelli con i toni in cui molti l'hanno riscritta tra luglio e agosto. Oh dio, non è necessario abbarbicarsi come ostriche al frasario e ai giudizi di allora, anche se non si trattava poi di termini e giudizi deplorevoli quanto oggi si dice. Una cosa, però, è scrivere che nel demonizzare il commissario Calabresi si commisero a suo tempo certi errori e ci si assunsero delle responsabilità: è un concetto opinabile, ma appunto per questo da discutere (anche se agli imputati, oggi, viene ascritto a prova di colpevolezza proprio il fatto di essersi assunte quelle responsabilità). Passare la spugna su ogni possibile responsabilità degli uomini della Questura e delle pubbliche autorità in generale è tutto un altro discorso.
Infine, mi sembra sia ora di impostare almeno il problema del giudizio sulle organizzazioni politiche degli anni '70, e in particolare su Lotta Continua. Su Lotta Continua, di questi tempi, se ne sono sentite di tutte: dalle dichiarazioni di simpatia (rare) alle imputazioni di colpe gravissime. Molti suoi ex dirigenti e militanti hanno fatto quadrato in difesa del proprio passato. Personalmente, a me sembra che a volte abbiano semplificato un po' troppo il quadro valori dei loro giudizi: il sullodato senatore Boato, per esempio, ha parlato della sua vecchia organizzazione come se fosse stata un incrocio tra un club liberale e una formazione di boy scout. In realtà, in Lotta Continua c'era un po' di tutto: c'erano intellettuali e operai, estremisti e moderati (come Boato, appunto), avanguardie di fabbrica ed esponenti del sottoproletariato: c'erano, come assicurava lo stesso inno ufficioso dell'organizzazione, studenti, pastori sardi e altri ancora. C'era, se interessa a qualcuno, anche qualche insegnante, tra cui chi scrive, che non ha mai avuto occasione di deplorare questa esperienza.
Il fatto è che tutte queste variegate figure sociali e ideologiche non erano insieme per caso: partecipavano a un tentativo di ricomposizione (diciamo una specie di blocco sociale alternativo?), in base a un progetto politico originale, il che è qualcosa di più di quanto si possa dire della maggior parte degli altri gruppi. Ovviamente, sulla logica del progetto e sulle modifiche che subì nella breve vita dell'organizzazione si potrebbe discutere a lungo. Io credo che, finché tenne, abbia comunque rappresentato un momento positivo della vita democratica e della cultura italiana. Certo, tenne per poco, e quando venne meno cominciarono i guai. Ma bisogna avere molta fiducia nella provvidenza, nella giustizia divina o nel materialismo dialettico per considerare una forza politica responsabile dei propri insuccessi e perseguitarne i capi e gli adepti perché non sono riusciti a realizzare ciò che si proponevano...
Suppongo che parecchi lettori di questa rivista non siano affatto d'accordo con me, e naturalmente, non è il caso di affrontare proprio qui questo dibattito complicato. Ma vale la pena di cominciare a pensarci. Chissà perché, siamo in molti ad avere l'impressione che di tutto ciò si continuerà a parlare a lungo. E sarebbe carino non giocare sempre di rimessa.

Forse, come scrive il nostro collaboratore Carlo Oliva, parecchi lettori di "A" non saranno affatto d'accordo con lui. Comunque, non lo siamo noi della redazione: non affatto, beninteso. Se no, francamente, non avremmo pubblicato questo suo scritto.
Concordiamo, nella sostanza, con la sua analisi del significato del "caso Sofri" (o meglio, del "caso Bompressi/Pietrostefani/Sofri"). Abbiamo sempre denunciato il ruolo aberrante attribuito ai cosiddetti "pentiti" da un sistema giudiziario sempre più "emergenziale" ed ingiusto.
Abbiamo anche noi scarsissima simpatia per le figure pubbliche che gli arrestati hanno finito con l'incarnare. Riteniamo - e l'abbiamo scritto a chiare lettere sullo scorso numero - che la loro presunta responsabilità debba essere dimostrata dall'accusa, rigettando quell'inversione dell'onere della prova che è diventata malcostume corrente nelle aule dei tribunali e sulle pagine dei giornali. Per cui, indipendentemente dal giudizio sul fatto di cui sono accusati, non possiamo che ritenerli innocenti, fino a prova contraria.
Dove non siamo affatto d'accordo con Carlo Oliva è nel suo giudizio su Lotta continua. Per LC, come più o meno verso tutte le organizzazioni extra-parlamentari marxiste, non abbiamo mai avuto simpatia, non tanto e non solo per ragioni ideologiche. Il fatto è che nel comportamento di quelle organizzazioni erano costantemente presenti aspetti biecamente "politici" - rispetto ai quali non mancammo certo di polemizzare "a caldo" (un esempio per tutti, l'articolo "Pubblicità di piazza per il nuovo partito", su "A" 6 luglio/agosto 1971).
Si era in presenza del loro continuo tentativo di mistificare la realtà, gonfiando le situazioni, presentando se stessi sempre e comunque come "gli unici" o almeno "i primi". Si andava dal sistematico "prender la testa del corteo" al falsificare l'identità politica ed ideale altrui. A monte c'era quella "cultura dell'esagerazione" di cui LC fu indubbiamente generosa, ma non disinteressata, dispensatrice.
Dietro l' immagine insistentemente "informale", quasi libertaria, che LC offriva di sé, c'era in realtà un'organizzazione gerarchicamente ben definita, con nettissima distinzione tra vertice e base. E se quest'ultima era indubbiamente, come sostiene Oliva, differenziata e disomogenea, il vertice no: quello era ben preciso, immanente.
Fermiamoci qui. Non era nostra intenzione utilizzare questa postilla per richiamare tutte le ragioni del nostro profondo dissenso da LC e dai suo metodi. Per ragioni di spazio, ci basta qui ricordare che ce ne furono, non poche e non secondarie: senza per questo voler negare sempre e comunque una positività - dal punto di vista nostro, libertario - ad un'esperienza comunque complessa ed articolata come quella di LC, con i cui militanti pure combattemmo insieme non poche battaglie (il caso Pinelli è emblematico).