Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 15 nr. 132
novembre 1985


Rivista Anarchica Online

Quel piccolo grande uomo della Sardegna
di Paolo Finzi

Martedì 8 ottobre, a Barrali, il piccolo paese del cagliaritano in cui da decenni viveva, è morto Tomaso Serra. Alcune settimane prima gli era stato diagnosticato un cancro in bocca: una forma terribile, dolorosa, a decorso rapido. Ai suoi funerali, svoltisi in forma civile, hanno partecipato 150 persone provenienti da varie zone dell'isola. Con lui scompare un altro militante della "vecchia guardia", che - come tanti - ha vissuto l'emigrazione forzata, il forzato esilio, la battaglia antifascista, la rivoluzione spagnola, il confino a Ventotene, ecc.; una vita spesa, giorno dopo giorno, nell'impegno militante.

Nato il 23 marzo 1900 a Lanusei, Tomaso è costretto ad emigrare per cercare lavoro. A 17 anni è in Italia settentrionale a costruire dighe ed acquedotti, poi va in Francia e lavora nei cantieri per la ricostruzione della rete ferroviaria, poi ancora gira per mezza Europa, lavorando in miniera e agli altiforni.
È da poco emigrato quando gli capita di ascoltare un comizio di un anarchico: "mi resi conto di essere anarchico" racconterà poi. E da allora entra attivamente nel movimento, si fa conoscere subito da compagni e polizia. Il rientro in Italia (diventata, nel frattempo, fascista) gli è precluso: il suo volto, i suoi dati anagrafici, il suo soprannome ("Barbone") sono ben segnati sul bollettino dei ricercati. Nemmeno in terra straniera, però, la sua vita scorre tranquilla: la sua attività anarchica è malvista dalle autorità. Tomaso è costretto per lunghi periodi a vivere in clandestinità, facendo la spola tra Francia, Belgio, Lussemburgo, Svizzera, ecc...
La notizia dello scoppio della rivoluzione sociale spagnola (19 luglio 1936) lo trova in una tranquilla colonia per bambini, al confine tra Francia e Svizzera, al sicuro dalle persecuzioni governative e dai cecchini fascisti. Tramite un medico, amico suo, riceve la stampa anarchica. Tomaso sente che non può restare lì: raggiunge la Spagna, il fronte. Per mesi e mesi vive quotidianamente la realtà della lotta in armi contro il fascismo, ma anche l'esperienza delle collettività agricole autogestite. Rientrato a Barcellona in permesso, Tomaso è arrestato dalla polizia segreta comunista: siamo alle giornate di sangue del maggio '37, allo scontro aperto tra anarchici e comunisti. Molti anarchici - il più noto, Camillo Berneri - vengono assassinati, ma Tomaso, grazie al suo amico medico presente a Barcellona come membro della Croce Rossa Internazionale, viene scarcerato.
Espulso, consegnato alle autorità francesi, viene da queste rinchiuso in un campo d'internamento e, dopo varie peripezie, consegnato al regime fascista. Dopo un periodo nel carcere di Nuoro ed in altri penitenziari, Tomaso è inviato a Ventotene. Qui incontra centinaia di altri anarchici (tra i quali conosce un altro sardo, Giovanni Virgilio): dopo i comunisti, infatti, gli anarchici costituiscono la seconda comunità politica del confino.
Caduto Mussolini e liberati - nel settembre '43 - gli anarchici (le altre forze politiche erano già state rilasciate in luglio), Tomaso si reca a Roma. Partecipa alla resistenza contro i nazi-fascisti, collaborando con le formazioni di "Giustizia e Libertà", poi - grazie ad un salvacondotto - può finalmente ritornare, libero, nella sua isola.
Stabilitosi a Barrali, Tomaso si impegna nelle attività di movimento: insieme ad altri compagni dà vita (nel '48) a due numeri unici, tiene i rapporti con i militanti ed i gruppi in Sardegna e sul continente, partecipa a riunioni, ecc... Ma l'esperienza più significativa ed originale della sua vita militante è quella della Collettività anarchica di solidarietà, concepita sul finire degli anni '50 e realizzata concretamente a partire dal '62. La tragica esperienza di una persona anziana, sola e perseguitata, unita all'influenza che avevano esercitato su di lui le collettività agricole autogestite spagnole, lo convinsero dell'utilità e della concreta possibilità di dar vita a Barrali ad una collettività agricola, che potesse al contempo costituire un "rifugio" per i compagni anziani (sottraendoli così agli ospizi, in cui spesso controvoglia, i parenti li relegavano) e un esempio concreto di comunità libertaria, basata appunto - come indicava il nome - sulla solidarietà. Questa collettività non è rimasta un progetto: o meglio, l'aspetto "rifugio" è rimasto quasi del tutto sulla carta. La collettività è stata costituita, le porte della C.A.S. (cioè le porte di casa di Tomaso e, nell'ultimo decennio, anche di Bastiano) sono rimaste sempre aperte per chiunque.
Soprattutto negli anni intorno al '68, ma anche dopo, la Collettività è stata un punto di riferimento sicuro: centinaia e centinaia di persone vi hanno fatto capolino, alcuni si sono fermati per periodi anche lunghi, trovando sempre - se lo volevano - qualcosa da prendere e qualcosa da dare. Diffusione della cultura e della propaganda anarchica, sostegno finanziario ai giornali, alle riviste, alle iniziative anarchiche in Italia e fuori, senza mai dimenticare i compagni incarcerati, le vittime politiche: queste le direttrici principali lungo le quali si è indirizzata la solidarietà concreta della C.A.S.
Ora che Tomaso è morto, i compagni che gli sono stati più vicini (a partire dal giovane Bastiano, che vive nella collettività da un decennio) hanno deciso che con lui la Collettività non deve, non può morire. Il suo patrimonio di libri, opuscoli, giornali, ecc. diverrà parte integrante di una libreria popolare, alla cui realizzazione anche Tomaso era da tempo impegnato. La diffusione della pubblicistica anarchica continuerà, così come le altre iniziative. Con una sola piccola differenza: Tomaso, uscito dalla Collettività l'8 ottobre scorso, vi ricompare nel nome. D'ora in poi, hanno deciso i compagni sardi, si chiamerà Collettività anarchica di solidarietà "Tomaso Serra".

Questi scarni appunti biografici su Tomaso e sulla C.A.S. possono aiutare a comprendere, a grandi linee, quale sia stata la sua traiettoria militante - così simile, nei suoi capitoli (famiglia proletaria, lavoro giovanile, emigrazione, impegno politico, esilio, rivoluzione spagnola, carcere, confino, lotta antifascista, impegno nel secondo dopoguerra), a quella di centinaia di altri compagni. Ma sull'uomo, sulla sua dimensione umana, quotidiana, dicono poco o niente. Eppure è proprio qui che va ricercata, a mio avviso, la "chiave di lettura" di Tomaso.

Tomasiku adiosu!

Ecco il testo dell'ultimo saluto dato dai compagni della C.A.S. a Tomaso Serra, il giorno dei funerali:

Tomasiku adiosu.
Kuntui sind'e' bandada non s'urtima
ma sa primu bandera.
Tantis seus innoi
de-i kussus ki a' konnotu
kunpanjus amigus e parentis.
S'isperantzta nosta e' de t'ai 'onau
a-su manku sa metadi de kant'eus arriciu.
T'eus a sigiri senpri in s'idea
de justitzta ki a' tentu,
de sa thibertadi de totus e de totu in kumunaritzta,
kentz' 'e lhussu e perun'ispreku.
S'amori ki a' donau e sa solhidaridadi
ti siad'e ajudu in s'urtimu viaju.
Seus kun tui e kun s'idealhi
kunpanjus de forsa e totu Barralhi,
t'eus a sigiri senpri in kuss 'ia.
Gerra a donnia 'sfrutadori! Biva s'anarkia!
E' s'urtimu salhudu.
Tomasu adiosu.

(Tomaso addio / con te se n'è andata non l'ultima / ma la prima bandiera. / Tanti siamo qui / di quelli che hai conosciuto / compagni, amici, parenti. / La nostra speranza è di averti dato / almeno la metà di quanto abbiamo ricevuto. / Ti seguiremo sempre nell'idea / di giustizia che hai avuto, / della libertà di tutti e di tutto in comune, / senza lussi né sprechi. / L'amore che hai dato e la solidarietà / ti siano d'aiuto nell'ultimo viaggio. / Siamo con te e con l'ideale / compagni di fuori e di Barrali, / ti seguiremo sempre in quella via. / Guerra ad ogni sfruttatore! Viva l'anarchia! / È l'ultimo saluto. / Tomaso addio.)

Tomaso era innanzitutto un uomo buono. Glielo leggevi negli occhi, lo coglievi subito dalla sua ospitalità, dalla finezza del suo animo tradotta in mille comportamenti umani. Su questo aspetto della sua personalità si potrebbero raccontare decine di aneddoti: di episodi veri, cioè, che danno il senso di quanto questa sua bontà fosse colta dagli altri, anche da chi avversava le sue (e nostre) idee. Ne citerò uno solo.
Una decina d'anni fa un giovane compagno sardo scappò di casa e finì con l'installarsi nella Collettività. I genitori, informandosi a destra e a sinistra, vennero a sapere che si era rifugiato da quel vecchio anarchico di Barrali. Si precipitarono alla Collettività, aggredirono verbalmente Tomaso accusandolo di traviare il loro figlio, ecc...Tomaso riuscì, nel breve volgere di un colloquio, a ribaltare l'immagine che di lui e degli anarchici in generale avevano quei genitori. Dette loro degli scritti di Pietro Gori da leggere, li invitò a tornare. Quando tornarono, li accolse ancora cortesemente, parlarono a lungo e alla fine furono i genitori a offrire dei soldi a Tomaso purché "tenesse presso di sé" il loro figlio.
Retorica? Solo chi non ha conosciuto Tomaso può pensarla così.
Non chi ha oltrepassato la soglia della casetta sulla via centrale di Barrali ed è entrato in quella stanza in cui, in un disordine impressionante per un osservatore ma certo inesistente per chi lì viveva, si vedevano piatti, libri, opuscoli, un televisore rotto.
Non chi ha visto quest'uomo piccolo piccolo, vistosamente zoppo, con i pantaloni chiusi con uno spillone, con la sua barbona immensa, lavorare la terra per molte ore sereno, sorridente.
Non chi l'ha visto, nelle lunghe calde notti d'estate, dormire rannicchiato sul sedile posteriore di una vecchia Citroen, un vero catorcio senza ruote che lui aveva fatto sistemare sulla collina, vicino ai maiali e alle api.
Chi ha avuto la fortuna di conoscere Tomaso, sa che ci vorrebbero ben più di due paginette per descrivere almeno un po' della sua umanità.
In lui la bontà non era solo una dote del cuore. L'idea anarchica era per lui la traduzione in termini sociali di queste sue caratteristiche umane. "Amare il prossimo come se stessi. Viva la pace, evviva la libertà": così termina, non a caso, il suo testamento politico, redatto 6 giorni prima della morte a Barrali.
Sarebbe dunque sbagliato separare in lui la dimensione umana da quella sociale. E per sociale non intendo solo le sue/nostre idee anarchiche, il patrimonio culturale cui si rifaceva e di cui si sentiva parte integrante. L'anarchismo per lui non era tanto il fine cui tendere, quanto uno stile di vita.
Il suo rapporto con la terra, con gli animali, con la natura in genere, per esempio, andava oltre l'attaccamento dell'uomo "di campagna". C'era in lui la fierezza dell'autosufficienza, l'istintiva volontà di vivere una vita semplice, frugale, nella quale i bisogni (quelli veri) potessero venir soddisfatti, senza cedere ai miti del consumismo, dell'industrialismo della cosiddetta "civiltà" della macchina.
Ricordo un suo intervento ad un convegno anarchico a Carrara, alcuni anni fa: un discorso semplice, lineare, un richiamo a non dimenticare la terra, i suoi prodotti, la necessità di assicurarne la produzione con metodi nostri. Il suo discorso non era attinente al punto all'ordine del giorno, allora in discussione. Ma Tomaso ricordò a tutti che ormai era ora di pranzo e che tutti, anche coloro che si ostinavano a parlare solo di fabbrica/industria/operai, saremmo andati a mangiare. Il problema dell'alimentazione, dunque, non era così campato in aria.
A quel convegno a Carrara Tomaso era venuto, con il solito giorno e mezzo di viaggio da Barrali, con il suo latte, il suo miele, i prodotti della sua terra. E con il sacco a pelo, pronto a dormire per terra, come altri compagni di mezzo secolo più giovani. Dormire in pensione era estraneo alla sua mentalità, prima ancora che al suo portafoglio. Chiedere ospitalità, lui che aveva ospitato mezzo mondo, manco gli passava per la testa. Era così Tomaso: sereno, buono, autosufficiente, anarchico.
Se penso che è morto il cuore mi si stringe. Se penso alla sua vita, il cuore mi si allarga: una vita così ricca di umanità, di esperienze e di impegno sociale valeva la pena di essere vissuta come Tomaso ha saputo viverla. Di lui si può davvero dire non solo che è stato un militante anarchico, ma che ha vissuto da anarchico.