Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 13 nr. 109
aprile 1983


Rivista Anarchica Online

Le mani sporche
di Piero Flecchia

Nella gloriosa assise del glorioso partito Piccjsta, in quel di Milano, il celebrato compagno sindaco di Torino Diego Novelli è salito alla tribuna per proclamare, circa gli scandali che hanno coinvolto la sua amministrazione: «I responsabili pagheranno! Noi comunisti siamo ancora una volta con le mani pulite».
Se mai il memorabile episodio sarà rievocato in un qualche teleromanzo, qui giunti, la colonna sonora dovrà necessariamente attingere a quella bella canzone meneghina che racconta: «E lui faceva il palo nella banda dell'Ortiga!». Dai primi dati dell'inchiesta giudiziaria risultano infatti due eventi inoppugnabili:
a) esiste una delibera dell'amministrazione comunale che prevedeva l'acquisto di uno stabile il cui valore di mercato era di un miliardo. La delibera prevedeva una spesa, per detto stabile, di sette miliardi;
b) esiste una delibera comunale che prevede una spesa di otto miliardi per acquisto di materiali e servizi di elettronica, il cui costo di mercato è dell'ordine di un miliardo.
Appunto per ammorbidire l'opposizione, alcuni faccendieri hanno versato tangenti che hanno condotto all'arresto di un mestatore D.C.; ma il glorioso partito della classe operaia: il grande intellettuale organico dai cento occhi e diecimila intelligenze, il proletario Argo gramsciano, poteva non sapere che lo stabile acquistato valeva un miliardo e non sette, e il materiale elettronico un miliardo e non otto? O il berlinguerrismo ti ha rincoglionito tutta la piccjsteria, oppure siamo davanti alla più gesuitica delle imposture. E infatti in assemblea comunale i socialisti torinesi hanno fatto delle strane dichiarazioni circa la corresponsabilità oggettiva del sindaco.
Se però lo scandalo dell'amministrazione più onesta ed efficiente d'Italia (non è una espressione nostra ma di un assessore torinese a un incontro-dibattito in un comitato di quartiere circa sei mesi or sono) prestasse il fianco solo alle considerazioni fin qui svolte, non varrebbe la pena di perdere il tempo a stendere questa nota, e sottrarre spazio sul giornale ad altre ben più costruttive proposte. C'è infatti nella denuncia e nell'invettiva: il caso Leone ne è la prova del nove, un meccanismo di appagamento ed oscuramento, quasi la denuncia di uno scandalo ponesse fine agli scandali, almeno a quelli denunciati, e invece le cose non stanno assolutamente così. La denuncia dell'affare P2 ha dato una patina di dignità a gente che, rispetto ai piduisti non è né peggio né meglio. In Torino gli assessori cacciati sono solo gente alla quale è andata male. Non si può rubare: rubare sei miliardi su un immobile, e sette miliardi su una fornitura elettronica senza una totale e calcolata compartecipazione agli utili del sistema. Un sistema solidale in ogni suo punto, come infatti prova il coinvolgimento dei democristiani all'opposizione in quel di Torino.
Proprio l'entità del furto perpetrato lo svela: la sproporzione tra i capitali investiti realmente: due miliardi, e i capitali rubati alla comunità: tredici miliardi. Bisogna rubare per tutti! Per tutta la classe politica.
Recentemente mi è accaduto di incontrare uno svaligiatore di banca che lamentava il suo stato di disoccupato perché: «Oggi un furto in banca condotto su serie basi professionali viene a costare tra i 30 ed i 50 milioni di spese vive, richiede un paio di mesi almeno di studio e coinvolge almeno una decina di persone. Qualunque rapina che frutti meno di cento milioni è quindi una autentica passività ... e le banche - mi spiegava il rapinatore - hanno ormai elaborato tali tecniche che non ci è possibile mai arrivare a queste cifre».
Forse nella classe politica è accaduto qualche cosa del genere; questo svela la vicenda torinese. Vediamo che per tredici miliardi di spesa corrisponde un capitale realmente investito pari a lire due miliardi. Il tasso di furto sui pubblici investimenti sembrerebbe quindi da cinque a sei milioni rubati per ogni milione speso. Si decifra qui la ragione della inarrestabilità del meccanismo inflattivo. Infatti il capitale realmente investito dalla pubblica amministrazione è pari a circa tra 1/5 e 1/6 della spesa pubblica per investimenti. Il resto è confiscato dal parassitismo politico, che alimenta la macchina inflattiva. Ma proprio questa distorsione è destinata a condurre a rapida morte questa prima repubblica italiana, esattamente come, mi spiegava il rapinatore disoccupato: « ... le nostre tecniche perfezionate, le migliori del mondo, ci hanno fottuti!». Non diversamente la classe politica italiana si sta affossando; ecco che cosa segnala lo scandalo torinese. A differenza della stessa società moscovita dove, ogni tanto, arriva una ondata di epurazione generale, qui la corruzione, nella necessità di fabbricare voti - e l'incredibile successo della socialdemocrazia tanassiana appunto questo conferma - investe ormai tutta l'azione legislativa. Infatti quei tredici miliardi spesi a bilancio dal consiglio comunale di Torino in tale azione si iscrivono.
Possiamo ben dire oggi che in Italia l'attività legislativa degli enti locali come del parlamento, si suddivide in due grandi classi:
a) stanziamenti, come le delibere del comune torinese, per ingrassare i manutengoli politici;
b) imposizioni per il saccheggio del lavoro del singolo cittadino, che vanno dalle scandalose aste dei BOT e CCT, via passando per la licenza di rapina concessa alle banche, fino ai vergognosi condoni fiscali.
E' tempo si veda chiaro come lo scandalo P2, l'affare Calvi, i furti vaticani, le delibere delle giunte rosse o democristiano-progressiste rientrano in una stessa coerente organica struttura: quella della partitocrazia italiana. Ecco perché, appunto, i Gelli e i Sogno tentarono una rifondazione della repubblica: cioè di togliere dalla greppia una parte della banda. La riforma delle istituzioni, della quale si sente parlare, nei fatti significa solo questo. E se ne parlerà sempre più spesso, perché nessun sistema che per ogni lira che investe ne ruba cinque-sei, ha vita lunga. La rifondazione però non significherà in concreto né maggiore né minore democrazia, che non è assolutamente da cercare in tale direzione. Significherà solo un recupero di efficienza da parte delle strutture statali. Cioè una loro maggiore attenzione alle istanze della produzione. I successi della destra in Francia e in Germania significano appunto questo.
Da noi però questo meccanismo di rifondazione mediante il meccanismo elettoralista dell'efficienza dello stato non può aver luogo. Non si può svolgere la dialettica populismo-imprenditorialità che è alla base del meccanismo della società liberal-laburista, nel cui ambito a fasi di estorsione selvaggia del lavoro subentrano brevi fasi di parassitismo acuto del lavoro vivo, almeno di una parte di questo. In Italia il populismo cattolico, impedendo l'esistenza di una destra conservatrice vieta questa dialettica elettoralista, e costringe a battere vie inesplorate che, in politica, spesso celano gravi pericoli la coscienza dei quali ritarda a volte il movimento oltre il tollerabile, con i conseguenti inevitabili contraccolpi rivoluzionari. Verso uno di questi ci avviamo in Italia, ritardati, impediti, frenati da vincoli di politica internazionale e dalla massiccia azione congiunta di due demagogie: la marxista e la cattolica.