Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 25 nr. 223
dicembre 1995 - gennaio 1996


Rivista Anarchica Online

Alla ricerca della normalità perduta
di Filippo Trasatti

La vita di famiglia nel modo in cui la concepiamo non è più naturale di quanto una gabbia sia naturale per un pappagallo. Il motto di George Bernard Shaw dice in tono da commedia ciò che altri, come Camus, hanno gridato con ben altra voce: Un mondo che possa essere spiegato sia pure con cattive ragioni, è un mondo familiare; ma viceversa, in un universo subitamente spogliato di illusioni e luci, l'uomo si sente un estraneo, e tale esilio è senza rimedio, perché privato dei ricordi di una patria perduta o della speranza di una terra promessa. Questo divorzio tra l'uomo e la sua vita, tra l'attore e la scena, è propriamente il senso dell'assurdo.
Queste due citazioni ci servono a misurare in modo sufficientemente preciso i limiti e l'estensione di un saggio di Arno Gruen, La follia della normalità, uscito per i tipi della Feltrinelli lo scorso anno. Già in passato, circa tre anni fa, abbiamo parlato di questo autore a proposito della traduzione italiana del suo libro precedente Il tradimento del sé. Gruen è uno psicoterapeuta a vocazione umanistica, un po' sul modello di quello che è stato Fromm negli anni Sessanta e Settanta, ma ha un grave difetto: scrive piuttosto male e nonostante dica cose interessanti e importanti stimola poca alla lettura. I libri sono zeppi di ripetizioni, sembrano privi di un filo logico coerente, saltabeccano da un argomento all'altro, da un livello all'altro senza un controllo e una dispositio degna di questo nome.
Eppure, nonostante tutto questo, Gruen parla di una questione decisiva: ci racconta per flash e per casi, con un pizzico di teoria e di storia, come la definizione della normalità nelle società contemporanee altamente sviluppate si presti a coprire le più infami ed immonde atrocità, prime tra tutte la guerra guerreggiata e, con un numero ancor maggiore di morti sul campo, la guerra economica. Gruen, come già i precursori di quella scuola psicologica che poco fa ho genericamente denominato "umanistica", ci ricorda come la dimensione micro e macro siano legate strettamente a doppio filo, come la psicologia del profondo possa dare una mano all'analisi sociologica e politica per spiegare, ad esempio, i meccanismi di riproduzione del dominio, il senso di impotenza che piega milioni di uomini all'asservimento, la distruttività e la violenza sociale che trovano terreno particolarmente adatto nei contesti urbani, laddove la violenza sembra iscritta già nel muro grigio che ci troviamo di fronte uscendo di casa.
Punto di partenza è un concetto di follia diverso da quello che ancor oggi dà lavoro a schiere di psichiatri: appunto la follia della normalità. Se la "follia anormale" si caratterizza per la perdita di legame con la realtà, la seconda la ben più pericolosa "follia della normalità" - assai più diffusa e difficilmente percepibile senza un mutamento profondo di prospettiva - schiaccia totalmente sulla realtà, rende schiavi del conformismo e del "realismo", sostanzialmente conserva il legame con la realtà annullando il proprio sé autentico. L'annullamento, o meglio la degenerazione del proprio sé, il tradimento dell'autonomia, per farsi accettare dall'esterno, dagli altri folli normali, produce un odio profondo di se stessi che si riesce a placare solo distruggendo, in modo visibile o invisibile, ciò che ci sta attorno, cose e persone, sentimenti e legami. Il bambino impara presto che deve ammaestrare e poi negare tutto ciò che viene dall'interno, i desideri, i bisogni profondi, i sentimenti in cambio dell'assenso degli adulti. "Se non sei bravo, se non ti comporti ammodo, mamma non ti vuol più bene"; "ma guarda che bravo, sembra un ometto"; "non sta bene dire agli altri ciò che si pensa": ciascuno di noi può trovare esempi nella propria o nell'altrui vita, di questo continuo modellamento che fa del piccolo uomo selvaggio un essere adulto ammodo, maturo e ragionevole, buon padre di famiglia e capace di scannare i propri simili per nobili motivi, affamare interi paesi e popolazioni per i profitti dell'impresa, sacrificare la propria creatività, il senso del bello e del giusto in cambio del potere.
Gruen indica nell'infanzia il punto topico in cui si decide del tipo di adattamento fondamentale per la vita adulta. "Al centro della crescita psicologica di ciascun individuo vi è la scelta tra due fondamentali direzioni di sviluppo: verso il mondo esterno o in contrapposizione verso l'interno. Lo sviluppo è diretto verso l'interno se il bambino riceve un genere di amore che lo mette in grado di esprimere la propria impotenza senza sentirsi abbandonato a se stesso (...) All'opposto, la direzione verso l'esterno implica che la persona dissoci l'esperienza del senso di impotenza, denegando il proprio mondo interno per adattarsi a un ordine imposto dall'esterno, dove bisogni e percezioni sono prestabiliti dai genitori in prima istanza, poi dalla scuola, dalla società e dallo stato" (29). Laddove i bisogni profondi vengono negati, frustrati, il sentimento di impotenza intollerabile produce un bisogno di dominio, di farsi strada attraverso la distruzione, la vendetta, poiché l'odio che cova sotto le ceneri fumanti del proprio sé distrutto, è inestinguibile. La dissociazione interiore caratterizza proprio quegli adulti maturi, maschi bianchi, virili che dovrebbe far da modello, da riferimento nelle ipocrite tabelle evolutive. "L'aspetto paradossale dell'odierna psicopatologia consiste nel fatto che essa considera malati soprattutto quanti si sforzano essenzialmente di tenersi in contatto con il mondo delle emozioni, non già coloro che cercano di liberarsi da quel contatto" (23) . In altre parole, chi cerca, confusamente, con le unghie e con la sofferenza, di mantenersi in contatto con il suo mondo interiore, viene definito folle, instabile, suggestionabile, inaffidabile; a chi, al contrario, cerca di dissociarsi dal suo mondo interno, dai propri sentimenti, per essere perfettamente executive in ogni momento, a costui viene attribuita la patente di normalità. Essi sono normali in quanto adeguati e conformi al mondo esterno e quanto più il mondo, o meglio il modo di percepire il mondo, si fa complesso nelle società moderne altamente differenziate, quanto più risulta necessario adeguarsi mutilando una realtà cangiante che sfugge dalle mani rapidamente. A differenza di quanto può apparire a prima vista, il pluralismo delle società di massa non è altro che il fascio di luce del conformismo riflesso in un diamante a mille sfaccettature. il mondo aperto, le contraddizioni, le incertezze divengono più difficili da sopportare quando il senso di autonomia interiore non ci sorregge. Il lavori di bricolage dell'identità a cui siamo costretti senza posa, ha bisogno di quello che Goodman, nella psicologia della Gestalt, chiamava "un buon contatto tra l'organismo e l'ambiente".
Ciascuno può vedere bene in se stesso, se si dedica la dovuta attenzione, tutti i punti di scollamento, le fratture dolorose o silenti nella vita quotidiana che ci rendono schizofrenici normali e adattati. O può vederlo amplificato in quello che è stato uno degli eventi cardine del Novecento: l'esperienza di Auschwitz. Il campo di concentramento consente di vedere come una lente di ingrandimento l'irretimento del dominio nella vita quotidiana, ma soprattutto il meccanismo della deresponsabilizzazione. Nessuno era responsabile in prima persona, obbediva soltanto agli ordini. Il taylorismo si trasferisce dalla fabbrica alle coscienze e rende possibile la frammentazione del comportamento, la dissociazione tra azioni e sentimenti, la spersonalizzazione, il godimento del potere, l'oblio dell'orrore. Riferendosi alla relazione di un esperto del Pentagono a proposito del comportamento durante la guerra fredda, Gruen mette in luce i meccanismi della deresponsabilizzazione: la semplificazione dei dati, l'atomizzazione, la proiezione dell'odio sull'altro, la gerarchia e la scalata del potere, la neutralità del linguaggio burocratico, capace di rendere l'orrore niente più che un aspetto della contabilità. Una cortina senza strappi né increspature sostituisce in modo rassicurante la vita vissuta. L'ordine mortuario del dominio mostra le fattezze di una realtà ordinata, dove tutto file liscio come l'olio, ma gli ingranaggi sono unti con grasso umano. E' alla malia di questa normalità che bisogna sottrarsi, per ricominciare a vivere altrimenti.
Il primo esercizio è quello di esercitare di nuovo la nostra assopita capacità di sentire l'assurdo nella nostra vita, dalla gabbia della famiglia di Shaw, al senso metafisico dell'insignificanza della vita di Camus, attraverso le infinite variazioni che la nostra esperienza ci presenta.
Il secondo ci appartiene da sempre come anarchici, ed è descritto come meglio non si potrebbe da Roger Boussinot: "Attraversate lo specchio e la vita non è più un sogno. L'anarchia è l'ordine. Un altro mondo nel nostro proprio mondo. Bisogna abituarvisi. La realtà delle cose è sempre sorprendente per chi si risveglia da un sogno (...) Attraversate lo specchio ed eccovi all'aria aperta, libera, nel mondo reale. Eccovi rivoluzionari, liberati dal malefico influsso di questa galleria, anzi di questo tugurio, di questo sudicio baraccone da fiera malfamata, di questo labirinto di specchi truccati...L'anarchia è l'ordine".