carrello

Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 18 nr. 158
ottobre 1988


Rivista Anarchica Online

Musica & idee
a cura di Marco Pandin (marcpan@tin.it)

Raccontare del MIMI Festival di quest'anno è compito piuttosto arduo.
Non si è trattato di un evento facilmente descrivibile, lontano com'è stato da qualsiasi idea ci si potesse ragionevolmente fare. A più di due mesi di distanza da quei giorni difficili, resi tali per scelta e per forza di cose, mi rendo conto che le idee e le impressioni sono ancora un po' confuse, accatastate in qualche angolo della mia soffitta-memoria che non ho mai voglia di riordinare. A voler fare dei paroloni, il confronto di culture e stili suggerito da questo incontro (divenuto ormai di reale portata internazionale, senza tener conto dell'enorme valore "affettivo") si è quantomeno trasformato in uno scontro di contraddizioni. Complice, certamente, l'atteggiamento del pubblico, eterogeneo come mai prima, folto di critici ed esteti più che di musicisti ed amatori. Sebbene la terza uscita alla scoperta delle musiche innovatrici sotterranee abbia portato non poche sorprese, c'è da dire subito che, proporzionalmente, le perplessità non sono state poche. Ma andiamo con un po' d'ordine, perché il MIMI 3 necessita di alcuni chiarimenti e di tranquillità d'animo per essere compreso.

Situazione antipatica
A rendere l'impresa degli organizzatori più difficile del previsto hanno ben pensato le autorità locali, che hanno concesso, e non senza fatica, il permesso per lo svolgimento della manifestazione dalla sera della domenica a quella del mercoledì, invece del richiesto e consueto fine settimana.
Questo ha senz'altro avuto ripercussioni negative sull'affluenza del pubblico, davvero poco numeroso rispetto alle precedenti edizioni del festival. Mi riferisco al pubblico "abituale", perché un'altra caratteristica di questa edizione è stata quella di contare su di un'audience particolare per ciascuna serata: i jazzofili per la prima, gli amanti dell'afro-beat la seconda, i new-wavers la quarta. A quanto ho sentito, poi, sembra sia stato negato all'ultimo minuto il permesso d'utilizzare alcuni spazi, provocando la cancellazione della prevista rassegna di rari filmati musicali e della consueta serie di workshop gestiti in collaborazione coi musicisti partecipanti. I concerti pomeridiani, durante i quali veniva offerta la possibilità di condividere lo stage improvvisando in compagnia di altri musicisti, sono stati organizzati nella palestra delle scuole cittadine, una sala piuttosto ampia ma decisamente scarsa dal punto di vista tecnico-acustico, resa ancora più invivibile da un non meglio precisato divieto di tener aperte le finestre (problemi di convivenza col vicinato, che hanno inoltre gravato sull'ora di chiusura dei concerti serali all'Arenes Coinon...).
A fare da sfondo a questa situazione antipatica - tanto per usare un eufemismo - si aggiungano la scarsità di fondi coi quali l'AMI (Aide aux Musiques Innovatrices) si è trovata quest'anno a gestire la manifestazione, e la mancata partecipazione di qualche artista di notorietà internazionale (in una conversazione con Ferdinand Richard lo scorso inverno si era parlato della possibile partecipazione della performer americana Laurie Anderson e, anche se non per un concerto, del musicista inglese Robert Wyatt). Ferdinand è comunque riuscito ad organizzare un menu artistico di tutto rispetto e di qualità musicale mediamente molto buona, nonostante la ricorrente sensazione che il MIMI 3 sia stato un festival con più d'una partecipazione "di ripiego". La decisione più rischiosa è stata quella di raccogliere nelle quattro serate di questa edizione proposte fatte da artisti relativamente poco conosciuti e generalmente lontani dagli imperanti standard culturali anglo-americani. Un prezzo piuttosto duro da pagare, anche in termini di scarso impatto pubblicitario, ma allo stesso tempo un'orgogliosa dichiarazione d'indipendenza.
Nonostante il brutto tempo, che ha allagato l'Arenes Coinon per buona parte del sabato, domenica sera l'inaugurazione. È stato lo stesso Ferdinand Richard che, in compagnia del sassofonista Bruno Meillier ha fatto di BRUNIFERD una proposta elegante e gustosa. Come ho avuto già occasione di raccontare (vedi A 151), Bruniferd è un episodio del tutto particolare della musica contemporanea: esile e complicata, la musica del duo è intrisa di poesia e luce lunare, d'una grazia brillante ed emozionante. Nonostante l'apparente semplicità estetica e formale, Ferdinand e Bruno nascondono riflessi preziosissimi. Un concerto indimenticabile, con un unico appunto da fare: come mai lo show è lo stesso dello scorso autunno? Non c'è proprio nessuna novità sotto il cielo di Bruniferd?
Per avere risposta non ci resta che attendere i due di ritorno dal tour in Giappone e dalle registrazioni per il nuovo album, attorno al quale è calata l'impenetrabile cortina del "no comment"... Subito dopo il maxi-gruppo lionese della MARMITE INFERNALE, una delle formazioni più rappresentative del jazz creativo francese contemporaneo. Partiti in quarta proponendo una composizione assolutamente travolgente, che rifletteva in pieno le recensioni che li definivano "... un ciclone di suoni, humour, sensibilità e creatività...", i musicisti hanno via via perso in magnetismo e personalità. Toccato quasi il fondo della sopportazione con una lunga sequenza fatta di dialoghi e intersezione tra sassofoni, trombe e tromboni, la Marmite Infernale ha risollevato un poco gli animi giocando sull'ottima preparazione, sul senso dell'humour e sull'aspetto ed i gesti - decisamente buffi - di alcuni componenti del gruppo.
Intrappolata in un vestito assai strano e ridicolo, che la faceva assomigliare a un quadro di Kandinsky più che a una cantante pop, CATHERINE JAUNIAUX ed il suo gruppo hanno dato il via alla seconda serata. Tanto per non smentire l'imprevedibilità di questo festival, Catherine ha organizzato un recital divertente e gustoso, molto distante dagli acquarelli sonori dell'album "Fluvial" da lei realizzato qualche tempo fa assieme all'inglese Tim Hodgkinson. Frammenti quasi d'opera, citazioni stralunate, molto divertimento intelligente e simpatia che hanno non poco agitato il pubblico, affluito in grande numero per applaudire lo show delle TÉTES BRULÉES, un gruppo rock proveniente dal Camerun, che già aveva ottenuto un colossale successo un paio di settimane prima durante un concerto tenuto nelle vicinanze. A parte il fatto che la nuova musica africana gode di una grande popolarità in Francia, c'è da dire che in molti, tra il pubblico, hanno reagito "male" a questa partecipazione così diversa, ritenendola una specie di effetto/ritorno del colonialismo culturale o, in maniera molto più snob, un'intromissione troppo colorata in una manifestazione che, non senza un pizzico di sofisticato masochismo, avrebbe preferito concettualmente più fumée ed intellettuale. Il discorso è secondo me un po' diverso: che la loro musica, e l'afro-beat in genere, piaccia oppure no.
Le Tètes Brulees hanno dimostrato un'eccezionale padronanza tecnica dei loro strumenti (raramente visti e sentiti un batterista ed un chitarrista di così alta levatura nei numerosi concerti rock ai quali ho assistito) ed una strategia dello spettacolo decisamente accattivante.
Presentatisi sul palco in una curiosa tenuta fatta di pigiami a strisce e pois, zainetti, scarpe da ginnastica nuove di zecca e occhiali da sole, faccia e braccia dipinte come si vedeva una volta nei sussidiari delle scuole elementari, le cinque "teste bruciate" (spero sia questa la traduzione: il mio francese fa proprio pena...) hanno saltato in lungo e in largo, facendo letteralmente impazzire grande parte dell'audience. Naturalmente in molti hanno storto il naso, specialmente tra gli abituées dei festival: cosa ci faceva un gruppo rock, non importa di dove, in mezza ad un festival così serio? Cosa saranno mai stati quei ritmi così ballabili? Cosa sarà stato mai quel divertimento plateale, smodato e poco colto?
Non pochi puristi hanno abbandonato la platea dell'Arénes Coinon, e preferito le discussioni al tavolo di qualche bar del paese. Che posso dirvi? Nonostante la mia riluttanza alle agitazioni danzerecce, sono costretto ad ammettere che, nonostante la durata eccessiva, il concerto delle Tètes Brulées mi è proprio piaciuto (a parte un paio di orribili canzoni in lingua francese, evidentemente composte per motivi contrattuali e conseguenti necessità commerciali..).
Al solito, un punto interrogativo: come mai, visto l'orientamento degli organizzatori nel proporre artisti legati all'ambiente ed al circuito indipendente, si è optato per un gruppo che ha di recente firmato un contratto discografico per una potente etichetta angloamericana?

I tasti giusti dell'animo
C'è gente che sopporta di tutto: dall'arte concettuale alle performance cruente. C'è gente che ha assistito per intero alle sei ore abbondanti del sonno di John Giorno immortalate da Andy Warhol in "Sleep", e che l'ha dichiarato un capolavoro (credo neanche il grande Andy si prendesse così sul serio...). Ho pensato a tutta questa gente durante la performance dei francesi LES ANTIPODES, in apertura della terza serata. Contrariamente a buona parte del pubblico non ho apprezzato minimamente il tessuto di nastri pre-registrati (suoni misteriosi, tuoni ed acquazzoni), percussioni e strumenti provenienti da chissà quali paesi del mondo, ordito da Patrick Portella e soci.
Grandi nuvole nere all'orizzonte: il mio smarrimento si è trasformato in gioia (ed è dire poco!) non appena la conturbante IVA BITTOVA ha fatto il suo ingresso sul palco del MIMI 3. Un'autentica rivelazione! Di una bellezza aggressiva, accentuata da una mise graffiante, Iva Bittova è cecoslovacca, suona divinamente il violino e benissimo la chitarra, canta con voce stupenda e... insomma, ne sono rimasto letteralmente conquistato (al punto che ho sognato di fuggire romanticamente con lei in chissà quali paesi lontani). Accompagnata dal percussionista Pavel Fajt, quella splendida creatura ha snocciolato una serie di piccole canzoni cristalline, minime ed emozionanti. Peccato non capire una sola parola. Perché non organizzare, per le prossime volte, un libretto, magari dei volantini, con testi e traduzioni? In ogni caso, anche senza passare per le strade della comprensione linguistica, Iva ha toccato i tasti giusti dell'animo: richiamata a gran voce per più di un bis, ha indubbiamente costituito uno dei vertici del MIMI Festival, edizioni precedenti comprese.
Se il MIMI 3 si fosse concluso qui molta gente sarebbe stata più che soddisfatta (chissà in quanti hanno, come me, sognato di avventure nei Paesi dell'Est...). Purtroppo c'è stata la serata conclusiva. Sugli spagnoli MACROMASSA forse è meglio sorvolare: non contenti delle sevizie imposte al pubblico durante uno show piuttosto triste e monocorde, i tre (due sassofoni elettrificati e trattati, più un chitarrista di gusto disastroso) hanno concluso in disgrazia proponendo un rifacimento di un vecchio brano dei Black Sabbath. Da dimenticare, quasi come i successivi inglesi BLURT, già visti in forma migliore in Italia qualche tempo fa.
A forza di distruggere il rock ed il jazz, il sassofonista Ted Milton ha fatto piazza pulita anche della propria creatività.
Questi Blurt sono piaciuti solo a una manciata di wavers accalcatisi sotto il palco, mentre la platea si assottigliava inesorabilmente.