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Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 18 nr. 158
ottobre 1988


Rivista Anarchica Online

Quell'anarchico a Porto Azzurro
di la Redazione

Qualche appunto sul "caso Bertoli", all'indomani della riproposizione su molti organi di stampa delle solite vecchie menzogne sull'identità dell'anarchico Gianfranco Bertoli.

La riapertura delle indagini sull'assassinio del commissario Calabresi prima, il fallito attentato a mezzo autobomba davanti alla Questura milanese poi: sui giornali, tra luglio ed agosto, il rimando all'attentato davanti alla Questura di Milano il 17 maggio di 15 anni fa - nel primo anniversario della morte di Calabresi - è stato automatico.
Ce ne occupiamo - in questa sede - perché, nel ricostruire quella tragica vicenda, molti giornali (e in particolare Il Manifesto) hanno riportato pari pari le falsità sull'identità dell'autore di quella strage, Gianfranco Bertoli: presentato come personaggio ambiguo, dai molti legami con i fascisti ed i servizi segreti, lui stesso sul "libro-paga" del SID, pseudo-anarchico. Già a suo tempo su queste colonne intervenimmo per ristabilire la verità, evidentemente senza successo.
E siamo ancor più spinti ad occuparcene, dal momento che Gianfranco Bertoli è da molti anni un collaboratore di questa rivista, tra i più apprezzati da noi della redazione e da una schiera crescente di compagni e di lettori. Per quanto aperti alla collaborazione anche di non anarchici, non lo siamo al punto di accettare quella di un fascista, di un collaboratore dei servizi segreti, di uno squadrista comunque mascherato. E Bertoli tutto ciò non è.
Ma andiamo con ordine.

I fatti. Il 17 maggio 1973 Gianfranco Bertoli lancia una bomba davanti alla Questura di Milano, mentre è in corso una manifestazione per l'inaugurazione di un busto commemorativo del commissario Calabresi, appunto nel primo anniversario della sua morte. Alla presenza delle autorità cittadine e del ministro degli interni Rumor, la cerimonia ha luogo come previsto. Era stata infatti annunciata nei giorni precedenti, senza suscitare alcuna reazione contraria se si eccettua una dichiarazione polemica dell'avvocato Marcello Gentili, difensore del direttore di Lotta Continua Pio Baldelli e - di fatto - grande accusatore di Calabresi nel corso del processo da questi intentato contro Baldelli ma di fatto trasformatosi in un processo contro il commissario finestra.
Quando il corteo, con le autorità in prima fila, esce dalla Questura, Bertoli ha un attimo di incertezza; poi tira la bomba, che un poliziotto riesce ad allontanare dal corteo. L'ordigno esplode a pochi metri di distanza, tra la gente.
È una scena orribile. Quattro persone muoiono, decine restano ferite. Una vera e propria strage.
L'attentatore viene subito preso.

Le reazioni. Già nel pomeriggio filtrano le prime informazioni. L'attentatore sarebbe un anarchico, con la "A" tatuata sul braccio. Le organizzazioni anarchiche (Federazione Anarchica Italiana - FAI, Gruppi Anarchici Federati - GAF, Gruppi d'Iniziativa Anarchica - GIA) emettono subito un comunicato-stampa congiunto:
1) Dichiariamo che G.F. Bertoli non risulta aver mai fatto parte del movimento anarchico organizzato ;
2) Condanniamo l'attentato, in primo luogo perché ha colpito degli innocenti, in secondo luogo perché da fatti come questi l'anarchismo non può che ricevere danno e non può che avvantaggiarsene la falsa ideologia degli opposti estremismi, trovatasi recentemente sbilanciata a destra per le note vicende;
3) Dichiariamo che quest'ultimo episodio di violenza si comprende solo se inserito nell'atmosfera di terrorismo e violenza generalizzata ed istituzionalizzata instaurata dai fascisti e dallo stato negli ultimi anni, con le bombe del 25 aprile, le bombe ai treni, la strage di piazza Fontana, l'assassinio dell'anarchico Serantini, ecc...
Sul piano politico, e prima ancora su quello etico, dunque, nessuna incertezza. La condanna del gesto è totale.
Giustamente, il comunicato delle organizzazioni anarchiche non escludeva - e come avrebbe potuto? - che di un anarchico si trattasse. Si poteva solo dire che non risultava aver mai fatto parte del movimento anarchico organizzato. Avrebbe potuto trattarsi di un individuo isolato, rifacentesi ad una tradizione "bombarola" dell'anarchismo, del "gesto vendicatore", dell'azione violenta individuale: un filone - questo - che già allora ci era del tutto estraneo e che ancor più oggi sentiamo appartenere ad un passato che non ci appartiene.
La condanna di quella strage fu, come dicevamo, unanime. Nell'affannoso tentativo di ricostruire un'identità ed un passato all'attentatore, molti organi di stampa - con in prima fila Lotta Continua - iniziarono un'opera di contro-informazione apparentemente seria e convincente (per chi appunto aveva già una sua tesi precostituita in testa), in realtà buffonesca e inconsistente.
Su Bertoli se ne scrivono di tutti i colori; che è stato membro dell'organizzazione neofascista "Pace e Libertà". Falso. Che avrebbe partecipato ad azioni squadristiche. Falso. Viene addirittura pubblicata una sua foto mentre partecipa ad un assalto ad una sede di sinistra. Falso: non lo si può riconoscere e comunque non è lui. Un esponente del SID dichiara che Bertoli ha "lavorato" per loro. Falso. Bertoli querela, ma tutto si arena. E via discorrendo.
Meriterebbe uno studio meticoloso la costruzione di un'immagine "fascista" di Bertoli. E sarebbe un lavoro utile non solo e non tanto per render giustizia alla verità (e all'identità di Bertoli), ma soprattutto per mettere ancora una volta a nudo i meccanismi che presiedono alla fabbricazione delle notizie.
Non pochi anarchici, comunque, bevono la verità di regime. Alla base c'è un mix di carenza di spirito critico, dipendenza dagli stereotipi della sinistra "rivoluzionaria", opportunità di accettare la "verità" più comoda e, per certi aspetti, più naturale.

Bertoli e noi. Pur senza avere sufficienti elementi per "avere le idee chiare", noi della redazione - ed altri anarchici con noi - non partecipiamo al coro delle menzogne e già nelle settimane successive ("A" 22, giugno/luglio 1973: L'attentato e l'attentatore) denunciamo il significato e la pericolosità dell'andazzo preso dalla "contro-informazione" sinistrese. Cerchiamo di capire, intervistiamo l'avvocato d'ufficio, assistiamo ai due gradi del processo, sentiamo quanto Bertoli dichiara in tribunale. Poi - nel '75, ci pare - Bertoli stesso scrive una lettera per ricevere la rivista. Scrive che ci vorrebbe chiamare "compagni", ma non sapendo come noi lo giudichiamo mantiene le distanze. Gli rispondiamo che ai carcerati la rivista viene da sempre inviata gratis e lo invitiamo a rifarsi vivo. Inizia così una eccezionale corrispondenza, tra uno di noi e Bertoli: eccezionale per quantità (a tutt'oggi, saranno oltre un migliaio le missive da lui scritte), ma anche per il suo spessore umano. Nei primi anni soprattutto, è il suo gesto - e tutto quanto lo precede e ne consegue - il fulcro del discorso.
Impossibile riassumere qui il senso di quella corrispondenza. Valgano quegli scritti suoi che in questi anni sono apparsi prima solo sulla nostra rivista, poi anche su altre pubblicazioni libertarie. Una parte di questi articoli è stata raccolta in un volume (Attraversando l'arcipelago, Edizioni Senzapatria, Sondrio 1986).

Da Porto Azzurro. Da 15 anni e mezzo Bertoli è in galera. Sta scontando l'ergastolo. Vari anni di galera se li era già fatti in precedenza, per reati contro il patrimonio (ma si fece anche due anni dentro innocente, condannato per una rapina mai compiuta).
Ha vissuto tutti gli anni di piombo nel circuito delle carceri speciali: è stato a Cuneo, Nuoro, Asinara, Marino del Tronto. E poi nelle carceri "normali". Ora è - da qualche anno (ma c'era già stato in precedenza) - a Porto Azzurro. Lavora nella biblioteca.
Negli anni di piombo ha vissuto come pochi altri la drammatica condizione di chi si è trovato "compresso" tra un sistema carcerario pesante (durante la rivolta dell'Asinara fu brutalmente pestato e finì all'ospedale di Sassari) ed un clima di intolleranza e di prevaricazione da parte dei brigatisti e dei loro (allora numerosi) accoliti.
Non ha ceduto. Non si è lasciato andare al disimpegno, ha fatto ogni sforzo per far funzionare il cervello, per non cederlo all'ammasso. Il suo lucido ed appassionato intervento sulla questione medio-orientale, lo scorso marzo, ne è una delle più recenti testimonianze pubbliche.
Ma soprattutto ha saputo riflettere, anche ad alta voce quando necessario, sul suo attentato e, più in generale, sull'uso della violenza, delle bombe, dell'assassinio. Lo ha fatto con dignità, senza nemmeno poter essere sfiorato - lui che questa riflessione iniziò ben prima che si parlasse di legislazione d'emergenza e di leggi pro-pentiti - dal sospetto di strumentalità. Rimanendo nell'ambito dell'anarchismo, è purtuttavia cambiato - e quanto! - dall'esasperato, allucinato "super-uomo" che compì quella strage orribile.
Nessun essere vivente può essere "inchiodato" ad un fatto, ad un crimine, per quanto orribile possa essere stato (e per quanto quel crimine possa aver inchiodato alla morte altre persone, perdipiù innocenti). E Bertoli, l'ergastolano Bertoli come pochi altri, ci ha aiutato ad attraversare questi anni, a capire, a proseguire.