Rivista Anarchica Online
Quel piccolo
grande uomo della Sardegna
di Paolo Finzi
Martedì 8
ottobre, a Barrali, il piccolo paese del cagliaritano in cui da
decenni viveva, è morto Tomaso Serra. Alcune settimane prima gli era
stato diagnosticato un cancro in bocca: una forma terribile,
dolorosa, a decorso rapido. Ai suoi funerali, svoltisi in forma
civile, hanno partecipato 150 persone provenienti da varie zone
dell'isola. Con lui scompare un altro militante della "vecchia
guardia", che - come tanti - ha vissuto l'emigrazione forzata, il
forzato esilio, la battaglia antifascista, la rivoluzione spagnola,
il confino a Ventotene, ecc.; una vita spesa, giorno dopo giorno,
nell'impegno militante.
Nato il 23 marzo
1900 a Lanusei, Tomaso è costretto ad emigrare per cercare lavoro. A
17 anni è in Italia settentrionale a costruire dighe ed acquedotti,
poi va in Francia e lavora nei cantieri per la ricostruzione della
rete ferroviaria, poi ancora gira per mezza Europa, lavorando in
miniera e agli altiforni. È
da poco emigrato quando gli capita di ascoltare un comizio di un
anarchico: "mi resi conto di essere anarchico" racconterà
poi. E da allora entra attivamente nel movimento, si fa conoscere
subito da compagni e polizia. Il rientro in Italia (diventata, nel
frattempo, fascista) gli è precluso: il suo volto, i suoi dati
anagrafici, il suo soprannome ("Barbone") sono ben segnati
sul bollettino dei ricercati. Nemmeno in terra straniera, però, la
sua vita scorre tranquilla: la sua attività anarchica è malvista
dalle autorità. Tomaso è costretto per lunghi periodi a vivere in
clandestinità, facendo la spola tra Francia, Belgio, Lussemburgo,
Svizzera, ecc... La notizia dello
scoppio della rivoluzione sociale spagnola (19 luglio 1936) lo trova
in una tranquilla colonia per bambini, al confine tra Francia e
Svizzera, al sicuro dalle persecuzioni governative e dai cecchini
fascisti. Tramite un medico, amico suo, riceve la stampa anarchica.
Tomaso sente che non può restare lì: raggiunge la Spagna, il
fronte. Per mesi e mesi vive quotidianamente la realtà della lotta
in armi contro il fascismo, ma anche l'esperienza delle collettività
agricole autogestite. Rientrato a Barcellona in permesso, Tomaso è
arrestato dalla polizia segreta comunista: siamo alle giornate di
sangue del maggio '37, allo scontro aperto tra anarchici e comunisti.
Molti anarchici - il più noto, Camillo Berneri - vengono
assassinati, ma Tomaso, grazie al suo amico medico presente a
Barcellona come membro della Croce Rossa Internazionale, viene
scarcerato. Espulso, consegnato
alle autorità francesi, viene da queste rinchiuso in un campo
d'internamento e, dopo varie peripezie, consegnato al regime
fascista. Dopo un periodo nel carcere di Nuoro ed in altri
penitenziari, Tomaso è inviato a Ventotene. Qui incontra centinaia
di altri anarchici (tra i quali conosce un altro sardo, Giovanni
Virgilio): dopo i comunisti, infatti, gli anarchici costituiscono la
seconda comunità politica del confino. Caduto Mussolini e
liberati - nel settembre '43 - gli anarchici (le altre forze
politiche erano già state rilasciate in luglio), Tomaso si reca a
Roma. Partecipa alla resistenza contro i nazi-fascisti, collaborando
con le formazioni di "Giustizia e Libertà", poi - grazie
ad un salvacondotto - può finalmente ritornare, libero, nella sua
isola. Stabilitosi a
Barrali, Tomaso si impegna nelle attività di movimento: insieme ad
altri compagni dà vita (nel '48) a due numeri unici, tiene i
rapporti con i militanti ed i gruppi in Sardegna e sul continente,
partecipa a riunioni, ecc... Ma l'esperienza più significativa ed
originale della sua vita militante è quella della Collettività
anarchica di solidarietà, concepita sul finire degli anni '50 e
realizzata concretamente a partire dal '62. La tragica esperienza di
una persona anziana, sola e perseguitata, unita all'influenza che
avevano esercitato su di lui le collettività agricole autogestite
spagnole, lo convinsero dell'utilità e della concreta possibilità
di dar vita a Barrali ad una collettività agricola, che potesse al
contempo costituire un "rifugio" per i compagni anziani
(sottraendoli così agli ospizi, in cui spesso controvoglia, i
parenti li relegavano) e un esempio concreto di comunità libertaria,
basata appunto - come indicava il nome - sulla solidarietà. Questa
collettività non è rimasta un progetto: o meglio, l'aspetto
"rifugio" è rimasto quasi del tutto sulla carta. La
collettività è stata costituita, le porte della C.A.S. (cioè le
porte di casa di Tomaso e, nell'ultimo decennio, anche di Bastiano)
sono rimaste sempre aperte per chiunque. Soprattutto negli
anni intorno al '68, ma anche dopo, la Collettività è stata un
punto di riferimento sicuro: centinaia e centinaia di persone vi
hanno fatto capolino, alcuni si sono fermati per periodi anche
lunghi, trovando sempre - se lo volevano - qualcosa da prendere e
qualcosa da dare. Diffusione della cultura e della propaganda
anarchica, sostegno finanziario ai giornali, alle riviste, alle
iniziative anarchiche in Italia e fuori, senza mai dimenticare i
compagni incarcerati, le vittime politiche: queste le direttrici
principali lungo le quali si è indirizzata la solidarietà concreta
della C.A.S. Ora che Tomaso è
morto, i compagni che gli sono stati più vicini (a partire dal
giovane Bastiano, che vive nella collettività da un decennio) hanno
deciso che con lui la Collettività non deve, non può morire. Il suo
patrimonio di libri, opuscoli, giornali, ecc. diverrà parte
integrante di una libreria popolare, alla cui realizzazione anche
Tomaso era da tempo impegnato. La diffusione della pubblicistica
anarchica continuerà, così come le altre iniziative. Con una sola
piccola differenza: Tomaso, uscito dalla Collettività l'8 ottobre
scorso, vi ricompare nel nome. D'ora in poi, hanno deciso i compagni
sardi, si chiamerà Collettività anarchica di solidarietà
"Tomaso Serra".
Questi scarni
appunti biografici su Tomaso e sulla C.A.S. possono aiutare a
comprendere, a grandi linee, quale sia stata la sua traiettoria
militante - così simile, nei suoi capitoli (famiglia proletaria,
lavoro giovanile, emigrazione, impegno politico, esilio, rivoluzione
spagnola, carcere, confino, lotta antifascista, impegno nel secondo
dopoguerra), a quella di centinaia di altri compagni. Ma sull'uomo,
sulla sua dimensione umana, quotidiana, dicono poco o niente. Eppure
è proprio qui che va ricercata, a mio avviso, la "chiave di
lettura" di Tomaso.
Tomasiku
adiosu!
Ecco il testo
dell'ultimo saluto dato dai compagni della C.A.S. a Tomaso Serra, il
giorno dei funerali:
Tomasiku adiosu. Kuntui sind'e'
bandada non s'urtima ma sa primu
bandera. Tantis seus innoi de-i kussus ki a'
konnotu kunpanjus amigus e
parentis. S'isperantzta nosta
e' de t'ai 'onau a-su manku sa
metadi de kant'eus arriciu. T'eus a sigiri
senpri in s'idea de justitzta ki a'
tentu, de sa thibertadi de
totus e de totu in kumunaritzta, kentz' 'e lhussu e
perun'ispreku. S'amori ki a' donau
e sa solhidaridadi ti siad'e ajudu in
s'urtimu viaju. Seus kun tui e kun
s'idealhi kunpanjus de forsa
e totu Barralhi, t'eus a sigiri
senpri in kuss 'ia. Gerra a donnia
'sfrutadori! Biva s'anarkia! E' s'urtimu
salhudu. Tomasu adiosu.
(Tomaso addio /
con te se n'è andata non l'ultima / ma la prima bandiera. / Tanti
siamo qui / di quelli che hai conosciuto / compagni, amici, parenti.
/ La nostra speranza è di averti dato / almeno la metà di quanto
abbiamo ricevuto. / Ti seguiremo sempre nell'idea / di giustizia che
hai avuto, / della libertà di tutti e di tutto in comune, / senza
lussi né sprechi. / L'amore che hai dato e la solidarietà / ti
siano d'aiuto nell'ultimo viaggio. / Siamo con te e con l'ideale /
compagni di fuori e di Barrali, / ti seguiremo sempre in quella via.
/ Guerra ad ogni sfruttatore! Viva l'anarchia! / È
l'ultimo saluto. / Tomaso addio.)
Tomaso era
innanzitutto un uomo buono. Glielo leggevi negli occhi, lo coglievi
subito dalla sua ospitalità, dalla finezza del suo animo tradotta
in mille comportamenti umani. Su questo aspetto della sua personalità
si potrebbero raccontare decine di aneddoti: di episodi veri, cioè,
che danno il senso di quanto questa sua bontà fosse colta dagli
altri, anche da chi avversava le sue (e nostre) idee. Ne citerò uno
solo. Una decina d'anni
fa un giovane compagno sardo scappò di casa e finì con
l'installarsi nella Collettività. I genitori, informandosi a destra
e a sinistra, vennero a sapere che si era rifugiato da quel vecchio
anarchico di Barrali. Si precipitarono alla Collettività,
aggredirono verbalmente Tomaso accusandolo di traviare il loro
figlio, ecc...Tomaso riuscì, nel breve volgere di un colloquio, a
ribaltare l'immagine che di lui e degli anarchici in generale avevano
quei genitori. Dette loro degli scritti di Pietro Gori da leggere, li
invitò a tornare. Quando tornarono, li accolse ancora cortesemente,
parlarono a lungo e alla fine furono i genitori a offrire dei soldi a
Tomaso purché "tenesse presso di sé" il loro figlio. Retorica? Solo chi
non ha conosciuto Tomaso può pensarla così. Non chi ha
oltrepassato la soglia della casetta sulla via centrale di Barrali ed
è entrato in quella stanza in cui, in un disordine impressionante
per un osservatore ma certo inesistente per chi lì viveva, si
vedevano piatti, libri, opuscoli, un televisore rotto. Non chi ha visto
quest'uomo piccolo piccolo, vistosamente zoppo, con i pantaloni
chiusi con uno spillone, con la sua barbona immensa, lavorare la
terra per molte ore sereno, sorridente. Non chi l'ha visto,
nelle lunghe calde notti d'estate, dormire rannicchiato sul sedile
posteriore di una vecchia Citroen, un vero catorcio senza ruote che
lui aveva fatto sistemare sulla collina, vicino ai maiali e alle api. Chi ha avuto la
fortuna di conoscere Tomaso, sa che ci vorrebbero ben più di due
paginette per descrivere almeno un po' della sua umanità. In lui la bontà
non era solo una dote del cuore. L'idea anarchica era per lui la
traduzione in termini sociali di queste sue caratteristiche umane.
"Amare il prossimo come se stessi. Viva la pace, evviva la
libertà": così termina, non a caso, il suo testamento
politico, redatto 6 giorni prima della morte a Barrali. Sarebbe dunque
sbagliato separare in lui la dimensione umana da quella sociale. E
per sociale non intendo solo le sue/nostre idee anarchiche, il
patrimonio culturale cui si rifaceva e di cui si sentiva parte
integrante. L'anarchismo per lui non era tanto il fine cui tendere,
quanto uno stile di vita. Il suo rapporto con
la terra, con gli animali, con la natura in genere, per esempio,
andava oltre l'attaccamento dell'uomo "di campagna". C'era in lui
la fierezza dell'autosufficienza, l'istintiva volontà di vivere una
vita semplice, frugale, nella quale i bisogni (quelli veri) potessero
venir soddisfatti, senza cedere ai miti del consumismo,
dell'industrialismo della cosiddetta "civiltà" della
macchina. Ricordo un suo
intervento ad un convegno anarchico a Carrara, alcuni anni fa: un
discorso semplice, lineare, un richiamo a non dimenticare la terra, i
suoi prodotti, la necessità di assicurarne la produzione con metodi
nostri. Il suo discorso non era attinente al punto all'ordine del
giorno, allora in discussione. Ma Tomaso ricordò a tutti che ormai
era ora di pranzo e che tutti, anche coloro che si ostinavano a
parlare solo di fabbrica/industria/operai, saremmo andati a mangiare.
Il problema dell'alimentazione, dunque, non era così campato in
aria. A quel convegno a
Carrara Tomaso era venuto, con il solito giorno e mezzo di viaggio da
Barrali, con il suo latte, il suo miele, i prodotti della sua terra.
E con il sacco a pelo, pronto a dormire per terra, come altri
compagni di mezzo secolo più giovani. Dormire in pensione era
estraneo alla sua mentalità, prima ancora che al suo portafoglio.
Chiedere ospitalità, lui che aveva ospitato mezzo mondo, manco gli
passava per la testa. Era così Tomaso: sereno, buono,
autosufficiente, anarchico. Se penso che è
morto il cuore mi si stringe. Se penso alla sua vita, il cuore mi si
allarga: una vita così ricca di umanità, di esperienze e di impegno
sociale valeva la pena di essere vissuta come Tomaso ha saputo
viverla. Di lui si può davvero dire non solo che è stato un
militante anarchico, ma che ha vissuto da anarchico.
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