Rivista Anarchica Online
A colloquio con A. Venturini
di Giampiero Landi / Nico Berti
All'approfondimento dell'opera di Merlino, e alla sua valorizzazione, Aldo Venturini ha dedicato
gran parte della sua esistenza. Nato nel 1900 (compirà ottant'anni il 17 novembre), entrò
giovanissimo, nel 1917, nelle file del movimento anarchico. Intimo amico, discepolo e
collaboratore di Luigi Fabbri, partecipò alle lotte del dopoguerra a Bologna, dove in quegli anni
il movimento anarchico era particolarmente attivo e vivace. Maestro elementare, dopo l'avvento
del fascismo e la fine di ogni attività politica libera, si dedicò allo studio e alla riflessione.
Matura in questo periodo il suo interesse per il pensiero merliniano, e ha inizio un'appassionata
opera di ricerca che approda nella pubblicazione, nel secondo dopoguerra, di opere e di raccolte
di scritti di Merlino: Revisione del marxismo - lineamenti di un socialismo integrale, Minerva,
Bologna, 1945; Il problema economico e politico del socialismo, Longanesi, Milano, 1948;
Concezione critica del socialismo libertario, La Nuova Italia, Firenze, 1957, (in collaborazione
con P.C. Masini. Opere esaurite da tempo e ormai difficilmente rintracciabili. È disponibile
invece la più recente antologia di scritti merliniani curata da Venturini, Il Socialismo senza
Marx,
Massimiliano Boni editore, Bologna, 1974, (pag. 646, L. 8.000). Il libro è in vendita nelle
maggiori librerie e può essere richiesto direttamente all'editore, via Marco E. Lepido, 203/24
Bologna. In questo volume denso e stimolante Venturini ha raccolto in un disegno organico,
raggruppandoli per temi e argomenti, ampi brani degli scritti merliniani successivi alla svolta del
1897. Mancano gli scritti del periodo anarchico, ma nei limiti della periodizzazione scelta, il
libro offre un quadro articolato ed esauriente del pensiero di Merlino negli anni della maturità, e
costituisce un'intelligente strumento di studio. Con Aldo Venturini, nella sua abitazione a Bologna, i nostri
collaboratori Giampiero Landi e
Nico Berti hanno parlato di Merlino, del suo pensiero, della sua importanza.
Quando hai cominciato ad interessarti di Merlino? Fu attraverso Fabbri che conobbi Merlino. A
Fabbri, uomo ammirevole così per il valore
intellettuale come per la rara bontà, fui intimamente vicino nella mia giovinezza per circa dieci
anni, fino al suo espatrio, e a lui sono rimasto sempre legato da grande affetto. Fabbri mi mise
sulla strada, mi indicò il valore di Merlino, poi io andai avanti, e mi interessai anche delle opere
in cui Merlino criticava l'anarchismo. Fu nel 1926 o '27, dopo il trionfo del fascismo, che mi
convinsi che Merlino aveva ragione. Io avevo già alcune posizioni di carattere merliniano.
Avevo già fatto Umanità Nova, nel Sorgiamo imolese e nel Libero
Accordo di Monticelli, degli
articoli. Ricordo una lettera a Malatesta sul problema del delitto, pubblicata su Umanità Nova
edizione romana, in cui proponevo la soluzione di Merlino. Ma fu dopo le leggi repressive del
fascismo, dopo che ogni attività politica fu proibita, che io cominciai a leggere e a esaminare a
fondo la Rivista critica del socialismo. Mi parve come una rivelazione, mi trovai di fronte a
qualcosa di nuovo.
Che cos'è che ti colpiva particolarmente? Soprattutto la critica, la doppia critica,
all'anarchismo e al marxismo. Per quanto riguarda
l'anarchismo, si tratta di critiche che Merlino aveva avanzato anche negli anni precedenti, fin
dall'opuscolo L'individualismo nell'anarchismo. Lì si trova veramente la svolta del pensiero
merliniano, allorché richiamandosi all'opera dell'economista von Weiser, rappresentante della
scuola marginalista, sostiene che i regolatori della produzione e del consumo (rendita, profitto,
salari, prezzi), che oggi funzionano a tutto vantaggio dei capitalisti, non possono essere
soppressi neanche in una società socialista, nella quale dovranno funzionare a vantaggio della
collettività. È un punto importantissimo, e segna veramente la svolta. Successivamente, dal 1894
al '96, durante gli anni di prigione, egli ebbe modo di approfondire queste posizioni, e maturò
nuove conclusioni, espresse poi nei volumi pubblicati dopo la sua scarcerazione.
Pur essendo Merlino una notevolissima figura di pensatore socialista, anzi probabilmente il
pensatore socialista più notevole che abbia avuto l'Italia, anche dopo il 1945 la cultura italiana
non gli ha dato l'importanza che merita. Tu come lo spieghi? Lo stesso quesito è valido per
Rosselli. Come si spiega che di Rosselli non si è più parlato? Per
il prevalere nella cultura di sinistra dell'egemonia leninista. Ma ci troviamo di fronte anche a
qualcosa di più complesso. È imperante sempre, in tutti i casi, un tipo di cultura dogmatica e
monolitica, dove ogni atteggiamento laico, critico, problematico, come aveva Merlino, viene
rifiutato sempre dalla cultura italiana. Merlino non appartiene a una scuola, appartiene a se
stesso. Per questo non è conosciuto, perché fanno fatica a collocarlo. Anche nel periodo di
adesione al PSI, Merlino fece parte a sé. Egli militò nel PSI fino al 1906, al Congresso di Roma.
Dopo se ne perdono le tracce. Io ho riprodotto nell'antologia Il socialismo senza Marx, la lettera
che Merlino inviò a Ferri in occasione del Congresso, e che Ferri pubblicò come fondo
sull'Avanti! Nella lotta in corso nel PSI tra sindacalisti rivoluzionari e riformisti, Merlino rifiuta
sia l'esclusivismo classista dei sindacalisti, sia il riformismo ministerialista degli altri. Merlino
ebbe più estimatori all'estero che in Italia, dove le sue critiche al marxismo riuscirono
molto ostiche ai maggiori dirigenti del partito socialista. Per l'estero, basta citare Sorel,
Bernstein e l'illustre sociologo francese Durkheim, che dedicò al libro in francese di Merlino
Formes et essence du socialisme, un articolo con questo titolo molto significativo: "La nuova
concezione del socialismo". Hai citato Rosselli. Come teorico Merlino è
decisamente superiore a Rosselli. Rosselli in fondo
era un militante, un propagandista, ma non è rilevante come pensiero teorico. È una bella,
splendida figura di antifascista, ma niente di più. Io sostengo da tempo che chi veramente ha
pensato il socialismo liberale è Merlino. Lui, e non
altri, è il vero fondatore del socialismo liberale. Merlino pone con forza l'esigenza dell'economia
di mercato. Questo aspetto, per inciso, lo avvicina a Proudhon. Si parla, è evidente, di un
mercato socialista, senza forme di monopolio, in cui le imprese siano gestite dai lavoratori
associati.
Potresti spiegare quali erano i punti di dissenso tra il riformismo di Turati e quello di
Merlino? Merlino non si è mai contaminata la bocca con la formula della conquista dei pubblici
poteri.
Merlino è un teorico delle riforme senza essere un riformista in senso comune e tradizionale;egli
stesso si autodefinisce un riformista rivoluzionario perché è convinto, al pari di Bernestein, che
non c'è contraddizione tra riforme e rivoluzione. Scartata l'ipotesi catastrofica della società che
crolla a un momento determinato, Merlino sostiene la necessità di superare la crisi del
passaggio dalla società capitalista alla società socialista attraverso un vasto movimento di
riforme - e qui Merlino riprende Proudhon, che nel libro L'Idea generale della rivoluzione nel
secolo XIX, la sua opera più anarchica, sostiene la tesi della collaborazione tra il ceto medio e
il proletariato. Merlino rivendica questo concetto delle riforme, dell'azione riformatrice, mentre
Turati mirava ad un accordo di potere. Senza dubbio, se il partito avesse acconsentito, Turati
sarebbe andato al governo con Giolitti. Il riformismo Turatiano dà un'importanza preminente
all'azione parlamentare, mentre quello di Merlino è riformismo dal basso, un vasto movimento
popolare che investe la società con riforme di tutte le specie. Vi è l'abbandono della via
rivoluzionaria intesa in senso catastrofico, ma vi è volontà di arrivare comunque a una autentica
trasformazione della società. In conclusione, si può dire che il riformismo di Turati
è prevalentemente legalitario e ha i limiti
della concezione classista propria del marxismo; mentre quello di Merlino interpreta le esigenze
di giustizia e di libertà di più ceti sociali, e poiché costituisce il processo di trasformazione
progressiva della società in senso socialista, è sostanzialmente rivoluzionario in senso sui
generis.
La prospettiva di Merlino veniva definita ai suoi tempi cooperativistica. Con un termine attuale,
si potrebbe definirlo un teorico dell'autogestione? Merlino è un precursore dell'autogestione. Egli
dedica molta attenzione alla fase ricostruttiva.
Mi sembra che tra gli scrittori socialisti europei sia quello che è riuscito, senza scendere a
particolari, senza la pretesa di ipotizzare l'avvenire, a darci il quadro più realistico, e
problematico, della società futura. Merlino affronta i problemi costruttivi di una società. La
risoluzione di questi problemi si ha nel quadro di un'organizzazione che è opera diretta degli
individui e delle associazioni.
Come vedi il posto di Merlino nell'anarchismo? In particolare, dopo la svolta del '97, vi è stata a
tuo avviso un'eredità di Merlino nel pensiero anarchico, un contributo, un'influenza dall'esterno
sull'evoluzione del movimento, e su Malatesta? Malatesta aveva una personalità propria. Direi
che non si può parlare di un'influenza di
Merlino, se non in quanto c'è stata fra i due, per non pochi anni, una perfetta concordanza su
molti punti: tanto che Malatesta non esitò a riconoscere, nell'articolo dedicato all'amico
scomparso, e inserito nell'Almanacco libertario ginevrino del 1931, che le critiche di Merlino a
certi atteggiamenti teorici e pratici del movimento anarchico erano spesso giustissime. E c'è,
comunque, una sostanziale affinità etico-politica fra loro: basta pensare alla comune profonda
avversione per il giacobinismo e per il terrorismo. Per quanto riguarda il valore intellettuale, li
metterei sullo stesso piano. Merlino aveva una
capacità analitica e sintetica, mentre Malatesta aveva soprattutto una capacità di sintesi. Non
aveva la pazienza dell'analisi. Merlino aveva tutto il temperamento e la tempra dello scienziato,
come gli riconosce il Michels. Il contributo di Merlino all'anarchismo consiste nella valorizzazione
in esso dell'aspetto
socialista. Questo è l'apporto importante: Merlino ha aiutato l'anarchismo ad essere più
socialista. E ad essere anche più concreto. Merlino aveva un grande senso della concretezza e
dei problemi. Un temperamento come Salvemini, il quale negli anni tardi della sua vita conobbe
e apprezzò moltissimo gli scritti di Merlino. Merlino fu anarchico nel periodo in cui
esserlo era un modo di essere socialista. Merlino è
passato da un tipo di socialismo anarchico a un socialismo di tipo liberale. La matrice è sempre
stata socialista. Un socialismo di tipo liberale che conserva la sostanza libertaria
dell'anarchismo. Ho un foglietto, di suo pugno, in cui c'è scritto "democrazia=anarchia". È il
concetto di Proudhon. Il potere di tutti in generale equivale al potere di nessuno in particolare.
A tuo avviso perché Merlino ha abbandonato l'anarchismo? Evidentemente non trovava
più nell'anarchismo la rispondenza alle sue idee. Merlino non aveva
le preoccupazioni del militante. Malatesta sentiva il problema di tenere insieme quel po' di
movimento che esisteva; per questo minimizzava i contrasti tra individualisti e socialisti, e
arrivava talvolta a sostenere che in fondo tra le due correnti le differenze non erano notevoli.
Non è vero. Malatesta in questi passi non è affatto convincente. Anche per Fabbri, malatestiano
convinto, che fu molto amico del Merlino e ne risentì l'influenza, la differenza era di sostanza.
Merlino non aveva le preoccupazioni del militante, il suo atteggiamento era diverso. Era lo
studioso, il ricercatore.
Ritieni che si possa sostenere che Merlino ha lasciato l'anarchismo perché a suo avviso il
movimento anarchico non era all'altezza dell'anarchismo, oppure perché riteneva ormai che in
ogni caso l'anarchia fosse un'utopia irrealizzabile, e che quindi bisognava correggere il tiro? Penso di
sì. C'è del vero in entrambe le affermazioni. Il senso del concreto prevale in Merlino.
A tuo avviso il riavvicinamento al movimento anarchico che Merlino attuò nell'ultimo periodo
della sua vita, dal 1920, con la collaborazione a Umanità Nova e poi a Pensiero e
Volontà, trova
una spiegazione nell'isolamento in cui egli si trovava dopo la delusione nel PSI, oppure si trattava
dell'intuizione che esistevano ancora potenzialità nel movimento anarchico, e che con
un'opportuna revisione esso poteva di nuovo assolvere a una sua funzione? La preoccupazione dominante
di Merlino è sempre quella di raccogliere e di unire le forze.
Unire sul piano pratico. Anche dopo il '20. Propone un accordo tra i socialisti, gli anarchici, e i
repubblicani che si dichiaravano collettivisti. Dice: "i problemi teorici ci dividono, i problemi
pratici ci uniscono. Discutiamoli questi problemi". Non siamo di fronte a un ritorno di Merlino
all'anarchismo. È un riavvicinamento, come
militante di sinistra, nella crisi italiana del primo dopoguerra, ma i dissensi ideologici di fondo
permangono. In questo caso poi hanno influito notevolmente le amicizie con Malatesta e Fabbri.
Conta anche il dato biografico, affettivo. Il fatto che il dissenso teorico non abbia per nulla
alterato l'amicizia, durata tutta la vita, tra Malatesta e Merlino, è una prova evidente della loro
superiore formazione spirituale. Merlino in fondo sentiva sempre, dentro di sé, i valori della sua
giovinezza. Non li aveva certo rinnegati. Merlino ritenne di superare l'anarchismo con una
concezione più aderente alla realtà delle cose, e ha considerato fino alla fine la componente
libertaria come una componente fondamentale del socialismo. Il socialismo è libertario,
o liberale che dir si voglia, o non lo è. Non bisogna fermarsi sulle
definizioni rigide.
Potresti spiegare il concetto di democrazia in Merlino? Si trova interamente, oltre che in altri testi,
nelle due lettere su "Stato e Non-Stato" che Merlino
scrisse a Pensiero e Volontà nel 1926 e che Fabbri pubblicò facendole seguire da un
proprio
commento. Il problema è posto nei termini di una critica all'anarchismo su due punti
fondamentali: 1) La questione del diritto, ossia della necessità di norme in ogni società, e della
difesa sociale nei confronti dei possibili trasgressori. Merlino propone di risolvere tale
problema con organismi appositi, corpi istituiti a tale scopo (parla di un servizio organizzato
localmente, non una polizia che dipenda da un potere centrale). Su questo punto fondamentale
Merlino strappa a Fabbri l'importante concessione che una società, per quanto libera, non può
fare a meno di un minimo di forza. Malatesta e Fabbri propendono per una difesa di massa, sia
nei confronti dei nemici interni, sia di quelli esterni. Merlino sostiene che ciò è impossibile, oltre
che potenzialmente più ingiusto, e che viene il momento di specializzare la funzione. 2) L'altro
punto riguarda l'amministrazione in generale della società, l'organizzazione dei grandi interessi
collettivi. Anche qui Merlino propone organi delegati all'assolvimento di alcune funzioni
fondamentali. Egli insiste molto sul fatto che coloro che svolgono tali funzioni, gli
amministratori, devono essere i servi degli amministrati. Mi sembra che da parte di Fabbri ci sia
una certa vicinanza alle posizioni di Merlino, e che tenda a minimizzare i contrasti, anziché
approfondirli.
Merlino è stato il primo revisionista del marxismo. Secondo te, questo ha avuto qualche
influenza sul suo abbandono dell'anarchismo? No, assolutamente. È una cosa a sé.
Conciliava benissimo il persistere delle sue convinzioni
anarchiche con la critica del marxismo. Non è lì il punto. Fin dal 1889, Merlino appunta le sue
critiche sul collettivismo della socialdemocrazia tedesca. C'è un punto profetico in cui afferma:
"il comunismo o collettivismo marxista sarebbe lo status quo toltone il capitalista, e aggiuntavi
la burocrazia". I bolscevichi in Russia, quando sono arrivati al potere, si sono limitati ad
applicare il sistema teorizzato dalla socialdemocrazia tedesca. Merlino lo dice esplicitamente
nella sua opera postuma Il problema economico e politico del socialismo; confutando l'opuscolo
di Bucharin L'ABC del comunismo, si riallaccia alla critica che già aveva esposta nel 1897/98
con Pro e contro il socialismo e L'utopia collettivista. Ritrova nei bolscevichi il piano
unico di
produzione e di scambio. La matrice del collettivismo burocratico è nella socialdemocrazia
tedesca, nel libro di Bebel La donna e il socialismo, che era quasi diventato la Bibbia del
socialismo europeo. Del resto, lo stesso Marx aveva detto che le funzioni economiche saranno
ordinate e guidate da un posto centrale, per un ambito il più ampio possibile, secondo un piano
unitario gigantesco. Merlino è stato un critico molto più severo della socialdemocrazia tedesca
che dell'anarchismo. Senza voler togliere alcun merito a Bruno Rizzi, c'è da precisare che
Merlino aveva già visto molti anni prima la degenerazione burocratica del
collettivismo. È interessante sapere che il revisionismo di Merlino precedette di quasi un
decennio quello di
Bernstein; e che quando egli, nel 1891, iniziò con alcuni articoli apparsi sulla rivista belga La
Société Nouvelle, la critica delle teorie economiche di Marx, anche gli anarchici, che avevano
accettato acriticamente quelle teorie, se ne meravigliarono.
Potremmo dire che Merlino ha capito che il socialismo non è il prodotto di uno sviluppo storico
inarrestabile come sosteneva Marx, ma è mosso da un'idea di giustizia come voleva
Proudhon? Esattamente. In Merlino abbiamo un socialismo etico fondato su una teoria della giustizia da
lui
ampiamente elaborata in Pro e contro il socialismo. Il socialismo è l'idea-forza di giustizia nel
suo continuo divenire. C'è un dato volontaristico. Un socialismo etico-giuridico, profondamente
volontaristico, e in questo profondamente libertario. Inoltre ha molta importanza nel suo modo
di concepire il socialismo la netta distinzione che egli fa tra l'essenza del socialismo e le forme
immaginate per la sua attuazione, ammonendo che le forme del socialismo possono essere usate
per distruggerne l'essenza. E mi sembra che i fatti gli abbiano dato ragione.
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