Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 4 nr. 28
aprile 1974


Rivista Anarchica Online

Gli anarchici e il movimento operaio

La storia dell'anarchismo, checché ne dicano i suoi detrattori, è sempre stata intrecciata con la storia del movimento operaio e contadini, il suo progetto rivoluzionario si è sempre nutrito della lotta di classe degli sfruttati contro gli sfruttatori, degli oppressi contro gli oppressori.. L'anarchismo, la sua etica, i suoi fini ed i suoi mezzi, seppure universalmente validi perché umani, sono nati e si son sviluppati dalla millenaria volontà di emancipazione degli schiavi, dei servi della gleba, dei proletari e dal loro costante rifiuto della disuguaglianza e nella cosciente maturazione rivoluzionaria di questo rifiuto ripone le sue speranze di realizzazione.
I marxisti hanno definito l'anarchismo a volte fenomeno piccolo borghese, a volte proletario, a volte, insieme e contraddittoriamente, piccolo-borghese e sottoproletario. La prima definizione è semplicemente un insulto senza alcuna base storica e sociologico. Le seconda definizione è falsa in quanto, se è vero che l'anarchismo fa sua la ribellione non solo dei proletari ma anche quella dei sottoproletari, cioè degli emarginati, degli strati più umili e bassi della piramide sociale (che in talune situazioni socio-economiche sanno esprimere una fortissima carica eversiva), è pur anche vero che l'anarchismo, dalla sua nascita come movimento storico determinato ad oggi, quando e dove ha assunto dimensioni rilevanti e peso decisivo per brevi e lunghi periodi, s'è manifestato come espressione rivoluzionaria del proletariato urbano e rurale e delle sue tendenze egualitarie e libertarie. Lavoratori erano gli anarchici che a decine di migliaia hanno costituito il nerbo dei sindacati rivoluzionari, lavoratori erano i valorosi ed umili militanti che ha decine di migliaia hanno scritto la storia dell'anarchismo, con la loro lotta di agitazione e propaganda, con l'esemplarità della loro coerenza, con milioni di anni di galera, con migliaia di impiccati, fucilati, garrotati, ghigliottinati... Minatori, orologiai, tipografi, marinai, braccianti, falegnami, muratori, meccanici, calzolai, elettricisti... questi i "piccolo-borghesi" dell'anarchismo.
L'anarchismo è nato con il movimento operaio, infatti, seppur i valori di libertà e di uguaglianza su cui si basa affondino, come s'è detto, le loro radici nella storia millenaria delle rivolte umane, l'anarchismo come movimento storico nasce cento anni fa dall'ala antiautoritaria dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori (la cosiddetta Prima Internazionale) e le sue prime affermazioni sono le prime affermazioni del movimento operaio nei Paesi latini (e non solo in essi).
Distrutto dalla violenza statale e padronale e "sconfitto" (apparentemente) dal socialismo autoritario e riformista, ritorna alla ribalta agli inizi del secolo riorganizzando in forme libertarie e con fini rivoluzionari le più combattive minoranze proletarie (anarcosindacalismo). Negli anni '20 e '30 di nuovo la presenza anarchica nel movimento operaio subisce una regressione fortissima per la concomitanza di violente repressioni (fascismo in Italia e Germania, regimi militari in Argentina e altrove) e della "concorrenza" del socialismo parlamentare e del socialismo riformista, cui si è aggiunto il fascinoso mito bolscevico della "vittoriosa" rivoluzione russa.
Solo in Spagna l'anarcosindacalismo resiste a tutte le bufere repressive, a tutti i tentativi di infiltrazione autoritaria ed alla concorrenza riformista, difendendo e rafforzando nel proletariato spagnolo un alto livello di creatività e di combattività, di volontà rivoluzionaria e di spirito libertario, che darà i suoi frutti nella splendida sfortunata epopea del 1936.
La sconfitta della rivoluzione spagnola per "merito" della forza militare fascista e del tradimento controrivoluzionario dei comunisti e dei socialisti, dopo tre anni di guerra civile, un milione di morti, centinaia di migliaia di esuli, segna il fallimento dell'ultimo "sogno" rivoluzionario della prima metà del secolo. Il socialismo ed il sindacalismo rivoluzionari, sia nelle versioni libertarie (anarchismo ed anarcosindacalismo) sia nelle versioni più o meno autoritarie, dopo d'allora e sino ai nostri giorni non riescono più a trovare espressioni di massa. La storia del movimento operaio sembra alternare periodi in cui una tensione rivoluzionaria pervade forti minoranze (altri direbbe "avanguardie"), a periodi in cui l'utopia riformista ha un sopravvento schiacciante tra gli sfruttati.
In Italia alla fine della seconda guerra mondiale, il Partito Comunista, rinato fortissimo grazie al mito sovietico, grazie ad un paziente lavoro organizzativo durante il ventennio, grazie ad una "sapiente" politica di alleanze, grazie ad un coraggioso intelligente contributo alla resistenza, grazie alla passività gregaria instillata nel popolo italiano dal fascismo, condiziona pesantemente la parte più politicizzata del movimento operaio, sia direttamente come partito, sia indirettamente attraverso la C.G.I.L. Esso, attraverso un poderoso ma efficiente apparato burocratico (sia partitico che sindacale), riesce a controllare per oltre un ventennio la combattività degli operai e dei contadini, inserendola in un contesto politico e sindacale di compromessi, ed in un contesto organizzativo gerarchico e pesantemente autoritario.
In questa situazione gli anarchici che rappresentano nel modo più coerente e storicamente "legittimo" il popolo rivoluzionario ed antiautoritario del socialismo, l'alternativa alla manipolazione delle masse ed al compromesso con il sistema, non riescono a ritagliarsi che "ristrettissimi" spazi nel movimento dei lavoratori. Gli anarchici militano nella C.G.I.L., costituendo una corrente anarcosindacalista che però vive una vita grama e stentata per pochi anni... Gli anarchici tentano di ricostituire un sindacato libertario, che però riunisce solo alcune centinaia di iscritti in pochi centri (Carrara, Genova, ecc.)... Sino alla fine degli anni '60 il movimento operaio italiano sembra avere completamente dimenticato le sue origini libertarie e i sempre meno numerosi militanti anarchici sembrano restare inefficaci depositari di una critica inascoltata al tradimento riformista, al plagio delle masse lavoratrici da parte dei vertici sindacal-partitici, all'abbandono dell'azione e della democrazia dirette.
Poi, nel '67 e '68 e soprattutto a partire dall'ormai mitico autunno del '69, un vento nuovo agita le acque del movimento operaio. Non una bufera, come si illudeva qualche entusiasta frettoloso, ma neppure una brezza passeggera, come dimostra il persistere del fenomeno e dei suoi effetti quattro anni dopo. Rinascono e si sviluppano parallelamente una "nuova" combattività proletaria, "nuove" forme e modi di lotta che sfuggono al controllo delle centrali sindacali, "nuove" richieste egualitarie che contraddicono la politica sindacale sino ad allora prevalente, "nuove" embrionali strutture organizzative di base. Il tutto è nuovo rispetto al ventennio precedente, beninteso, non alla storia del movimento operaio.
Un forte contributo a queste "novità" è portato da milioni di giovani meridionali emigrati al nord con il boom produttivo, ultimo gradino del proletariato industriale ancora scarsamente integrati economicamente ed ideologicamente. Un certo contributo psicologico ed ideologico sembra essere fornito anche dalle lotte studentesche che nella loro fase iniziale hanno uno spiccato carattere libertario e forniscono esempi di azione diretta e di organizzazione antiburocratica.
Da quel famoso autunno caldo ad oggi le tre centrali sindacali hanno saputo riguadagnare terreno, rinsaldando il controllo sulle masse che per una attimo han rischiato di perdere. L'hanno fatto "cavalcando la tigre", come dicono i sinofili, cioè facendo propria (entro certi limiti e demagogicamente) la rabbia proletaria, facendo propria ( entro certi limiti mistificatoriamente) la critica alla degenerazione burocratica delle strutture e le istanze di democrazia diretta e le richieste egualitarie. La tattica scelta dai sindacati è abile ma non priva (per loro) di pericoli. Può darsi che i fermenti della base operaia possano anche essere "soddisfatti" dalle equivoche novità sindacali. Può darsi che riescano a domare la tigre per stanchezza. Ma può anche darsi che la tigre, come ha già fatto in passato, si scrolli di dosso questi cavalieri che tengono le briglie lunghe, più lunghe che in passato, ma non vogliono e non possono mollarle.
Tutto dipende dallo sviluppo che avrà il "disgelo" operaio. Se esso maturerà (se non nelle masse perlomeno in cospicue e combattive minoranze) le ancor fragili "riscoperte" libertarie ed egualitarie a consapevoli volontà rivoluzionarie di emancipazione, la tigre non si lascerà cavalcare a lungo come un somaro. Un somaro imbizzarrito, magari, ma sempre un somaro.
L'azione degli anarchici, in questo contesto operaio, è stata negli ultimi anni e sarà nei prossimi naturalmente volta, in ogni occasione, e nella misura delle loro forze (esigue ma in netta ripresa) a sostenere e chiarire e sviluppare quanto di egualitario e di libertario e di rivoluzionario andavano e vanno esprimendo le lotte proletarie, contro i capitalisti e contri i padroni di stato, contro i burocrati delle centrali sindacali e contro gli aspiranti burocrati dei partitini marxisti-leninisti. Gli anarchici sono stati e sono presenti in comitati ed organismi operai extra-sindacali... e li hanno contestati e li contestano; gli anarchici sono presenti come delegati nei consigli di azienda... e li contestano e li hanno contestati, in un mosaico spaziale e temporale di posizioni solo apparentemente contraddittorie, ma in realtà coerenti dell'unica vera coerenza, quella tra mezzi e fini di chi vede costantemente la lotta di classe come "scuola" rivoluzionaria degli sfruttati. La vera contraddizione è in questi organismi, che possono essere insieme e sono (ma in diversa misura nelle diverse realtà e situazione) strumento d'autogestione delle lotte e di recupero autoritario.