Rivista Anarchica Online
L'anarcosindacalismo
Nel primo decennio del secolo, accanto alle grandi centrali sindacali
riformiste ed autoritarie si svilupparono in
quasi tutti i Paesi del mondo occidentale delle organizzazioni operaie che si rifacevano ai principi del
sindacalismo rivoluzionario. La corrente più importante all'interno di queste organizzazioni
sindacali fu senz'altro
l'anarcosindacalismo, il modo cioè con cui un gran numero di militanti anarchici intesero la
struttura e la funzione
del sindacato. Proprio sull'onda di questa esplosione sindacalista-rivoluzionaria, il movimento anarchico
riacquistò nuova vitalità ed un'ampia udienza popolare, dopo oltre un ventennio di crisi
e di isolamento. Se dal
canto suo l'anarchismo permeò del suo spirito libertario ed antiburocratico l'organizzazione
sindacale,
infondendole nel contempo la sua volontà rivoluzionaria, il sindacalismo rivoluzionario dal canto
suo contribuì
a questa rinascita popolare dell'anarchismo mettendogli "a disposizione" organizzazioni operaie e
contadine
disposte ad ascoltare il discorso egualitario e libertario. L'importanza dell'attività sindacale
rivoluzionaria fu dapprima sentita in Francia. Già alla fine del secolo scorso,
Pouget e Pelloutier, anarcosindacalisti della prima ora, incitarono tutti i libertari ad entrare in questi
organismi
operai per portarvi il loro originale contributo. I centri di maggiore influenza sindacalista-rivoluzionaria
furono,
in Francia, Le Bourses du Travail (dalle quali trarranno esempio le nostre Camere del
Lavoro) e quando la
federazione delle Bourses entrerà nella Confederation Generale des Travailleurs
(C.G.T.), nel 1902, porterà
per alcuni anni il sindacato su posizioni rivoluzionarie e libertarie. Era convinzione degli
anarcosindacalisti francesi, che spontaneamente la classe lavoratrice avrebbe spinto nel
senso desiderato dagli anarchici l'organizzazione sindacale; in questa prospettiva si erano associati con
i socialisti
autoritari in un unico organismo: ben presto faranno le spese di queste alleanze impossibili. Nel 1920 una
prima
scissione, tra riformisti e rivoluzionari, porta alla nascita della C.G.T.U. (C.G.T. Unificata) di tendenza
rivoluzionaria, mentre la C.G.T. cade nelle mani dei riformisti. Poco dopo un'altra scissione (1922)
divide
autoritari e libertari, ai comunisti resterà la C.G.T.U. e gli anarcosindacalisti formeranno un'altra
centrale
sindacale, la C.G.T.S.R. (C.G.T. Socialiste Rivoluzionaire) che conta all'atto di costituzione 100.000
aderenti. La storia della C.G.T. francese è emblematica non solo perché ha tracciato
dei confini precisi tra modi diversi di
fare il sindacalismo, ma anche perché è stato il primo sindacato rivoluzionario che ha
subito "infiltrazioni"
autoritarie al suo interno. Questa tattica, usata soprattutto dai comunisti di osservanza moscovita, di
conquistare
burocraticamente il sindacato, provocò la paralisi delle organizzazioni rivoluzionarie. Uno
dei principali motivi per cui l'I.W.W. statunitense (Industrial Workers of the World) si estinse, fu proprio
lo scontro all'interno dell'organizzazione tra anarcosindacalisti e sindacalisti autoritari. Nata nel 1905,
questa
organizzazione si era costituita grazie alla forte immigrazione di lavoratori europei. Il suo scopo era di
tutelare
i diritti degli immigrati, estranei alle organizzazioni sindacali già esistenti negli U.S.A., e, in
genere, dei lavoratori
non specializzati che non trovavano spazio nei sindacati più importanti com la A.F.L., che
organizza al suo
interno solo i lavoratori qualificati. La I.W.W. non ebbe una diffusione capillare nel territorio
statunitense, né
un numero di aderenti molto alto, (nel 1920 alla prima riunione dell'A.I.T., alla quale non poté
aderire per il veto
della corrente comunista, contava 100.000 aderenti), tuttavia benché non abbia mai superato di
molto il livello
dei centomila iscritti, il totale complessivo superò, in vent'anni di attività, il
milione. Infatti la particolarità dell'I.W.W. consisteva nel polarizzare l'attenzione dei
lavoratori soprattutto nei momenti
di lotta accanita, registrando temporanei ristagni nei brevi momenti di tregua sociale. Con vicende
abbastanza simili, fiorirono nello stesso periodo diversi altri sindacati rivoluzionari, dove tuttavia
la componente anarcosindacalista non era preponderante. Attraverso alle adesioni alla assemblea dei
sindacati
rivoluzionari, a Berlino nel 1922, si può rilevare una mappa abbastanza completa del
sindacalismo rivoluzionario:
oltre la F.O.R.A. argentina, la C.N.T. spagnola, l'U.S.I. italiana e la S.A.C. svedese (delle quali diamo
a parte
bravi profili), aderirono all'I.W.W. cilena, con 20.000 iscritti; la F.A.U.D. tedesca con 120.000 iscritti;
il National
Arbeids Secretariaat olandese con 22.500 iscritti; la C.N.T. messicana con 30.000 iscritti; la C.N.T.
portoghese
con 150.000 iscritti; alcune piccole federazioni danesi e norvegesi (in tutto 3.600 iscritti). Erano presenti
oltre
la C.G.T.S.R., in qualità di osservatori, altre piccole federazioni europee ed un piccolo gruppo
di
anarcosindacalisti russi. Tuttavia la fondazione dell'internazionale sindacale rivoluzionaria (A.I.T.),
anziché
essere un punto di partenza per il sindacalismo rivoluzionario, segnò cronologicamente il punto
del suo massimo
sviluppo complessivo. Negli otto anni successivi sparirono tutte le organizzazioni rivoluzionarie, tranne
la S.A.C.
svedese e la C.N.T. spagnola, strangolata poi nel 1939 dalla vittoria militare franchista. Tutte le altre
centrali
sindacali rivoluzionarie saranno e sono (quelle che ancora oggi sopravvivono) l'ombra di se stesse,
continuando
un'esistenza puramente nominale.
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L'internazionale anarcosindacalista
Principali organizzazioni aderenti all'A.I.T. e loro consistenza (nel 1922):
U.S.I. (Italia) 500.000 iscritti
F.A.U.D. (Germania) 120.000 iscritti
C.N.T. (Spagna) 700.000 iscritti
F.O.R.A. (Argentina) 200.000 iscritti
S.A.C. (Svezia) 32.000 iscritti
C.G.T.S.R. (Francia) 100.000 iscritti
Nel 1922 si costituì (con un congresso a Berlino) l'Associazione Internazionale dei
Lavoratori (A.I.T.).
L'A.I.T., che si ricollegava idealmente alla Prima Internazionale, nasceva in contrapposizione sia
all'internazionale social-riformista (F.S.M.) sia alla neonata internazionale di osservanza moscovita
(I.S.R.).
Alla costituzione dell'A.I.T. parteciparono organizzazioni anarcosindacaliste e sindacaliste rivoluzionarie
di
vari Paesi, in rappresentanza di quasi due milioni di iscritti. L'A.I.T., che tuttora sopravvive,
rappresentò una
reale forza rivoluzionaria internazionale solo negli anni '20. Delle organizzazioni ad essa aderenti (e di
quelle
che ad essa facevano riferimento, come l'I.W.W. statunitense, pur senza aderirvi), solo la C.N.T.
spagnola
continuò a svilupparsi sino a contare nel '36, alla vigilia della rivoluzione, un milione di aderenti.
La S.A.C.
svedese vide un lento declino (da cui si riprese solo un decennio fa) di forza e di combattività.
Le altre
organizzazioni, per vari motivi (fra cui prevalentemente le violentissime persecuzioni) si ridussero a
poche
migliaia di militanti.
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La F.O.R.A.
Oltre mezzo milione di anni di carcere inflitti ai suoi aderenti, più di 5.000 morti lasciati sul
campo delle lotte
sociali possono dare un'idea della attività svolte dalla Federation Obrera Regional
Argentina, in quarant'anni
di vita. Danno anche la misura della repressione sempre violenta che accompagnò l'azione
rivoluzionaria di questa
organizzazione anarcosindacalista. Costituita nel 1901, la F.O.R.A. fu il primo sindacato
rivoluzionario del continente americano, nato come quasi
tutti i sindacati americani a seguito dell'immigrazione massiccia di lavoratori europei, soprattutto italiani,
a cavallo
dei due secoli. Gli operai ed i contadini europei, sbarcati in cerca di fortuna, importarono oltre la loro
forza
lavoro, anche le idee rivoluzionarie del vecchio continente, "contagiando" anche i lavoratori indigeni con
la nuova
idea dell'organizzazione sindacale. Il suo sviluppo fu abbastanza discontinuo, segnando con alti e bassi,
i
momenti di maggiore repressione ed i pochi anni in cui poté liberamente svilupparsi. Nonostante
le persecuzioni
non scese mai al di sotto dei 40.000 iscritti e viceversa toccò spesso punte di centinaia di
iscritti. Quando si costituì, prese il nome di Federation Obrera Argentina, solo
più tardi assumerà l'appellativo di
F.O.R.A. collegandosi nel contempo con altre organizzazioni anarcosindacaliste americane nel tentativo
di creare
una struttura internazionale nell'America Latina. Stretti contatti ebbe, ad esempio con la Federation
Obrera
Regional Uruguayana (F.O.R.U.). Già alla nascita la sua tendenza anarcosindacalista era
evidente, nonostante
l'adesione dei socialisti. Quando questi vedranno fallire il loro tentativo di portarla su posizioni
autoritarie e riformiste, usciranno
dall'organizzazione. Tenteranno in altre occasioni di fondersi per mutare l'indirizzo rivoluzionario e
libertario,
ma non vi riusciranno mai. La F.O.R.A. rimarrà sempre apartitica ed antiparlamentare,
costituendo
un'organizzazione abbastanza particolare all'interno del quadro anarcosindacalista: essa riunì
all'interno
dell'unica struttura sia il "movimento specifico", sia il "movimento di massa", l'anarchismo e
l'anarcosindacalismo. Questo naturalmente provocò non pochi problemi, ad esempio, per
l'adesione alla F.O.R.A.
(in quanto sindacato) di organizzazioni favorevoli al sindacalismo rivoluzionario, ma non
all'anarchismo. La presenza della F.O.R.A. si estese a buona parte dell'Argentina, sia nelle poche
industrie, sia nelle campagne:
la sua lotta fu caratterizzata non solo per l'attacco frontale al capitalismo nascente, ma anche per gli
scontri con
i latifondisti e, verso la fine della sua attività, contro l'imperialismo nord americano, che in quegli
anni cominciava
a gettare le basi per la sua supremazia nell'America Latina. La F.O.R.A. ebbe anche un'intensa
attività editoriale, pubblicava infatti un proprio organo "Organizacion
Obrera" ed inoltre il quotidiano anarchico "La protesta" ne era un organo semiufficiale. Ma la sua stampa
si
basava soprattutto su numerosi giornali sindacali di mestiere. Questo verso il 1930, dopo un periodo
di stasi, aveva di nuovo superato i centomila iscritti e stava rapidamente
aumentando di forza, la sua combattività era tale che il suo ulteriore espandersi fu uno dei motivi
per cui i padroni
argentini si affidarono al generale Urumburu, come quelli italiani si erano affidati a Mussolini. Attraverso
il
meccanismo del colpo di stato e della successiva repressione, la borghesia argentina riuscì a
soffocare la spinta
rivoluzionaria in un bagno di sangue. Anche se non ufficialmente, la F.O.R.A. si sfaldò di fatto
definitivamente
dopo il 1930: alla prima sanguinosa repressione, ne seguirono altre ancora negli anni successivi che
videro una
serie di colpi di stato militari, nella migliore tradizione argentina. Furono questi gli anni che, per la feroce
repressione antioperaia e antisindacale, vennero chiamati "decada tragica" (decennio
tragico). Poi venne il
peronismo con la sua centrale sindacale unica di stato la C.G.T.
L'U.S.I.
Quando nel 1906 si costituì la C.G.L., una parte non indifferente dei lavoratori organizzati
rifiutò la struttura e
la politica di questo sindacato e si pose nella prospettiva di fondare un'organizzazione che rispondesse
ai principi
del sindacalismo rivoluzionario. Si costituirono dapprima in un Comitato di Azione Diretta, a cui
aderirono già
200.000 lavoratori, e attraverso tre congressi chiarirono una loro linea sindacale, sia nella struttura interna
sia
nella pratica di lotta, che li differenziò totalmente dalla C.G.L. Nel novembre del 1912, a
Modena, si celebrò il congresso costitutivo del nuovo sindacato che prese il nome di
Unione Sindacale Italiana. L'U.S.I. ebbe una rapida espansione soprattutto nelle zone
dell'Italia centrale: Emilia Romagna, Toscana e
Marche, ma lentamente la sua influenza si spinse anche al sud, presso i contadini meridionali, dove la
stessa
C.G.L. aveva sempre avuto grosse difficoltà di inserimento e poca estensione. Anche
nell'industria la tendenza
rivoluzionaria dell'U.S.I. darà risultati positivi. Ad esempio nel 1920, dopo solo otto anni di
attività sindacale,
conterà 100.000 lavoratori nella zona industriale da Voltri a Sestri, soprattutto nelle industrie
metallurgiche. Negli anni che vanno dal Comitato di Azione Diretta alla prima guerra mondiale,
l'U.S.I. raccoglie non solo gli
anarcosindacalisti, ma anche alcune frange rivoluzionarie marxiste, nettamente minoritarie, che non si
sono
inserite nella C.G.L. (ad esempio Di Vittorio, poi leader della C.G.I.L.) e i "sindacalisti
rivoluzionari" di
ispirazione soreliana. In due ondate successive (nel 1911 per le guerre coloniali e nel 1914 per la I guerra
mondiale) i sindacalisti soreliani vengono espulsi dall'U.S.I. per il loro interventismo sedicente
rivoluzionario.
Dal canto suo, invece, l'U.S.I., profondamente influenzata dall'antimilitarismo anarchico, si
batterà sempre contro
il militarismo e le mire guerrafondaie dello stato e della classe borghese. E' in questa prospettiva che
l'U.S.I. affianca il movimento anarchico, nella propaganda insurrezionale
antimilitarista che culmina nelle epiche giornate del giugno 1914 (la "settimana rossa"). In quel clima
acceso
esplode l'attitudine rivoluzionaria dell'U.S.I., i cui aderenti scendono nelle piazze spingendo verso
soluzioni
radicali la sommossa popolare. Proprio in queste giornate si manifesta, in contrapposizione, la natura
controrivoluzionaria della C.G.L.. Sia ben chiaro che "controrivoluzionaria" non è un insulto,
ma un giudizio
storico, giacché la C.G.L. era dichiaratamente riformista, non voleva la "rivoluzione",
bensì usava la sua influenza
sui suoi iscritti per riportare "l'ordine sociale" ed acquistare così maggior potere di contrattazione
con lo stato
e con i padroni. Con lo scoppio della guerra, le possibilità di azione dell'U.S.I. sono
sensibilmente ridotte: i suoi maggiori attivisti
vengono mandati al confino, molti militanti sono richiamati al fronte, molti ancora disertano, costituendo
un
considerevole movimento di protesta, di sfida e di esempio antimilitarista. Durante la guerra, mentre
la C.G.L. entra nei Comitati di Difesa Industriale, costituiti dal governo in funzione
antisciopero e antisabotaggio (non dai nemici di guerra, ma dai nemici di classe), l'U.S.I. continua la sua
campagna antimilitarista e la sua azione sindacale rivoluzionaria, perfettamente espressa nella frase di
Galleani
"Contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione sociale". Nel dopoguerra l'U.S.I., come gli altri
sindacati, conosce un aumento sensibile dei propri iscritti che raggiungono
le 500.000 unità. Tuttavia la forza dell'U.S.I. consiste non solo negli aderenti, ma anche nella
larga influenza
presso la classe lavoratrice che tocca in quegli anni (1919-1920, il "biennio rosso") l'apice della tensione
rivoluzionaria. L'esempio più clamoroso della volontà rivoluzionaria dei lavoratori
italiani è certamente l'occupazione delle
fabbriche, nel settembre del 1920. Solo pochi giorni prima, il 17 agosto, il convegno nazionale delle
organizzazioni metallurgiche aderenti all'U.S.I., nella mozione conclusiva, dichiara che per resistere e
vincere
la resistenza padronale "è necessario ricorrere (...) alla simultanea e generale occupazione delle
fabbriche da parte
degli operai". E' chiaro come in quei giorni di lotta rivoluzionaria, l'U.S.I. fosse sempre in prima fila.
Inutilmente
Umanità Nuova, quotidiano anarchico, scrive in quei giorni: "Metallurgici! Qualunque cosa
stiano decidendo i
"dirigenti" non abbandonate le fabbriche, non deponete le armi". La C.G.L. ed il partito socialista
prendono invece precisi accordi con il governo ed il padronato per far rientrare
la lotta in obiettivi puramente sindacali, spezzando il fronte rivoluzionario dei lavoratori. Disillusi,
disorientati
ed amareggiati i lavoratori abbandonano le fabbriche e con esse la volontà e la fede
rivoluzionaria: il riformismo
della C.G.L. e del partito socialista apre le porte del fascismo. Intanto, il 21 ottobre il consiglio
nazionale dell'U.S.I. viene arrestato: al momento delle trattative per la
disoccupazione l'U.S.I. si era rifiutata di partecipare, al contrario della C.G.L., e paga la sua coerenza
rivoluzionaria con l'arresto del consiglio nazionale. La repressione statale prima, quella fascista dopo,
stroncheranno l'U.S.I., che dopo aver vissuto qualche anno nell'esilio, in Francia, si
estinguerà.
La C.N.T.
In tutti e Paesi nei quali si svilupparono le organizzazioni sindacali rivoluzionarie, queste rimasero
sempre delle
minoranze rispetto alle centrali sindacali riformiste. L'unica nazione che conobbe un sindacato
rivoluzionario
maggioritario fu la Spagna, in cui lottò per quasi un trentennio la Confederacio Nacional del
Trabajo, di netta
ispirazione anarcosindacalista. La C.N.T. spagnola fu anzi uno dei pochi sindacati che si liberò
senza traumi delle
frange socialiste e comuniste e che dichiarò programmaticamente, nel congresso del 1919 a
Madrid, che "la sua
finalità è il raggiungimento del comunismo anarchico". Accanto all C.N.T., agì
nel 1927 la Federation Anarquica
Iberica, l'organizzazione anarchica specifica, che raggiunse i 30.000 membri nel 1936. Costituita nel
1910, la C.N.T. dimostrò subito la sua attitudine rivoluzionaria con una serie di scioperi violenti
che la costrinsero a ricorrenti periodi di clandestinità. In breve tempo la C.N.T. ebbe uno
sviluppo notevolissimo, nel 1919 contava più di 700.000 membri. Il suo centro
di maggiore influenza fu certamente la Catalogna e particolarmente Barcellona, la più importante
città industriale
della Spagna. L'arma di lotta sindacale più usata e propagandata dalla C.N.T. fu lo sciopero
generale insurrezionale, in
contrapposizione, tra l'altro, alle contrattazioni rinunciatarie e burocratiche della U.G.T., la centrale
sindacale
social-riformista. A rendere possibile la diffusione generalizzata dello sciopero contribuiva anche il
legame di
solidarietà che animava i lavoratori cenetistas: dalla rivendicazione locale spesso
gli scioperi coinvolgevano tutta
la Spagna, paralizzando tutti i settori lavorativi, con lo sciopero della "Canadienses" nel 1919, uno dei
più riusciti
della C.N.T. Vi era negli anarchici spagnoli una chiara volontà di trasformare ogni lotta sindacale
in attacco
all'intero sistema di sfruttamento e di oppressione. Così, ad esempio, nello sciopero del 18
gennaio 1932, nelle
miniere di Alto Llobragat e Cardoner, gli scioperanti, dietro la spinta della locale sezione C.N.T.,
abolirono la
proprietà privata e la moneta ed instaurarono il comunismo libertario. Quando raggiunse nel
'19 le 700.000 unità, la sua forza (in quell'anno, la C.N.T. pubblicava ben sei
quotidiani!)
preoccupò non poco padroni e stato, che con una azione combinata, le scatenarono contro una
sanguinosa
offensiva. Sono gli anni ('19-'23) del cosiddetto "terrorismo bianco", in cui pistoleros
prezzolati tesero centinaia
di agguati mortali contro attivisti cenetistas, con la connivenza della polizia. Naturalmente
questa repressione
sanguinosa lasciò traccia nell'organizzazione rivoluzionaria, che ne uscì sfibrata e
impossibilitata a combattere
validamente il golpe militare di Primo de Rivera nel 1924. Ritornata in
clandestinità, la C.N.T. continua la lotta
contribuendo alla caduta della dittatura nel 1930 con una serie di scioperi generali. Gli anni dal '30
al '35 sono anni di intensa preparazione da parte della C.N.T. La Catalogna in particolare, come
roccaforte cenetista, diventa il cuore rivoluzionario della Spagna. Quando il 19 luglio si
sparge la notizia del
pronunciamento militare la C.N.T., attraverso la radio, lancia subito un appello al proletariato spagnolo
per uno
sciopero generale insurrezionale. Gli operai di Barcellona scendono nelle piazze, alzano le barricate,
circondano
le caserme e disarmano i rivoltosi fascisti: prima ancora che il governo repubblicano alla la
possibilità di reagire,
i lavoratori cenetistas hanno schiacciato la rivolta militare. Prendendo esempio dal
proletariato di Barcellona,
Madrid e molte altre città insorgono, facendo fallire il golpe su metà del
territorio nazionale. Comincia una lotta
che durerà tre anni ('36-'39), una lotta sanguinosa che lascerà sul campo più di
un milione di spagnoli: per alcuni
è la guerra civile, per ci cenetistas e gli anarchici è la rivoluzione
sociale. Cinquant'anni di propaganda anarchica e trent'anni di lotta anarcosindacalista avevano
preparato il proletariato
più cosciente alle grandi realizzazioni che avvennero nel '36. Oltre la lotta antifascista al
fronte, nelle industrie della Catalogna gli operai presero in mano direttamente le
proprie fabbriche organizzando autonomamente la produzione, altrettanto si fece nei servizi pubblici:
l'esempio
rivoluzionario si estese anche nel 70% delle industrie del Levante ed in buona parte delle industrie della
Castiglia,
tutti centri d'influenza della C.N.T.. Era l'attuazione pratica dell'autogestione popolare, la stessa che,
propagandata per anni dagli anarchici, era stata accusata di essere solo un sogno
egualitario. Il principio
dell'autogestione non si fermò alle città, ma in breve tempo in Aragona, Levante,
Castiglia, Estremadura, in
Andalusia ed in Catalogna sorsero, spontaneamente organizzate dai contadini, centinaia di
collettività agricole. Passati i primi mesi, però, la rivoluzione sociale, tra i quali
l'azione controrivoluzionaria dei socialisti e dei
comunisti, ma tra i quali anche indubbiamente dei gravi errori da parte dei "dirigenti" anarcosindacalisti
(come
l'aver accettato d'entrare nel governo, contraddicendo platealmente tutta la tradizione
cenetista) si trasforma in
una estenuante guerra di tipo tradizionale, nella quale finiscono per avere la meglio i fascisti per la loro
supremazia militare e per l'aiuto di Hitler e Mussolini. La C.N.T., costretta all'esilio, riesce ancora
a riunire ben 100.000 iscritti, nei primi anni, tra i profughi spagnoli
sparsi nell'Europa e nell'America Latina. Poi, com'è naturale, il lungo esilio logora
progressivamente le sue forze,
mentre nell'Interior i militanti rimasti, sfuggiti alle fucilazioni ed alla galera, continuano la
lotta in clandestinità.
La S.A.C.
L'unico sindacato libertario che sia sopravvissuto alla crisi dell'anarcosindacalismo degli anni '30
è la Svensk
Arbetaren Centralorganisation (S.A.C.) svedese. Il più modesto, numericamente, dei
sindacati libertari, (ma non
insignificante se considerato in proporzione al totale dei lavoratori svedesi), eppure l'unico che sia passato
quasi
indenne dal riflusso che per vari motivi fece sparire le grandi organizzazioni. Né questo è
l'unico aspetto che
stupisce nella S.A.C., infatti proprio nel cuore del "welfare state", nell'espressioni
più riuscita della
socialdemocrazia al governo, ha restituito un tipo di sindacalismo se non proprio rivoluzionario,
certamente
libertario. Molte delle sue vicende e caratteristiche sono simili ai vari sindacati rivoluzionari. Nasce
infatti da una scissione
dell'allora unico sindacato esistente in Svezia, la Lands Organizationen (L.O.), su posizioni di netto rifiuto
della
sua struttura burocratica, della sua politica riformista ed interclassista e della sua subordinazione al partito
socialista. Se da una parte conduce le rivendicazioni con spirito rivoluzionario, mediante l'azione
diretta, internamente la
S.A.C. si struttura in modo libertario ed originale. Rispettando infatti al massimo l'autonomia delle varie
sezioni
aderenti, il nucleo centrale della S.A.C. non è il vertice decisionale del sindacato, ma piuttosto
l'ufficio di
coordinamento tra le varie sezioni, senza alcun potere proprio. Vera struttura operante della S.A.C.
sono le Lokal Samorganisationen, cioè le "comunità locali" degli iscritti
che decidono assemblearmente per tutti i problemi del sindacato ed alle cui direttive deve attenersi
l'ufficio
centrale di Stoccolma. Particolarità di queste "comunità locali" è che al loro
interno sono riuniti tutti i lavoratori
della zona, senza distinzioni di mestiere; è un modo di interessare e rendere partecipi tutti i
lavoratori alle lotte
dei propri compagni, in una visione sempre meno corporativistica. Questo non esclude che in particolari
situazioni
di lotta si formino strutture organizzative settoriali, che però esaurito il loro compito si sciolgono
nuovamente
nelle "comunità locali". Numericamente, come abbiamo detto, la S.A.C. non ha mai
raggiunto i livelli di una C.N.T.: il maggior numero
di iscritti lo ebbe nel 1924, 37.000, livello che mantenne fino alla seconda guerra mondiale. Conobbe
cioè il
periodo di maggior successo proprio negli anni tragici per i sindacati rivoluzionari che cadevano sotto
i colpi delle
dittature fasciste. Al contrario, in Svezia, nel 1932 si istaura un "regime socialdemocratico" che perdura
sino ai
nostri giorni. La S.A.C. subisce invece un netto declino negli anni 50, in corrispondenza del
"boom" economico
svedese che, grazie alla politica seriamente riformista dei socialdemocratici, porta un diffuso benessere
nella classe
lavoratrice. In quegli anni la S.A.C. scende a 16.000 iscritti. Poi, dalla fine degli anni 60, dopo quasi un
ventennio
di pace sociale, si ha una certa ripresa delle lotte operaie (dimostrazione che il "welfare
state" può attenuare
temporaneamente ma non annullare il conflitto di classe) e parallelamente l'anarcosindacalismo svedese
prende
quota, lentamente ma costantemente anno dopo anno. La S.A.C. ha però nel frattempo
pagato anch'essa il suo prezzo alla sonnolenta società del benessere, portandosi
progressivamente su posizioni che solo a fatica si possono ancora definire rivoluzionarie (infatti nel '56
la S.A.C.
viene invitata ad uscire - ed esce - dall'Internazionale anarco-sindacalista). Attualmente la S.A.C. ha
25.000 iscritti e pubblica un settimanale (Arbetaren, il lavoratore) diffuso in oltre
tremila copie, che non è poco, su una popolazione di otto milioni di svedesi.
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