Rivista Anarchica Online
Gli anarchici e il movimento operaio
La storia dell'anarchismo, checché ne dicano i suoi detrattori,
è sempre stata intrecciata con la storia del
movimento operaio e contadini, il suo progetto rivoluzionario si è sempre nutrito della lotta di
classe degli sfruttati
contro gli sfruttatori, degli oppressi contro gli oppressori.. L'anarchismo, la sua etica, i suoi fini ed i suoi
mezzi,
seppure universalmente validi perché umani, sono nati e si son sviluppati dalla millenaria
volontà di
emancipazione degli schiavi, dei servi della gleba, dei proletari e dal loro costante rifiuto della
disuguaglianza e
nella cosciente maturazione rivoluzionaria di questo rifiuto ripone le sue speranze di realizzazione. I
marxisti hanno definito l'anarchismo a volte fenomeno piccolo borghese, a volte proletario, a volte,
insieme e
contraddittoriamente, piccolo-borghese e sottoproletario. La prima definizione è semplicemente
un insulto senza
alcuna base storica e sociologico. Le seconda definizione è falsa in quanto, se è vero che
l'anarchismo fa sua la
ribellione non solo dei proletari ma anche quella dei sottoproletari, cioè degli emarginati, degli
strati più umili
e bassi della piramide sociale (che in talune situazioni socio-economiche sanno esprimere una fortissima
carica
eversiva), è pur anche vero che l'anarchismo, dalla sua nascita come movimento storico
determinato ad oggi,
quando e dove ha assunto dimensioni rilevanti e peso decisivo per brevi e lunghi periodi, s'è
manifestato come
espressione rivoluzionaria del proletariato urbano e rurale e delle sue tendenze egualitarie e libertarie.
Lavoratori
erano gli anarchici che a decine di migliaia hanno costituito il nerbo dei sindacati rivoluzionari, lavoratori
erano
i valorosi ed umili militanti che ha decine di migliaia hanno scritto la storia dell'anarchismo, con la loro
lotta di
agitazione e propaganda, con l'esemplarità della loro coerenza, con milioni di anni di galera, con
migliaia di
impiccati, fucilati, garrotati, ghigliottinati... Minatori, orologiai, tipografi, marinai, braccianti, falegnami,
muratori,
meccanici, calzolai, elettricisti... questi i "piccolo-borghesi" dell'anarchismo. L'anarchismo è
nato con il movimento operaio, infatti, seppur i valori di libertà e di uguaglianza su cui si basa
affondino, come s'è detto, le loro radici nella storia millenaria delle rivolte umane, l'anarchismo
come movimento
storico nasce cento anni fa dall'ala antiautoritaria dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori (la
cosiddetta
Prima Internazionale) e le sue prime affermazioni sono le prime affermazioni del movimento operaio
nei Paesi
latini (e non solo in essi). Distrutto dalla violenza statale e padronale e "sconfitto" (apparentemente)
dal socialismo autoritario e riformista,
ritorna alla ribalta agli inizi del secolo riorganizzando in forme libertarie e con fini rivoluzionari le
più combattive
minoranze proletarie (anarcosindacalismo). Negli anni '20 e '30 di nuovo la presenza anarchica nel
movimento
operaio subisce una regressione fortissima per la concomitanza di violente repressioni (fascismo in Italia
e
Germania, regimi militari in Argentina e altrove) e della "concorrenza" del socialismo parlamentare e del
socialismo riformista, cui si è aggiunto il fascinoso mito bolscevico della "vittoriosa" rivoluzione
russa. Solo in Spagna l'anarcosindacalismo resiste a tutte le bufere repressive, a tutti i tentativi di
infiltrazione autoritaria
ed alla concorrenza riformista, difendendo e rafforzando nel proletariato spagnolo un alto livello di
creatività e
di combattività, di volontà rivoluzionaria e di spirito libertario, che darà i suoi
frutti nella splendida sfortunata
epopea del 1936. La sconfitta della rivoluzione spagnola per "merito" della forza militare fascista e
del tradimento
controrivoluzionario dei comunisti e dei socialisti, dopo tre anni di guerra civile, un milione di morti,
centinaia
di migliaia di esuli, segna il fallimento dell'ultimo "sogno" rivoluzionario della prima metà del
secolo. Il
socialismo ed il sindacalismo rivoluzionari, sia nelle versioni libertarie (anarchismo ed
anarcosindacalismo) sia
nelle versioni più o meno autoritarie, dopo d'allora e sino ai nostri giorni non riescono più
a trovare espressioni
di massa. La storia del movimento operaio sembra alternare periodi in cui una tensione rivoluzionaria
pervade
forti minoranze (altri direbbe "avanguardie"), a periodi in cui l'utopia riformista ha un
sopravvento schiacciante
tra gli sfruttati. In Italia alla fine della seconda guerra mondiale, il Partito Comunista, rinato
fortissimo grazie al mito sovietico,
grazie ad un paziente lavoro organizzativo durante il ventennio, grazie ad una "sapiente" politica di
alleanze,
grazie ad un coraggioso intelligente contributo alla resistenza, grazie alla passività gregaria
instillata nel popolo
italiano dal fascismo, condiziona pesantemente la parte più politicizzata del movimento operaio,
sia direttamente
come partito, sia indirettamente attraverso la C.G.I.L. Esso, attraverso un poderoso ma efficiente
apparato
burocratico (sia partitico che sindacale), riesce a controllare per oltre un ventennio la combattività
degli operai
e dei contadini, inserendola in un contesto politico e sindacale di compromessi, ed in un contesto
organizzativo
gerarchico e pesantemente autoritario. In questa situazione gli anarchici che rappresentano nel modo
più coerente e storicamente "legittimo" il popolo
rivoluzionario ed antiautoritario del socialismo, l'alternativa alla manipolazione delle masse ed al
compromesso
con il sistema, non riescono a ritagliarsi che "ristrettissimi" spazi nel movimento dei lavoratori. Gli
anarchici
militano nella C.G.I.L., costituendo una corrente anarcosindacalista che però vive una vita grama
e stentata per
pochi anni... Gli anarchici tentano di ricostituire un sindacato libertario, che però riunisce solo
alcune centinaia
di iscritti in pochi centri (Carrara, Genova, ecc.)... Sino alla fine degli anni '60 il movimento operaio
italiano
sembra avere completamente dimenticato le sue origini libertarie e i sempre meno numerosi militanti
anarchici
sembrano restare inefficaci depositari di una critica inascoltata al tradimento riformista, al plagio delle
masse
lavoratrici da parte dei vertici sindacal-partitici, all'abbandono dell'azione e della democrazia
dirette. Poi, nel '67 e '68 e soprattutto a partire dall'ormai mitico autunno del '69, un vento nuovo
agita le acque del
movimento operaio. Non una bufera, come si illudeva qualche entusiasta frettoloso, ma neppure una
brezza
passeggera, come dimostra il persistere del fenomeno e dei suoi effetti quattro anni dopo. Rinascono e
si
sviluppano parallelamente una "nuova" combattività proletaria, "nuove" forme e modi di lotta
che sfuggono al
controllo delle centrali sindacali, "nuove" richieste egualitarie che contraddicono la politica sindacale sino
ad
allora prevalente, "nuove" embrionali strutture organizzative di base. Il tutto è nuovo rispetto al
ventennio
precedente, beninteso, non alla storia del movimento operaio. Un forte contributo a queste
"novità" è portato da milioni di giovani meridionali emigrati al nord con il boom
produttivo, ultimo gradino del proletariato industriale ancora scarsamente integrati economicamente ed
ideologicamente. Un certo contributo psicologico ed ideologico sembra essere fornito anche dalle lotte
studentesche che nella loro fase iniziale hanno uno spiccato carattere libertario e forniscono esempi di
azione
diretta e di organizzazione antiburocratica. Da quel famoso autunno caldo ad oggi le tre centrali
sindacali hanno saputo riguadagnare terreno, rinsaldando
il controllo sulle masse che per una attimo han rischiato di perdere. L'hanno fatto "cavalcando la tigre",
come
dicono i sinofili, cioè facendo propria (entro certi limiti e demagogicamente) la rabbia proletaria,
facendo propria
( entro certi limiti mistificatoriamente) la critica alla degenerazione burocratica delle strutture e le istanze
di
democrazia diretta e le richieste egualitarie. La tattica scelta dai sindacati è abile ma non priva
(per loro) di
pericoli. Può darsi che i fermenti della base operaia possano anche essere "soddisfatti" dalle
equivoche novità
sindacali. Può darsi che riescano a domare la tigre per stanchezza. Ma può anche darsi
che la tigre, come ha già
fatto in passato, si scrolli di dosso questi cavalieri che tengono le briglie lunghe, più lunghe che
in passato, ma
non vogliono e non possono mollarle. Tutto dipende dallo sviluppo che avrà il "disgelo"
operaio. Se esso maturerà (se non nelle masse perlomeno in
cospicue e combattive minoranze) le ancor fragili "riscoperte" libertarie ed egualitarie a consapevoli
volontà
rivoluzionarie di emancipazione, la tigre non si lascerà cavalcare a lungo come un somaro. Un
somaro
imbizzarrito, magari, ma sempre un somaro. L'azione degli anarchici, in questo contesto operaio,
è stata negli ultimi anni e sarà nei prossimi naturalmente
volta, in ogni occasione, e nella misura delle loro forze (esigue ma in netta ripresa) a sostenere e chiarire
e
sviluppare quanto di egualitario e di libertario e di rivoluzionario andavano e vanno esprimendo le lotte
proletarie,
contro i capitalisti e contri i padroni di stato, contro i burocrati delle centrali sindacali e contro gli
aspiranti
burocrati dei partitini marxisti-leninisti. Gli anarchici sono stati e sono presenti in comitati ed organismi
operai
extra-sindacali... e li hanno contestati e li contestano; gli anarchici sono presenti come delegati nei consigli
di
azienda... e li contestano e li hanno contestati, in un mosaico spaziale e temporale di posizioni solo
apparentemente contraddittorie, ma in realtà coerenti dell'unica vera coerenza, quella tra mezzi
e fini di chi vede
costantemente la lotta di classe come "scuola" rivoluzionaria degli sfruttati. La vera contraddizione
è in questi
organismi, che possono essere insieme e sono (ma in diversa misura nelle diverse realtà e
situazione) strumento
d'autogestione delle lotte e di recupero autoritario.
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