Rivista Anarchica Online
Educare con la libertà
di Mattia Alberini
Uno dei motivi ricorrenti e caratterizzanti del movimento pedagogico
attuale è il continuo richiamo
all'antiautoritarismo. Su questo elemento si hanno le convergenze più varie e più
disparate e le discordanze molte
volte vertono solo sulla "quantità". Ultimamente è stata la volta del pediatra
statunitense B. Spock, uno dei santoni della teoria della cosiddetta
permissività, che deludendo milioni di mamme ha affermato di essersi ricreduto, nel senso che
qualche volta
nell'educazione dei figli occorre la "mano dura". Questo fenomeno dell'antiautoritarismo è
in parte collegabile a due momenti; un primo momento è quello
scaturito dietro l'ondata antiautoritaria del '68, che però non è ancora agganciata ad una
prospettiva realmente
libertaria, non riesce ad esprimersi cioè in una conseguente linea politica
antiautoritaria. Secondo momento è quello costituito dal "nuovo corso" pedagogico,
cioè è quello che si colloca in un contesto
di scuola progressista che ha visto fiorire in questi ultimi anni varie esperienze, non senza il benigno
consenso
delle autorità scolastiche e dell'ala progressista del potere. All'autorità coercitiva e
diretta si sostituisce l'autorità anonima, il vecchio meccanismo cede il passo alla
manipolazione e alla permissività. Si opera un cambiamento dei tradizionali contenuti, in
classe si può parlare di tutto, dalla guerra del Vietnam allo
sfruttamento, senza che però venga alterato il processo educativo vero e proprio, cioè
permangono i meccanismi
di condizionamento. Tutto ciò risponde pienamente alle esigenze di fondo della
società industriale moderna, perché il suo sistema
economico, come afferma Erich Fromm, "deve creare individui che siano adeguati alle sue
necessità; individui
che cooperino senza difficoltà, che vogliono consumare sempre di più ... individui di
gusti standardizzati,
facilmente influenzabili e dai desideri facilmente prevedibili ... individui che credono di essere liberi ed
indipendenti, ma che, ciò nonostante, si comportino così come ci si aspetta che essi si
comportino, uomini che
si inseriscano senza attriti nella macchina sociale, che possano essere guidati senza forza, comandati
senza capi,
e indirizzati senza altra ambizione che non sia quella di fare le cose 'come si deve'." E' logico che si
tratta di una suddivisione schematica che non è onnicomprensiva né esaurisce il discorso
dell'antiautoritarismo, che ha tutta una serie di impostazioni e costituisce una realtà più
articolata. Appunto per meglio configurare prospettive di prassi educative non autoritarie e libertarie,
e per chiarire quindi
anche l'equivoco dell'"antiautoritarismo", la comunità inglese di Summerhill, con la sua
pluridecennale
esperienza, ci offre materiale di analisi e di verifica. Nel 1921, a 100 miglia da Londra in una vecchia
casa in collina, Alexander Neill dà vita a "Summerhill", un
"collegio o meglio", una comunità pedagogica antiautoritaria, un'esperienza che per molti aspetti
si ricollega a
quel movimento educativo che proprio in quel periodo viene aspramente combattuto e represso nella
Russia
Sovietica di Kronstadt e della NEP. Nel 1968 scoppia in Italia il boom di Summerhill, (nel '56, un
libro su questa esperienza dal titolo "Questa
terribile scuola" era passato inosservato e invenduto): un quotidiano dedicherà un ampio servizio
alla scuola che
"insegna la libertà", altri la indicheranno come un punto di riferimento obbligato per il genitore
che "vuol essere
moderno". Con un'operazione culturale mistificante, avvallata in parte da un'ambigua politica editoriale,
nel
contesto politico caratterizzato dalla poderosa spinta alla ribellione antiautoritaria, Summerhill esce
così dalla
ristretta cerchia delle riviste specializzate per divenire un elemento del dibattito che si va sempre
più allargando
su il ruolo della scuola e su i meccanismi di condizionamento. Alla base dell'esperienza educativa
di Summerhill è il "sessuale" del bambino, e il non porre freni alla sua libertà
e creatività. La presenza dell'adulto viene accettata in quanto tale, non ricoprendo alcun ruolo
autoritario, e cioè
una figura non direttiva. Neill dice che in un'assemblea il suo voto conta quanto quello di un bambino
di 6 anni.
I ragazzi si autogestiscono, organizzano la giornata che si articola in una serie di attività creative
individuali e di
gruppo, di giochi, di lavori, di partecipazione a lezioni specifiche, sperimentazioni e ricerche. A
differenza di altre
impostazioni pedagogiche il lavoro non riveste una significato ideologico ma è un momento
creativo e di piacere.
Le lezioni sono facoltative e un ragazzo può stare anni senza seguirne alcuna. E' chiaro
quindi che, in un contesto che pone come unica molla dell'apprendimento il reale interesse del ragazzo,
i metodi didattici hanno scarsa importanza. La creatività e la libera espressione costituiscono il
motivo conduttore
di fondo di tutta l'esperienza. L'assemblea generale, momento primario della vita comunitaria, non
riveste forme democraticiste, non maschera
cioè i vecchi meccanismi direttivi dietro le forme nuove di un'autorità anonima ed
eterodiretta. Le stesse forme
in cui si esprime l'autogoverno non sono rigide né codificate, ma mutano e si evolvono a seconda
della situazione
e delle necessità contingenti. L'autogoverno non è cioè un fine astratto, ma uno
strumento che scaturisce dalla
volontà di dare una dimensione comunitaria alla libertà e alla felicità. Neill
afferma, sulla base di 40 anni di esperienza, che molte volte i ragazzi prima di arrivare a conquistare la
libertà passano attraverso una fase antisociale e di distruttività. E questa fase a
Summerhill viene accettata proprio
come condizione necessaria per raggiungere la libertà, libertà intesa "senza altro limite
che la eguale libertà degli
altri". Uno dei verbi che ricorre più di frequente negli scritti di Neill è "approvare":
approvare cioè che i ragazzi "siano
essi stessi" e non come dovrebbero essere in base a schematismi e teorizzazioni di ipotetici ragazzi. E'
in questo
senso che possiamo parlare di antipedagogia. A Summerhill l'educazione diventa liberazione.
Soltanto cioè quei meccanismi di socializzazione alla passività
e alla subordinazione alla classe dominante propri di ogni scuola in ogni Stato, perché la scuola
in ogni Stato ha
questa precisa funzione. Wilhelm Reich afferma che "la storia della formazione della ideologia
dimostra che ogni sistema sociale,
consciamente o inconsciamente, si serve dell'influenza esercitata sui bambini per ancorarsi nella struttura
umana". A Summerhill salta quindi quella prassi autoritaria formata da vari momenti concatenati fra
loro e che vanno
dall'abitudine al consenso all'accettazione di schemi competitivi e di una scala di valori propri di quel dato
sistema sociale, dalla repressione della vita sessuale infantile e adolescente, che Reich indica come "il
meccanismo fondamentale per mezzo del quale si riproducono le strutture caratteriali capaci di tollerare
la servitù
politica, economica, ideologica", alla instaurazione di sentimenti di colpa che hanno la funzione di
sottomettere
il bambino all'autorità "Noi, afferma Neill, ci decidemmo a fare una scuola in cui potessimo
permettere ai bambini la libertà di essere
se stessi. Per riuscire in questo noi dovevamo rinunciare ad ogni disciplina, ad ogni direzione, ad ogni
suggerimento, ad ogni educazione morale, ad ogni istruzione religiosa. Siamo stati chiamati coraggiosi,
ma non
occorreva coraggio, tutto ciò che occorreva da parte nostra era una completa fiducia nel
bambino, come un essere
buono, non come un essere cattivo e durante 16 anni questa fiducia nella bontà del bambino non
è mai diminuita,
piuttosto è diventata una fede definitiva". Si tratta di una esperienza, che non deve essere
mitizzata, né ripetuta acriticamente, ma deve costituire un punto
di riferimento preciso per chi si pone nella prospettiva di una educazione libertaria, momento integrante
del
progetto rivoluzionario antiautoritario. I limiti di Summerhill sono vari; il più evidente
è quello del pericolo permanete di costituire un'isola "beata e
felice". Una delle accuse più ricorrenti è che Neill non darebbe un legame sociale
al suo modello di educazione. Tale
accusa, scaturita in particolar modo dalle "Comuni infantili" del movimento studentesco tedesco, ci
sembra
immotivata. Neill dice che "lo scopo della vita è la felicità", ed è a questo scopo
che il bambino tende, ed è contro
"tutto ciò che limita e distrugge la felicità" che dovrà scontrarsi e lottare una volta
uscito dalla comunità di
Summerhill. Interpretazioni riduttive che relegano queste esperienze a specifiche aree culturali quali
quella anglosassone,
mascherano solo la paura di una reale prassi autoritaria. Anche l'esperienza di Summerhill del resto
non è aliena da mistificazioni che sono più pericolose di attacchi
frontali e diretti. Se si pensa al modo in cui la scuola è riuscita a fagocitare e a snaturare
l'intuizione di Cèlestine
Freinet che ha anticipato di 50 anni il discorso attuale sulla funzione dei libri di testo o del regime, ci
rendiamo
conto della enorme potenzialità di recupero, che il sistema ha. L'antiautoritarismo quindi o
è saldato ad un preciso discorso rivoluzionario che scardina i meccanismi di
condizionamento, o si riduce, nella migliore delle ipotesi, ad una rivendicazione idealistica che lascia
spazio solo
ad utopie riformiste.
Mattia Alberini
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