rivista anarchica
anno 48 n. 427
estate 2018




Stereotipi culturali
e forme della comunicazione


1.
Ogni tentativo di passaggio dal particolare all'universale – ogni generalizzazione – comporta rischi. Innanzitutto di ordine etico. Se a partire da quel pomodoro che è rosso, dico che tutti i pomidoro sono rossi mi assumo una responsabilità il cui peso potrebbe schiacciarmi da un momento all'altro, perché sarà sufficiente entrare in un qualsiasi supermercato per trovarne anche di gialli. Ma finché si tratta di pomidoro – e di fissare paradigmi facilmente contraddicibili concernenti entità cui non assegniamo dignità e autonomia biologica – alle implicazioni etiche – e politiche – non pensiamo. Quando si tratta di persone, invece, abbiamo imparato a stare più attenti. Forse. I miei dubbi nei confronti di qualsiasi generalizzazione, comunque, rimangono.

2.
Rileggendo per l'ennesima volta Il romanzo del cavallo di Nereo Lugli mi sono imbattuto per l'ennesima volta in un'asserzione che avrebbe pur potuto filar via liscia, stante la sua storica ovvietà. Ricostruendo la storia delle scommesse sulle corse dei cavalli, Lugli dice che “nulla è più inglese che scommettere”; che scommettere farebbe parte del “genio britannico” e sarebbe “l'espressione più naturale e conveniente del proprio talento, la manifestazione quasi doverosa del proprio puntiglio e della propria convinzione”. Cose note, ormai proverbiali. Ma che si tratti di affermazioni fondate – sensate – resta tutto da vedere. Innanzitutto: che cosa s'intende esattamente per “genio” di una nazione? E cosa fa sì che il puntiglio e la convinzione – caratteristiche attribuibili ad una persona ben individuata – possano essere estesi – come caratteristiche – a tutto un popolo? E perché queste caratteristiche indurrebbero ad un'esigenza socialmente diffusa come lo scommettere? In questo stesso momento in cui scrivo, puntiglioso e convinto lo sono anch'io – e pure non scommetto affatto. E non solo: conosco un'inglese che, a quanto mi disse, non ha mai fatto una scommessa in vita sua.
Per quanto rovisti nella storia della Gran Bretagna – una storia di bassa macelleria e di rapine a mano armata non molto dissimile dalla storia della maggior parte dei Paesi di questo pianeta – non riesco a trovare qualcosa che giustifichi una maggior propensione alla scommessa rispetto ad altri.
Che alle nazioni sia attribuibile un “genio”, poi, è tutto da vedere. Con il termine “genio” si intende una virtù non acquisita, un'attitudine innata – perlopiù magnificamente espressa nelle arti e nelle scienze. In latino “genius” derivava da un verbo che significava “generare”, e costituiva l'attributo di un semidio o di qualcuno che poteva vantare una forza divina. Negli anni, finì con l'ibridarsi con l'“ingenium” – anche questo considerato come facoltà inventiva innata, una disposizione dell'animo. Ma sia che si tratti di generare persone e sia che si tratti di generare idee, questo “genio”, come soggetto, resta piuttosto misterioso, più passepartout per un discrimine sociale che entità scientificamente accertata. Residuo scomodo di romanticismo, peraltro, questo concetto – dopo i tanti suoi successi ottocenteschi – è stato dismesso non a caso dagli apparati analitici degli antropologi. I fattori che hanno portato alla storica constatazione che gli inglesi sono in gran parte affetti da scommessite acuta possono essere molteplici – si pensi anche alla minor invadenza della morale cattolica o al discutibile merito di aver avviato, tra i primi, all'industrializzazione capitalistica –, ma attribuir loro facoltà particolari – specifiche, o addirittura uniche – mi sembrerebbe scorretto. Ogni generalizzazione – già in quanto meccanismo mentale – implica un tentativo di cavarsela alla svelta, accontentandosi del superficiale – e, quando si tratta di comunità, anche a costo di apparire razzisti.

3.
Ancora nel 1959, in Francia, si stampava una “Revue de Psychologie des Peuples” – e immagino che, in qualche anfratto nostalgico, riviste del genere possano sopravvivere anche ai nostri giorni. In un fascicolo di questa rivista, tempo fa, avevo pescato un articolo che, a proposito di generalizzazioni relative a “geni nazionali”, mi suggerisce un'analogia che ritengo significativa. In caccia di rapporti tra struttura di una lingua e caratteri nazionali, il linguista estone Andrus Saareste (1892-1964) spiega che, nella sua lingua, esistono più formule di saluto che in qualsiasi altra lingua. A quanto pare ne hanno addirittura un centinaio. Significa forse che il popolo estone è “più cortese e più sociale” degli altri popoli? Sarebbe come concludere che, dal momento che in Inghilterra si può scommettere su più cose rispetto a quelle che vengono elette a oggetto di legittima scommessa dalle istituzioni degli altri Paesi, gli inglesi sarebbero più malati di scommessite acuta degli altri. Ovviamente, Saareste nega che gli estoni siano più cortesi e più sociali degli altri ed a me viene fin il sospetto che l'argomento possa essere usato in senso contrario: non sarà che, proprio per la quantità di distinzioni escogitate nel formulare un saluto, il popolo estone possa esser considerato più diffidente di altri?

4.
Insospettabile di impliciti razzisti – parlando dei processi di comunicazione “nel rispetto delle differenze culturali” e parlando di “Cultural Intelligence nel calcio”, ovvero della capacità di interagire con persone di culture differenti –, in un libro diventato di stretta necessità, Guglielmo De Feis riconduce le differenze con cui siamo tutti chiamati a confrontarci – oggi più di ieri, domani più di oggi – a “insiemi culturali”. Ne individua una decina di questi “insiemi” – mappando geograficamente, politicamente e religiosamente: angloamericano, nordico, germanico, est-europeo, latino europeo, latino americano, confuciano, sud asiatico, africano e arabo – e, storia e antropologia alla mano, prova a disegnarne una genealogia sufficiente a giustificare la diversità delle forme di comunicazione che caratterizza i parlanti. Suo scopo è diffondere la consapevolezza di queste forme affinché s'instauri quel principio di tolleranza senza il quale risulteremmo del tutto incapaci di comunicare con gli altri mettendoli a proprio agio e non vessandoli dall'alto di una presunta supremazia culturale e, per ottenerlo, va da sé che si debba rinunciare agli stereotipi con i quali abbiamo convissuto fino ad ora e nei quali abbiamo incarcerato tutti coloro che abbiamo considerato diversi da noi. Che questo scopo sia raggiunto tramite la costituzione di altri stereotipi – come di fatto sono gli “insiemi culturali” – può lasciarci qualche margine di preoccupazione, ma se le differenze vanno considerate – e vanno considerate – occorre prima saperle individuare – valorizzandole come risorse collettive e, magari, nella consapevolezza che ogni strumento analitico, prima o poi, è destinato ad essere sostituito. Le ragioni dell'economia e l'economia della ragione ci portano a generalizzare, ma la consapevolezza politica ci dice anche che ciascuno di noi è unico: è un paradosso che accompagna la vita sociale dell'umanità – presumibilmente, verso il disastro; più o meno rapidamente a seconda di quanto sappiamo conviverci.

Felice Accame

Nota
Il romanzo del cavallo di Nereo Lugli fu pubblicato da Vallecchi, a Firenze nel 1966. La “Revue de Psychologie des Peuples” è stata pubblicata dal 1946 al 1970, ma il periodo d'oro della “psicologia dei popoli” coincise con l'opera di Wilhelm Wundt (1832-1920). Il fascicolo che contiene il saggio di Saareste, Quelques remarques sur le rapport entre la structure d'une langue, particulièrment de son vocabulaire, et le caractère de la Nation, è il n. 2, del XIV anno, pubblicato nel 1959. La Cultural Intelligence nel calcio – La comunicazione nel rispetto delle differenze culturali di Guglielmo De Feis è stato pubblicato da Odradek, a Roma nel 2018.