rivista anarchica
anno 47 n. 418
estate 2017





Salento/
Una cantora tra impegno sociale e pensiero libero

Intervista con Ninfa Giannuzzi

C'è un sottile filo rosso(nero) che lega i protagonisti e i temi di “A” rivista anarchica, incroci, trame, congiunzioni che mettono in connessione storie, luoghi e vicende che hanno urgente bisogno di trovare spazio e di essere raccontate da queste pagine di ostinata e contraria informazione.
Leggevo le missive nella rubrica Casella Postale di “A” 416 (maggio scorso) e ho trovato quella a firma di Egidio Marullo, presidente dell'associazione Amo per Amo di Calimera (Lecce), attraverso la quale denunciava l'ennesimo furto e svendita di terre alle mafie (locali e internazionali) che porta il nome di Gasdotto Tap (Trans Adriatic Pipeline) che prevede gas in arrivo dall'Azerbaigian con impianto previsto a San Foca, marina di Melendugno, tra Lecce e Taranto, e che soprattutto prevede l'espianto di migliaia di ulivi.
Negli stessi giorni avevo sentito Ninfa Giannuzzi, voce e anima salentina nonché voce e anima dell'associazione Amo per Amo, per preparare il nuovo viaggio de “la terra è di chi la canta”.
Eccolo dunque il filo rosso(nero) che raccoglie l'urlo d'amore di Ninfa Giannuzzi e lo destina a coloro che sono affamati di quiete e bellezza. Ninfa è sicuramente una “cantora” autentica, oltre che compositrice e autrice di pagine poetico-sonore di rara bellezza, ma è soprattutto una desueta e rara opportunità per meglio accogliere e comprendere le fonti primarie della tradizione popolare: la condizione dell'essere e lo stato d'animo.

Ninfa Giannuzzi


Gerry Ferrara - Ninfa, cominciamo a raccontare l'agire sociale e culturale (e quindi politico) di Amo per Amo.

Il nostro pensiero politico è impolitico

Ninfa Giannuzzi - Sono avida di scontri e di pensieri nuovi, purchè svelino le mie contraddizioni e mettano a nudo forze e debolezze. Rifiuto ogni forma di autorità coercitiva e credo che la conoscenza potrà cambiare il futuro e renderci liberi.
Non si può ottenere attenzione in un presente fatto di totalitarismo amorfo, frutto della globalizzazione e maneggiato ad arte da pochi potenti che lo fanno detonare su uno sfondo finto, maldestramente placcato di esistenza.
In Amo per Amo conserviamo la sensibilità e raccontiamo alle generazioni future la realtà, il rispetto e l'empatia.
Il nostro pensiero politico è impopolare.

La vostra esperienza e il vostro impegno sul campo mi ricorda la fertile stagione di Aramirè e dello straordinario lavoro svolto dal suo mentore Roberto Raheli, puntualmente innestato sulla linea di confine tra canto e impegno sociale, produzioni editoriali e denuncia.
Nel 1954 arrivarono nel Salento Alan Lomax e Diego Carpitella, viaggiavano su un pulmino Volkswagen bianco e verde. Nel 1959 arrivò Ernesto De Martino, insieme a Carpitella. Questi ricercatori restituirono dignità alla nostra tradizione. Preservarono i nostri canti in un momento in cui era cresciuto nelle coscienze il meccanismo di rifiuto che legava le tradizioni alla sfortuna e alla povertà.
Successivamente al passaggio di quelli che furono soprannominati “i professori d'america”, si innestò un nuovo sentimento popolare di appartenenza, precipuo del territorio, che si è andato consolidando nelle generazioni future.
Quello che ne è seguito è stato un periodo pregno e significativo per la rinascita e la cura delle tradizioni del Salento. Aramirè e Ghetonia hanno camminato in lungo e in largo per il territorio ascoltando gli anziani, cantando con loro e registrandoli, riconsegnando dignità alla tradizione musicale.
Insieme a questo risveglio è cresciuto il desiderio di rivendicare la forza di un pensiero libero e proletario, come se la sofferenza cantata dai contadini dovesse rimanere una cicatrice da esibire e attraverso gli stessi canti si potesse assurgere alla speranza riparatrice del futuro.
Oggi io vedo uomini che rifiutano il pensiero creativo e sono protesi esclusivamente verso la realizzazione di desideri materiali. Viviamo un nuovo Medioevo e l'umanità su cui poggiarsi è poca per lottare.

Come nasce il tuo rapporto con il territorio, con la sua storia, con le sue ricorrenti fascinazioni di “sviluppo moderno e contemporaneo” e con le sue ataviche e rischiose mistificazioni del passato.
Dopo aver preso di pancia le distanze dalle “mistificazioni rischiose” le ho osservate con distacco ed ho realizzato che non si può rifiutare un fenomeno di massa perché risponde ad un bisogno.
La tradizione contiene in sé il tradimento, ma dobbiamo conoscere a fondo i luoghi da cui proveniamo.
La musica tradizionale è l'archivio da cui attingo per capire la nostra storia. Mi regala una serie di informazioni che non hanno nulla da invidiare alla poesia, alla letteratura, alla prosa, al teatro, al cinema; è concreta, è la visione cruda che sta dalla parte del popolo, la perfetta descrizione dei sentimenti e degli avvenimenti.
Io continuo a cercare queste storie, con occhi attenti e lungimiranti, per farle affiorare e consegnarle ad ascoltatori sensibili che non appartengano alla “massa passiva” o “maggioranza” ma alla forza attiva del processo culturale.

Come nasce, invece, questo tuo impulso al canto che evoca in modo perentorio e dolce al tempo stesso il disagio dell'anima ormai sempre più anestetizzata da bisogni indotti e da meschine macchinazioni che portano inevitabilmente alla deriva, all'aridità, e quindi, alla bruttura che ci circonda.

Parlare e cantare in griko

Il mio rapporto con il canto è sciamanico, e quando cerco di decodificarlo vengo colpita da immagini violente.
Come se fossi nata nel deserto.
Come se avessi attraversato tutti i cuori del mondo. Come se avessi chiamato a raccolta tutte le mie madri ed avessi pianto con tutti i miei figli.
Come se fossi riuscita a morire infinite volte e a gridare vendetta.
Ancora per ogni viaggio aprirò gli occhi solo quando finirà il canto.

È stato sempre naturale per te parlare e cantare in griko?
Quali sono stati i punti di riferimento (letterari, musicali e prima ancora umani) che ti hanno ispirato?
Che tipo di approccio e che tipo di evoluzione hai dato alla conoscenza del tuo territorio e della sua meravigliosa lingua madre, il griko, per poterne fare veicolo dei tuoi mondi interiori e megafono delle istanze sociali che quelle terre rivendicano.

Nonna Matilde mi ha sempre parlato in Italiano. Ho imparato le canzoni in griko dagli anziani della mia famiglia, dalle “commari” e dai “compari” che mi intrattenevano con “Cunti, giochi e filastrocche”.
Mia nonna traduceva seriosamente tutto in italiano, sfoggiando un tentativo di impeccabile dizione. Lei è stata una “Tabacchina”, ha avuto quattro figli, e solo con il primogenito, mio padre, parlava il griko, contrariando evidentemente mia madre che nel '68 si è trasferita da Verona a Calimera per amore. Con gli altri figli parlava dialetto.
In quel periodo il griko era sinonimo di povertà, e la rivincita doveva passare attraverso l'oblio dei significanti contadini.
Io canto la bellezza di questa lingua e mi prendo la mia rivincita recuperando piano la capacità e il coraggio di parlarla. Credo in quello che trovo, tengo gli occhi bene aperti e l'ascolto vigile. Lo stupore mi costringe ad origliare alle porte.

Anni fa ero di cammino nelle terre calabro-aspromontane (Bova, Gallicianò) dove ancora oggi si parla il greco antico, da quelle parti lo chiamano grecanico, e mi resi conto dell'ennesimo paradosso tutto italiota: dalla Grecia continuano ad arrivare studiosi del greco antico e dei riti ortodossi ancora in vigore a dispetto di tutti coloro, locali compresi, che nulla conoscono di questa storia meravigliosa. Succede anche nella tua Calimera o comunque in quella parte di salento?
A casa mia sono passati tantissimi giovani studiosi ad intervistarmi e a registrare il mio canto: nessuno di loro parlava la mia lingua.

Àspro” è stato il tuo personale omaggio al griko, tanto “violento” (nell'accezione positiva del termine) da importi il silenzio e l'ascolto, e tanto profondamente delicato e dolce, una carezza, un seme, una pace, che custodisce l'elisir di bellezza e le istruzioni per ripotare il mondo, e la propria esistenza, a quote più umane... il resto scrivilo tu di seguito.
Àspro (2014) è Bianco in griko e urla disperatamente che la bellezza di questa lingua non venga totalmente dimenticata.
Una danza propiziatoria al ritorno della passione popolare collettiva che apre la strada ad una “rinascita comunitaria” rivolta al futuro. Non previsto e non prevedibile, tessuto nelle trame dell'essenzialità.
Nato in collaborazione con Valerio Daniele, vanta la direzione artistica di Desuonatori (etichetta indipendente salentina). Insieme a noi Giorgio Distante.

Nelle notti del rimorso

Ti ho conosciuto attraverso uno dei tuoi primi lavori, Tis Klei, una sorta di viaggio, di momento apotropaico, attraverso varie lingue che esploravano e riverberavano, mediante la tua voce, un unicum espressivo di una forza dirompente. Raccontaci quel diario di viaggio.
Tis Klèi (2007) è un viaggio che porta il mio nome. Un respiro in gola sospeso attraverso mari, sponde e popoli, “raccontati” già nell'essenza delle lacrime stesse, salate come il mare che unisce e restituisce leggende.
Ci sono tradizione e modernità, atmosfere scaldate dal sole e anfratti pervasi di storia; in un unico mare per un'unica ragione.

De Andrè sosteneva che il “canto, nelle cosiddette etnie primitive ha il compito fondamentale di liberare dalla sofferenza, di alleviare il dolore, di esorcizzare il male”. Ti ritrovi in questa riflessione?
La citazione faberiana mi permette anche di esortarti a parlare del tuo ultimo lavoro sulla voce, anzi, sulle voci, “Rosamarino” con la bravissima Rachele Andrioli, il soprano Simona Gubello e la cantante albanese Meli Hajderai (testimonianza efficace di un altro secolare scambio culturale con la comunità arbreshe).

Ogni volta che canto mi libero, non sento il dolore e credo che il mondo sia un posto meraviglioso.
Rachele, Simona e Meli sono ideali compagne di viaggio. Ci accomuna, la grande passione per le tradizioni del mondo, il bisogno di cantare e l'incredulità che oggi il mare sia diventato la tomba delle civiltà che cantiamo.
La musica unisce, si assomiglia nei temi e nei modi.
Lavorare in polifonia è magico, consente di creare una voce unica che contiene la forza di tutte e quattro. Rosamarino è un ponte tra passato e futuro, fra tradizione e contaminazione in assenza di compromessi.

Per tornare ad Egidio Marullo e alla vostra sana complicità poetico-musicale, non possiamo non parlare di un capitolo del tuo cammino molto particolare, intenso, un cammino dove la voce e il suono si fondono in un armonioso e fertile delirio ruvido e avvolgente. Sto parlando, ovviamente, di “Funzione preparatrice di un Regno”. Anche la grafica e le arti visive hanno un ruolo fondamentale in quell'opera.
“Funzione preparatrice di un Regno” (2011) è l'idea folle di un regno nuovo e impossibile impostato in una funzione matematica. Un'opera intima, un testamento convulso, un epitaffio. Si muove in un insieme di stanze emozionali che conservano e raccontano le inquietudini profonde di un'esistenza sull'orlo del baratro.
Il disco è pensato come un'opera d'arte e non come semplice espressione del repertorio di un'interprete. L'impaginazione e la scelta delle opere hanno quindi il compito di completare l'album evitando per quanto possibile l'approccio didascalico.

Chi ci legge, cara Ninfa, potrebbe essere (o essere stato) nelle “terre del rimorso” affascinati e ammaliati dalle notti tarantolate che sono diventate, a mio parere, una cartolina esotica che non permette di guardare con distacco e lucidità la forza e le contraddizioni, la bellezza e i contrasti di questa terra, le molteplici facce della “quistione meridionale” che cantava la pungente Rina Durante. A proposito, ironia amarissima della sorte, Rina Durante era di Melendugno dove, come dicevamo all'inizio, approderà il gasdotto Tap... tratteniamo gli ulivi finchè siamo in tempo...
Risponderò con dei versi di Rina Durante:

[...] Ma la mia patria vera,
è su questo quadrato di terra
da tutti abbandonato,
dove mormora un vento di ninnananne
non mai dimenticate
nelle notti estasiate di primavera.
Questa è la mia patria,
la mia povera terra
così assetata
che nessuno più la cura,
[...]
Questo è l'eterno silenzio
denso di rumori che nessuno ascolta,
la quiete febbrile, animata
di parole arcane,
bisbigli del vento
fra i picchi delle scogliere.
Questa è la mia terra
chè tra le mani a clessidra
lentamente mi scorre
con lo stesso ritmo del sangue
che palpita nelle mie vene.

Gerry Ferrara