rivista anarchica
anno 46 n. 409
estate 2016


gestazione per altre

L'autunno delle matriarche

di Silvia Papi


I buoni consigli di chi non può più dare il cattivo esempio.
Ovvero come alcune femministe della prima ora affrontano la questione della “gestazione per altre”: con moralismo e astio.


Insieme ai germogli della primavera son spuntati, in giro qua e là, discorsi che mi hanno lasciata alquanto perplessa, soprattutto perché provenienti da un mondo femminile/femminista che, come sua caratteristica, dovrebbe avere quello della capacità d'ascolto e rispetto per le scelte delle altre donne. Mi conforta il fatto che queste voci non rappresentano la totalità di quel mondo, nemmeno quello degli anni '70.
I discorsi riguardano un tema di cui si dibatte da un bel po' ed è quello della gestazione per altri - da qualcuna/o con cattivo gusto e in maniera offensiva chiamato “utero in affitto” – cioè a dire la questione se una donna che ha già figli suoi, e priva di bisogno di denaro, sia libera o meno di decidere se vuole portare avanti una gravidanza per qualcun altro.
Sinceramente mi risulta difficile comprendere dove vuole andare a parare, ad esempio, una delle più autorevoli filosofe femministe italiane – e con lei chi la segue dentro al coro – con quell'accanimento esente da dubbi, verso una pratica che, riguardando sostanzialmente il corpo delle singole donne, come già fu per l'aborto, esige il rispetto della libertà decisionale di ognuna.
(Tra parentesi, per chiarezza, ribadisco ciò che è ovvio: qui non si prendono nemmeno in considerazione tutte quelle circostanze di povertà e ignoranza che possono portare allo sfruttamento del corpo femminile come fabbrica di bambini da vendere, allo stesso modo di come avviene per il commercio d'organi, ecc. È un altro ordine di problemi e non riguarda il tema della discussione).
I discorsi che ho letto mi paiono moralisti e pieni di astio verso i maschi, soprattutto perché questa polemica è scoppiata in seguito all'uso della gestazione per altri da parte di coppie gay. Trovo inoltre che si facciano paragoni assolutamente fuori luogo mettendo a confronto questa possibilità di procreare con la delirante fantasia di un certo tipo di scienza che auspica la riproduzione artificiale della vita umana. È come paragonare – mi si permetta l'esempio un po' pedestre – la richiesta di poter mettere i miei semi nella terra fertile dell'orto di un amico col patto di tenere per me i frutti che ne ricaverò, con i cereali geneticamente modificati: son due cose che non c'entrano niente una con l'altra.
La cosa mi lascia stupefatta così voglio provare a riflettere mettendomi nel mezzo di persona, per quanto possibile.

Un gesto di grande generosità

Poiché non ho avuto figli naturali (ma ho un'esperienza alquanto tormentata di figli avuti in affido in età già scolare e poi adottati), se all'epoca del mio desiderio di maternità avessi saputo della possibilità di rivolgermi a un'altra donna – già madre e mia pari economicamente e culturalmente – per portare avanti una gravidanza con il seme del mio compagno attraverso fecondazione assistita, che cosa avrei fatto? La cosa più immediata è che avrei voluto conoscere questa donna, passare con lei del tempo a parlare, a raccontare la mia storia e ad ascoltare la sua.
Penso che avrei avuto bisogno di comprendere le ragioni della sua disponibilità e poi avrei voluto poter seguire la gravidanza per condividere la crescita di quel bambino fin dall'inizio e partecipare al parto, senza strappi e senza violenze, prenderlo con me pian piano, magari piangendo, anche di gratitudine. Ecco, io credo che una donna che ha già avuto figli, le cui condizioni fisiche e psicologiche le permettono di portare avanti gravidanze con naturalezza, compia un gesto di grande generosità, un dono nei confronti di un altro essere umano che non ha quella possibilità. Credo inoltre che queste siano belle storie da raccontare ai bambini e che, se viene deciso consensualmente e in modo chiaro da ambo le parti, la donna che ha messo il suo corpo a disposizione può mantenere i contatti col bambino, seguire la sua crescita e volergli bene, come un'amica intima o una parente stretta.
Opporre a questo l'alternativa dell'adozione mi pare una cosa davvero semplicistica, fatta da persone che non hanno vissuto di persona queste esperienze e che perciò riflettono poco e male. Difendo l'adozione, credo sia un'ottima cosa, ma è una possibilità diversa, della quale è necessario essere molto consapevoli, formati e ben informati.
Ho anche letto – come risposta al libro Papà, mamma e gender: l'amore non ha né sesso né genere di Michela Marzano – che non ci si sta accorgendo che “separato il sesso dall'amore la logica conduce al sesso senza amore”, che “separare l'amore dalla procreazione e scorporare la riproduzione dalla libido, dal piacere e dalla gioia del sesso, significa lavorare per un mondo astratto e meccanizzato dove scompare il soggetto umano” e per fortuna che “i paesi cattolici hanno rifiutato questi programmi”. Letto tutto ciò mi è passata la voglia di dialogare. Ma cosa si sta dicendo? Scorporare la riproduzione dal piacere del sesso significa lavorare per un mondo meccanizzato? E tutti quei bambini che nascono da condizioni di abbruttimento umano e povertà che poi, quando va bene, finiscono in adozione, come li collochiamo? Se non son nati dall'unione perfetta non vanno bene? E l'amore di una coppia di genitori adottivi – qualsiasi sia il genere e l'orientamento sessuale – non può esistere perché il loro amore è, giocoforza, separato dalla procreazione?
Senza essere offensiva: qui mi sembra si stia mentendo consapevoli di mentire, secondo una modalità ipocrita del peggior stampo cattolico/patriarcale. Tale e quale veniva usata quando c'era la questione dell'aborto o, adesso, per l'eutanasia. Non è certo un caso che, a sostegno di queste affermazioni, vengano tirati in ballo, con grande apprezzamento, anche i Padri della Chiesa (ma una volta le femministe non criticavano il patriarcato?).
I bambini sono esseri aperti e disponibili che crescono felicemente bene quando le condizioni affettive che li circondano sono autentiche e gioiose per la loro venuta al mondo. Bisognerebbe avere una maggior cognizione di causa, aver conosciuto meglio il dolore dei bambini, prima di fare affermazioni così certe su quel che è bene e ciò che non lo è. Credo che una coppia gay possa seguire un percorso del tutto affine a quello di una coppia etero ma sterile e che il bene e la capacità di cura non sono determinati dal sesso. Indubbiamente si può riconoscere al femminile una particolare predisposizione alla cura e all'accudimento ma, appunto, ribadisco, questo non ha nulla a che fare col sesso.

Libera di agire come meglio crede

Negli scritti di queste veterofemministe sento molta acredine e non posso farci niente se mi tornano in mente i versi di quella canzone che parla della gente che dà buoni consigli quando non può più dare il cattivo esempio. L'autunno della vita purtroppo non porta sempre a tutte/i saggezza e apertura d'idee.
Dire: “Io non lo farei” è una scelta legittima; “nessuno dovrebbe farlo” è un'altra cosa, considerando il fatto che, fino a prova contraria, ogni donna non è solo un corpo, ma anche un cervello con la possibilità di decidere delle proprie scelte senza che nessuno si permetta di dare consigli non richiesti, figuriamoci proibizioni. Che ci si mettano anche altre donne a togliere la libertà di scelta alle donne la trovo una cosa che rasenta l'assurdo. Va bene spiegare le proprie ragioni, ma che poi ognuna/o sia libera/o di agire come meglio crede. Le mie parole non sono altro che la declinazione in merito a quest'argomento di un principio etico elementare: la mia libertà finisce dove inizia quella dell'altra/o.
Se non ci intendiamo su questo siamo in un ordine di idee un po'... pericolose?

Silvia Papi



Errata corrige

Sullo scorso numero (“A” 408, giugno 2016), nell'ambito dell'intervista di Moreno Paulon a Giorgio Antonucci, si fa riferimento a quanto scrisse il Corriere della sera quando morì Giacomo Leopardi. Si tratta di un evidente errore, dato che Leopardi morì nel 1833 e il Corriere della sera iniziò le pubblicazioni nel 1876. Ci fu effettivamente uno scritto in tal senso sul Corriere della Sera, ma al momento Giorgio Antonucci non è in grado di rintracciarne il ritaglio e quindi di specificarne la data. Se ne scusa con i lettori.