rivista anarchica
anno 46 n. 409
estate 2016


spazio anticlericale

Contro il clericalismo

con contributi di Roberto Ambrosoli, Daniele Barbieri, Marco Giusfredi, Marvi Maggio, Massimo Ortalli, Francesca Palazzi Arduini, Sergio Staino, Federico Tulli

In un mondo politico (e non solo) come quello italiano, caratterizzato da un pensiero unico e genuflesso di fronte alla chiesa cattolica, soprattutto ora sotto la sfavillante immagine mediatica di papa Bergoglio, rivendichiamo la sostanziale continuità della nostra scelta anticlericale che ci caratterizza fin dalle origini del movimento anarchico, un secolo e mezzo fa.
Come ben chiarisce Massimo Ortalli nel suo scritto introduttivo, l'evolversi dei tempi e la nostra intensa esperienza hanno modificato approccio e toni alla questione clericale, senza però intaccare la convinzione che in questo Paese condannato dalla storia ad avere al proprio centro (non solo geografico) il Vaticano, la battaglia contro le prevaricazioni e i condizionamenti della chiesa resti uno dei compiti essenziali di chiunque voglia procedere davvero sulla strada delle libertà individuali e sociali.


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anticlericalismo

Le ragioni attuali di un impegno di sempre

di Massimo Ortalli


La storica presenza vaticana in Italia ha pesantemente condizionato e, in forme diverse, continua a condizionare la storia italiana.
La società è cambiata e sta cambiando, la Chiesa cerca di adeguarsi, cambiando... per non cambiare.
E il clericalismo è sempre ben presente, esattamente come le ragioni di fondo del nostro impegno quasi solitario in quest'epoca di bergoglismo generalizzato. Contro i privilegi e i condizionamenti vaticani, pur nel rispetto libertario delle idee e delle credenze individuali.
Perché l'anticlericalismo non ha nulla a che fare con la fede, ma sicuramente ha a che fare con il potere, le prevaricazioni, l'oppressione.


Fra le tante domande che dobbiamo porci di fronte ai cambiamenti sociali e culturali in questi tempi, non può mancare quella su uno dei fondamentali della nostra storia e della nostra tradizione: ha ancora senso, oggi, essere anticlericali? E se la risposta è, come deve essere, sempre quella, come possiamo esprimere e comunicare il nostro anticlericalismo, in modo da renderlo credibile ed attuale e non d'antan, come sono soliti giudicarlo non solo i sepolcri imbiancati di sempre, ma anche i cosiddetti atei devoti, alfieri di quel materialismo spiritualista così trendy al giorno d'oggi?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo cercare di capire di cosa si sta parlando esattamente, perché la presenza clericale nella società odierna è ben diversa da quella del più lontano e del più recente passato. E per far ciò, occorre prima riconsiderare, velocemente, come è nato e si è sviluppato storicamente quell'anticlericalismo che ha tanto influenzato il sentire, individuale e collettivo, di ampi strati della società. Dopo, forse, sarà possibile affrontare il tema con maggiore consapevolezza e soprattutto senso dell'attualità.
Come si sa il nostro paese ha patito, più di qualunque altro, la presenza millenaria della Chiesa, subendo nei secoli l'influenza costante, spesso egemone ed asfissiante, del potere clericale. Una Chiesa intenzionata a conservare, con ogni mezzo, potere temporale e presa spirituale sulla società civile e politica ha sempre condizionato ogni aspetto della vita quotidiana fornendo un codice comportamentale a senso unico spesso in contrapposizione insanabile con ogni forma di laicismo. Esercitando questo dominio sulle coscienze, sulle condotte, sulla legislazione, sulla morale, su ogni aspetto della vita individuale e sociale, ha fatto sì che, inevitabilmente, si venisse ad innescare una reazione a tanta invadenza tale da generare un sentimento di ripulsa che si è espresso storicamente in un radicale anticlericalismo, soprattutto in quelle regioni del centro Italia direttamente soggette allo Stato Vaticano.

Ha apparentemente mutato pelle

È un dato di fatto, anche, che le lotte risorgimentali e la successiva legislazione del neonato Stato italiano hanno mostrato di arginare, in una lotta fra poteri, la presa clericale sulla società e sul popolo, dapprima abbattendo una volta per tutte il potere temporale - oggi geograficamente ridotto a pochi chilometri quadrati nel territorio romano - e poi limitando molte della garanzie e dei privilegi che avevano caratterizzato lo Stato vaticano.
Questi, naturalmente, non solo non si è arreso senza combattere e senza garantirsi comunque un ampio spazio di manovra, ma ha anche rilanciato. Forte del consenso che godeva presso le classi subalterne soprattutto nelle campagne, e del prestigio che, nonostante tutto, gli riconosceva la stessa classe dirigente liberale e laica della seconda metà dell'Ottocento, ha apparentemente mutato pelle, aprendosi gradualmente, pur tra mille contraddizioni e ripensamenti, a una realtà che avrebbe potuto sfuggirgli. E così facendo, ha saputo perpetuarsi e, soprattutto, riguadagnare terreno e ridefinirsi un ruolo all'interno delle istituzioni italiane. Basti pensare alla profonda influenza e conseguente ingerenza della Chiesa nell'Italia del secondo dopoguerra, quando il partito che ha governato il Paese per quasi cinquant'anni si richiamava espressamente a una matrice cristiana e al magistero vaticano, e condizionava con le sue certezze religiose tutta la politica italiana. Oggi, almeno all'apparenza, le cose non stanno più così. Basti notare, infatti, come fra i tanti partiti e partitini che affollano Parlamento e istituzioni, non ce ne sia nemmeno uno – se si eccettua la caricaturale Democrazia Cristiana di tale Rotondi – che si richiami direttamente alla Chiesa. Apparentemente, comunque, perché all'interno di tutte le rappresentanze politiche attuali, permangono significative componenti pronte ad adeguarsi passivamente ai dettati della Chiesa stessa.

“Amor ritiene uniti gli affetti naturali”

Resta comunque il fatto che le profonde trasformazioni della società, che si manifestano in forme fino a poco tempo fa impensabili, sono lo specchio di una nuova realtà. Ad esempio, è evidente la diffusione, soprattutto fra le giovani generazioni, di un laicismo superficiale, non necessariamente meditato e coerente, ma comunque ben presente: un laicismo allo “stato brado” che privilegia le opportunità economiche o comportamentali, senza preoccuparsi di darsi delle risposte “ideologiche”. Testimonianze dirette della perdita di autorità del magistero della Chiesa nella sfera famigliare, sono le tante convivenze al di fuori del matrimonio, che quasi sempre non hanno presupposti ideologici ma piuttosto economici o di carattere pratico perché frequenti anche fra i credenti. Mi pare evidente che se ci limitassimo ai pur bellissimi versi del Canto dei Malfattori, “amor ritiene uniti gli affetti naturali e non domanda riti né lacci coniugali”, non saremmo in grado di aggiornare il nostro bagaglio critico ed analitico.
Le trasformazioni, poi, non riguardano solamente la società civile, ma la Chiesa stessa, all'interno della quale si è prodotta una innegabile evoluzione di carattere “sociale”: basti pensare ai tanti uomini di chiesa animati da un genuino spirito postconciliare, ai preti di strada, ai preti di periferia, ai preti che combattono la mafia, quando un tempo la mafia era uno dei più preziosi alleati del clero, ai preti operai, ai preti guerriglieri, tutti, a mio parere, testimoni coraggiosi e in buona fede di una aderenza al messaggio evangelico difforme da quella che si esprimeva in passato. Certo, non volendo passare da ingenui, possiamo pensare che siano un valido strumento per la riaffermazione del ruolo della Chiesa come insostituibile portatrice di valori universali, ma anche se esiste il legittimo sospetto di strumentalizzazioni; è innegabile che questi sacerdoti contribuiscono a dare della Chiesa, e dei suoi rappresentanti, una immagine completamente diversa da quella del pretone grasso e gaudente, abbarbicato alle sottane del Papa e del potere, tanto cara ai vignettisti dell'Asino, del Corvo e del Don Pirlone... E anche di questo non si può non tener conto nella nostra necessaria critica alla influenza della Chiesa e del clericalismo nella società.
Né si può ignorare l'atteggiamento della Chiesa rispetto a uno dei temi più drammatici di questi tempi, vale a dire l'esodo di intere popolazioni in fuga dalla guerra e dalla fame. Tutte le posizioni prese al riguardo, infatti, si ispirano con evidenza all'inclusione, all'accoglienza, alla solidarietà, insomma, al più coerente messaggio cristiano. Tralasciando le inevitabili, ma poche dimostrazioni di insensibilità di una parte del clero rispetto alla sempre più evidente tragicità della situazione, la Chiesa ufficiale, soprattutto nelle parole del suo massimo rappresentante, si propone come guida morale e materiale per affrontare e tentare di risolvere – o perlomeno di attenuare – le drammatiche criticità di questo inarrestabile esodo. Ma non solo su questo tema il Papa, non a caso auto-nominatosi Francesco, cerca di ribaltare di 360 gradi l'immagine del papato e della Chiesa in quanto istituzione. Il contrasto con la potente Curia vaticana, che sotterraneamente è ben più duro di come ci viene raccontato, rappresenta un altro tentativo di ridare credibilità e lustro allo Stato d'Oltretevere, così come i costanti richiami alle virtù del cristianesimo primitivo, povero e generoso, attento ai valori spirituali e distante dalle tentazioni materiali, si propongono di riavvicinare il clero a fedeli sempre meno numerosi e motivati, sempre più secolarizzati e incontrollabili.

Una nota vignetta, disegnata da Giuseppe Scalarini (Mantova 1873-Milano 1948), riprodotta
sulla copertina di “A” 117 (marzo 1984) e successivamente da noi ripubblicata per la sua
efficacia e attualità. Tra i maggiori caricaturisti e disegnatori satirici italiani, Scalarini
apparteneva a quella schiera di socialisti antimilitaristi, anticapitalisti e anticlericali, che
spesso ben si accordava con gli anarchici. Collaborò dal 1911 con il quotidiano socialista
“Avanti!”. Scalarini fu poi confinato dal fascismo nelle isole di Lampedusa e di Ustica

Strada rigida e chiusa

Tutto bene, quindi? Certamente no, perché le contraddizioni e, soprattutto, le evidenze di un progetto che vorrebbe che tutto cambiasse perché nulla cambi, sono quanto mai chiare. Così come la volontà, nell'attuale crisi di ideali, di riguadagnare tante delle posizioni perdute a causa di una secolarizzazione della società apparentemente inarrestabile. Probabilmente nemmeno il gesuita Bergoglio può sperare di ripristinare l'influenza che la Chiesa ha lungamente esercitato nei paesi a maggioranza cattolica, ma è evidente che il suo magistero, raccogliendo molti degli stimoli di chi l'ha preceduto, va in quella direzione, mascherando abilmente le solite chiusure con apparenti aperture.
Da notare, al riguardo, come la politica della Chiesa sul tema della famiglia e dei diritti civili non si muova di un millimetro ma continui per la sua strada rigida e chiusa, come se la società non si fosse trasformata. Credo che le spiegazioni possano essere due: o i preti se lo possono permettere perché sanno che la presa su un mondo tradizionalmente conservatore, anche se secolarizzato, resta comunque forte, oppure non possono fare diversamente, costretti come sono a proclamare le proprie certezze anche a scapito di una probabile perdita di credibilità. In ogni caso la Chiesa dimostra la sua potenza, sia che riesca a mantenere intatta la presa sul popolo dei fedeli, sia che pensi di essere talmente solida nei suoi principi da poter rinunciare a una parte di questa. Fatte queste considerazioni, pare evidente che l'ipoteca clericale sulla società sia tuttora una concreta realtà, per cui per poterla meglio contrastare, si ripresenta l'urgenza di una analisi attenta alle nuove forme con le quali questa ipoteca, e con essa tutte le manifestazioni del suo potere, si esprime.
Dunque, poiché il “compito” dell'anarchico è quello di combattere, comunque, il potere ovunque si manifesti, dobbiamo continuare a combattere anche il potere clericale in tutte le sue forme - demistificandolo e facendone emergere le contraddizioni e le ipocrisie - soprattutto quando limita la libertà individuale e collettiva, pretendendo di uniformare ai suoi principi quelli dell'intera società. E nel libertario rispetto delle convinzioni individuali (parafrasando Francesca Palazzi Arduini, l'anticlericalismo non ha nulla a che fare con il tema della fede, ma con quello della critica politica), continuare ad esprimere il nostro sano materialismo, convinti, come sempre siamo stati, che la risoluzione dei problemi quotidiani ed epocali deve provenire dalla volontà e dell'impegno di ognuno, senza affidarsi supinamente alla volontà e agli insondabili capricci dell'Eterno.

Massimo Ortalli