rivista anarchica
anno 43 n. 385
dicembre 2013 - gennaio 2014


pensiero

Anarchia e surrealismo

di Arturo Schwarz


Su questo tema si è tenuta lo scorso giugno a Reggio Emilia un'affollata serata, promossa dalla Federazione anarchica locale (aderente alla FAI). Ecco il testo della relazione presentata da Arturo Schwarz, anarchico, storico dell'arte, saggista e poeta.

Iniziamo con un'osservazione di carattere semantico a proposito della parola anarchia composta da due lemmi an-arcos. An: privativo; arché: comando, potere. Il che implica, in primo luogo, il rifiuto del principio d'autorità, della delega del potere, delle condizioni associate al potere e a chi lo esercita: violenza e oppressione, arbitrio e distruzione – anche di questo nostro pianeta – come le recenti catastrofi ecologiche ben dimostrano. Anarchia non è quindi sinonimo di disordine e confusione – come molti dizionari invitano a credere – ma al contrario, questa filosofia della vita implica un ordine superiore fondato sulla conoscenza, l'aiuto reciproco e l'armonia.
È opportuno sottolineare – e l'ho fatto in un articolo recente per un numero speciale di A – che sia il poeta sia l'artista sono un modo d'essere dell'anarchico perché creare significa dare origine a qualcosa che non è esistito prima. Ogni creatore parte dalla tabula rasa, rifiuta il principio di autorità così come ogni modello anteriore. Ne consegue dunque che, coscientemente o meno, chiunque è impegnato in una attività creativa è un anarchico. Infatti, “poeta”, “artista” e “anarchico” sono, per me, termini intercambiabili, sinonimi perfetti. L'anarchia è la forma di esistenza del creatore, proprio come il movimento lo è della materia. Allo stesso modo in cui la materia è la dimensione del movimento, il creatore è la dimensione estetica dell'anarchico.
Alla domanda su cosa resta del surrealismo oggi, risponderei: tutto. Non ho in mente l'arte o la poesia, il cinema o il teatro, la fotografia o la scrittura; penso ad una filosofia di vita, a uno stato d'animo, a una morale, a una purezza, a un bisogno di libertà, alla necessità di riconoscere alla donna il suo giusto posto, il primo. Come dalla nozione di lotta di classe o di inconscio, dal surrealismo non si può tornare indietro. Col surrealismo, qualcosa è successo per sempre. La rivolta, per la sua stessa natura, rifiuta ogni filiazione; non ci si bagna due volte nello stesso fiume. Breton è il primo a ricordarlo: “A venti o venticinque anni la volontà di lotta si definisce in relazione a ciò che si trova attorno a sé di più offensivo, di più intollerabile”1.
Egli preciserà, “l'attività d'interpretazione del mondo deve continuare ad essere legata all'attività di trasformazione del mondo. Sta al poeta, all'artista, approfondire il problema umano in tutte le sue forme, il procedere illimitato del suo spirito in questo senso ha un valore potenziale di mutamento del mondo [...] 'Trasformare il mondo', ha detto Marx, 'cambiare la vita', ha detto Rimbaud: per noi, queste due parole d'ordine fanno tutt'uno”2.
Un luogo comune solidamente radicato nella sinistra – rivoluzionaria e non – vuole che l'azione politica di Breton e dei suoi amici fosse dilettantesca e superficiale. Per confutare questo pregiudizio e documentare fino a che punto l'attività del movimento fu ragionata e aderente alle necessità di una prassi autenticamente rivoluzionaria basta seguire la cronaca degli eventi. Si vede allora come il surrealismo, sin dall'inizio del movimento nel 1924, sia stato autorevolmente presente in tutti i momenti chiave – piccoli o grandi che fossero – della storia contemporanea con prese di posizione, sia politiche sia estetiche, altamente chiarificatrici. Nessun altro movimento culturale può rivendicare una tale continuità di interventi politici, altrettanto lungimiranti e su un periodo di tempo così lungo. Il sogno a occhi aperti dei surrealisti non fece mai perdere loro di vista la realtà nella quale lottavano.

Istituzioni aberranti e scandalose

Il primo proclama del gruppo, nel 1925, riprende una classica rivendicazione del pensiero anarchico: “Aprite le prigioni. Sciogliete l'esercito. Non esistono reati di diritto comune”. Vi si legge tra l'altro: “Le costrizioni sociali hanno fatto il loro tempo. Niente, né la constatazione di un fatto compiuto né il contributo alla difesa nazionale potrebbero costringere l'uomo a fare a meno della libertà. L'idea di prigione, l'idea di caserma hanno oggi pieno corso; queste mostruosità non vi sorprendono più... Non abbiamo paura di confessare che noi attendiamo, che noi auspichiamo la catastrofe. La catastrofe consisterebbe nel persistere di un mondo in cui l'uomo ha dei diritti sull'uomo. L'unione sacra dinanzi ai coltelli o alle mitragliatrici: come fare appello più a lungo a questo argomento squalificato? Restituite ai campi i soldati e i galeotti. La vostra libertà? Non c'è libertà per i nemici della libertà. Non saremo complici dei carcerieri”3.
Questa prima presa di coscienza è di carattere ancora generico. Più tardi, Breton preciserà ancora meglio: “il rifiuto surrealista è totale. [...]. Tutte le istituzioni sulle quali si fonda il mondo moderno e che hanno avuto la loro risultante nella prima guerra mondiale sono considerate da noi aberranti e scandalose. Per cominciare, ci scagliamo contro tutto l'apparato di difesa della società: esercito, 'giustizia', polizia, religione, medicina mentale e legale, scuola [...] Ma per combattere con qualche speranza di successo è necessario attaccarne la struttura portante, la quale, in ultima analisi, è di ordine logico e morale: la pretesa 'ragione' di uso corrente, la quale ricopre – con un'etichetta fraudolenta – il 'buon senso' più logoro, la 'morale' falsificata dal cristianesimo allo scopo di scoraggiare ogni resistenza contro lo sfruttamento dell'uomo.”4
In un volantino del 21 settembre 1925, intitolato “La rivoluzione innanzitutto e sempre” i surrealisti già affermano “Ben consci della natura delle forze che attualmente turbano il mondo [...] vogliamo proclamare il nostro assoluto distacco e in qualche modo la nostra purificazione dalle idee che sono alla base della civiltà europea [...] Dovunque regni la civiltà occidentale, tutti i vincoli umani sono venuti meno, tranne quelli che hanno una ragion d'essere nell'interesse, nel 'duro pagamento in contanti'. Da più di un secolo, la dignità umana è ridotta al rango di un valore di scambio. È già ingiusto che chi non possiede sia asservito da chi possiede, ma quando questa oppressione supera il quadro di un semplice salario da pagare e assume come esempio la forma di schiavitù che l'alta finanza internazionale fa pesare sui popoli, è una iniquità che nessun massacro riuscirà a espiare. Non accettiamo le leggi dell'Economia e dello Scambio, non accettiamo la schiavitù del Lavoro e, su un piano ancora più ampio, ci dichiariamo in stato di insurrezione contro la Storia [...] Noi siamo la rivolta dello spirito; consideriamo la Rivoluzione sanguinosa come la vendetta ineluttabile dello spirito umiliato dalle vostre opere. Non siamo degli utopisti: questa Rivoluzione non la concepiamo che in forma sociale”.
Molto spesso, negli ambienti della sinistra, si esige dagli artisti di essere “i pifferi della rivoluzione”, come già condannava Elio Vittorini. In proposito la posizione dei surrealisti è molto decisa. Nel “Secondo manifesto” Breton afferma: “Non credo alla possibilità di esistenza attuale di una letteratura o un'arte che esprimano le aspirazioni della classe operaia. Se rifiuto di crederci, è perché in periodo pre-rivoluzionario lo scrittore o l'artista, di formazione necessariamente borghese, è per definizione inetto a tradurle”5. Infatti, come si potrebbero difendere una letteratura e un'arte cosiddette proletarie “in un'epoca in cui nessuno potrebbe vantarsi di appartenere alla cultura proletaria per l'ottima ragione che quella cultura non ha ancora potuto essere realizzata, nemmeno in regime proletario”6.

Il prologo di un regresso

A partire dalla primavera del 1931 si susseguono quattro documenti, i primi due con titoli che si commentano da soli: Non visitate l'esposizione coloniale (maggio) e Primo bilancio dell'esposizione coloniale (3 luglio). Al fuoco inneggia invece alla ripresa delle lotte in Spagna: “A partire dal 10 maggio 1931, a Madrid, Cordova, Siviglia, Bilbao, Alicante, Malaga, Granada, Valenza, Algeciras, San Roque, La Linea, Cadice, Arcos de la Frontera, Huelva, Badajoz, Jerez, Almeria, Murcia, Gijon, Teruel, Santander, La Coruña, Santa Fé, ecc., la folla ha incendiato le chiese, i conventi, le università religiose, distrutto le statue, i quadri che questi edifici contenevano, devastato gli uffici dei giornali cattolici, cacciato tra le urla i preti, i monaci, le suore, che passano in fretta le frontiere. Cinquecento edifici distrutti per cominciare non chiuderanno questo bilancio di fuoco. Opponendo a tutti i roghi una volta innalzati dal clero di Spagna la grande luce materialista delle chiese bruciate, le masse sapranno trovare nei tesori di queste chiese l'oro necessario per armarsi, lottare, e trasformare la Rivoluzione borghese in Rivoluzione proletaria”.
Nel febbraio 1933 i nazisti danno fuoco al Reichstag accusando del rogo i comunisti e dando così un pretesto a Hindenburg per abrogare i diritti fondamentali sanciti dalla costituzione di Weimar. Il decreto che mette fine alla repubblica prepara il terreno per la vittoria (truccata) dei nazisti, che in marzo ottengono il 44 per cento dei seggi in parlamento. Per consolidarne il dominio Hindenburg firma un nuovo decreto che autorizza Hitler a legiferare per quattro anni senza il controllo del Reichstag.
L'Associazione degli artisti e scrittori rivoluzionari (Aear) e i surrealisti sono gli unici gruppi di intellettuali che in Francia cercano di allertare l'opinione pubblica. Nell'appello Protestate! essi avvertono che il risultato elettorale in Germania è il prologo di un regresso della civiltà, della messa fuori legge di ogni pensiero che non sia retrogrado, del ritorno al più cupo e feroce antisemitismo da medioevo. L'appello auspica un fronte unico di lavoratori e intellettuali per lottare contro il terrore in Germania e contro il Trattato di Versailles, le cui clausole inique hanno favorito, se non provocato, l'ascesa del nazismo.
L'anno seguente, le giornate dal 6 al 10 febbraio 1934 segnano l'offensiva del fascismo francese. La reazione di Breton e dei suoi amici è immediata: “È la sera stessa del 6 febbraio 1934, cioè tre o quattro ore dopo il putsch fascista di cui alcuni di noi erano stati a osservare il concreto sviluppo, chi sui grandi boulevards, chi nelle vicinanze della Place de la Madeleine, che, dietro mio suggerimento, si stabilì di invitare a riunirsi subito il maggior numero possibile di intellettuali dl tutte le tendenze decisi a far fronte alla situazione. Si trattava di fissare immediatamente le misure di resistenza che potevano essere prospettate. Questa riunione – che doveva durare tutta la notte – si concluse con la redazione, [il 10 febbraio 1934] di un documento intitolato 'Appello alla lotta' che scongiurava le organizzazioni sindacali e politiche della classe operaia di realizzare l'unità d'azione e si pronunciava per lo sciopero generale”7.

Critiche all'Unione Sovietica

Dal primo al secondo dopoguerra i surrealisti sono stati quasi isolati nel denunciare la degenerazione dello stato sovietico. Mi basti citare una sola dichiarazione redatta nel 1935. “Limitiamoci a registrare il processo di rapido regresso per cui dopo la patria è la famiglia a uscire indenne dalla rivoluzione russa agonizzante (che ne pensa Gide?). Laggiù non resta altro che restaurare la religione e – perché no? – la proprietà privata perché sia finita con le più belle conquiste del socialismo. A costo di provocare il furore dei loro turiferari, chiediamo se vi sia bisogno di un altro bilancio per giudicare dalle loro opere un regime, in particolare il regime attuale della Russia sovietica e l'onnipossente capo sotto il quale quel regime sta volgendo alla negazione radicale di ciò che dovrebbe essere e di ciò che è stato. A quel regime, a quel capo, non possiamo che significare formalmente la nostra sfiducia”8.
In questo convegno dominato dagli stalinisti – nel quale si tentò perfino di impedire ai surrealisti di leggere la loro relazione – le sole voci di dissenso furono quelle di Waldo Frank, André Malraux, Boris Pasternak, Magdeleine Paz, Charles Plisnier e Gaetano Salvemini.
Nel manifesto Al tempo che i surrealisti avevano ragione (1935), Breton e i suoi amici tornando sulla questione della difesa della cultura, affermano: “Il problema non può essere quello della difesa e della conservazione della cultura. La cultura, dicevamo, ci interessa solo nel suo divenire, e questo divenire esige prima di tutto la trasformazione della società mediante la rivoluzione proletaria”9.
Nel 1936 la congiuntura internazionale diventa esplosiva. Il 18 luglio in Spagna il generale fellone Franco si ammutina e aggredisce la Repubblica: è il prologo della resa delle “democrazie” occidentali alla peste bruna. In Francia la vittoria del Fronte popolare in giugno non frena la corsa all'abisso. Lo stesso anno la Renania è rioccupata. Quando l'eroica resistenza spagnola viene tradita dal governo francese del Fronte popolare, sono ancora i surrealisti ad avvertire che l'abbandono della Spagna repubblicana non può essere che il preludio alla realizzazione del piano di egemonia mondiale dei nazifascisti. Essi reclamano una decisa azione prima che sia troppo tardi: “Fronte popolare! Organizza d'urgenza le masse! Costituisci, esercita, arma le milizie proletarie senza le quali non sei che una facciata! È venuto il momento di mettere a profitto il vecchio argomento dei tuoi avversari: l'affermazione concreta della forza è la prima garanzia di sicurezza!” (Neutralité? Non-sens, crime et trahison, 20 agosto 1936).
Il 3 settembre 1936 e il 26 gennaio 1937 André Breton prenderà posizione sui primi e sui secondi processi di Mosca. Ne rimase così sconvolto che quindici anni dopo la sua indignazione rimaneva intatta: “Non riesco a spiegarmi come oggi, anche con quel minimo di coscienza che può sussistere, non ci si ribelli dinanzi alla sfida impudente non dico a ogni sentimento di giustizia, ma addirittura al più elementare buon senso, costituita dalla messa in scena di quei processi e dalle motivazioni delle sentenze”10.
Poco più di un anno dopo Breton parte per il Messico per incontrare l'uomo il cui pensiero politico e il cui rigore morale egli ha ammirato e difeso sin dal 1925, e cioè sin dall'inizio del periodo “ragionante” del surrealismo. Gli incontri con Trotsky permisero presto di “giungere a un accordo circa le condizioni che, da un punto di vista rivoluzionario, dovevano essere riservate all'arte e alla poesia, affinché queste partecipassero alla lotta emancipatrice, pur rimanendo interamente libere nelle loro ricerche”11. Questa intesa si espresse in un testo, pubblicato il 25 luglio 1938, con il titolo Per un'arte rivoluzionaria indipendente e si concluse, l'anno seguente, con la fondazione di una 'Federazione internazionale dell'arte rivoluzionaria indipendente' (Fiari)“.
È sintomatico che l'ultima presa di posizione dei surrealisti, poco prima dello scoppio della guerra, nel luglio del '39, sia una protesta contro l'arresto di tre militanti rivoluzionari, nel quale i surrealisti vedono l'annuncio della soppressione di tutte le libertà. ”Stiamo bene attenti! L'incarcerazione di questi tre nostri compagni è solo un piccolo saggio. Se riesce, è la fine anche delle poche libertà che ancora ci restano [...] Invitiamo tutti coloro che non sono stati ancora colpiti da questo ignobile contagio sciovinistico, tutti coloro che osano pensare liberamente, a unirsi a noi per protestare contro gli scellerati decreti-legge che autorizzano lo stato maggiore a far pesare fin da ora la sua dittatura facendo passare per un 'attentato alla difesa nazionale', anzi per una operazione spionistica, l'azione di uomini coraggiosi, dell'onestà e della lucidità dei quali rispondiamo noi. C'è di mezzo non la loro libertà, ma la libertà di tutti“ (A bas les lettres de cachet (luglio 1939).

L'ignobile parola “impegno”

Nel 1941 Breton, rifugiato a Marsiglia in zona non occupata, parte per New York, per poi tornare a Parigi nella primavera del 1946. Il suo primo intervento pubblico – un discorso, il 7 giugno, in difesa di Antonin Artaud al Teatro Sarah Bernhardt – gli dà l'occasione di chiarire il carattere irrisorio di “ogni forma di engagement che stia al di qua di questo triplice e indivisibile obiettivo: trasformare il mondo, cambiare la vita, rifare da cima a fondo l'intelletto”12. L'anno seguente tira altre stoccate contro l'engagement di molti intellettuali, per la maggior parte stalinisti, spesso gli stessi che durante l'occupazione nazista, e prima che il conflitto coinvolgesse l'Urss, incitavano a fraternizzare con il soldato tedesco e a collaborare con il regime di Pétain: “L'ignobile parola impegno [engagement], che è diventata alla moda durante la guerra, trasuda un servilismo che fa orrore alla poesia e all'arte”13.
Lo stesso anno ricorda il concetto base del surrealismo: per trasformare il mondo bisogna prima conoscerlo. E come possono trasformarlo coloro che tradiscono la verità e la bellezza? Breton scrive: “Che aberrazione, che impudenza c'è nel volere 'trasformare' un mondo quando si fa così poco caso della necessità di interpretarlo in ciò che ha di più permanente!”14.
La prima dichiarazione collettiva del gruppo va situata nel clima politico dell'immediato dopoguerra, quando, conniventi i comunisti al governo, si abiuravano gli ideali della Resistenza. Le forze del colonialismo francese avevano represso con furore selvaggio le istanze nazionaliste in Algeria (45.000 massacrati in seguito alla repressione di una manifestazione dei braccianti del Setif), e in Madagascar (85.000 morti tra il 1947 e il '48). Ora si trattava di condannare il tentativo di ridurre nuovamente a colonia la Repubblica Democratica del Vietnam, la cui indipendenza era stata proclamata da Ho Chi Minh il 29 agosto 1945. Con vigore e lucidità il gruppo riconferma le proprie opzioni rivoluzionarie e internazionaliste, concludendo il loro manifesto di condanna con queste parole, “il surrealismo dichiara di non aver rinunciato a nessuna delle sue rivendicazioni e meno che mai alla volontà di una trasformazione radicale della società. Ma esso sa quanto siano illusori gli appelli alla coscienza, all'intelligenza e persino agli interessi degli uomini, quanto siano facili su questo piano la menzogna e l'errore e quanto le divisioni siano inevitabili: per questo il campo che si è prescelto è al tempo stesso il più ampio e il più profondo, commisurato a una vera fraternità umana. Esso è dunque qualificato per elevare la sua protesta veemente contro l'aggressione imperialista e per rivolgere il suo saluto fraterno a coloro che in questo stesso momento incarnano il divenire della libertà”15.
Questa dichiarazione e le due seguenti (“Rottura inaugurale” e “A cuccia, i piagnoni di dio!”) esplicitano – e il discorso è diretto in particolare alle nuove leve – le direttive fondamentali che hanno caratterizzato la riflessione poetica e ideologica nel periodo tra le due guerre, e cioè: internazionalismo, antistalinismo e anticlericalismo. “Rottura inaugurale” (giugno 1947) ribadisce l'autonomia del pensiero surrealista dai partiti, in primo luogo da quello comunista, e persino dal trotskista, e conclude: “È nella misura in cui chiede alla rivoluzione di inglobare la totalità dell'uomo, di non concepirne la liberazione da un angolo visuale particolare bensì sotto tutti gli aspetti contemporaneamente che il surrealismo si dichiara il solo qualificato a gettare sulla bilancia le forze di cui si è fatto l'indagatore e poi il conduttore meravigliosamente magnetico – dalla donna-bambina allo humour nero, dal caso oggettivo alla volontà del mito. Queste forze hanno come luogo di elezione l'amore incondizionato, sconvolgente e folle che solo permette all'uomo di vivere in tutta la sua ampiezza, di evolvere secondo dimensioni psicologiche nuove.
”Questa impresa è l'impresa specifica del surrealismo. È il suo grande appuntamento con la Storia. Il sogno e la rivoluzione sono fatti per conciliarsi, non per escludersi. Sognare la Rivoluzione non significa rinunciarvi, ma farla doppiamente e senza riserve mentali. Sventare l'invivibile non significa fuggire la vita, ma precipitarvisi totalmente e senza ritorno. “Il surrealismo è quello che sarà”16.

Bandiere rosse e nere

In Arcane 1717, uno scritto redatto durante gli anni dell'ultimo conflitto mondiale, Breton per la prima volta esprime dubbi sulla via proposta dai marxisti-leninisti per giungere alla liberazione dell'uomo. Egli è scosso dalla sterile esperienza di quindici anni di lotta accanto alla sinistra, sia pure non stalinista, ma comunque marxista. Questi anni gli hanno fatto constatare quanto i militanti, non solo di questa sinistra, siano sordi alle rivendicazioni che non siano sociali. L'unico uomo politico – Trotsky – che aveva capito il carattere insopprimibile delle rivendicazioni dell'uomo come individuo, e non come un'entità astratta indissolubilmente legata alla massa, era stato assassinato quattro anni prima.
Breton torna allora al suo primo amore, torna alla grande corrente del pensiero libertario, alle fonti, al socialismo utopico di Fourier18. Rievoca l'emozione che provò, a diciassette anni, all'apparire delle bandiere nere in una dimostrazione popolare: “Ritroverò sempre per la bandiera rossa, spoglia di sigle e di emblemi, lo sguardo che ho avuto a diciassette anni, quando, nel corso di una manifestazione popolare, alla vigilia dell'altra guerra, l'ho vista dispiegarsi a migliaia nel cielo basso di Pré Saint-Gervais. E tuttavia – sento che, razionalmente non posso evitarlo – continuerò a fremere ancora di più evocando il momento in cui, quel mare fiammeggiante in punti poco numerosi e ben circoscritti, è stato forato dal volo delle bandiere nere”19.
Poi il suo ricordo va ancora più lontano, alla sua infanzia: “Non dimenticherò mai il sollievo, l'esaltazione e l'intima soddisfazione suscitata in me, una delle prime volte in cui da bambino fui accompagnato in un cimitero – fra tanti monumenti funebri deprimenti o ridicoli – dalla scoperta di una semplice lastra di granito dov'era inciso in lettere maiuscole rosse il superbo motto: ”Né dio né padrone“. La poesia e l'arte avranno sempre un predilezione per tutto ciò che trasfigura l'uomo in questa ingiunzione disperata, irriducibile che, di quando come una sfida derisoria egli rivolge alla vita. Perché al di sopra dell'arte e della poesia, lo si voglia o no, sventola una bandiera rossa e nera di volta in volta”20.
“A cuccia, i piagnoni di dio!” (giugno 1948) denuncia i vari tentativi di strumentalizzare, a profitto del cristianesimo, il pensiero di Rimbaud, di Lautréamont e persino di Sade. Vi si osserva che “i cristiani d'oggi dispongono di argomenti presi in immondezzai teologici abbastanza eterocliti da far fronte alle circostanze più diverse. In queste condizioni, non essendovi la benché minima costanza nel linguaggio da essi impiegato, a causa della loro fondamentale duplicità, ogni discussione è impossibile. Del resto lo è sempre stata. E così, anche se l'idea di dio, considerata in quanto tale, non riuscirebbe che a strapparci degli sbadigli di noia, poiché le circostanze in cui questa idea interviene sono tali da suscitare la nostra collera, gli esegeti non siano sorpresi di vederci ricorrere ancora alle 'grossolanità' dell'anticlericalismo elementare dove il Merde à dieu iscritto sugli edifici del culto a Charleville resta l'esempio tipico. Il fatto che i politici tra loro rinuncino all'anatema non basta perché noi rinunciamo a quelle che chiamano bestemmie, apostrofi evidentemente prive ai nostri occhi di ogni obiettivo sul piano divino, ma che continuano a esprimere la nostra irriducibile avversione verso qualunque essere inginocchiato”21.
Dalla fine degli anni quaranta in poi le prese di posizioni surrealiste arrivano sempre puntuali per condannare ogni involuzione reazionaria. Ma per concludere vorrei ricordare la collaborazione dei surrealisti con Le Libertaire – settimanale della Federazione anarchica in Francia – che, a partire da 22 maggio del 1947 inizia ad ospitare testi surrealisti pubblicando la prima dichiarazione collettiva del dopoguerra, “Libertà è una parola vietnamita”. Tra il 17 giugno e il 20 novembre 1952 uscirono altri trentuno testi tra i quali due discorsi di Breton: quello pronunciato alla Mutualité (21 ottobre 1949), dove, dopo aver ribadito la profonda affinità tra surrealismo e anarchia, viene commentato il programma del movimento “Cittadino del mondo” lanciato da Gary Davis; e quello a Wagram (6 marzo 1952) in difesa dei sindacalisti condannati a morte da Franco.
Con la “Dichiarazione preliminare” (12 ottobre 1951) iniziava, sotto forma di “Billets surréalistes”, la collaborazione regolare al già citato Le Libertaire: “Surrealisti, noi non abbiamo mai cessato di riservare alla trinità Stato-lavoro-religione un'esecrazione che ci ha spesso condotti a incontrarci con i compagni della Fédération anarchiste. Questo accostamento ci conduce oggi a esprimerci sul Libertaire. Ce ne rallegriamo tanto più in quanto questa collaborazione ci consentirà, pensiamo, di definire alcune delle grandi linee di forza comuni a tutti gli spiriti rivoluzionari [...]
Questa sovversione, il surrealismo è stato e rimane il solo a intraprenderla sul terreno sensibile che gli è proprio. Il suo sviluppo, la sua penetrazione negli spiriti hanno messo in evidenza l'insuccesso di tutte le forme di espressione tradizionali e hanno dimostrato che esse erano inadeguate alla manifestazione di una rivolta cosciente dell'artista contro le condizioni materiali e morali imposte all'uomo. La lotta per la sostituzione delle strutture sociali e l'attività profusa dal surrealismo per trasformare le strutture mentali, lungi dall'escludersi, sono complementari. La loro unione dovrà affrettare l'avvento di un'èra libera da ogni gerarchia e da ogni costrizione”22.
Oggi, come ieri, il movimento surrealista continua la stessa lotta su una scala internazionale più estesa che mai. Si veda in proposito il mio Il Surrealismo, ieri e oggi / Storia, filosofia, politica, in corso di stampa dove do la parola a oltre 40 militanti sparsi in Europa, nell'America del Nord e del Sud, in Africa, in Asia e in Australia dove il surrealismo è tutt'ora – per dirla con un espressione inglese – alive and kicking, e cioè, vivo e scalciante.

Arturo Schwarz

Note

  1. Breton, Entretiens 1913-1952 (interviste radiofoniche con André Parinaud), trad. Livio Maitan e Tristan Sauvage [Arturo Schwarz], Storia del Surrealismo, Schwarz Editore, Milano 1960, p. 197.
  2. “Discorso al Congresso degli scrittori”, giugno 1935 in Manifesti del Surrealismo, Einaudi, Torino 1966, p. 172.
  3. La Révolution Surréaliste (Paris), n. 2, 15 gennaio 1925, p. 18, ripreso in André Breton, Storia del surrealismo 1919-1945, cit. p. 211.
  4. “La claire tour”, in Le Libertaire (Paris), 11 gennaio 1952, p. 2, ripreso in La clé des champs, Editions du Sagittaire, Paris 1953, pp. 272-73.
  5. “Seconde manifeste du surréalisme” (1930), in Breton, Manifesti del surrealismo, cit., p. 90.
  6. ibid, p. 91.
  7. Breton, Storia del surrealismo, cit. pp. 157-58.
  8. Breton, “Posizione politica del Surrealismo”, 1935 in Manifesti del Surrealismo, cit., p. 183-84.
  9. “Du temps que les surréalistes avaient raison” (1935), ibid., p. 173.
  10. Breton, Storia del Surrealismo, cit., p. 161.
  11. idem, p. 172.
  12. Breton, “Hommage à Antonin Artaud” (7 giugno 1946), in La clé des champs, cit., p. 84.
  13. Breton, “Seconde arche”, ibid., p. 109. Vedi anche, su questo argomento, Benjamin Péret, Le déshonneur des poètes (1945), Pauvert, Paris 1965, ripreso qui quasi integralmente alle pp. 209-11.
  14. Breton, “Signe ascendant” (30 dicembre 1947), in La clé des champs, cit., p. 113.
  15. “Liberté est un mot vietnamien” (aprile 1947), in Jean-Louis Bédouin, Storia del Surrealismo, dal 1945 ai nostri giorni, Schwarz Editore, 1960, pp. 253-55.
  16. “Rupture inaugurale” (21 giugno 1947), ibid., p. 263.
  17. Breton, Arcane 17 (1944), Sagittaire, Paris 1947.
  18. Breton, Ode à Charles Fourier, Fontaine, Paris 1947.
  19. Breton, Arcane 17, cit., p. 20.
  20. Ibid., p. 21.
  21. “A la niche les glapisseurs de dieu” (14 giugno 1948), in Bédouin, Storia del Surrealismo, dal 1945 ai nostri giorni, cit., «Documenti» p. 269.
  22. “Déclaration préalable”, in Le Libertaire (Paris), 12 ottobre 1951, ripreso in Arturo Schwarz, Breton Trotskij e l'anarchia, Multhipla, Milano 1980 (I ed., Savelli, Roma 1974), pp. 177-78.

Arturo Schwarz (Alessandria d'Egitto, 1924), storico dell'arte, saggista e poeta.
Giovane militante trotzkysta, fu arrestato per ragioni politiche e torturato nel natio Egitto. Trasferitosi in Europa, sin dagli anni '50 ha scritto su testate anarchiche (Volontà, Il libertario, Umanità Nova). Con la nostra rivista, che lo annovera tra i propri collaboratori, ha un rapporto di particolare simpatia dal 1970, l'anno precedente la nostra nascita, dato che fu tra gli abbonati sostenitori di una rivista... che doveva ancora nascere.

Ha insegnato in alcune università (University of California: La Jolla e Berkeley, Harvard, Toronto, Parigi, Gerusalemme, Tel Aviv, ecc.). Ha tenuto conferenze in musei e accademie d'arte (New York, Philadelphia, Caracas, La Havana, Saõ Paolo, Gerusalemme, Tokio, Milano, Urbino, Bologna, ecc.). Ha curato importanti mostre antologiche (Biennali di Venezia e di Saõ Paolo, Dada, e Surrealismo; e retrospettive: Duchamp e Man Ray).

È autore di monografie su André Breton, Marcel Duchamp e Man Ray, nonché di saggi su Dadaismo, Surrealismo, la Kabbalah, alchimia, tantrismo, arte tribale e preistorica. Ha scritto complessivamente oltre un centinaio di libri, tra saggistica e poesie.

Negli anni '60 è stato anche editore (Edizioni Schwarz) pubblicando tra l'altro un libro di Daniel Guerin e un paio di Leone Trotzky.