rivista anarchica
anno 42 n. 376
dicembre 2012 - gennaio 2013


canzone d’autore

a cura di Alessio Lega

 

Un secolo di canzone d'autore
Si può fare la storia con le canzoni?

Se la canzone è la colonna sonora di un'epoca e di una gente, quel non-genere che si definisce “canzone d'autore”, per virtù delle sue parole, emerge dalla scenografia e assurge al ruolo di romanzo di formazione. L'educazione sentimentale, esistenziale e politica di alcune generazioni si è affidata, più o meno consciamente, alle canzoni, soprattutto nell'epoca in cui l'arte di scriverle e cantarle diventava via via più consapevole e matura.
Si è notato più volte come la canzone popolare, specificamente nelle forme dei canti di lavoro e dei canti di protesta e propaganda politica, e la nuova canzone politica degli anni '60 e '70 del '900, costituisca una sorta di contro-informazione dal basso che confuta e completa la Storia dei manuali scolastici. È ovvio che le canzoni nate nelle trincee della Grande Guerra (“O Gorizia tu sei maledetta” che è un canto anonimo), come la narrazione delle grandi manifestazioni (“I treni per Reggio Calabria” di Giovanna Marini), si contrappongano alla vulgata di libri e giornali controllati dal potere politico o economico. Ma di queste per stavolta non ci occupiamo.
L'intenzione di queste riflessioni sulla “canzone d'autore” prescinde da quel repertorio e analizza invece la zona grigia di canzoni fortemente influenzate dalla personalità dei loro autori. Sono canzoni dunque che, senza assumersi un ruolo di denuncia, nemmeno si adeguano a posizioni etiche o estetiche imposte dall'alto. Sono il più delle volte canzoni sentimentali o, al limite, esistenziali; se prendono posizione riguardo a un fatto di rilevanza collettiva lo fanno rivendicando una posizione del tutto individuale e senza ambizione di parlare a nome di un gruppo, una classe, un popolo. Proprio per questo però esercitano un fascino indiscutibile sugli individui nell'epoca della loro formazione, sui giovani e giovanissimi, sull'età inquieta dell'adoloscenza. Quando si rifiuta ogni maestro e si accettano solo punti di vista fraterni: ecco, queste sono canzoni fraterne.
Quante persone hanno ricalcato le loro prime lettere d'amore, le prime poesie, le pagine dei loro diari, le frasi, ma anche gli interventi in assemblea, sulle parole delle canzoni di Guccini, de André, ecc? La canzone d'autore ha rappresentato l'alfabeto condiviso, un repertorio di storie e di immagini al quale “pescare”... un mezzo verso, e già ci siamo capiti: «Vengo anch'io?»... «No, tu no!».
Molte di queste canzoni risultano di semplice esecuzione e antepongono alla perizia tecnica sullo strumento o all'impostazione della voce un'identificazione con la canzone stessa. I molti orecchianti in possesso di una chitarra e di una rudimentale formazione musicale, si trovano in grado di eseguire molte di queste canzoni, favorendone una diffusione orale che riporta un fenomeno tipicamente novecentesco – le canzoni dei cantautori – all'archetipo del trovatore medievale, del menestrello girovago. Quest'idea era anche una formidabile arma di critica per i detrattori del genere, che hanno sempre trovato queste canzoni povere sul piano musicale (come se poi musica e testo in una canzone fossero scindibili!). «La canzone è un genere minore perché non prevede apprendistato» diceva con foga auto-sminuente un grande cantautore francese. Beh, non è proprio così. Per cantare quelle canzoni serve apprendistato umano, serve capacità di masticarsi le parole come una cosa buona, serve, più che la pulizia del suono, l'intonazione perfetta e la dizione cristallina (tutte cose, utili, ma non indispensabili), crederci. L'apprendistato della canzone si fa credendo in quel che si vuol dire, tenendo presente chi c'è ad ascoltare, immeddesimandosi.
100 anni di storia degli italiani – non d'Italia, ma proprio della gente che è vissuta qui – filtrano attraverso 100 anni di storia della canzone d'autore. Questa storia sta fra le righe, fra le parole e le mode musicali. Senza alcuna altra ambizione che quella di registrare la propria personale evoluzione attraverso gli anni in cui è vissuto, l'autore di canzoni e poi il cantautore, ci racconta l'evoluzione del gusto, dello stile, del linguaggio e dei rapporti interpersonali del mondo che lo circonda. Raramente l'autore di canzoni appartiene alle élites intellettuali del paese, ma spesso non è nemmeno un sottoproletario. Appartiene il più delle volte a quella piccola borghesia anonima, alla classe degli impiegati statali, degli operai inurbatisi alla generazione precedente, dei minuti esercenti, e in genere ha frequentato gli studi almeno fino alla scuola media superiore.

«Che genere fate?»

Quando nasce la canzone d'autore e cosa si intende di preciso con questa definizione?
Il problema è tutt'altro che di facile risoluzione. Evidentemente ogni canzone – anche anonima – ha uno o più autori e, in quanto a cantare parole, lo si fa da sempre. Ci si pone il problema di distinguere una produzione seriale di canzoni da una più genuina e personale, da ché esiste un'industria culturale e un massiccio sfruttamento della produzione musicale. In qualche misura la canzone d'autore è figlia dell'industrializzazione della canzonetta. La definizione, che in fin dei conti vorrebbe identificare la qualità delle canzoni stesse, è però necessariamente porosa ed ambigua: anche un grande autore può scrivere una brutta e banale canzone, come pure un mestierante può avere un colpo di genio.
Io e i musicisti che mi accompagnano siamo alla frontiera Svizzera, quella sera ho un concerto a Lugano, mi fermano i doganieri e con un'occhiata agli strumenti, di cui la macchina è piena, domandano «che genere fate?».
Quasi tutti i musicisti che conosco s'infastidirebbero all'idea di racchiudere la propria musica in una definizione... ma pochi hanno l'imbarazzo di me, che provo a rispondere «canzone d'autore», conscio di quanto quest'espressione sia aleatoria. «Come chi?» azzarda l'agente... e già, ma se questo genere si caratterizza per l'individualità dell'autore, la risposta è impossibile. Con un tocco di snobismo il mio amico Max Manfredi diceva «come Petrarca»... e forse la risposta è meno peregrina di quel che può sembrare, nel senso che le infinite variazioni di una struttura chiusa, come il sonetto petrarchesco, possono avere qualche rapporto con l'intenzione di scrivere l'ennesima alternanza di strofe e ritornelli, su una melodia orecchiabile ma non troppo. Ma se la definizione è troppo arzigogolata, perde l'unica sua utilità, l'immediatezza.
Quando diciamo “Canzone d'autore” dovremo dunque contentarci di evocare un immaginario labile, sperando che non sia troppo distante dal nostro. Sappiamo per certo che se dicessimo “Lirica”, “Blues”, “Jazz”, “Rap” i rapporti fra l'immaginario evocato e le caratteristiche più propriamente musicali del genere sarebbero più centrati. E invece “Con te partirò” cantato con intenzione lirica da Bocelli è un brano del cantautore Lucio Quarantotto (di recente scomparso), “Diamante” dell'appassionato di Blues Zucchero Fornaciari è anche una canzone di De Gregori, Paolo Conte è senz'altro un grande compositore jazz e il rapper Frankie HI-NRG è stato a più riprese invitato nelle rassegne dedicate alla canzone d'autore.
La canzone d'autore dunque è troppo permeabile per definirsi musicalmente e non è aiutata nemmeno dalla simbologia dell'abbigliamento o dall'uso di un gergo ricorrente, e se è vero che pianoforte e chitarre acustiche sono strumenti abbastanza consueti, il loro uso è troppo universale per caratterizzare timbricamente questo genere.

Come un senso di perdita

La canzone d'autore ha fortemente caratterizzato la cultura popolare del secondo '900, fra la fine degli anni '60 e la prima metà degli anni '80 è stato il genere musicale autoctono di maggior successo. I dischi di De Gregori, quelli di Dalla di quegli anni raggiunsero tirature vertiginose, i concerti dei cantautori si tenevano nei palazzetti dello sport quando non negli stadi. Il genere aveva una sua vitalità anche per quel che riguardava gli outsider come Rino Gaetano, Herbert Pagani o Piero Ciampi, che nonostante le carriere discontinue ebbero occasione di produrre opere ben confezionate con una certa libertà di espressione.
La crisi irreversibile dell'industria discografica, la nuova vitalità del Rock italiano, l'assenza di palchi adeguati a una musica d'ascolto, che non può in alcun modo piegarsi a fare da sottofondo, riducono la canzone d'autore a spazi residuali e a una condizione di clandestinità... «poco male» direte voi «se nessuno le vuole 'ste canzoni, cantatevele nelle vostre camerette».
Il successo ininterrotto dei cantautori dell'epoca d'oro ancora in attività, ci dimostra che la fame di un certo tipo di canzoni non è spenta, né a mio avviso può esserlo.
La canzone d'autore è forse il solo genere che si rivolge al pubblico tenendo in equilibrio il rapporto fra massa e individuo. Vasto o piccolo che sia l'uditorio, stipata o semivuota la sala, il cantautore canta per tutti, ma dà come l'impressione di “parlare” singolarmente a ognuno. L'esperienza è lontanissima dal concerto rock che coinvolge tutta assieme una generazione precisa, che spingendo al parossismo il suono mira a una trance nel quale pubblico e musicisti sono fusi in una sorta di celebrazione religiosa. Un genere fondato sulla parola come il Rap, oltre a utilizzare abbigliamenti che rendono riconoscibili gli adepti, pur riducendo al minimo l'alibi della melodia, investe il pubblico con un eloquio così rapido, aggressivo, frenetico che, quasi inintellegibile, mira anch'esso all'ipnosi, i versi sono sovente degli slogan, fissi in sé. Grappoli ritmici di parole, come mitragliate fatte per colpire, più che per raccontare.
Intendiamoci, ogni genere ha poi le sue zone di confine e di contaminazione.
La canzone d'autore si caratterizza per l'equilibrio fra ritmo, melodia, dizione, poesia e prosa, linguaggio aulico e quotidiano. Il cantautore canta senza affettazione, come un amico che parla con la sua propria voce. Il palco, l'amplificazione sono strumenti per favorire l'espressione, non armi di guerra per celebrare la fusione di tutti i presenti.
Per questo siamo disposti ad ascoltare il cantautore come fossimo noi a parlare, per questo perdere questo non-genere equivale ad abbandonare un dialogo fatto con noi stessi.
Per questo io e il fisarmonicista Guido Baldoni abbiamo ripercorso in un nuovo spettacolo – suddiviso in 10 concerti – 100 anni di storia della canzone, per conoscere, riconoscersi e, dopo aver fatto il punto, ripartire.

Alessio Lega
alessio.lega@fastwebnet.it

La canzone d'autore (tra nostalgia e memoria)

Un'impresa mai tentata prima: oltre 140 brani, eseguiti rigorosamente dal vivo, da un interprete che li ha accuratamente selezionati nel meglio della produzione storica della canzone d'autore italiana.
La canzone d'autore è un genere musicale e letterario che ha segnato molte generazioni d'italiani, estendendosi su 100 anni di storia. La canzone è il romanzo di formazione sentimentale ed esistenziale del nostro tempo.
“Poesia per tutte le tasche” (la definizione è del maestro francese Georges Brassens), la canzone è entrata in stretta relazione con le mode, le tendenze, i gusti, il linguaggio, le ribellioni di tutte le composizioni sociali dal nord al sud.
Nata in forma strutturata nei “café chantant” d'inizio secolo – erede della tradizione poetica partenopea, dell'opera e dell'operetta – la canzone d'autore ha una fioritura immediata e un periodo di letargo nel ventennio fascista (con qualche nobile eccezione). Risorge nei ritmi imitativi e nelle rielaborazioni del dopoguerra, per imporsi negli anni '60 come una delle massime realtà culturali della lingua italiana.
Modugno, De André, De Gregori non sono solo ai vertici della produzione culturale del proprio tempo, ma anche nelle classifiche di vendita dei dischi e sbancano ogni botteghino con spettacoli gremiti di pubblico sempre nuovo.
L'Italia è un paese con molta nostalgia e poca memoria. Se queste canzoni sono rimaste nell'orecchio di molti, difficilmente si riesce a collocarle nel loro tempo e a distinguere quella produzione di straordinario valore artistico dai ritornelli fatti per durare poche settimane.
Alessio Lega cantautore (con cinque dischi e centinaia di concerti all'attivo, Targa Tenco 2004) e storico della canzone (un libro e decine di articoli) dipana il filo della memoria del '900, eseguendo dal vivo in versione integrale e raccontando la storia degli indimenticabili capolavori e di qualche perla nascosta della musica italiana d'autore. La direzione sonora è del maestro Guido Baldoni che, con piano e/o fisarmonica, riveste e armonizza fra loro 100 anni di splendide melodie e mode musicali. 10 concerti unici dipanano così una storia indimenticabile e mai cantata tutta assieme.

A. L.