rivista anarchica
anno 42 n. 370
aprile 2012


attenzione sociale


a cura di Felice Accame

 

Il Presidente

 

1. Per quindici anni ho fatto l’allenatore di calcio. Non sono un ex calciatore, ma il calcio è sempre stato oggetto del mio interesse di spettatore – spesso anche per motivi strettamente scientifici, considerando il fatto che, negli anni, ho scritto sull’argomento quattro libri che, pur basati su modelli linguistici, andrebbero classificati come di ordine tecnico. Il ruolo dell’allenatore l’ho ricoperto una prima volta – si era sul finire degli anni Sessanta del secolo scorso – allorché un gruppo di miei ex allievi mi chiese di prepararli alla partecipazione di un torneo guidandoli durante le partite. Fu al termine di questo torneo che mi si presentò una figura ieratica dal naso all’aria, tutta compunta e compiaciuta di sé, che, lodando quanto di mio lavoro si era visto in campo, mi chiese se io avessi voluto continuare a fare l’allenatore per la sua società sportiva di cui, per l’appunto, lui era il “Presidente”. Scoprii ben presto che la società in questione era una delle più scalcinate del quartiere milanese di San Siro e che il signore in questione – per quanto Presidente – si occupava direttamente di lavare le maglie, rattoppare i calzettoni, gonfiare alla meno peggio i pochi e pesantissimi palloni, pulire una “sede” sita nella cantina della casa popolare che gli era stata assegnata, dirigere gli allenamenti e, soprattutto, cercare di mettere assieme qualcosa per cena per sé e per la sua mamma ultraottuagenaria che – un po’ come il Tony Perkins di Psycho – diceva di avere. Ciò nonostante – anzi, ovviamente – gli dissi di sì. Avevo un mestiere – un mestiere che rendeva pochino – e questo sì mi rese subito leggermente più povero.
Dopo aver fatto pratica, studiato ulteriormente il gioco e aver conseguito il patentino di allenatore mi capitò di passare ad una sorta di professionismo e, conseguentemente, di presidenti ne conobbi altri. All’unico che mi parve un brav’uomo – entro i limiti in cui poteva esserlo “un padrone all’antica” – venne un coccolone dopo pochi mesi che mi ebbe assunto. Di un altro – dell’ultimo – ricordo la vicenda che si sviluppò nei modi canonici dei racconti calcistici: grande entusiasmo, “Accame, la porterò in serie A”, casa e auto di lusso, ristoranti dove non si pagava, un po’ di codazzo al seguito, però – brutto segno – qualche domenica lo vidi arraffare e mettersi via i pochi spiccioli degli incassi. A suo onore – anche se in serie A non ci portò nessuno –, va detto che durò sei o sette anni – un’eternità. Eravamo a metà degli anni Ottanta. La notizia arrivò un lunedì mattina: il Presidente era scappato, le sue due fabbriche nell’hinterland milanese erano chiuse, gli operai erano col sedere per terra, la società di calcio si avviava verso l’inevitabile sparizione e, per quanto riguardava i contratti in essere, bisognava aspettare cosa avrebbero deciso di fare gli esecutori fallimentari. Tuttavia – devo dire la verità –, qualcosa di quegli anni lo rimpiango: l’allenare una squadra, far crescere le capacità del singolo e quella specie di modello sociale particolarissimo che esige una consapevolezza collettiva per ottenere il risultato. Non rimpiango il sistema del calcio – un sistema malato e infettivo, nei suoi meccanismi, a prescindere dal volume dei quattrini, tale e quale quello di oggi – e non rimpiango i Presidenti.

2. In Fuori gioco (Chiarelettere, Milano 2012), Gianfrancesco Turano guarda al mondo del calcio focalizzando l’attenzione sulla figura e sulla storia dei Presidenti. Tra “ufficialmente” Presidenti e Presidenti in pectore, ne sceglie dieci di grande rappresentatività: il neo proprietario della Roma, Thomas Di Benedetto, quello della Lazio, Claudio Lotito, quello del Napoli, Aurelio De Laurentis, quello della Fiorentina, Andrea Della Valle, quello dell?udinese, Giampaolo Pozzo, quello della Juventus, Andrea Agnelli, quello dell’Inter, Massimo Moratti, quello del Palermo, Maurizio Zamparini, quello del Genoa, Enrico Preziosi e, dulcis in fundo, quello del Milan, il momentaneamente deprivato del titolo di “Premier” Silvio Berlusconi. Turano prova a ricostruirne la storia e non sempre trova tutto facile, perché di qualcuno, per quanto si faccia, andando all’indietro, sembra esserci un punto che sembrerebbe insuperabile. Come spesso capita con i potenti in genere, anche con certi potenti del calcio occorre accontentarsi – nutrendo il sospetto che la biografia ufficiale, con tutte le sue palesi lacune, nasconda zone d’ombra che qualcuno si è dato da fare perché in ombra ci rimanessero. Il fatidico momento di quando, da dove e perché, sono arrivati i soldi – tanti, tanti da comprarsi una società di calcio di quel livello –, insomma, rimane ben occultato, in conoscibile ed ineffabile. Ciò non ostante, direi che la fatica di Turano valeva la pena di esser portata a termine: certi assunti ipocriti – come quelli relativi alla cosiddetta “autonomia dello sport” – vengono dissolti e, del calcio, si comprende l’interdipendenza ineludibile – con ragioni di ordine politico ed economico, con ragioni di ordine antropologico, con quelle logiche locali che caratterizzano il nostro Paese e che ne fanno un cardine dell’ideologia dominante.

3. Mi è mancato qualcosa sul piano strettamente psicologico. Al di là delle diverse ragioni che hanno spinto ciascuno dei dieci protagonisti del libro di Turano – ragioni più intime e personali di quanto possano essere rappresentate dai quattrini –, c’è qualcosa di comune non solo tra tutti loro, ma anche tra tutti loro e i Presidenti con cui ho avuto direttamente a che fare io nella mia breve carriera di allenatore – anche con quello scalcinatissimo che svolgeva tutte ma proprio tutte le funzioni di un intero organico societario. Mi piacerebbe scavare nei processi relativi alla formazione della loro identità culturale e possedere così le chiavi per comprendere le modalità con cui, pubblicamente, esprimono il loro potere – le forme dissuasorie o persuasive nei confronti dei loro sottoposti, le minacce e la rabbia delle sconfitte sportive o la gioia paternalistica delle vittorie, le interviste sfuggenti e le interviste sfuggite, le autorevolezze e le inermità del più semplice dei tifosi. Perché non credo sia facile capire – come nella pratica del gioco giocato – chi è davvero “fuori gioco” e chi non lo è, chi muove fili con calcolo e chi, nel tentativo di farlo, s’irretisce da solo e, come qualsiasi ingenuo di noi, più che muovere, è mosso.

Felice Accame