rivista anarchica
anno 41 n. 367
dicembre 2011 - gennaio 2012


Dibattito Roma 15 ottobre - 2

Nuova jacquerie o riproposizione del violentismo?
di Andrea Papi

Il potere sta distruggendo e impoverendo sistematicamente la società e ogni volta lo scatenarsi della violenza sarà proporzionale alla rabbia accumulata.
Il vero pericolo: la mancanza di consapevolezza.

 

Gli accadimenti interni alla manifestazione del 15 ottobre scorso a Roma in qualche modo rappresentano un punto di svolta rispetto ai percorsi di opposizione radicale all’interno dei processi di rivolta contro le oligarchie dominanti. La svolta sta nell’evidenza cruda, non più ignorabile, dell’esplosione ribellistica che non vuol chinare il capo. Un primo problema è che non è facile accettare ciò che è successo, come non lo è rifiutarlo. Eppure bisogna mettersi l’animo in pace, perché temo che d’ora in poi sarà praticamente impossibile evitarlo.
Chiarisco subito che personalmente mi ripugna l’uso sconsiderato, in molti casi gratuito, della violenza, che ritengo inconcludente, inutilmente brutale, prettamente vandalico e spesso privo di un senso ragionevolmente accettabile. Ai miei occhi questi novelli barbari (come sono stati rappresentati dall’informazione ufficiale, addirittura assimilati ai lanzichenecchi che fecero il famoso “sacco di Roma”) di primo acchito appaiono politicamente abbastanza stupidi, facilmente strumentalizzabili anche se non se ne rendono conto. Ma queste affermazioni fotografano soltanto il mio stato d’animo e non possono rappresentare uno sguardo appropriato che aiuta a capire.
Per la determinazione rabbiosa viene spontaneo associare ciò che è successo alla jacquerie del 1358, divenuta simbolo ed emblema delle rivolte spontanee dal basso, che fu caratterizzata da una forte sollevazione spontanea delle masse contadine, priva di ogni preparazione e organizzazione politica. Ma i fatti di Roma, a differenza della jacquerie, hanno avuto come protagonisti migliaia di giovani incazzati, che si sono mossi ben organizzati e risoluti, che preventivamente avevano deciso di scatenare una distruzione sistematica di cose e simboli del potere e di mettere in seria difficoltà le forze di polizia. Se ci fossero riusciti avrebbero voluto assaltare i palazzi del potere, cercando di trascinare la massa presente verso uno scontro insurrezionale, per trasformare l’insieme della manifestazione in una odierna jacquerie. Di fatto a Roma si è invece mossa un’avanguardia che ha agito per conto proprio, all’occorrenza scontrandosi coi manifestanti non concordi col loro agire.

Dalla parte di chi si ribella

Indipendentemente da questi fatti dobbiamo abituarci all’idea che probabilmente scoppieranno sempre più rivolte, perché i poteri dominanti stanno distruggendo e impoverendo sistematicamente le società ed ogni volta lo scatenarsi della violenza sarà proporzionale alla rabbia accumulata. Sono comprensibilissime le ragioni delle varie jacquerie, quelle avvenute e quelle che si succederanno, anche se quasi mai risultano sensate: sono ogni volta occasione dello scatenarsi della reazione, che ne esce rafforzata e mette in atto azioni repressive spropositate. La rivolta violenta non è giusta né sbagliata ed è fuorviante giudicarla. Il potere la giudica perché non riesce a controllarla, mentre ha modo di manipolarla o addirittura di usarla. La manipola attraverso infiltrati che spingono in un senso funzionale al potere. La usa come alibi per mettere in atto recrudescenze autoritarie e repressive, sia in modo mirato sia in modo indiscriminato. In modo lampante le modalità della rivolta violenta vengono ampiamente usate a vantaggio di chi domina, senza che, fra l’altro, si riesca a fare nessun passo avanti verso l’emancipazione.
La rabbia dei sottomessi che si trasforma in rivolta violenta è inevitabile. Succederà sempre fino a quando il livello e la quantità di ingiustizie sociali saranno insopportabili, fino a quando trionferà l’ingiustizia e la sopraffazione dei poteri dominanti, che in verità ne sono il vero e unico sobillatore. Non ha senso giudicarla moralisticamente, ponendosi magari in attesa che la rivolta generata dalla disperazione venga portata avanti con belle maniere e buona educazione. Pensarlo o sostenerlo è irrealistico perché non tien conto che la rabbia e la disperazione, generate da fame povertà sopraffazione e continue umiliazioni, portano a reazioni potenti e incontrollate.
Per elezione gli anarchici non possono stare dalla parte dei potenti affamatori e oppressori, che sono i principali violenti, i veri generatori della violenza generale. Noi non possiamo che stare dalla parte di chi si ribella a questo stato di cose anche se ci ripugna il modo con cui la ribellione si manifesta. Anche quando non condividiamo l’uso sistematico e indiscriminato della violenza che insorge, che con grande forza irrazionale vorrebbe abbattersi contro i sopraffattori, gli affamatori e i torturatori del potere dominante, noi dobbiamo stare dalla parte di chi si rivolta perché è naturalmente la nostra parte. Dobbiamo però farlo con la fermezza delle nostre idee e delle nostre convinzioni, impegnandoci a contribuire affinché la lotta che sorge spontaneamente non precipiti nella trappola della violenza sopra ogni cosa, non venga trascinata dal mito storicamente fallimentare dell’insurrezione a tutti i costi, elevata in modo mistico e dogmatico ad unico efficace mezzo di lotta contro l’ingiustizia e il dominio sopraffattore.
Il problema di fondo da affrontare è perché ha preso e prende piede in modo pregnante questa pratica violenta di elite, che vorrebbe indurre la piazza ad una vera e propria jacquerie, così incisiva e allo stesso tempo così insensata, almeno dal punto di vista di chi vorrebbe pratiche in grado di sovvertire il modo di essere e di vivere dominante, con l’intento di costruire una società autogestita solidale e libertaria, non più sottomessa. La risposta immediata è perché questi giovani, privati violentemente di ogni speranza dal sistema oppressivo vigente, inseguono il mito dell’insurrezione violenta contro il potere dominante quale unica risposta possibile per liberarsi della cappa plumbea che ci sovrasta.
Eppure è così evidente che vivendo questa convinzione in modo assoluto, consapevolmente o no, vogliono imporre in modo dogmatico quella che ritengono l’unica pratica valida. Sono anche fortemente convinto che questo supporto teorico generalista si attagli perfettamente col bisogno psicologico di scatenare la rabbia esistenziale accumulata, scagliandola contro chi si oppone allo scatenarsi dei loro bisogni di riscossa insoddisfatti.
Personalmente mi riesce difficile credere che ci sia ancora qualcuno veramente convinto di fare la rivoluzione in questo modo. Dietro c’è molta ingenuità, quando non stupidità, anche se c’è molto cuore e una gran voglia di combattere. Ma non si può combattere alla cieca, o per il puro piacere del combattimento per liberare energie, perché così si è destinati a soccombere. Se si dichiara guerra, intendo guerra vera e propria con le armi, non semplice conflitto sociale (come sembrano propugnare questi neofiti dello scontro diretto col potere), e si affidano solo ad essa le possibilità della riscossa, si consegna ai professionisti della guerra un’occasione d’oro di sperimentare la propria professionalità, che li renderà molto più distruttivi e devastanti della rabbia che si scatena dal basso.

Errico Malatesta e la violenza “necessaria”

Ci sono alcune profonde pecche di valutazione in questa scelta ribellistica dell’uso della violenza di piazza. Per sua natura lo scontro fisico mira a schiacciare il nemico che vorrebbe abbattere, ad umiliarlo, a renderlo inoperante. C’è quindi un primo problema di non poco conto che è l’identificazione del nemico, cioè capire contro chi effettivamente bisogna scagliarsi. Ad un primo sguardo superficiale, per il tipo di violenza messa in atto e per le cose che vengono colpite, verrebbe da supporre che siano considerati nemici principali i poliziotti e i carabinieri che li fronteggiano, le banche nei loro edifici, i palazzi del potere in quanto luoghi che ospitano i potenti.
Ma questi “novelli barbari” non sono così superficiali e ingenui. Scatenano la loro rabbia su poliziotti, edifici bancari e palazzi del potere perché li hanno eletti a simboli dell’attuale potere dominante. In questa loro scelta manca il dopo, non si sa che cosa vogliono al posto del potere che vorrebbero abbattere. Sembrano comunque convinti che, come in ogni insurrezione che si rispetti da quando c’è storia di insurrezioni, l’obbiettivo vero sia la presa del “Palazzo d’Inverno”, col conseguente abbattimento dei potenti che vi agiscono dentro e del loro potere. Non so se nel loro immaginario vorranno pure “onorare” fino in fondo il mito della rivoluzione che si impadronisce del “Palazzo” per instaurarvi un nuovo potere rivoluzionario. Dal momento che molti di loro si autoproclamano anarchici, non dovrebbero di logica aspirare ad instaurare un nuovo potere, mentre dovrebbero voler abolire definitivamente ogni tipo di potere dall’alto, ogni autorità costituita che voglia imporsi. Cosa molto difficile da realizzare, se non impossibile, se il mezzo fondamentale per la vittoria finale è l’insurrezione, com’è dimostrato storicamente.
È proprio questa visione strategica generale, conseguenza della loro dichiarata ferrea volontà di agire esclusivamente attraverso l’insurrezione, che rappresenta una pecca gigantesca rispetto al proposito di innescare un processo rivoluzionario, identificato in modo lacunoso nel solo momento del rovesciamento e dell’abbattimento del potere vigente, senza chiarire minimamente cosa vogliono realizzare e cosa succederà una volta che il potere tanto odiato sarà stato preso o abbattuto. Quando ci sono stati simili presupposti, oltre all’ammasso di lutti e stragi provocate, storicamente si è sempre dato avvio a dei disastri sociali devastanti.
Errico Malatesta, anarchico dal pensiero raffinato molto importante nel quadro generale della storia della rivolta degli oppressi, pur supponendo a suo tempo che l’insurrezione fosse indispensabile per emanciparsi, si è sempre molto prodigato per chiarire che se la rivoluzione deve portare ad erigere forche e ghigliottine è meglio non farla, come pure che la violenza da parte degli insorti deve limitarsi ad azione di difesa contro la violenza del potere, mai diventare strumento di imposizione e sopraffazione. Pur ammettendo la necessità della violenza come atto di ribellione, ha sempre propagandato che l’anarchia ripudia la violenza come metodo regolatore delle relazioni sociali, perché è sopra ogni cosa atto d’amore verso l’umanità. Questo pensiero è giustamente diventato un classico della visione anarchica della trasformazione rivoluzionaria della società.

Mancanza di consapevolezza

Due sono le pecche principali del violentismo attuale nelle proteste di piazza, che ha avuto nei fatti del 15 ottobre a Roma un momento particolarmente emblematico.
Da un lato i violenti insurrezionali si pongono con supponenza e arroganza, rifiutando il confronto con altre posizioni differenti, volendo imporre le proprie pratiche a chiunque si trovi sulla loro strada. Significative alcune loro dichiarazioni pubblicate sui giornali: …è inutile meravigliarsi, tutti lo sapevano …lo avevamo dichiarato da diversi giorni quello che avremmo fatto… ecc. ecc. Si sono scontrati con diversi manifestanti che lungo il corteo non volevano subire la loro ingerenza, propinata a chi manifestava con aggressioni fisiche e metodi d’imposizione chiaramente autoritari. In questo modo hanno ottenuto che, esasperati, dei manifestanti abbiano consegnato alle forze di polizia alcuni di loro e che carabinieri e poliziotti siano stati applauditi perché si difendevano dalle aggressioni dei cosiddetti black-bloc. Un modo d’agire che si suppone rivoluzionario e che suscita d’impatto simpatie nei confronti delle polizie del potere contro cui si manifesta è perlomeno dubbio, non solo nei suoi risultati ma anche nel senso.
Dall’altro lato sono vittime dell’illusione che ci sia un centro di potere, una volta abbattuto il quale potrà prendere avvio l’auspicata liberazione. In realtà il dominio attuale non ha centri di potere da cui promanano i comandi che impongono sottomissioni. Oggi il nemico determina scelte e politiche che condizionano le esistenze di tutti, che schiavizzano e impoveriscono intere masse umane, sovrastando ogni struttura. Più che un sistema in senso proprio è un insieme di forze autonome che riescono ad imporre la propria supremazia muovendosi in sinergia, è un metodo d’azione, di appropriazione e d’induzione molto più efficace di ogni palazzo, di ogni struttura di comando, di ogni apparato di sfruttamento, di ogni forma d’imposizione gerarchica.
Da un punto di vista rivoluzionario il vero pericolo è rappresentato dalla mancanza di consapevolezza e dalla cieca e assiomatica non comprensione della realtà.

Andrea Papi