rivista anarchica
anno 41 n. 367
dicembre 2011 - gennaio 2012


cinema

 

“Suggestioni musicali”

L’interfaccia musicale di una partitura per sole immagini e parole è assolutamente necessaria a completare il ritmo, l’ambiente di una storia. Una musica, una melodia, anche solo un ritmo non idonei ad accompagnare delle immagini lascia gli spettatori smarriti e magari anche infastiditi. Ci sono suoni appropriati a riempire le immagini che scorrono sullo schermo (città, campagna, fiume, bosco, mare, animali) ma non bastano. Manca l’altra parte, la melodia, le sottolineature, l’emozione che solo la musica sa restituire.
I suoni musicali al cinema non sono nient'altro che sensazioni, cioè reazioni interne alla sfera psicofisica umana, a stimolazioni esterne prodotte dall’incontro tra immagini e rumore. E sono elementi portanti della visione cinematografica. In un film pieno d’azione, di salti, di variazioni, di colpi di scena, quella che noi dovessimo percepire come assenza di musica, creerebbe un vuoto, un’ aspettativa, ed è come se tale mancanza inchiodasse il film, la sua immagine a una cornice che a tratti non riconosciamo più come sua. La sua assenza può perfino arrivare ad alterare un poco i colori e le proporzioni. In modo più profondo le emozioni e il senso che il film mira a produrre.
Potrei dire meglio che la percezione dello spettatore, per potersi realizzare, richiede un fondo tonale, una sorta di tappeto sonoro dove si possa comodamente adagiare. Sia per commuoversi, sia per spaventarsi. L'orecchio dunque ha le sue esigenze. Lo spettatore cerca sempre in qualunque vicenda stia vivendo un filo conduttore al quale far riferimento, una chiave di lettura con cui organizzare la massa dei suoni a cui è sottoposto. Se ciò viene a mancare, gli equilibri si alterano e nel suono prevale la componete del rumore indesiderato, che lascia indifferente l'orecchio quando non arriva a ferirlo. Se invece tale chiave di lettura è assicurata, ogni aumento di complessità, ogni invenzione, ogni rottura di prevedibilità diventano accettabili, anzi sono fonte essenziale di arricchimento.
Come scrisse anni fa Alberto Cavalcanti (un grande teorico del cinema vissuto a cavallo dell’ottocento/novecento) “sembra che il rumore al cinema non tocchi l’intelligenza ma parli invece a qualcosa di più profondo e d’innato”. Ancora oggi, dopo tanti anni e tanto cinema, le sue parole hanno un senso profondo per chi riflette sul significato del cinema.
I suoni, di fatto, appartengono allo stesso mondo degli elementi visivi e difficilmente possono interferire con l’interesse dello spettatore per questi ultimi. Resta il fatto che lo spettatore durante la visione è libero di spogliare certi suoni della loro sostanza naturale in modo che non abbiano più riferimento con l’universo fisico da cui fluiscono. Il cinema è artificio tecnico. E musica e immagine (che sono un mix di tecnica e creatività) dipendono inesorabilmente uno dall’altro.

Bruno Bigoni