rivista anarchica
anno 41 n. 365
ottobre 2011


società

Venti di rivolta
di Andrea Papi
foto di Eulalia Vega

Noi anarchici siamo, o dovremmo essere, per la ridefinizione di nuove teorie e nuove pratiche rivoluzionarie, quel che è successo, e sta succedendo, in tante piazze di tutto il mondo deve stimolarci in tal senso.

 

Il mondo sta cambiando a gran velocità e sta ridefinendo i gangli e i riferimenti fondativi che ne fanno un insieme di sistemi in grado di permettere alle elite dominanti di condurre il gioco. Sottolineare questa constatazione non è per nulla ovvio né scontato, perché non è affatto banale, né tanto meno semplice, capire e interpretare caratteristiche e senso del processo in atto.
Da circa tre anni i sistemi/paese sono sotto scacco, sia nelle scelte politiche sia in quelle economiche e produttive. Una crisi finanziaria di estensione planetaria e di dimensioni devastanti sta erodendo e vanificando, una dopo l’altra, ogni risorsa e ogni capacità decisionale, costringendo l’economia e la politica a subire l’egemonia e il dettato delle oligarchie che gestiscono i movimenti finanziari globali. Il nesso principale e di fondo della questione che stiamo affrontando sta proprio in questa relazione situazionale.
Di conseguenza i vecchi schemi con cui si cercava la comprensione dei movimenti delle cose sono obsoleti e stereotipati, non più in grado di aiutarci a decifrare la direzione dei percorsi in atto. Una vera e propria caduta di senso dei paradigmi accreditati. Per usare un linguaggio ormai deteriorato, si è spostata la centralità del problema. Siccome non c’è più un centro da colpire si rischia di rimanere sbalestrati, dal momento che la cultura politica su cui ci siamo formati ci aveva illusi sulla necessità di un centro da abbattere, come pure di una struttura nemica a cui opporre una “struttura sovversiva” di riferimento. Tutto il classico bagaglio ermeneutico della politica della rivolta sembra vanificarsi sotto i colpi mortali dei “default” finanziari, che stanno riducendo gli antiquati stati nazionali a impiegatizie centrali operative.

Avidità senza fine di una minoranza

La prima considerazione altamente significativa è che la crisi che ci sta avviluppando ancor prima di essere economica, nella “sustantia”, è una crisi del modo di essere e pensare dominante, messa in evidenza e accelerata a ritmi vertiginosi dalla debacle finanziaria. Un annichilimento del paradigma giustificativo su cui si fondano da secoli i sistemi di potere che dominano le società. Con estrema chiarezza oggi è manifesto che il fine imperante verso cui viene teso l’intero mondo è il soddisfacimento dell’avidità senza fine di una minoranza, non eletta ma impostasi, il cui proposito è l’accumulo illimitato di rendite finanziarie per esercitare influenza, potere, imposizione e annessione. Questa minoranza, attraverso gli strumenti continuamente aggiornati della speculazione finanziaria, persegue i propri scopi senza tener minimamente conto dei bisogni altrui e delle conseguenze nefaste ed antiumane del suo operare da schiacciasassi.
Al vertice di questi movimenti sopraffattori non c’è una struttura di classe che decide la politica economica e impone le sue scelte. C’è invece un magma fluido, anonimo e non strutturato, che si muove in continuazione tra le fluttuazioni finanziarie, al di là della concretezza cartacea del denaro. È un gioco di transazioni computerizzate, attraverso cui ordini di acquisto e vendite, che scattano tutti insieme scardassando il mercato, si consumano fulmineamente in nanosecondi, seguendo complessi algoritmi elaborati dai computer. Velocissimi movimenti di greggi impazzite e direzionate dove, come dice un’efficace immagine di Maurizio Ricci, le pecore non sono animali, ma operazioni elettromeccaniche cui non ci si può sottrarre.
Dietro queste operazioni estremamente complesse un’oligarchia ad altissimo livello dirige il gioco senza trasparenza, annettendosi ricchezze iperboliche che esistendo puramente nella memoria dei computer non hanno forma tangibile, mentre hanno la forza della concretezza simbolica dei mercati cui tutto il resto viene annesso e sacrificato. Un meccanismo affinatosi negli ultimi decenni, frutto dell’evoluzione, o involuzione che dir si voglia, del capitalismo inteso come accumulo di capitali, diventato il “deus ex machina” che domina il mondo, al quale si piegano gli stati con le loro scelte politiche e sociali, in funzione del quale marcia l’economia, sia quella chiamata “reale”, cioè produttiva, sia quella speculativa. Il mondo è ormai completamente finalizzato a questo mostro antiumanista e anti/“natura”.
I padroni e lo stato, antiche classiche bestie nere dell’anarchismo, non possono più rappresentare, neanche simbolicamente, i principali nemici, abbattuti i quali si aprirebbero magicamente le porte dell’emancipazione rivoluzionaria del sol dell’avvenire. Il capitalismo proprietario residuo, quello dei padroni, è al traino, totalmente ininfluente sulle scelte di politica economica, che anzi subisce. Gli stati, istituzionalizzazione del potere politico in origine tendenzialmente autarchici, che assunsero la totalità del potere moderno quando le nazioni si imposero sui re, oggi sono subissati e declassati dal globalismo economico e politico, trasformati di fatto in amministrazioni territoriali dello spazio d’azione planetario, ormai completamente extra e multi nazionale.
Lo stato è sempre più solo un peso, una specie di idrovora che rapina benessere e ricchezze, che estorce soldi senza sosta e non dà praticamente nulla in cambio, mentre trasforma il denaro che assorbe in privilegi per i potenti e in potenziamento delle strutture di autoconservazione. Senza i costi enormi del mantenimento parassitario dello stato, coi suoi debiti iperbolici, la società vivrebbe in una condizione diffusa di benessere collettivo. Lo stato è soprattutto una fonte di impoverimento strutturale e ha smesso di essere il mitico luogo del potere assoluto, il mostruoso Leviatano di hobbesiana memoria.

Enorme potere globale

Il nemico preminente attuale, che nel mondo determina scelte e politiche condizionando le esistenze e spingendo a schiavizzare e impoverire intere masse umane, sovrasta ogni struttura. L’esercizio del dominio oggi è al di sopra di ogni apparato e di ogni struttura, capace di muoversi liberamente in modo fluido, efficace, devastante. Più che un insieme sistemico è un insieme di forze autonome che riescono ad imporre la propria supremazia muovendosi in sinergia. Non sottomette in prima persona e non sfrutta direttamente, mentre conquista la sua egemonica supremazia inducendo ad opprimere e sfruttare. È un metodo d’azione, di appropriazione e d’induzione molto più efficace di ogni struttura di comando, di ogni apparato di sfruttamento, di ogni forma d’imposizione gerarchica.
Di fronte alla prepotenza planetaria di un tale enorme potere globale, che sta assoggettando tutto e tutti alla propria incolmabile voracità, diventa indispensabile ridefinire qualità e senso delle lotte, dell’opposizione, del percorso di emancipazione. Non è più possibile vivere di rendita sulle teorizzazioni ottocentesche che forgiarono il sorgere del movimento operaio e impostarono le strategie rivoluzionarie, sia anarchiche sia marxiste. La riproposizione dei loro modelli ideologici non può che essere fallimentare. Non a caso le rivolte spontanee oggi mostrano caratteristiche nuove nel modo di opporsi a questo presente privo di prospettive accettabili.
La crisi mondiale che ci sta attanagliando, pur svolgendosi nei mercati finanziari, ha pesantissime ripercussioni a livello sociale. Siccome gli stati sono ormai completamente succubi delle impennate dei mercati, scaricano i costi della crisi sulle fasce sociali più deboli ed esposte. «Salviamo le banche non la società» sembra la parola d’ordine imperante, dal momento che i lauti guadagni del gioco finanziario sono dei pochissimi che se li annettono, mentre le perdite vengono compensate dalle tassazioni dirette e indirette imposte dagli stati a tutti gli altri. L’ingiustizia “finanziaria” è enorme e determina un impoverimento generale che genera sacrosante sommosse di popolo e rivolte, tanto è sfacciatamente insopportabile.
In questa fase di reazione ribelle contro la tirannia autocratica dell’alta finanza assistiamo a tipi di ribellione diversi per qualità e intensità. In particolare m’interessa prenderne brevemente in esame due, per il livello emblematico e simbolico che hanno saputo esprimere. La rivolta violentissima che ha investito diverse città della Gran Bretagna nella prima decina d’agosto e il movimento degli “indignados”, che ha preso avvio a metà maggio nelle piazze di Spagna.
La “jacquerie” britannica d’inizio agosto, che ha sorpreso per la devastante determinazione con cui si è manifestata improvvisa per circa una settimana, ha subito ricordato la rivolta delle banliues parigine. Ma quella fu una rivolta delle vaste periferie della metropoli francese, mentre a Londra non ci sono periferie e le zone urbane dei ricchi si trovano accanto a quelle dei poveri in una continuità urbanistica. La similarità sta nella veemenza con cui si sono manifestate entrambe le sollevazioni. Ma a differenza di Parigi non si è trattato di una rabbiosa sedizione di emarginati sociali che gridavano il loro diritto ad esistere. La “jacquerie” di questo primo scorcio d’agosto, inizialmente londinese poi in altre città britanniche, ha visto protagonisti i rampolli adolescenti inglesi, determinati a perpetrare un vero e proprio saccheggio. Dalle testimonianze si evince che, pur avendo combattuto durissimamente, il loro scopo non era affatto di scontrarsi con le forze dell’ordine. Lo scontro c’è stato come reazione decisa perché gli agenti hanno cercato di contrastare le loro scorribande, ma l’obbiettivo che perseguivano era di appropriarsi dei beni di consumo indotti che desideravano.

Rivolta spontanea

C’è un dislivello di qualità nel senso della rivolta. Qui la spinta di fondo ha tutto l’aspetto di un nichilismo radicale sganciato da ogni radicalità politica, accompagnato da un pessimismo totale verso le istituzioni vigenti. «Il sistema ci saccheggia – sembrano dirci – allora noi saccheggiamo a nostra volta. Non importa se non danneggiamo il sistema. Ci interessa appropriarci subito di ciò di cui abbiam deciso di aver bisogno.» Affiorano una sfiducia e un disinteresse totali nel cambiamento del sistema. C’è invece il bisogno di saccheggiare e devastare la società per com’è e per quello che è, perché comunque fa schifo. Esclusa ogni volontà di cambiare le cose alle radici, emerge la voglia di devastare il devastabile di ciò che a sua volta ci devasta per dominarci e saccheggiarci. E non hanno nessuna importanza le conseguenze di tale nichilismo portato all’eccesso. Siamo al di fuori di ogni portata rivoluzionaria, perché non importa cambiare le cose alle radici bensì fracassare un esistente che non piace.
Gli “indignados” al contrario sono un tentativo collettivo di elevare il bisogno di rivolta ad alta volontà politica. Il movimento 15-M (15 maggio, giorno d’inizio), in seguito a un fitto tam-tam nei social network, prese origine occupando pacificamente e piantando tende a Puerta del Sol a Madrid. Migliaia di persone, seguendo una spinta collettiva che aspettava solo l’occasione, si sono ritrovate ed hanno cominciato a discutere a fondo sulle condizioni di vita e in quale tipo di società avrebbero voluto vivere, perché quella attuale non piace. La piazza di Madrid è stata subito seguita da ben più di 400 piazze, ognuna producendo documenti propri proponenti modelli sociali alternativi.
Una spontanea rivolta nata pacificamente attraverso contatti nella rete. Una internet ribelle, che inizialmente ha preso spunto dalla “primavera araba”, che a sua volta ha alimentato la richiesta di Vera Democrazia, Adesso. Finora ha rifiutato qualsiasi portavoce, ha dimostrato di non aver nessuna intenzione di farsi ingabbiare dentro schemi già conosciuti ed è nata dichiarandosi subito apartitica. È sorta contro il sistema politico, la corruzione, la ‘collusione’ fra politica e banche. Ma ciò che è più importante è che non si è fermata alla protesta legittima, mentre ha cominciato a discutere, a progettare, a sperimentare e a definire un altro modo di essere società. Ha organizzato in modo autogestionario sia la protesta sia i primi tentativi di mettere in piedi un’alternativa sociale: è soprattutto questa la caratteristica che potenzialmente proietta gli indignati in una fase rivoluzionaria nuova, dagli esisti nient’affatto scontati.
Anarchici! È impellente prendere spunto. Noi siamo, o dovremmo essere, per la ridefinizione di nuove teorie e nuove pratiche rivoluzionarie, emancipate dal vecchissimo e obsoletissimo progettare ottocentesco.

Andrea Papi