rivista anarchica
anno 41 n. 364
estate 2011


 

Occupazioni e sgomberi
a Bologna

Gli sciagurati si chiamano Serafino D’Onofrio (uno sporco terrone) e Valerio Monteventi (bolognese ma rugbista, comunista e operaio, insomma un tipaccio). Il loro libro Berretta rossa (Pendragon: 16 euro per 230 pagine).
Attenzione a quel plurale, cioè «storie», del sottotitolo: non è la «storia» (singolare) di Bologna attraverso i centri sociali, Per questo quasi mai trovate i nomi veri – anche se chiunque frequenti Bologna ne identifica un bel po’ – e non ci sono spiegazioni o cronologie.
Nel recensire “Berretta rossa”, in pagina bolognese, un cronista de «L’Uunità» ha esordito con un virgolettato: «libro controindicato per i politici dei palazzi che non hanno mai capito niente dei centri sociali». Vero... a metà. Perché da tutto il libro emerge che a non comprendere nulla dei centri sociali è la cultura produttivista e perbenista del “picista” (ora “pidduino”) medio. Che per esorcizzare il mostro si inventa di tutto, a partire (30 anni fa) che lì dentro circolano «bibite drogate».
È una storia di occupazioni, di sgomberi (specialmente ad agosto) e di ri-occupazioni, di accordi traditi (dalle amministrazioni), di campagne martellanti (in testa neanche a dirlo «Il resto del Carlino» ma anche il neo-arrivato «Repubblica» ci mette del suo) con scarsità di argomenti e notizie ma larghezza di bugie e calunnie. Articoli già scritti prima dei fatti, uguali oggi come 30 anni fa. Come spesso accade la menzogna più grande (“hanno sottratto alla città uno spazio pubblico”) si accompagna all’omissione più sfacciata. Menzogna perché quei luoghi occupati erano 99 volte su 100 abbandonati, a volte da decenni, e omissione perché 95 volte su 100 dopo gli sgomberi nessuno (pubblico o privato) ha utilizzato quei luoghi che naturalmente sono ben murati per evitare che collettivi o singoli abbiano la tentazione di utilizzarli.
Succede così anche fuori Bologna? Sì, quasi ovunque. Amministrazioni cieche e bugiarde da Forlì a Milano, da Torino a Firenze. Succede anche fuori d’Italia? Non sempre. Ci sono città (in Germania e in Olanda, un po’ meno ma anche altrove) dove se ragazze/i – o magari adulti, vecchi, immigrati o che ne so – occupano un luogo abbandonato e degradato, poi vanno in Comune a raccontare il loro progetto, trovano amministratori che li ascoltano, discutono, valutano e poi (nelle forme più varie) stabiliscono convenzioni e/o assicurano finanziamenti. A volte l’amministrazione pubblica ringrazia gli occupanti. Come avrebbe dovuto fare nel ‘95 l’allora sindaco di Bologna quando venne “resuscitato” in via Irnerio (nel centro della città) il luogo che si sarebbe chiamato Tpo, teatro polivalente occupato e che tuttora r-esiste... ma in un altro luogo. Consiglio chi magari è appassionato di comportamenti demenziali di leggersi bene questa storia che, ma guarda tu le coincidenze, si snoda da pag 90 («la paura» nella Smorfia) a pag 113 (il pronto intervento) di «Berretta rossa».
Tutte le altre vicende qui raccontate – dal Beretta Rossa, a Isola nel Kantiere, a Livello 57, a Crash (record di sgomberi), a Vag-61, a Xm24 (unico luogo in città dove è possibile trovare cibo biologico a prezzi accessibili, devastato da una perquisizione poliziesca avvenuta .... “per errore”, cioè «uno scambio di numeri civici» racconteranno) eccetera – hanno in comune solo la chiusura delle istituzioni e la voglia indomabile di cercare spazi “non omologati”; per il resto sono storie molto diverse fra loro, alcune più politiche e altre magari viziate da snobismi. Nella prefazione Valerio Evagelisti spiega che dalle parti dei centri sociali gira una «fraternità», una «solidarietà» (parole fuori moda, vero?) difficili da trovare altrove. Questo “sentire comune” è ancor più stupefacente sapendo che talvolta – per differenti scelte politiche o a volte per stupidità – in quei centi sociali si è litigato ferocemente o fatto a mazzate... «È questa solidarietà duratura la forza autentica dei centri sociali» conclude Evangelisti: «andatelo a spiegare a un ex piccista, ora pidduino, non capirà una parola»
PS (per non bolognesi): E gli anarchici? Beh, il loro spazio lo hanno avuto e (per ora?) nessuno glielo tocca: un tardivo risarcimento “ufficiale” per la loro partecipazione alla Resistenza. Ma è ovvio che molte persone di area libertaria sono presenti anche in queste occupazioni. Proprio di fronte al circolo Berneri c’è Atlantide. Le tante destre bolognesi, anche quelle che si credono sinistre, hanno deciso di sommergere Atlantide quanto prima ma... sarà dura. Questa è una storia delle ultime settimane che dunque «Berretta rossa» non ha fatto in tempo a raccontare: peccato, perché da anni è un luogo interessante per le riflessioni sull’identità sessuale e per molte buone pratiche culturali-sovversive.

Daniele Barbieri

 

Ma quante Rosarno
ci sono in Italia?

Quante Rosarno ci aspettano? Tante purtroppo. Lo conferma «Le Rosarno d’Italia» (Vallecchi), un bel reportage di Stefania Ragusa: «storie di ordinaria ingiustizia» precisa il sottotitolo.
Un viaggio attraverso tutta l’Italia, anche in luoghi che si vorrebbero “insospettabili” per la scarsa penetrazione della criminalità organizzata. «Rosarno del Nord» (5 tappe), «Rosarno diffuse» (due tappe, poi si spiegherà il senso della definizione), una sofferta «Rosarno del Sud» (Vittoria, città natale dell’autrice) per finire con le «classiche» (altre 6 tappe).
Si inizia con Milano, la via Padova che i media da tempo hanno condannato senza un regolare processo. Sintomatiche, in chiusura di capitolo, le considerazioni di una persona rientrata in patria dopo quasi 30 anni: «L’Italia che avevo lasciata era completamente diversa, era un Paese libero. Adesso ci sono telecamere ovunque, controlli e divieti dappertutto: è vietato mendicare, sedersi sulle panchine, bere la birra per strada e chiacchierare nei parchi alla sera. La delazione è incoraggiata, hanno inventato le ronde e ci sono i militari per strada: come in Nicaragua sotto la dittatura. Per avere un permesso di soggiorno o un visto d’ingresso si aspettano mesi e mesi. E questo mi ricorda la Birmania. Forse il cambiamento è stato graduale e voi avete fatto in tempo ad abituarvi ma io sono sconvolta».
Seconda tappa il Trentino, luogo dove il passa-parola assicura che va bene, alto livello di garanzie. Ma anche qui crescono soprusi o peggio che si preferisce non vedere. Stefania Ragusa decide di raccontare lo sfruttamento «gentile» (le virgolette sono sue) nella valle del porfido ma «gentilezza non vuol dire innocenza».
Fermata successiva Zingonia, dalle parti di Bergamo, una «utopia trasformata in ghetto». Brutta storia ma anche stavolta, come altrove, la narratrice cerca e trova piccoli (e talvolta grandi) segni di speranza e resistenza: dal sedicenne pachistano che pianta fiori a Maria che organizza pulizie in autogestione. Qui i nativi non hanno seguito le urla della Lega Nord ma comunque Zingonia vanta il suo triste record: «il primo appartamento sequestrato in Italia per effetto del pacchetto sicurezza».
Terza tappa è Imola, luogo che conosco bene dato che da quasi 20 anni vi abito. Socialismo, cooperative, benessere e diritti, «vista da qui Rosarno appare molto lontana in tutti i sensi». Eppure... Proprio una coop, nel ciclo dei rifiuti, è protagonista di uno scandalo che si cerca di soffocare: «condizioni igieniche allarmanti», caporali e vessazioni, paghe da schiavi dentro un’azienda il cui 57,5% è del gruppo Hera, insomma di pubblico interesse.
Sulla “invasione” cinese, la destra a Prato ha vinto le elezioni. Ma il quadro che dipinge Stefania Ragusa è assai più complesso a partire dal sindaco Roberto Cenni – così anti-cinese da non volere in città le bandiere a mezz’asta dopo un lutto – che però «è uno dei pionieri e dei primi fruitori della delocalizzazione industriale in Cina». Ce n’è anche per Roberto Saviano che in «Gomorra», senza lo straccio di una prova, amplifica la leggenda dei «cinesi che non muoiono mai»: a Prato, come altrove, non glie l’hanno perdonato.
Le «Rosarno diffuse» sono i luoghi ipocritamente chiamati Cie (e prima Cpt) e le truffe istituzionali come l’ultima sanatoria. Certo è “di parte” l’autrice: perché anti-razzista e poi, come racconta, perché «il mio compagno di vita è stato il terzo ospite» nel Cpt di Torino: dopo molti anni «preferisce non tornare a Torino: quello che ha visto e sentito in un mese e mezzo di prigionia continua a fargli troppo male».
Segnalo, per la sua ironia quasi scespiriana, la frase di un esule algerino che in tribunale dichiara di venire dalla Luna. «Ma in che Paese?» chiede il giudice, pensando a una omonimia. E lui risponde: «in cielo, vostro onore. Devo per forza venire dalla Luna perché voi continuate a trattarmi come un extraterrestre».
Drammatico il capitolo successivo col racconto delle proteste “sulle gru” a Milano e a Brescia.
«La tappa nella Rosarno-Vittoria è stata la più difficile del mio viaggio» scrive Stefania Ragusa. Ma altrettanto sconcerto e dolore probabilmente assale chi è di origine romana e si trova a leggere cosa accade agli «indiani invisibili» dell’agro pontino, a due passi dalle spiagge dei ricchi.
La tappa successiva è a Carsoli, provincia dell’Aquila, dove in una ditta ci sono addirittura i cessi separati: «su quello dei bianchi c’è scritto: “divieto di ingresso per gli indiani”». Una storia che almeno in parte ha un lieto fine, a dimostrare che il coraggio (degli immigrati) e l’impegno (delle persone antirazziste) spesso pagano.
Sconosciuto, «pressoché inesistente sulle carte geografiche», è San Nicola Varco nella Piana del Sele. O il piccolo Palazzo San Gervasio, fra Basilicata e Puglia. Il viaggio di Stefania Ragusa svela quel misto di arretratezza e modernità come quell’intreccio fra legale e criminale che ormai caratterizza grandi estensioni dell’Italia... e non solo nel Meridione.
La tappa a Castel Volturno contempla una strage (il 18 settembre 2008) ma anche un sindaco, Antonio Scalzone, che accusa i missionari comboniani di attirare sul territorio «prostitute, spacciatori e criminali di ogni risma». Nel capitolo su Cassibile si incontra un segretario del Pd che parla come la Lega Nord.
Bisogna dar merito a Stefania Ragusa di sapere, quando occorre, commentare in modo chiaro e semplice. Per far capire che la repressione dei migranti ci riguarda non ricorre a slogan vuoti o a pur sacrosanti inviti alla solidarietà. Spiega invece: «I migranti sono il “luogo” in cui vengono sperimentate oggi le politiche repressive che informeranno definitivamente il futuro e che hanno già reso ostico il presente: fine delle garanzie, fine dello Stato sociale, fine delle tutele sindacali». Chi non lo vede è cieco. «Il razzismo non è irrazionale o ignorante come spesso si tende a credere. Forse è tale a livello popolare ma quando lascia i bar e le portinerie e si accomoda nelle istituzioni, esso serve a uno scopo preciso: distrarre, dividere, indebolire» (pag 19).
E più avanti, a proposito dei “clandestini”, ricorda che nei Cie-Cpt si finisce in assenza di una condanna penale ma per un illecito amministrativo: «In un Paese in cui il falso in bilancio è stato depenalizzato ed evasori e truffatori seriali – loro sì ladri insidiosi e generalizzati – vengono percepiti come gente di mondo, l’assenza di un documento, non avere ucciso, rubato o cospirato ai danni dello Stato, ma la semplice assenza di un permesso – che per vie ordinarie risulta fra l’altro quasi impossibile da ottenere – si trasforma nella più grave delle colpe, punibile con 6 mesi di annientamento in un lager e la successiva interdizione all’Europa per 10 anni». Parole scritte prima che l’Unione europea avvisasse l’Italia che queste scelte non sono compatibili con i diritti garantiti.

Daniele Barbieri

 

Problemi e prospettive del
movimento anarchico

È difficile negare la rilevanza, da un punto di vista squisitamente storico ed insieme teorico, dell’interpretazione codelliana del movimento anarchico che emerge con estrema limpidezza dal saggio Gli anarchismi. Una breve introduzione (Edizioni La Baronata, Lugano 2009). Dopo aver illustrato i principali aspetti dell’anarco-comunismo, del piattaformismo, dell’individualismo anarchico, della pedagogia libertaria, del primitivismo, dell’anarco- sindacalismo e del municipalismo libertario, l’autore rivolge la propria attenzione ai limiti dell’anarco-capitalismo che, se da un lato rivendica un liberalismo radicale, dall’altro lato sostiene in modo incondizionato il capitalismo legittimando in tal modo “le disuguaglianze e le violenze e di questo sistema” (pagina 52). Di analogo rilievo è la riflessione dell’autore in relazione ai movimenti libertari giovanili i quali rivendicano un autentico anti- autoritarismo come si evince dal movimento degli Squatter che, attraverso le lotte per le case disabitate e il loro riutilizzo per fini di carattere politico culturale, promuovono una forma di lotta di estremo rilievo; anche gli anarco-punk interpretano l’anarchia in un’ottica di pace ed eguaglianza sottolineando la centralità delle tematiche animaliste, femministe e pacifiste.
Un rilievo analogo l’autore conferisce alle Culture Jamming i cui attivisti praticano a livello raffinato il sabotaggio culturale anticapitalistico attraverso una critica impietosa ora dei codici culturali che stanno alla base dell’attuale sistema di potere ora attraverso la contraffazione pubblicitaria che si concretizza nell’alterare i testi originali “con l’obiettivo di deviare il loro potenziale di seduzione verso finalità diverse da quelle previste” (pagina 56). Per quanto riguarda la disubbidienza elettronica il movimento hacker svolge un ruolo di estrema importanza poiché, grazie alla loro attività, demistificano la credibilità del sistema. Di estremo interesse, soprattutto per le implicazioni avute durante il G8 Genova, è la voce che l’autore dedica nel suo volume ai Black bloc. Dopo aver indicato le principali modalità operative antagoniste che attua il blocco nero (“marciare in blocco, cercare lo scontro diretto, costruire barricate con mezzi di fortuna, uso del vandalismo e distruzione di simboli del capitalismo” pagina 60), l’autore sottolinea come, nonostante l’impostazione genericamente qualificabile come anarchica, le loro azioni più che costituire una reale pericolo per il sistema capitalistico rappresentino in realtà fenomeni fini a se stessi. Indubbiamente originale è la voce intitolata “Anarchismo e Parecon” dedicata alla riflessione dell’economista radical americano Michael Albert che ha avuto il merito di teorizzare l’economia partecipativa che rappresenta “un modello diverso su come organizzare la produzione, il consumo e l’allocazione e i suoi valori di riferimento sono la solidarietà, la diversità, l’equità e l’autogestione. (…...)”. Concretamente l’economista americano propone quale istituzioni alternative a quelle esistenti la formazione di consigli di lavoratori con potere decisionale di autogestione.
Una considerazione a parte merita la voce Lifestyle anarchism che storicamente fu anticipata dell’individualismo anarchico americano; questo approccio alla realtà non promuove un atteggiamento rivoluzionario ma vede nella secessione dalla società esistente l’unico modo per creare una concreta realtà alternativa superando i presupposti autoritari del sistema “resistenza contro i poteri costituiti e contemporaneamente creazione di un sistema di valori alternativo: amore libero al posto del matrimonio, la comune in sostituzione della famiglia, l’autogestione e l’associazionismo invece che la produzione capitalistica” (pagina 65). Questo modo di operare all’interno della realtà non può che valorizzare l’individuo e la sua libertà. Laddove invece l’autore manifesta apertamente una posizione critica è nei confronti dell’anarchismo post classico i cui limiti sono agevolmente rintracciabili nella dimensione puramente intellettualistica di questo orientamento “si tratta di una riflessione teorica che ha trovato il suo ambito di riferimento soprattutto all’interno delle università inglesi e statunitensi che rivela due limiti vistosi. Il primo attiene alle fonti limitate e parziali, oltre che avulsa dal contesto storico e motivazionale per cui spesso sono state redatte, che questi intellettuali usano, trascurando ad esempio gli apporti significativi autori come Proudhon etc (...). Il secondo evidenzia inoltre la natura essenzialmente intellettualistica di queste considerazioni, avulsa cioè da un contesto di pratiche di azioni individuali e di gruppi significativi di contestatori” (pagina 69). Quest’ultima critica è di particolare significato poiché l’autore allude all’enorme potenziale espresso dal movimento no global . Sotto il profilo delle principali tematiche che hanno animato è caratterizzato il movimento anarchico tra ottocento e novecento, vi è indubbiamente quella dell’militarismo al quale bisogna contrapporre una critica ferma e decisa volta a sottolineare come l’uso nello strumento militare sia nel contesto della politica interna che nel contesto della politica estera sia da rigettare interamente analogamente al connubio tra il potere militare e di potere industriale; una critica altrettanto radicale viene mossa dal movimento anarchico alla psicologia militare e cioè alla gerarchia, alla prevaricazione e alla sottomissione alle quali la logica militare conducono. Anche per contrastare il militarismo, il movimento anarchico storicamente si servì di strumenti operativi quali il boicottaggio “che richiede che l’individuo si mobiliti, trasse il limite, si impegni nel sostenere una determinata campagna di controinformazione” e il sabotaggio che “mira a impedire con vari mezzi che un determinato servizio possa funzionare” (pagine 78-79). Facendo proprie le riflessioni anche del filosofo francese Foucault, l’autore sottolinea come il sistema carcerario vada interamente rifiutato poiché questo “trasforma gli esseri umani mostri, modifica l’atto delittuoso in comportamento criminale, attraverso una scuola di violenza istituzionalizzata e totale” (pagina 84). L’unica alternativa realmente perseguibile secondo l’autore è l’istituzione di figure come quella del mediatore in grado di aiutare i destinatari del sistema carcerario a acquisire consapevolezza e quindi a superare in modo autonomo le proprie problematiche. Uno degli aspetti più controversi, nel contesto del pensiero anarchico, è stato indubbiamente il suo rapporto con il pensiero marxiano nei confronti del quale, sottolinea l’autore in modo incisivo, i principali esponenti del movimento anarchico hanno denunciato “con forza la natura essenzialmente autoritaria del marxismo e dei partiti comunisti” (pagina 88) che si rivela in modo evidente nell’obiettivo del comunismo e cioè nella conquista del potere. Da questo punto di vista, gli intellettuali anarchici hanno rilevato come il conseguimento dell’egemonia politica culturale da parte dell’ideologia marxista non abbia presentato nient’altro che un passaggio da una forma di dominio ad un’altra o più esattamente da una forma di dominio di tipo tradizionale ad una forma di dominio tecnica e burocratica.
Altrettanto lucida e decisa è l’analisi che l’autore compie nei confronti dei limiti della democrazia parlamentare, limiti che emergono nel momento stesso in cui i partiti politici attuano una sofisticata manipolazione dell’opinione pubblica attraverso i mass-media svuotando di fatto la possibilità da parte dei cittadini di conseguire realmente un effettivo potere decisionale; al contrario la democrazia diretta “riporta la centralità nel momento assembleare fin nei minimi livelli di aggregazione, stabilisce che la delega è in ogni momento revocabile (…). Questa forma di democrazia richiede per poter funzionare che siano garantite un gran numero di altre condizioni e soprattutto una diversa disponibilità di tempo per poterle esprimere una vera e capillare partecipazione” (pagina 94). Proprio per questo Codello rileva la grande importanza dell’opera di di Bookchin fondatore del municipalismo libertario e dell’ecologia sociale. Proprio la riflessione di quest’autore, al quale l’autore riserva più volte nel suo volume considerazioni di stima, sta alla base della voce il federalismo libertario. Nel contesto del pensiero anarchico il federalismo è sinonimo di autogestione e pluralismo e deve garantire lo sviluppo di una “organizzazione volontaria è totalmente non coercitiva (...)”.
Naturalmente la realizzazione di un obiettivo così ambizioso implica l’uso del gradualismo che non costituisce una rinuncia agli ideali profondamente rivoluzionari del movimento anarchico ma al contrario costituisce una presa d’atto della complessità della realtà e soprattutto costituisce la consapevolezza che la rivoluzione è una rivolta perenne finalizzata a distruggere tutti quei sistemi di potere che vogliono cristallizzare la vita dell’individuo. A tale proposito, è evidente che sia nel contesto della movimento anarchico che nel contesto della storia del pensiero anarchico, il principale nemico è stato rappresentato dallo stato la cui principale caratteristica è quella di attuare: “una concentrazione della forza di una minoranza di individui che la esercitano tramite le istituzioni (...)”. Tuttavia lo Stato rappresenta anche una dimensione inconscia, rappresenta cioè un modo di pensare che sia è affermato lungo i secoli al punto da ritenere semplicemente irrazionale l’ipotesi di costituire una società senza Stato.

Giuseppe Gagliano

 

Gli anarchici
e la politica

È uscito il nuovo libro di Stefano d’Errico, Il socialismo libertario ed umanista oggi fra politica ed antipolitica. Attualità della revisione berneriana del pensiero anarchico (Mimesis Edizioni, Milano, 2011,pp. 369 euro 24). Pubblichiamo qui uno stralcio dalla prefazione di Giampietro Berti.

Nel dibattito storico-teorico dell’anarchismo la questione del Politico costituisce il punto centrale di tutta la disamina sul potere. Da oltre cent’anni gli anarchici dibattono questo tema, ma finora non hanno mai delineato una prospettiva convincente di pensiero e di azione in grado di affrontare adeguatamente tale passaggio. Il motivo principale di questa impasse risiede nel fatto che la “tradizione” anarchica presenta già una risposta, che è sempre la stessa: la trasformazione rivoluzionaria renderà superfluo il problema. Eppure l’esperienza spagnola del 1936-37 ha dimostrato che una rivoluzione sociale è la negazione della politica, ma non del potere (inteso allo stato puro, come rapporto di forze). E ha dimostrato altresì che la rivoluzione sociale non ha in sé la risoluzione di se stessa. La politica risulta insuperabile, tanto più se esiste una situazione rivoluzionaria di segno spontaneo, dove l’espressione evidente del potere insisto nel rapporto di forze sembra rendere superflua l’inespressione latente della politica. E con ciò è dimostrato che la dimensione spontanea del sociale non riesce ad assorbire e a superare l’esigenza di una direzione generale del moto emancipatore. (...)
Entrando nel merito delle proposte pratiche formulate da Berneri, d’Errico ne individua il programma minimo, volto a delineare una sintesi eclettica di sovietismo e comunalismo, attraverso l’attivazione di assemblee comunali, professionali, sindacali. Nel caso italiano – siamo a metà degli anni Trenta – il terreno specifico risultava quello comunalista e federalista; un dibattito, quest’ultimo, che apriva la strada relativa ai rapporti fra libertà e autorità alla luce di una possibile rivoluzione in chiave non soltanto antifascista, ma anche anticomunista. Ne conseguiva, ovviamente, la difficoltà dell’agire libertario nel campo antifascista.
A questo proposito l’anarchico lodigiano sintetizzava il problema della strategia rispetto ai rapporti con i comunisti, osservando che l’antitesi sarà «tra comunismo dispotico centralizzatore o socialismo federalista liberale». Le forze politiche affini al movimento anarchico dovevano essere valutate sulla base di questa discriminante, mentre passava in secondo piano quella tra riformismo e rivoluzionarismo. Pertanto nella lotta contro il regime di Mussolini gli anarchici potevano trovare intese con la formazione socialista liberale di Giustizia e Libertà – anche se moderata –, ma sicuramente non con i seguaci di Stalin. E non soltanto perché questi ultimi erano portatori di un socialismo autoritario e dittatoriale, ma anche perché fondavano la loro azione su una concezione grossolanamente classista della trasformazione sociale. Ne discendeva la seguente considerazione profondamente antidemagogica: che non sono le masse a determinare la trasformazione sociale, bensì le minoranze rivoluzionarie a cui è assegnato un compito eroico perché «il genio della rivoluzione non è genio di maggioranze, ma di minoranze fattive». Di conseguenza era sbagliato rinchiudersi «in una determinista o gradualista concezione storica, nella quale non ci [fosse] posto per l’audacia, del pensiero o dell’azione, del singolo e dei pochi». Le masse, dunque, non potevano rovesciare il fascismo; potevano farlo solo le minoranze rivoluzionarie disposte al supremo sacrificio. Riferendosi all’Italia, Berneri scriveva: «senza qualche centinaio di uomini disposti a morire, il regime resterà in piedi. Le profezie di una fine prossima sono assurde».
Del resto, se le minoranze agenti erano decisive nella lotta contro il fascismo, allora risultava altrettanto decisivo il superamento di ogni concezione classista e operaista della trasformazione sociale; ancor più risultava decisivo il superamento della demagogia populistica che permeava, a vario titolo, tutta l’ideologia di sinistra – socialismo, comunismo, anarchismo – circa il ruolo attivo delle masse proletarie; soprattutto era necessario abbandonare la prospettiva socialcomunista circa la centralità rivoluzionaria della classe operaia quale soggetto decisivo della trasformazione sociale. Nasceva da qui un’obiettiva convergenza strategica con le forze liberalsocialiste concepita, ancora una volta, secondo una modalità pluralistica ed empirica, diretta a coinvolgere tutti coloro che erano interessati al mutamento della società, secondo un’azione condotta su più piani e avente come obiettivo una comune base di partenza con cui riconoscersi.
Anche in questo caso le valutazioni di d’Errico sono rivolte a capire in che senso sia possibile ricavare da tale contesto storicamente definito una strategia utile per il presente; giudizi e valutazioni che si intrecciano con il dibattito attuale.
Stefano d’Errico mette in evidenza ulteriori aspetti del programma berneriano. Oltre al Comune, ai consigli operai e contadini, alle strutture tecniche del sindacato, ovunque articolati secondo un autonomismo federalistico, sottolinea in che senso Berneri pensasse ad un’integrazione della società politica con la società civile, fino all’assorbimento della prima nella seconda. Entro questo quadro generale diventava ovviamente impossibile il prevalere di un unico indirizzo economico. Dovevano pertanto coesistere un’economia socialista e un’economia liberale, senza nulla concedere a forme demagogiche di assistenzialismo parassitario, dato che il socialismo non era riuscito comunque ad elaborare una reale e credibile teoria della socializzazione. Si configurava così il mantenimento della piccola proprietà, con il conseguente impedimento delle requisizioni forzate della città verso la campagna, l’apertura, a dispetto del mito industrialista, di un indirizzo ruralistico (non in contrasto però con lo sviluppo industriale). Inoltre il programma della transizione contemplava la ragionevole conciliazione tra una concezione ludica del lavoro con la disciplina imposta dalle esigenze razionalizzanti, opponendosi, con la rivendicazione di una nuova etica intesa a dare dignità alla figura del lavoratore, sia alla massificazione taylorista, sia all’utopia di unfabolizione totale del lavoro e della fatica.
È evidente che tutto ciò implicava, per Berneri, la piena rivendicazione di un anarchismo e di un socialismo umanistici. Dichiarava infatti che «l’anarchismo si è affermato in ogni Paese come corrente socialista e come movimento proletario. Ma l’umanesimo si è affermato nell’anarchismo come preoccupazione individualista di garantire lo sviluppo delle personalità e come comprensione, nel segno di emancipazione sociale, di tutte le classi, di tutti i ceti, ossia di tutta l’umanità».
Stefano d’Errico, attraverso l’analisi del pensiero berneriano, riconosce con me che l’anarchismo costituisce una delle grandi soluzioni politiche della modernità e che pertanto è necessario insistere sulla prospettiva teorica e pratica di una scienza politica anarchica. E ha ragione, perché è questo il problema decisivo.

Giampietro Berti

 

Morte a Roma.
Il caso Verbano

L’omicidio di Valerio Verbano ha rappresentato una scena tra le più raggelanti, degna di un film e forse di Arancia Meccanica, del terrorismo neo-fascista a Roma.
È quasi l’una del 22 febbraio 1980. La famiglia di Valerio sta per riunirsi per il pranzo nell’abitazione del quartiere Montesacro. Il padre Sardo, dipendente di un Ministero, iscritto al PCI e la madre Carla, infermiera, sono già rientrati a casa. Qualcuno suona alla porta ma non è il figlio, è troppo presto, è ancora all’Archimede, il liceo scientifico della zona che frequenta. Dicono di essere amici di Valerio ma non lo sono. Tre giovani con i passamontagna calati sul volto e due pistole irrompono in casa.
Legano e imbavagliano i genitori. Frugano nelle stanze, prendono la macchina fotografica del giovane, cercano senza trovarlo, il dossier sul neo-fascismo a Roma che aveva formato con i suoi compagni del Collettivo Autonomo.
Trascorre quasi un’ora. I genitori sperano che, per una ragione qualsiasi, Valerio non torni a casa. Ma Valerio torna, i tre lo aggrediscono appena entra, la vittima reagisce, c’è uno scontro violento in cui va in pezzi la specchiera dell’ingresso.
Valerio riesce ad afferrare la mano che impugna una pistola calibro 7,65 silenziata. Ma uno degli altri, suo coetaneo o poco più, lo uccide con un colpo di calibro 38.
Gli assassini fuggono, lasciano nell’appartamento la 7,65, uno zucchetto e un passamontagna e un grosso collare per cani con catena di metallo che certamente dovevano stringere al collo del giovane autonomo per umiliarlo, interrogarlo e “farlo parlare”.
La storia di questo omicidio, uno tra quelli insoluti della stagione di sangue a Roma tra il 1977 e il 1980, è narrata in un libro di Valerio Lazzaretti da poco pubblicato per Odradek.
Il libro non racconta solo la storia di Valerio Verbano, della sua famiglia, dei suoi amici e dei suoi nemici, ma ricostruisce, con la forma di un vero e proprio saggio, le dinamiche e gli episodi cruenti che hanno scandito, quasi ogni giorno, la vita dell’estrema destra romana in quegli anni e anche oltre e nel contempo quella dei gruppi contrapposti di sinistra, secondo lo schema violenza-ritorsione-violenza : uno schema facilitato dal controllo, inesistente in altre città, di ognuna delle due parti di quasi interi quartieri da cui far partire le spedizioni di attacco.
Nessuna citazione è usata di seconda mano, nessun episodio è oggetto di auto-censura: per citarne uno la morte, pochi mesi prima, di un altro studente dell’Archimede, anch’egli diciottenne, Stefano Cecchetti ucciso a colpi di pistola e divenuto un “bersaglio” solo perché si fermava davanti ad un bar vicino a casa frequentato da “fascisti”.
Si sente nel testo la mano dell’archivista, la professione di Lazzaretti, che riporta in dettaglio interrogatori, perizie, volantini oltre alle testimonianze raccolte personalmente, sino a costruire, raccontando la morte di Valerio, una storia completa dell’estrema destra nella sua culla romana, che sinora mancava o era affidata a giornalisti improvvisatisi scrittori.
Nel corso degli anni le indagini sono state avviate, chiuse, riaperte e ancora archiviate.
Ma la verità storica, al di là dei processi non fatti, è nel libro.
Alla fine degli anni 70 la destra giovanile romana stava cercando di “emanciparsi” dalla vecchia destra militar-golpista modello di Ordine Nuovo dando vita a sigle (Costruiamo l’Azione, Terza Posizione) che per dissimularsi e radicarsi nelle scuole e nei quartieri usavano terminologie “rivoluzionarie” e anti-sistema: né capitalismo, né marxismo, terza posizione appunto.
Sul piano operativo, in concorrenza con il terrorismo di sinistra,i nuovi neofascisti avevano innalzato il livello di scontro, colpendo lo Stato, prima alleato, e uccidendo magistrati e poliziotti.
La strategia per crescere era quella dello “spontaneismo armato”, grazie alla quale i NAR, la più forte componente militare, non si presentavano come un’organizzazione centralizzata ma come una semplice sigla a disposizione, un arcipelago fluido di gruppi, quasi al pari di Al Qaeda oggi, che potevano liberamente usare il nome NAR.
In questa strategia che consentiva anche di ripararsi, con la sua “liquidità”, dalle indagini, una componente dei NAR all’inizio del 1979 aveva offerto addirittura una tregua all’estrema sinistra, proponendo di por fine alla guerra tra “rivoluzionari” e di combattere in sintonia aggredendo da due lati il “sistema”: una proposta non raccolta ma che è la chiave dell’omicidio Verbano.
Valerio Lazzaretti, oltre alle stranamente scarne dichiarazioni dei pentiti di destra, ricorda che il volantino autentico di rivendicazione era firmato NAR- Comando Thor, un sottogruppo quindi, ed esaltava il martello impugnato dalla divinità vichinga che aveva colpito un “piccolo verme” marxista.
Ma i volantini di rivendicazione, nel mondo dei NAR non erano diretti tanto a raccogliere consensi all’esterno ma erano una sorta di “comunicazione interna” tra le sue diverse componenti.
Ed infatti, analizza Lazzaretti, alla rivendicazione segue subito, e sarebbe stato impensabile nelle organizzazioni del terrorismo di sinistra, un altro volantino firmato NAR, redatto da Valerio Fioravanti, intitolato “NAR : Chiarimento” con cui si prende le distanze da chi si attarda a “sparare ai compagnetti” per acquisire prestigio tra i camerati , senza rendersi conto che è venuto invece il momento di colpire il “sistema” e i suoi servi.
“Dibattito interno “ quindi.
Ed infatti pochi mesi dopo, il 23.6.1980 la componente “rivoluzionaria” dei NAR uccide, mentre aspetta l’autobus da solo e senza scorta il Giudice Istruttore Mario Amato che in solitudine stava ricostruendo con le sue indagini la geografia della destra eversiva romana.
In solitudine perché, ricordiamolo, e lo spiega bene anche il libro, in quei mesi ben 4 magistrati stavano indagando sulle calcio-scommesse mentre Mario Amato, lasciato solo, aveva chiesto inutilmente, anche in una audizione al CSM pochi mesi prima di morire, che i dirigenti degli uffici giudiziari romani gli affiancassero qualche collega e gli dessero i mezzi per affrontare o almeno tentare di contenere il fenomeno del terrorismo di destra nella città.
Con certezza, e il libro lo spiega in modo convincente, gli autori dell’assassinio di Valerio Verbano appartenevano quindi ad un nucleo ristretto, laterale e in cerca di facili consensi all’interno dell’arcipelago NAR.
Un nucleo che tentava di accreditarsi e la cui sotto-sigla “Comando Thor” come è nata è subito scomparsa.
Nel 2010, a 30 anni dalla morte del giudice Amato, sulla base di identikit più precisi e di ricerche più mirate nella direzione indicata anche dal libro, la Procura di Roma ha riaperto le indagini sull’omicidio di Valerio Verbano iscrivendo alcuni ex-militanti dei NAR nel registro degli indagati.
Ma il filo è sottile perché improvvidamente nel 1989 sono stati distrutti i reperti, il passamontagna e lo zucchetto, lasciati dagli assassini nella casa di Verbano.
Reperti che, le tecniche di evidenziazione del profilo genetico, per le quali anche un solo capello basta e avanza, avrebbero potuto oggi, come indagini recenti ci raccontano, dare un volto a chi li indossava all’interno di una cerchia, comunque abbastanza ristretta, di neofascisti legati ai NAR.
Per concludere una riflessione, anche se a qualcuno non piacerà.
Manca forse, non nel libro ma piuttosto nella prefazione curata dall’Editore, una presa di distanza non sul piano umano, cioè rapportata alla vittima, ma storico- politica rispetto a quegli anni di guerra civile tra ventenni : la morte di Verbano non trasforma infatti la militanza nel suo mondo, che non disdegnava a sua volta l’uso di pistole ed esplosivi, in qualcosa in cui ci si possa riconoscere.
Non perché fosse “estremista “ ma perché nell’Italia del 1980, tramontato ormai il pericolo golpista e scartate con esso le opzioni insurrezionali, la pratica non propriamente terroristica ma basata comunque, nei quartieri e nelle scuole, sulla spirale violenza- rappresaglia –violenza era ormai una ritualità autogenerata.
Una pratica incapace di avviare qualsiasi trasformazione politica ed umana, anche libertaria, dell’ambiente sociale circostante e tale da allontanarsi dal cuore della città. Era degenerata ormai in una “guerra privata”, innocua per il Potere ma di certo non per le sue vittime.
Con la conseguenza, racconta Duccio, amico di Valerio, in una testimonianza raccolta dall’Autore e riportata nel libro, di vedere i propri compagni di scuola, non importa di che parte “ persone, visi che conoscevo e che sono adesso persone morte che appartengono a dei vecchi manifesti”.
E i loro assassini impuniti e, e forse è anche peggio, senza nome.

Guido Salvini
giudice del Tribunale di Milano