rivista anarchica
anno 41 n. 364
estate 2011


anti-nucleare

La brutta storia del nucleare italiano
di Giorgio Ferrari

Ecco il testo dell’introduzione al libro.
Una sintetica ricostruzione di vicende note, una denuncia senza appello della criminalità del potere.

 

Sono in molti a chiedersi perché una vicenda che sembrava chiusa e dimenticata come il nucleare sia potuta tornare di attualità nel nostro paese. Niente di nuovo si potrebbe dire, dato che è proprio del nostro paese ritrovarsi a discutere di fatti che sembravano acquisiti una volta per tutte (l’antifascismo, la Resistenza, la stessa Costituzione), attraversato com’è da incomprensibili quanto ripetuti vuoti di memoria. Tuttavia nel caso in questione si tratta di vicenda dimenticata, ma non chiusa dato che, almeno formalmente, il referendum del 1987 non riguardava l’accettazione o meno del nucleare. Secondo la Costituzione italiana infatti, il referendum è solo abrogativo e per di più con determinate restrizioni: ad esempio non si possono abrogare leggi o parti di leggi di ratifica di trattati internazionali. Infatti già nel 1980 furono raccolte (e omologate dalla Cassazione) le firme per l’abrogazione della legge 2 agosto 1975 (Norme sulla localizzazione delle centrali elettronucleari e sulla produzione e l’impiego di energia elettrica) con l’intento di cancellare il nucleare in Italia. Ma la Corte Costituzionale nel 1981 dichiarò inammissibile il quesito proprio perché ritenuto attinente al trattato internazionale che istituiva l’Euratom. Successivamente, nel 1986, si raccolsero le firme su tre quesiti diversi che combinati insieme costituivano l’impedimento di fatto a costruire ed esercire impianti nucleari nel nostro paese. La netta vittoria dei sì (circa l’80%) indusse il Governo Goria, allora in carica, a chiudere le centrali nucleari esistenti e a stabilire una moratoria di 5 anni, che solo per l’indolenza della classe politica si è protratta nel tempo, fino a quando l’attuale Governo l’ha interrotta approvando due provvedimenti organici: la legge “sviluppo” n.99/2009 e il D.lgs 31/2010, il cosiddetto decreto per la scelta dei siti. Ma se questo è stato l’iter procedurale con cui si voleva riportare il nucleare in Italia, diverse sono le riflessioni da fare per spiegare, o almeno comprendere, perché ciò sia stato politicamente possibile nonostante l’inequivocabile contrarietà della popolazione espressa nel referendum del 1987. Due gli aspetti su cui soffermarsi: il diverso approccio dei movimenti al tema del nucleare e l’ambiguità del quadro politico nazionale.

La centrale atomica di Caorso

I movimenti e la questione nucleare

Per quanto l’esito di quel referendum sia stato influenzato dal disastro di Chernobyl, è un fatto che il precedente movimento antinucleare si era formato ed espresso già prima dell’incidente di Three Mile Island (1979) proprio perché figlio della grande stagione dei movimenti degli anni ’70 che, ben oltre il nucleare, postulavano un cambiamento strutturale della intera società. Non a caso l’epopea di Montalto di Castro, conclusasi con la dura repressione delle manifestazioni del 1986, era iniziata il 21 marzo del 1977 con l’invasione pacifica di Pian dei Cangani da parte di 20.000 “autonomi”, mentre lo spettro della contestazione antinucleare si stava materializzando in tutta Europa: in Germania a Brokdorf e Biblis, poi a Creys-Malville (Francia) contro il reattore veloce Superphénix dove il 31 luglio del 1977 fu ucciso dalla polizia Michel Vitalon, e ancora a Tudela (Spagna) con la giornata internazionale di lotta contro il nucleare dove il 3 giugno del 1979 fu uccisa la militante ecologista Gladys del Estal Ferreño.
Con il venir meno di quella spinta al generale rinnovamento, la questione nucleare ha perso il suo significato paradigmatico di “uso capitalistico dell’energia”, conforme e coerente al più vasto modo di produzione capitalistico, riducendosi a disputa scientifico-tecnologica sull’uso delle diverse fonti di energia nell’ambito della vecchia logica dello sviluppo, sia pure rivista sotto il profilo della “sostenibilità”. Così, mentre la querelle nucleare/rinnovabili ha finito per sviare l’attenzione dall’uso ultimo che si fa dell’energia, altrettanto si è ritenuto che il pensiero ecologista e antisviluppista potesse risolvere le distorsioni indotte dalla società capitalista senza metterne in discussione i suoi fondamenti (la proprietà, il profitto) e mentre si predicava un’etica del consumo e della produzione, si plaudeva al libero mercato dell’energia smantellando il servizio pubblico e favorendo la sconcertante “via italiana alle rinnovabili”: ieri con il Cip 6 (delibera del Comitato Interministeriale Prezzi, adottata il 29 aprile 1992, in cui vengono stabiliti prezzi incentivati per l’energia elettrica prodotta con impianti alimentati da fonti rinnovabili e “assimilate”), oggi con gli incentivi indiscriminati all’eolico e al fotovoltaico.

Niente regole, siamo italiani

Dopo il 1987 la classe politica, che nella stragrande maggioranza non era contraria all’uso dell’energia nucleare, fece buon viso a cattivo gioco dimenticando che la chiusura del nucleare in Italia lasciava irrisolta la questione dei rifiuti, del resto mai affrontata anche prima del referendum. Così come i gestori del nucleare italiano hanno sempre evitato di affrontare in passato questo problema nella speranza che fosse la tecnologia a risolverlo, altrettanto fecero i governi del dopo referendum congelando di fatto la situazione al momento in cui le centrali nucleari smisero di funzionare.

La centrale atomica di Chernobyl

Per oltre dieci anni non furono presi provvedimenti nei riguardi dei rifiuti nucleari, anzi con la riorganizzazione del Cnen in Enea (Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente) scomparve la Disp, l’unica autorità di sorveglianza che aveva competenza in materia nucleare, e le sue funzioni furono trasferite all’Anpa, poi divenuta arpa. Successivamente, con il decreto Bersani del 1999 che liberalizzava il mercato elettrico, fu stabilito che le attività relative allo smantellamento delle centrali nucleari, la chiusura del ciclo combustibile e la sistemazione dei rifiuti fossero concentrate nella Sogin (Società Gestione Impianti Nucleari) i cui primi compiti furono delineati nel documento «Indirizzi strategici per la gestione degli esiti del nucleare» trasmesso dal ministro dell’Industria al Parlamento in data 21 dicembre 1999 e ulteriormente specificati con decreto dello stesso Ministero nel maggio 2001.
Questi due provvedimenti, oltre a lasciare insoluto il problema dell’autorità di controllo nucleare (non ricostituita dopo la scomparsa della Disp), assegnavano a Sogin anche la predisposizione del quadro normativo entro cui realizzare le attività di cui era intestataria, in difformità a tutti i principi della sicurezza nucleare, che invece separano e distinguono le due funzioni, con l’ulteriore contraddizione di investire Sogin di due compiti contrastanti: realizzare la fuoriuscita dal nucleare e nello stesso tempo gestire il «mantenimento e aggiornamento delle conoscenze scientifiche e tecnologiche in materia di energia nucleare», così come richiedeva il documento Indirizzi strategici per la gestione degli esiti del nucleare.
La via italiana alla gestione dei rifiuti radioattivi riproponeva così un vecchio ma sperimentato metodo di governo: lasciare che le cose marciscano per poi imporre decisioni di comodo sull’onda dell’emergenza. Nel 2001 infatti, dopo gli attentati dell’11 Settembre, viene nominato presidente della Sogin il generale Carlo Jean e poi nel 2003 – in coincidenza con l’inizio delle operazioni militari in Iraq – Berlusconi decreta lo stato di emergenza nucleare in relazione all’attività di smaltimento dei rifiuti radioattivi dislocati in cinque regioni (Lazio, Campania, Emilia Romagna, Basilicata e Piemonte) e il generale Carlo Jean, pur restando presidente della Sogin, viene nominato commissario all’emergenza rifiuti. È un fatto senza precedenti nella storia della Repubblica perché per la prima volta un atto amministrativo del Governo (lo stato di emergenza per lo smaltimento dei rifiuti radioattivi che interessa cinque regioni) si trasforma in una scelta politico-militare per l’intero paese. La svolta è evidente persino nel testo del decreto Scanzano (poi modificato a seguito della protesta della popolazione locale) con cui Berlusconi aveva annunciato di voler costruire in Basilicata il deposito nazionale per le scorie nucleari, che all’art. 1 è definito «opera di difesa militare». Dunque un indirizzo preciso che segna una svolta nel rapporto tra cittadini e istituzioni e tra differenti funzioni dello Stato: da “civile amministratore della cosa pubblica” a “luogotenente supremo” che esercita un potere militare, avocando all’esecutivo (Consiglio dei ministri) la decisione finale sulla costruzione di un’opera, qualunque siano i pareri espressi dagli enti locali. Concetto ripreso nel 2008 anche dal Governo Prodi che con il D.lgs 16 febbraio 2008 ha introdotto la possibilità di escludere da qualunque valutazione ambientale le opere che – a giudizio dell’esecutivo – siano considerate opere di difesa nazionale o su cui venga apposto il segreto di stato.

Giorgio Ferrari

L’improbabile rinascimento del nucleare italiano

Sono questi i prodromi del nuovo programma nucleare italiano che Berlusconi (tornato al potere nel 2008) annuncerà agli italiani prima con un protocollo di intesa italo-francese e poi con un accordo di collaborazione enel-edf per costruire in Italia 4 centrali epr da 1600 Mw l’una, di progettazione Areva. Un programma improvvisato, calato in un contesto normativo e industriale inadeguato a garantire affidabilità e sicurezza alle future installazioni nucleari, dato che negli ultimi 20 anni sono state smantellate o cedute a imprese estere le competenze e le capacità del settore elettromeccanico nazionale. Non c’è dubbio infatti che il know-how nucleare, saldamente in mano alle imprese francesi o americane, dovrà essere acquisito all’estero senza alcun beneficio per le imprese italiane la cui partecipazione ai lavori di costruzione sarà circoscritta alle opere civili.

Un cartello all’interno della centrale di Caorso

Quanto all’esercizio delle centrali, una volta fiore all’occhiello della vecchia Enel pubblica, insieme al personale specializzato sono andati in pensione anche i criteri (e con essi le strutture) che sovrintendevano alla gestione degli impianti nucleari: qualificazione del personale, ottimizzazione del ciclo del combustibile, gestione delle salvaguardie, quality assurance e altre specifiche attività tipicamente nucleari che non si improvvisano da un giorno all’altro. Esiziale infine, ai fini della credibilità del programma, è l’impreparazione del fattore umano di qualsiasi livello, perché in tutti questi anni le industrie e i governi (di qualsiasi colore) non hanno speso un soldo nella ricerca e nella formazione (universitaria e non) che anzi è stata oggetto di memorabili tagli ai finanziamenti.
Ancora più preoccupante è il quadro normativo disegnato dalle nuove leggi in materia di sicurezza nucleare le quali, formalmente, sono finalizzate a stabilire criteri e procedure per la localizzazione di impianti nucleari (centrali, depositi e fabbriche di combustibile), prima ancora che lo stesso Governo abbia stabilito quali siano i criteri e le procedure che sovrintendono alla progettazione, costruzione ed esercizio di simili impianti: vale a dire quello che nella normativa Iaea e nelle due Convenzioni internazionali (Sicurezza nucleare del 1994 e quella sul Combustibile-rifiuti del 1997) è chiamato il legal framework. Questo insieme di leggi, regolamenti e norme tecniche, in Italia è del tutto deficitario essendo composto da documenti che risalgono a più di 20 anni fa (le guide tecniche del Cnen, mai aggiornate) e che ancora all’epoca della realizzazione di Montalto di Castro, costringeva noi tecnici del settore a fare ampio ricorso alla normativa usa. Dalle leggi approvate emerge insistentemente la necessità che l’iter autorizzativo per la costruzione dei nuovi impianti sia il più celere possibile, anche a scapito della sicurezza e della autonomia degli enti locali i cui poteri decisionali vengono esautorati dall’esecutivo. Si stabilisce infatti che l’Agenzia per la sicurezza nucleare (Asn) effettui l’istruttoria tecnica per la certificazione dei siti entro 30 giorni dalla domanda e, cosa ancora più grave, le si impone di effettuare il licensing, cioè il complesso esame volto a valutare in dettaglio il progetto e il funzionamento dell’intero impianto, in soli 12 mesi, quando negli usa la Nrc (Agenzia per la sicurezza) a cui nessuno si sognerebbe di imporre qualcosa, impiega non meno di tre anni. Se poi si considera che l’Asn deve completare anche l’istruttoria tecnica per la costruzione ed esercizio del deposito nazionale per le scorie in soli 12 mesi, quando in altri paesi ha richiesto fino a 10 anni ci si rende conto di quanto grande sia l’improvvisazione e l’incompetenza di chi ha varato questo programma.
In questo contesto, già di per sé fragile e fumoso, l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima è piombato come una “maledizione divina”: l’arroganza degli scienziati che fino a pochi giorni prima accusavano gli antinucleari di allarmismo e di atteggiamenti antiscientifici, ha lasciato il posto a timidi balbettii sulla necessità di prendersi una pausa di riflessione, accompagnati da dichiarazioni imbarazzanti dei ministri in carica, fino alla debacle del Governo che, per evitare il giudizio del referendum, ha annunciato una finta rinuncia al programma nucleare. L’assordante silenzio dell’Asn e del suo presidente Umberto Veronesi sull’incidente di Fukushima, così prodigo in precedenza di temerarie dichiarazioni a favore dell’energia nucleare, ha ulteriormente messo a nudo le deficienze di questa improvvisata rinascita del nucleare italiano. Certo non è solo l’agenzia per la sicurezza italiana a tacere sulle gravi implicazioni dell’incidente di Fukushima visto che anche l’Iaea, il massimo organismo internazionale sulla sicurezza nucleare, sembra più un ente di promozione del nucleare che un organo di controllo e non sarà per caso che ai suoi vertici sono stati nominati due personaggi dal passato decisamente filonucleare: il giapponese Yukiya Amano, direttore generale, e il francese Denis Flory, responsabile del dipartimento sicurezza, con un lungo passato nel settore nucleare francese. Ma nonostante la “sordina” imposta dalla lobby nucleare internazionale alle notizie che vengono dal Giappone, l’incidente di Fukushima (dichiarato di livello 7 come Chernobyl) segnerà una svolta decisiva nell’era nucleare, anche se occorrerà lottare ancora a fondo per sconfiggere le resistenze dei governi e gli interessi delle multinazionali del settore. Nonostante l’immediato scram (l’arresto rapido) dei reattori nucleari giapponesi, non si è potuta evitare la catastrofe che si sta sviluppando sotto i nostri occhi: il nocciolo di ben tre reattori, che contiene il combustibile nucleare, si è fuso e ripetute esplosioni hanno sparso nell’aria prodotti di fissione altamente radioattivi; perfino il combustibile irraggiato depositato nelle apposite piscine dei reattori si è danneggiato per mancanza di refrigerazione dando luogo a un incidente che non si era mai verificato nella storia dell’energia nucleare.
Oggi l’opinione pubblica internazionale è impaurita dalle conseguenze dell’incidente e disorientata dalle notizie che, come avvenne dopo Three Mile Island e Chernobyl, a stento filtrano tra le maglie del potere: per questo la battaglia dell’informazione è la prima da combattere e da vincere per evitare che anche questa ultima tragedia sia consegnata all’oblio in nome del progresso e della scienza.
Nel 1979 il rapporto della Commissione Kemeny, nominata dal presidente Carter per indagare sull’incidente di Three Mile Island avvenuto negli Usa, scriveva nelle sue conclusioni che l’energia nucleare è, per sua natura, potenzialmente pericolosa: alla luce di quanto successo oggi in Giappone queste parole suonano come un monito tremendo, ma inascoltato. Io lo condivido, non perché sia stato scritto nel rapporto della Commissione Kemeny (per quanto sarebbe saggio tenerne conto), ma perché a sei decenni dal suo avvento e nonostante la moltiplicazione delle salvaguardie e la mole di capitali investiti, la tecnologia nucleare resta una tecnologia complessa, ingestibile, pericolosa e imprevedibilmente costosa.

Giorgio Ferrari