rivista anarchica
anno 41 n. 362
maggio 2011


dibattito sindacalismo/2

(Quasi) una replica al piccolo manuale
di Cosimo Scarinzi

Al nostro collaboratore Cosimo Scarinzi, segretario nazionale della CUB Scuola Università Ricerca, quindi sindacalista (anche se per niente “corporativo”, anzi molto critico), abbiamo fatto leggere lo scritto di Dom Argiropulo, che pure è stato ed è attivo militante proprio nella CUB-Scuola. Gli abbiamo chiesto di dire la sua. Eccola.

 

L’importante lì è non parlare del tuo lavoro, che è un po’ deprimente, ma di tutt’altro. Parli delle vacanze che hai fatto, di quello che ti sei comprata, del Grande fratello. Se non guardi il Grande fratello, là dentro sei un po’ tagliata fuori... I giovani che entrano in fabbrica lo fanno probabilmente per bisogno, ognuno ha la sua storia. Però tutti, o almeno la stragrande maggioranza, lo vedono come un momento di transizione, per cui non si interessano più di tanto del loro essere operai... Non c’è più una condivisione profonda del lavoro, l’importante è passare comunque le otto ore nella maniera più tranquilla possibile e poi del domani chissenefrega, si vedrà. Di positivo c’è che ti dà la possibilità di pensare ad altre cose, puoi anche ascoltare la musica: puoi portare il walkman e sentirlo in un solo orecchio... Oggi l’operaio si sente meno operaio e prevalgono le strategie individuali”.

Tatiana Gentilizi
giovane operaia della Zanussi di Forlì


Quando si constata con sorpresa – come nel caso degli operai che hanno votato a destra – che “identità sociale” e “soggettività politica” sono scisse, si dice indirettamente che l’individuo, non solo non coincide col cittadino – anzi, diceva Tocqueville, è il suo “peggior nemico” – ma non si identifica neppure totalmente con la sua collocazione nei rapporti di lavoro, col suo essere in un territorio, né solo col suo ruolo sessuale nella coppia, nella famiglia.

Lea Melandri


Leggendo il “Piccolo manuale del perfetto sindacalista” di Dom Argiropulo ho rilevato almeno tre livelli di coinvolgimento da parte mia, cosa che, a mio avviso, è un riconoscimento di non poco conto per un testo volutamente, in apparenza, satirico e “leggero”.
Per un verso, infatti, mi è parso un saggio che riprende la nobile tradizione dei “moralisti” del XVII e XVIII secolo, una critica rodente delle umane miserie.
È, inoltre, certamente, una ricostruzione della fenomenologia dell’apparatnik descritto nelle sue piccole astuzie e nei suoi contorcimenti.
È, infine, ed ciò che più, lo ammetto, mi appassiona una descrizione, in controluce, del legame sociale o forse sarebbe più opportuno dire del distorto legame sociale che sta alla base delle organizzazioni formali della classe.
Il nostro giovane burocrate infatti dovrà costruire, quantomeno, due sistemi di relazioni. Uno, ed è quello se vogliamo più scontato, con l’apparato o gli apparati nei quali dovrà farsi spazio, l’altro è quello con le donne e gli uomini che dovrà, in qualche misura, “organizzare” al fine di dare un fondamento alla sua resistibile ascesa nell’apparato stesso.
E, a questo proposito, mi torna alla memoria un breve colloquio che ebbi alcuni decenni addietro con Lea Melandri, nota come militante femminista e redattrice dell’interessante rivista “L’Erba Voglio” che frequentava sovente riunioni, incontri, assemblee di movimento ai quali ero presente anch’io.
Lea, sorridendo da persona più matura e riflessiva di me qual’era e suppongo sia, mi fece notare che io ero convinto che vi fosse una sorta di radicale autonomia del proletariato dall’esistente, autonomia che veniva “inquinata” dall’intervento, che io concepivo come “esterno” degli apparati burocratici sia politici che sindacali che concepivo come le forme di riproduzione di un segmento della piccola borghesia parassitaria. Era assolutamente evidente che, a suo avviso, i caratteri di subalternità del proletariato non erano il prodotto dell’intervento esterno degli apparatniks ma un carattere tutto interno alla relazione sociale che fonda la stessa classe nel suo essere effettivo.
Ammetto che allora non mi convinse immediatamente, nonostante l’apparenza sono uomo dai saldi convincimenti, ma la sua osservazione, come altre1, mi colpì e concorse, certo sulla base dell’esperienza dei decenni seguenti, a modificare alcuni dei miei giovanili convincimenti.
È, credo, evidente che vada posta una salda distinzione fra la condizione quotidiana delle lavoratrici e dei lavoratori e il loro essere, quando si sviluppano lotte importanti, gruppo in fusione, soggetto collettivo per quanto plurale.

Nella quotidianità il lavoratore è un cittadino come gli altri, i suoi convincimenti politici, religiosi, culturali non lo distinguono significativamente dal resto della popolazione, il suo stile di vita e le sue aspettative, fatto salvo che ha un reddito non soddisfacente non si distingue da quello delle classi superiori. Non a caso vi è chi definisce la società attuale come postborghese nei due sensi del termine, una società non polarizzata sulla base dell’appartenenza dii classe ed una società nella quale le classi superiori non si distinguono per l’adesione alla classica etica della borghesia.
Quando agisce collettivamente una serie di questioni si pongono in modo diverso da quanto avviene di norma, si sviluppano legami, linguaggi, sensi di appartenenza, prospettive specifiche. Ovviamente non vi sono mutazioni antropologiche e tanto meno ontologiche radicali ed irreversibili, al contrario, è vero che l’esperienza precedente alla lotta viene non rimossa ma rielaborata nella lotta stessa.
Il problema specifico della nostra esperienza attuale è casomai nel fatto che la non separatezza fra le classi impedisce un significativo accumulo e sedimentazione di quanto si vive nella lotta con l’effetto che i conflitti che si sviluppano tendenzialmente a partire da problemi specifici e non producono di norma aggregazioni stabili.
Da ciò una conseguenza importante per quanto riguarda le stesse organizzazioni formali della classe e cioè la relativa impermeabilità degli apparati rispetto ai movimenti proprio perché vi è una sorta di divisione funzionale dei compiti.
Gli apparati “rappresentano” la loro platea di riferimento, per quanto riguarda i sindacati i lavoratori salariati, ovviamente, sempre più come un assieme di individui atomizzati che chiedono all’apparato stesso una tutela tendenzialmente depoliticizzata e ricondotta ad una funzione meramente “tecnica” con l’effetto che l’apparato stesso viene criticato solo nella misura in cui non soddisfa le esigenze che gli vengono proposte e queste esigenze sono già formulate in modo da essere “risolvibili” o “non risolvibili” tecnicamente.
Di conseguenza il “sindacato” tende a trasformarsi in una sorta di azienda fornitrice di servizi e, come ogni brava azienda, cerca di costruire un mercato protetto mediante tutele e sovvenzioni statali da garantirsi imponendo se non un monopolio quantomeno un oligopolio sindacale.
Da ciò una specifica mentalità del funzionario sindacale ed una specifica relazione con i suoi interlocutori sia istituzionali che sociali.
Da ciò, va anche detto, la necessità e la difficoltà di sperimentare forme di azione e di organizzazione sindacale che si sottraggano a questa dialettica.

Cosimo Scarinzi