rivista anarchica
anno 40 n. 356
ottobre 2010


Argentina

Il fioraio di Peron
di Alberto Prunetti

È da poco uscito con questo titolo un libro di Alberto Prunetti, una storia di emigrazione italiana in Argentina che intreccia la memoria della diaspora italiana con il reportage sulla Buenos Aires post-crisi 2001 e le vicende della violenza politica del Novecento raccontate da Osvaldo Bayer. Ne proponiamo due stralci.

Il fioraio di Perón, Stampa Alternativa,
Viterbo 2010, 14,00 euro

Di questa America povera

Di questa America povera. Aveva detto proprio così: di questa America povera. Perché lui separava sempre i concetti come fossero talee distinte, o come marze di specie differenti… qui una di un olivo da spremitura e là una di olive verdi da tavola, e guai se andavano a finire nell’innesto sbagliato: America ricca e America povera, una sopra e l’altra sotto… Anche a quei tempi, sì, anche quando quell’America laggiù, intorno e sotto il tropico del capricorno, tanto povera non era mica. Allora almeno, quel centinaio d’anni fa, quando si mise in moto tutto questo trambusto. Quando fatta l’Italia e gli italiani, i padri della patria, una e tricolorata, si resero conto che i sudditi avevano fame, e figliavano, e si riproducevano, e non si accontentavano di belle parole, ma pane volevano, pane, proprio così.
E allora cominciarono a guardarsi intorno: se questi avevano fame, bisognava mandarli lontano. Di colonie ce n’erano ma non bastavano. Di bagni penali qualcosa c’era, ma i malfattori anarchici li avevano già riempiti tutti. Rimaneva una soluzione: esportare il problema che non si poteva risolvere. Ovverosia spostar la magagna a qualcun altro. Montarli tutti su un barcone, direzione il sol dell’avvenire, che notoriamente sorge a oriente ma poi ci passa sopra e se ne va verso occidente. A allora rotta a ponente, e via, verso la terra promessa: in questo o nell’altro emisfero. C’era chi partiva per l’America ricca e allora andava a Chicago o a Detroit, e c’erano quelli che andavano nell’America povera. Che, si intenda bene e a tal fine giovi la ripetizione, allora tanto povera non era, perché non avevano ancora finito d’affamarla. Quest’America aveva miniere a cielo aperto di carne e di caffè, ricchezze che in Italia se le sognavano, i padri della patria con la loro testa cinta dell’elmo di Scipio. Sicché quando toccò a lui, al fioraio, prese la decisione di andarsene a Buenos Aires. Forse perché aveva qualche contatto, o forse perché tra gli emigrati si diceva che la lingua era più facile, così vicina all’italiano da non dover penare tanto come si fa con l’inglese.
Per questo, dopo tanti anni, quando si ritrovò tra le mani una foto di Alfredo, il vecchio fioraio disse che il nipote italiano assomigliava proprio a quell’America povera: Alfredito sta fatto una meraviglia pare che avesse più di tre anni, sicuro che state contentissimi con il piccolo berbante. La zia tiene tutte le fotografii i cuando viene in casa gli altri nipoti di parte di Lei ci li inzegna a tutti dandoci spiegazioni che il ragazzino della foto è il figlio della figlia di la sorella di Cosimo, così che è conosciuto da tutti i cuasi tutti diceno che non pare italiano, diceno che tiene faccia di argentino, di questa America povera.
Di questa America povera, appunto. Il fioraio con l’ortografia aveva sempre fatto a pugni e l’innesto dell’italiano sullo spagnolo creò questa strana creatura linguistica a cui rimase fedele per tutta la vita. Lo chiamano il cocolice, che è il modo di parlare degli italiani d’Argentina. La foto gli era arrivata nel 1976, perché il nipote italiano, che mai il fioraio conobbe, era nato nel 1973 e al momento dello scatto aveva solo tre anni. La dittatura militare argentina, l’ultima e la più feroce, celebrava il suo primo mese di esistenza e si riprometteva di far diventare quell’America sempre più povera. Cosimo, il fioraio, invece di anni ne aveva settanta.
Era venuto al mondo nel 1906 in una famiglia di fiorai siciliani. Il bisnonno di Alfredo, che poi era il padre del fioraio, aveva un negozio di fiori e un vivaio a Paceco, vicino a Trapani. In casa tutti sapevano intrecciare ghirlande. I bambini andavano nei campi a cercare talee di piante selvatiche. Il vecchio le metteva a dimora e le innestava in una porzione di feudo che aveva comprato. Cosimo era un decoratore eccezionale. Se la cavava anche nel vivaio, ma conservava il suo talento per le composizioni. Si stancò presto di trascinare a dorso d’asina carretti carichi di fiori sulla strada polverosa che portava dal negozio al feudo. Assieme al vecchio aveva scavato un pozzo, aveva costruito un forno per il pane, aveva dato linfa a un giardino pieno di aranci e limoni.
Ma i rapporti tra padre e figlio peggiorarono. Tutti parlavano di quella città immensa dall’altro lato dell’oceano, dove ci si perdeva per tornare un giorno carichi di ricchezze. Decise di mollare tutto e non ancora ventenne si imbarcò per Buenos Aires. La nonna di Alfredo, la sorella del fioraio, lo salutò quando lei aveva sei anni.
Cosimo in Argentina trovò l’America. Diventò molto ricco con un negozio di fiori, il più importante di Buenos Aires, secondo lui. Alla fine degli anni Quaranta intrecciava fiori per un cliente speciale: il presidente Perón. Proprio così: Don Cosimo era il fioraio di Perón.

Osvaldo Bayer

Nel tugurio di Osvaldo Bayer

«La storia della mia fuga iniziò nell’ottobre 1974, quando mi iscrissero nella lista nera della Triple A, l’Alleanza Anticomunista Argentina, che era una manica di assassini ufficiali comandati da López Rega, el brujo, lo stregone reazionario appassionato d’esoterismo, amico intimo di Licio Gelli. Una mattina sul giornale c’era questa nota: “... è stato condannato a morte dalla Triple A il signor Osvaldo Bayer”. Mi davano ventiquattro ore per lasciare il paese, altrimenti ero un uomo morto. Ce l’avevano con me per il film La Patagonia rebelde, di Héctor Olivera, che si ispirava al mio libro.
Parlai con mia moglie, non potevamo correre rischi perché gli assassini facevano sul serio. Quello che prima di me era stato condannato a morte, il decano della Facoltà di Filosofia, si rifiutò di lasciare il paese: gli misero una bomba sotto casa e ammazzarono il suo unico figlio, che aveva sei mesi. Il giorno dopo mia moglie e i miei quattro figli partirono per la Germania, mentre io rimasi da solo qua in Argentina, perché non me ne potevo andare, non era giusto. Invitai i militari che mi avevano condannato a un dibattito pubblico nell’aula magna della Facoltà di Filosofia, ma non si presentò nessuno. Allora corsi a nascondermi.
Gli amici anarchici mi nascosero in una villetta di Quilmes, avvolta dalla vegetazione. Era estate e lì faceva molto fresco, però mi sentivo tagliato fuori dal mondo. Il vecchio anarchico che mi ospitava era il classico tipo che non comprava i giornali, non aveva radio né televisore, perché, diceva, “qui non entrano le notizie della borghesia!”. Però, claro, uno doveva essere informato anche delle notizie della borghesia...
Lui mi diceva di non aver paura, sollevava un lembo della giacca e tirava fuori una pistola... “Acá no entra nadie!” ...sì, qua non entra nessuno, ma se viene un commando di venti persone, vuoi vedere come entrano...
Iniziai a uscire. La mattina andavo alla stazione, compravo il giornale, lo leggevo, mi infettavo di tutto il mondo borghese e poi lo buttavo nel cestino, così tornavo a casa pulito. Non avevo paura, quando ti minacciano così la paura non la senti più, pensi che non arriveranno a toccarti, che non ti faranno nulla.
Un giorno me ne andai proprio nel centro di Buenos Aires, nell’incrocio tra l’avenida 9 de Julio e Corrientes, e guarda caso con chi mi incontro? Con Rodolfo Walsh, lo scrittore argentino che poi è stato ammazzato dai militari, uno dei tanti finiti nel tritacarne della dittatura.
Walsh mi disse: «Che ci fai qui?».
Risposi: «Io? E tu?».
E lui: «È diverso. Tu hai scritto La Patagonia rebelde».
«E tu hai scritto Operación Masacre, che è molto più pericoloso!»
«No, però non è lo stesso, non è lo stesso... Vamos a tomar un café».

A quel tempo ti ammazzavano se ti vedevano per strada, ma se capivano che stavi uscendo dal paese ti lasciavano partire. Me ne andai nel febbraio del ’75 dopo essere rimasto quattro mesi nascosto. Sono stato un anno in Germania, finché non appresi dai giornali che Isabel Perón aveva annunciato le elezioni. Bueno, mi sono detto, se ci sono le elezioni ci sarà più democrazia, più libertà, almeno così dicevano i giornali borghesi.
Ma forse a proposito dei giornali aveva ragione il vecchio anarchico che mi aveva nascosto un anno prima: dopo tre settimane dal mio ritorno a Buenos Aires ci fu il golpe dei militari. Dovetti scappare di nuovo, ma adesso non era più tanto facile, se ci provavi ti arrestavano. Io non appartenevo a organizzazioni guerrigliere, non avevo appoggi per scappare all’estero.
Il giorno che uccisero il capo della polizia la città era sottosopra, c’era polizia e esercito dappertutto, la gente veniva fermata per strada, chiedevano documenti, informazioni, precedenti. Io dovetti rifugiarmi nell’ambasciata tedesca. L’addetto culturale mi accompagnò in auto fino all’aeroporto di Ezeiza. Nel tragitto l’esercito ci fermò, ma il mio accompagnatore disse che ero sotto la protezione dell’ambasciata. Arrivati all’aeroporto dovetti mostrare i miei documenti. Mi rinchiusero a chiave con l’addetto dell’ambasciata in una stanza, e pensavo che mi avrebbero arrestato. A un certo punto arrivò il comandante di Ezeiza, il brigadiere generale Santuccione, che mi disse: «Lei, signore, ora se ne va… la facciamo partire per intercessione dell’ambasciata tedesca, ma si ricordi… mai più… mai più tornerà a calcare il suolo della patria!».
Mentre volavo sopra i tetti di Buenos Aires ero convinto che il militare avesse ragione, che non avrei mai più rimesso piede in Argentina, e non potevo cantare, come Carlos Gardel, Mi Buenos Aires querido...».

Alberto Prunetti

Alberto Prunetti (1973) ha pubblicato Potassa (Stampa Alternativa, 2004) e L'arte della fuga (Stampa Alternativa, 2005). È il traduttore della Patagonia rebelde di Osvaldo Bayer (Elèuthera, 2010).