rivista anarchica
anno 40 n. 356
ottobre 2010


Italia

Leggere la crisi
di Stefano d’Errico

Riflessioni sul rapporto annuale Istat del 2009.

 

Avvertenza
L’uso secco dei dati Istat (ed il ricorso ad alcune categorie standard) non tragga in inganno: non s’intende qui sposarne la (sottesa) filosofia (né la semantica politica: competitività, crescita, etc.). Non vengano prese troppo sul serio le locuzioni seriali in odor di “senso patrio” contenute nello “Zibaldone”. Infine – dal momento che lo scopo è quello di restituire una fotografia dell’esistente – si consideri che l’analisi che ne discende vorrebbe essere: tracciabilità a rilievo per alcuni fenomeni poco considerati (soprattutto a “sinistra”). Va da sé che il “berlusconismo” mette maggiormente in risalto un insieme di tendenze, ma lungi da me l’idea che l’operazione di recessione sociale che si sta consumando in Italia (e per analoghi e differenti versi in Europa) sia ascrivibile solo all’uomo di Arcore ed alla sua “cricca”. Ben altri hanno contribuito (in tempi non sospetti come nel consociativismo odierno) in modo determinante ad aprirgli la strada...

S.d’E.

Zibaldone italiano

Sono diversi Prodi e Berlusconi? Il “saldo” dei due mandati del primo ci parla di tagli al sistema pensionistico, alla scuola, al diritto di sciopero, di privatizzazioni, regionalizzazioni improprie (come quella del sistema nazionale dell’istruzione). Il “saldo” del “berlusconismo conosciuto” espone provvedimenti analoghi (ove il “tatto” ipocrita e pretesco è stato sostituito da coperture demagogiche e bugie emblematiche al livello dell’incapacità di comprensione mostrata dal corpo sociale). Provvedimenti addirittura incardinati su istanze normative avanzate dal centro-sinistra, come nel recente caso della legge del finiano Andrea Ronchi sulla privatizzazione dell’acqua potabile, impossibile in assenza dello slot apri-pista di stampo dalemiano (alienabilità delle risorse idriche).
Certo, diverso è il senso della misura, come dimostrano ad esempio i 25.000 tagli di cattedre programmati da Padoa Schioppa (in un anno) a fronte dei 160.000 disposti da Tremonti (ma in un sessennio). Però anche questo è naturale. La politica di riduzione del welfare è congeniale alla destra, ed è ovvio che essa sfrutti con maggior sicurezza e baldanza il proprio ronzino. Mutatis mutandis, il cavallo di battaglia del Cavaliere (la riduzione delle tasse), è nei fatti rimasto nella stalla (pur avendo portato ugualmente un buon rating al suo padrone nell’immaginario collettivo), visto che la pressione fiscale è aumentata quando all’eliminazione dell’ICI sulla prima casa ha corrisposto un netto aumento del costo dei servizi erogati dai comuni rimasti senza “preda”, un taglio delle spese statali per la qualità dell’istruzione ed ancor più una crescita indecente ed odiosa della tassazione indiretta che colpisce indiscriminatamente il ricco ed il povero alla stessa maniera.
Sull’evasione fiscale, il grande tema italo-greco, entrambi gli schieramenti hanno scelto di non fare. Il PD ha scatenato la caccia ad alcune categorie – per la verità non proprio probe ma non certo condannabili in blocco, vista l’alta pressione esistente causata dalla generale elusione –, però non ha neppure sfiorato la via per un recupero radicale di una perdita per l’erario pari ad almeno 150 miliardi di euro l’anno (a fronte di un fabbisogno generale di 80). Il Cavaliere ha semplicemente premiato i suoi grandi elettori (ma non quelli, più piccini, che gli ha regalato il centro-sinistra: questi ora subiranno ex novo da Tremonti le stesse “tracciabilità” che intrrodusse Visco), facendo loro il presente di un mega-condono noto come scudo fiscale, utile anche alla malavita e pari a 90 miliardi (solo 5 di entrate per lo stato). Sono stati elargiti 9 miliardi di guadagno facile ai soggetti-chiave delle esportazioni illecite di moneta, con circa il 5% di tassa contro un 15% medio di ricavi (quando negli USA chi è “beccato” paga il 48% in sanzioni, poi va in galera) e s’è consentito che il danaro potesse venir “ripulito”. Ritornano gli ormai automatici condoni edilizi sotto forma di censimento delle abitazioni sconosciute. Ma nessuno ha ancora in programma l’unica contromisura possibile: rendere tutto (percentualmente) detraibile. Uno degli elementi che hanno consentito agli USA di costruire nei decenni la propria crescita economica.

Lo statalismo, antesignano del pensiero unico

Per fare chiarezza sul fenomeno del regime bifronte Berlusconi-Lega/Partito “Democratico”, occorre focalizzare i vizi atavici dell’Italia politica, ed un discorso particolare va fatto su centralismo e statalismo. Lo statalismo è l’antesignano del pensiero unico, s’afferma con la nascita di un’entità nazionale a guida sabauda che copia una Francia a nostalgia napoleonica e permea tutta la storia del Paese. Distrutta ogni velleità risorgimentale federalista, dimenticato Carlo Cattaneo, il verticalismo statuale permea le culture politiche dominanti, trovando dopo i patti lateranensi naturale sinergia con l’area cattolica secolare. Sino alla fine degli anni ‘80 del secolo scorso domina, nella versione più centralista, incontrastato non solo a destra ma anche a sinistra, ove irrompe a fine ottocento per filiazione diretta del marxismo.
La cosa è nota. Sia la Seconda Internazionale socialdemocratica che il marxismo “rivoluzionario”, puntavano a conquistare e dominare lo stato, anche se non v’è nulla di più utopistico (nel senso maggiormente risibile e negativo del termine) del pensare, come fece il Marx politico, che lo stato col suo apparato si sarebbe poi "estinto" da solo. La storia del socialismo “surreale” prova che il superamento dello stato è impossibile, stante lo stato: più lo stato viene rafforzato, più difficile e lontana diviene la sua decadenza. Per di più uno stato che si vuole, dopo la “rivoluzione”, gestito da un partito unico in modo dittatoriale (1). Il perseguire coscientemente un fine contrario a quello auspicato, l’uso (anche “incosciente”) di mezzi quali la dittatura e la pianificazione verticale, determina fatalmente una spirale nella quale dittatura e (nuovo) sfruttamento si riproducono all’infinito.
Il socialismo italiano, nato libertario, con l’apparire del partito di Andrea Costa (ex anarchico) prima, e di quello comunista poi, diviene – soprattutto dopo la seconda guerra mondiale –, pressoché totale appannaggio dell’area marxista, per molto tempo a guida sovietica. Chi ha impedito che la spirale si rompesse, illudendo le masse che tramite la gestione dello stato – strumento di produzione, e non solo conservazione del dominio – e/o l’eliminazione della libertà, si sarebbe giunti alla fine dello sfruttamento, è il vero revisionista in campo socialista. Sia che si trattasse della corrente socialdemocratica parlamentarista e "riformista", dominante in campo marxista sino al 1917, che di quella bolscevica, la quale ha condotto la rivoluzione russa prima verso lo strangolamento dello stesso sovietismo e poi nel capitalismo di stato.
Socialdemocratici e bolscevichi, pur accusandosi reciprocamente di “deviazionismo”, sono entrambi affetti dalla stessa malattia genetica, contratta con la medesima ideologia che li ha originati. I primi indottrinano il popolo e lo addormentano con il legalitarismo, fino a fagli accettare come ineluttabile ed insostituibile il ruolo dello stato (e del capitale). Gli altri intruppano militarmente “le masse” fino a far perdere loro qualsiasi barlume di quella autonomia che avevano guadagnato con la rivoluzione quando era pluralista ed ogni capacità creativa, in un nuovo stato di burocrati acefali di partito, stabilendo così l’ennesimo dominio di classe. Un ceto affermatosi dietro le bandiere della “rivoluzione” e, per massimo paradosso, destinato a perdere anche lo scontro col capitalismo tradizionale, col rischio di trascinare nel baratro di una sconfitta irreparabile (se non di una resa senza condizioni), le cui basi erano radicate in partenza, tutta l’utopia positiva del socialismo in senso lato, anche l’incolpevole socialismo libertario.
Lo stato non svolge altro che il suo lavoro d’apparato, non può che riprodurre se stesso, al proprio livello, in una spirale che tende sempre al cerchio più alto. Lo stato “matura” rafforzandosi. Così lo stato liberale, alla prima crisi, tende a trasformarsi in totalitario, mentre quello “socialista”, divenendo in modo evidente sempre più impersonale (pur generando élites palesi e nascoste, nonché il sottobosco burocratico), tende naturalmente, giocoforza, a realizzare il dominio della pseudo-tecnocrazia d’apparato.

Dalle nazionalizzazioni alle privatizzazioni

Elementi forti di capitalismo di stato si sono evidenziati anche con la destra fascista o nazista. Le nazionalizzazioni (e l’interventismo spinto, il dirigismo in economia, l’elefantiasi del funzionariato), l’occupazione totale della società civile e delle sue istituzioni è connaturata ad ogni totalitarismo.
Il capitale pare avere molto spesso la tendenza ad appoggiarsi sullo stato che lo ha generato, a mascherarsi ed a divenire a guida “invisibile”. Forme più o meno palesi di capitalismo di stato sono state (e sono) un buono “schermo”, sia ad Occidente che ad Oriente, per mantenere una società di diseguali. Fenomeni simili a direzione variabile. Direzioni apparentemente opposte ma fenomeni contestuali.
Grazie al capitalismo di stato fu creato un nuovo potere di classe nei paesi cosiddetti socialisti, che ha reso possibile, dopo il 1989, il “regresso”, o semplicemente la transizione, al capitalismo “autonomo”, dichiaratamente saprofita, conservando sempre come ceto dirigente i vecchi boiardi di stato.
Ad Ovest, la paura del socialismo di stato aveva favorito riforme di struttura che hanno consentito l’apparizione di un altro tipo degli stessi boiardi (2), già creato peraltro dai fascismi e dalle socialdemocrazie "blindate". Ma, caduto il muro e scongiurato il "pericolo comunista", la marcia è stata invertita, si è fatta rotta sul liberismo totale e la cosa pubblica è diventata apertamente business. Esattamente come ad Est, ove oggi le strutture economiche e di servizio di quelli che furono "stati socialisti" sono divenute palesemente proprietà (privatizzata) dei “camaleonti” che già le dirigevano e le sfruttavano "in nome e per conto di tutti". Anche da ciò prende le mosse l’attacco al sistema pubblico e, nello specifico, ai lavoratori dei servizi ed ai quadri intermedi delle istituzioni, che devono diventare servi del nuovo padrone invalso con le privatizzazioni. Con l’attuale manovra economica europea abbiamo un primo affondo pesante (blocco e diminuzione delle retribuzioni), dopo gli “assaggi” dell’ultimo ventennio (riduzione del diritto di sciopero e politica dei sacrifici e delle compatibilità col placet di tutti i sindacati concertativi della Confederazione Europea dei Sindacati, ivi compresa l’italiana CGIL).
Il business, divenuto multinazionale, ha bisogno di un intensificarsi dei legami di capitale, un capitale multiproprietario riconducibile a persone, mafie, cartelli e pacchetti azionari apertamente deregolamentati che giocano ad impadronirsi di tutto ciò che esiste. Soggetti che non devono più nascondersi perché la “teologia” del denaro, divenuta ideologia dominante, rende legittima ogni operazione: tutto è reso merce e fatturato potenziale. Dalla scuola ai trasporti, alla sanità, all’acqua, più o meno potabile, del quarto, terzo, secondo e persino primo mondo.
Nel liberismo, lo stato non si “annienta”, bensì si “asciuga” e liberandosi del welfare, diviene anzi stato allo stato puro: mero cane da guardia “riproduttore” del dominio di classe, atto a garantire di nuovo (come nel ciclo iniziale) lo sfruttamento e la reificazione totale, senza più mediazioni. Da questo, la nascita del terzo mondo interno (ricrescita dell’analfabetismo ed ampliamento della condizione di sotto-occupazione, disoccupazione e povertà fra la popolazione endogena dei paesi ricchi), accompagnato nella globalizzazione dai fenomeni migratori e dal livellamento in basso delle condizioni di lavoro. Un abbattimento strategico e non “occasionale” delle garanzie e dei diritti (persino di quello alla critica, all’informazione, all’associazione politica), dovuto anche al ricatto occupazionale delle delocalizzazioni ed all’insorgenza di mostri planetari come la Cina, ove s’esercita un dominio impersonale “commisto” alla rinascita di un capitalismo all’occidentale gestito sotto custodia del partito “comunista”.
La nuova fase della guerra economica, a suo tempo inaugurata dal Giappone, continua – non solo nell’accaparramento delle materie prime e dei mercati, ma anche come conflitto culturale e molto altro – quale ultimo passaggio dello scontro fra imperialismi (non solo economici), con in più un sempre maggiore intreccio mafioso-multinazionale nella gestione e nell’amministrazione del capitale stesso.
Nel nostro Paese, i reduci della dirigenza del Partito Comunista (ovvero la parte approdata al PD), soffrono di una mutazione genetica: da tempo vogliono realizzare il liberismo. Ma continuano ad utilizzare i metodi acquisiti nella loro formazione politica, quelli della variante italiana dello stalinismo. Emblematica in tal senso la legge varata dal Governo Prodi alla fine del 1997 (col voto positivo anche di Rifondazione e Verdi) sulla cosiddetta “rappresentanza sindacale”, che consegna alle Confederazioni tradizionali il monopolio di ogni diritto, impedendo totalitariamente l’affermazione di qualsiasi sindacato “altro”.
Ecco un quadro più o meno approssimativo, della congiuntura che ha portato alla revanche liberista.
Ciò, naturalmente, ha scatenato in Italia i più disparati appetiti.
È così che s’è potuta cedere l’Alfa Romeo alla FIAT senza che venisse pagata e nonostante una notevole offerta della Ford. Cosa che testimonia di quanto poco sincero sia il costante richiamo “bipartisan” alle grandi e regolatrici “leggi di mercato”: l’azienda era pubblica, ergo poteva venire regalata. Anche se i giornali di quel che resta del gruppo Agnelli (“La Stampa” ed il “Corriere”) non lo ricordano di sovente.

Il business sulle pensioni

Solo le pensioni occorre sudarsele: unicamente quelle (per stato e padronato) sono “di tutti”. Osservando la legislazione prodotta in materia previdenziale, a partire dal 1993, salta agli occhi un’imbarazzante continuità tra i governi di centro-destra e centro-sinistra. Per portare avanti l’attacco alla previdenza pubblica sono state addotte varie (e spesso pretestuose) ragioni, quali il fatto che la vita media si è allungata, che il costo delle prestazioni pensionistiche per INPS, INPDAP, etc., si è fatto insostenibile, che i contributi versati non sarebbero sufficienti a far fronte al crescente numero di pensionati ed al loro "vizio” di campare più a lungo (sic!), che i deficit di INPS ed INPDAP sarebbero incolmabili... Ma, in primis, le pensioni sono state talmente “socializzate” da aver subito una ben organizzata distrazione dei fondi, nonché la “cartolarizzazione” e la svendita di parte del patrimonio, pur trattandosi del frutto di accantonamenti per la mera previdenza basati solo sui versamenti dei lavoratori dipendenti (pressoché gli unici che pagano anche le tasse). Succede quindi che non un euro della tassazione generale va a finanziare l’assistenza, che grava invece totalmente sulla previdenza. Ma quelli non sono soldi dello stato, bensì dei lavoratori... Ad esempio, le pensioni sociali (per almeno la metà destinate ad evasori che non hanno versato un euro di contributi), gravano solo su chi ha lavorato. Analogamente, con i soldi della previdenza si ripianano le casse pensioni dei dirigenti dell’azienda privata (ciclicamente “in rosso”), finanziando indennità che arrivano anche a 15.000 euro mensili, nonché della Confederazione Italiana Agricoltori (CIA), etc. Lo stesso ponte dei megalomani fra Calabria e Sicilia, lo si vorrebbe finanziato dall’INPS. Eppure esiste una legge che dal 1982 prevederebbe la separazione fra assistenza e previdenza (prima cosa da fare se si volessero davvero “salvare” le pensioni, provvedimento previsto, ad esempio, da Zapatero per bilanciare la pesantissima manovra spagnola “anti-crisi”).
Tutti i governi hanno ritenuto irrilevante il fatto che l’INPS abbia denunciato negli ultimi anni attivi di bilancio, che permangono a carico dell’Istituto una serie di spese assistenziali da attribuirsi invece alla fiscalità generale, che permane un’evasione contributiva pari a circa 300mila miliardi di vecchie lire l’anno, praticata da circa il 75% delle aziende e dei lavoratori autonomi. Invece di intervenire separando assistenza e previdenza, di recuperare l’evasione e di evitare le decontribuzioni, hanno scelto di demolire progressivamente la pensione pubblica (tagli alle prestazioni e tagli alla spesa) e, nel contempo, accelerare lo sviluppo delle pensioni private con la prospettiva di farle divenire prevalenti e dominanti rispetto alla prima, sull’esempio di quanto accade in paesi di vecchia tradizione liberista, come gli Usa e l’Inghilterra.
Per stessa ammissione del ministro del Lavoro dell’ultimo Governo Prodi, Cesare Damiano (proveniente dalla CGIL), negli ultimi 13 anni la spesa pensionistica è stata tagliata di ben 200mila miliardi di vecchie lire e così ci troviamo di fronte al fatto che il potere d’acquisto delle pensioni è stato sacrificato al totem dell’equilibrio di bilancio, riducendo lo “stato sociale” ad un problema ragionieristico di quadratura di conti ipotetici e solo in parte relativi alla materia previdenziale.
Si è reso il sistema previdenziale nazionale inadeguato e insufficiente a garantire una pensione dignitosa, trasformando nei fatti l’indennità di quiescenza in null’altro che un sussidio di povertà. S’è quindi indotta ad arte la “necessità” della previdenza privata incardinata sui fondi pensione, su cui speculano le organizzazioni sindacali che li amministrano (uno dei do ut des della concertazione). Le variazioni di legge, da Dini in poi (quando costui salì a presiedere un governo di “centro-sinistra” dopo essere stato ministro del primo esecutivo Berlusconi ed aver proposto la stessa controriforma pensionistica, prima contrastata e poi osannata da CGIL, CISL e UIL), parlano da sole: col sistema contributivo, il valore della pensione è ormai compreso tra il 40 e il 60% dell’ultimo stipendio. A fronte di un periodo di lavoro discontinuo, la copertura sarà addirittura minore. Prima delle “riforme”, la pensione invece equivaleva alla media stipendiale degli ultimi cinque anni di lavoro. Il resto è terra di nessuno. Così fu per la quota pubblica delle autostrade. Poi s’è pensato alla Telecom, ed infine (e con i risultati che conosciamo) all’edilizia sociale che fu del welfare, alle Ferrovie ed all’Alitalia (passando per ENI, AGIP ed una miriade di imprese ex Finmeccanica, Finmare e Fincantieri, peraltro molto produttive) (3). È ora il tempo dell’acqua potabile. Esattamente come in URSS, dove l’autore dell’inno sovietico, acquisendo con una delle “privatizzazioni” la casa di riposo dei reduci della seconda guerra mondiale (riadattata a grande albergo), ha posto mutilati ed invalidi sul lastrico.

Reiterazione continua

L’iper-statalismo ha generato, come alter ego, un antistatalismo imbecille. Quello dell’individualismo becero che, identificando (a torto) nello stato di diritto l’organizzazione del “bene comune”, identifica i paradigmi della propria personale “rivoluzione” nel familismo dei clan, nell’arroganza, nella sopraffazione, nel dominio del “particulare” e dell’egoismo spicciolo. Tale è il retroterra “culturale” della “cattiva educazione”, nonché dell’“anti-stato” mafioso e criminale.
Con le dovute differenze, il paragone (purtroppo) regge anche a “sinistra”, e non solo nell’area del compromesso (ormai “antistorico”). In una situazione quantomeno catastrofica, vigono ancora i diktat della reiterazione ed ogni progetto che non si rifaccia alle vecchie categorie della politica (“autonomia” senza controllo etico di quel che resta dei “rivoluzionari di professione”) o all’impotenza dell’antipolitica (rifiuto “fondamentalista” e categorico di sperimentare la possibilità di un’inversione capace di scoprire una politica a guida etica), è visto con diffidenza. Ed il riferimento non è unicamente a ciò che resta della diaspora comunista, sempre adusa a recitare in giaculatoria categorie operaiolatre assolutamente obsolete, nonché a rivendicare uno “stato di tutti” ed a scambiare ancora oggi – con Lenin – la libertà per un vezzo borghese (e gli ormai proletarizzati dipendenti pubblici in improduttivi “mangiapane a tradimento”).

Ma intanto, come siamo diventati?

In Italia s’è praticamente inventato il socialismo umanitario, mentre oggi si mettono i bambini migranti o indigenti a pane ed acqua se i genitori non pagano le quote-mensa delle scuole ed i voti di “Rifondazione” sono passati in buona misura alla Lega. Qui si sono creati il semaforo, il telefono e la trazione anteriore, ma il rosso è divenuto un optional per “fissati” e la cornetta (privatizzata) squilla per propinare truffe all’ora di pranzo o, se mobile, viene usata ed ostentata come farebbe un gruppo di scimmie antropomorfe. Su ottanta milioni di cellulari che abbiamo consumato, ne abbiamo prodotti solo il 2%. Infatti, quando l’Olivetti passò sotto l’auge FIAT, il buon Valletta dichiarò che “la telefonia era un neo da estirpare” (4). Gradualmente abbiamo svenduto ai francesi (unici concorrenti) le aziende pubbliche che assemblavano i migliori treni veloci del mondo (e, come dimostra la TAV, non certo per problemi d’impatto ambientale), nonché a vari acquirenti esteri tutto l’impianto della distribuzione commerciale (così i prodotti italiani girano poco persino per il nostro Paese). Abbiamo collegato Roma a Gibilterra prima della nascita di Cristo, ma non sappiamo completare quella pista sconnessa che è la Salerno-Reggio Calabria: come rende noto una recente inchiesta, ogni dieci chilometri cambia il “pizzo” e saltano i cantieri (ed in compenso qualcuno vorrebbe ora imporle un pedaggio e, prima di stanziamenti adeguati a lavori seri, realizzare proprio il famoso ponte sullo stretto di Messina). Del resto, un qualsivoglia tratto di ferrovia in Francia costa quattro volte meno che in Italia.
Concepimmo l’arco, ma siamo quasi gli unici in Europa ad avere il novanta per cento delle scuole non a norma. Inaugurammo in tempi ormai remoti terme ed impianti sportivi pubblici, nonché le prime università, ma oggi investiamo una percentuale del PIL inferiore a qualunque altra nazione avanzata per il sistema di istruzione e per la ricerca. Di contro, lasciamo che il governatore della provincia autonoma di Bolzano percepisca legalmente uno stipendio superiore a quello del presidente degli Stati Uniti. Ed è solo un piccolo esempio: in Sicilia, l’area ufficialmente più povera (tanto che è l’unica a non trasferire un euro di tasse alle casse centrali), si retribuiscono i consiglieri regionali con stipendi più alti di quanto percepisce qualsiasi membro del Parlamento europeo. Peraltro, grazie ai noti affari sommersi, circola più denaro a Reggio Calabria che non a Reggio Emilia.
L’articolo 33 della Costituzione vieta il finanziamento pubblico delle scuole private – e le nostre, sia detto per inciso, sono le peggiori d’Europa –, ma lasciamo che venga violato apertamente da ogni governo (più ancora da quando è sparita la Democrazia Cristiana), e le regioni “rosse” hanno fatto da apripista (ricevendo come ringraziamento, ad ogni elezione, gli anatemi papalini). Possediamo il novanta per cento dei beni culturali ed artistici del pianeta e ne teniamo nell’ombra più della metà (o facciamo franare la Domus Aurea) per non spendere nella tutela del patrimonio. Con un terremoto del quinto grado della scala Richter crollano intere città (ed anche case dello studente costruite di recente), quando in Giappone hanno messo tutto in sicurezza da decenni e registrerebbero danni minimali. Possibilmente, poi affidiamo agli stessi costruttori emeriti (già ben sperimentati) il rifacimento delle opere pubbliche. E succede perché qualche grasso maiale moralmente analfabeta (seppur laureato), promosso al rango di factotum di stato, possa brindare sulle disgrazie altrui. Costruita “la migliore protezione civile del continente”, la usiamo come pretesto e testa di ponte per liberare dalle gare d’appalto i lavori per gli eventi e le competizioni sportive internazionali (e lo facciamo in presenza della più ramificata malavita organizzata del globo, che per metà prospera proprio aggiudicandosi le commesse pubbliche). “Godiamo” di un abusivismo edilizio che è quattro volte esatte quello della Turchia e variamo un condono dietro l’altro, avvicinando ulteriormente (adesso) col federalismo demaniale il territorio residuo alle grinfie della speculazione.
Abbiamo capito per primi che la terra è tonda e gira intorno al sole, scoperto e dato il nome all’America, inventato l’ancora e passato per primi le colonne d’Ercole (con gli etruschi), ma non siamo in grado di mantenere una linea aerea (che aveva i migliori piloti del mondo, retribuiti nella media, ma i peggiori dirigenti, retributi il quadruplo di quelli della British Airlines) e ferrovie a capitale collettivo. E ci accontentiamo delle scuse di un ex ministro il quale ci racconta che, se qualche bandito gli ha comprato la casa dove abita, non se n’era accorto. A Bertolaso, invece, gli pagavano solo l’affitto, e neppure lui lo sapeva. Abbiamo coperto l’Europa della prima mirabile rete d’acquedotti pubblici ed ora corriamo a mettere in vendita le risorse idriche. Avendo sfasciato una scuola che fu di buona qualità, ci resta il secondo miglior sistema sanitario del mondo (dopo la Francia): per questo ogni giorno si parla male degli ospedali italiani (altrimenti non si potrebbe tagliare sull’assistenza e quindi privatizzare definitivamente il tutto).
Gli elettori del Paese votano in massa una coalizione che (pressoché unica in Europa) ha consentito la speculazione del secolo lasciando senza controllo “l’adeguamento” dei prezzi all’ingresso nell’euro e producendo così, per la prima volta dai tempi della guerra e della borsa nera, l’impoverimento drastico del ceto medio (che si sta scavando la fossa da solo) ed una regressione sociale inaudita. Non era mai successo che le nuove generazioni avessero una prospettiva di gran lunga peggiore dei propri genitori, eppure spesso persino i giovani precari sostengono Berlusconi e Tremonti. Precedentemente, con i soliti sacrifici imposti in basso (e mai in alto) avevamo accumulato un avanzo primario e stabilizzato il deficit al 2,7% del PIL (sotto i limiti del 3% del patto europeo di “stabilità”, che in realtà ha consegnato nelle mani delle agenzie private di rating il futuro economico del continente). Ora siamo al 5,3%, eppure la maggioranza degli italiani ritiene ancora che questo sia un governo rigoroso e che per merito suo ce la stiamo cavando meglio di altri nella crisi finanziaria globale. In realtà, nell’ultimo decennio il rapporto spesa pubblica-PIL è variato tra 46 e 49%, salendo al 52% nel 2009. Ed è vero che l’Italia ha dato l’impressione di aver per ora contenuto lo scossone, ma solo perché il Paese è meno esposto verso l’estero (unicamente grazie al risparmio delle famiglie ed alla loro funzione di ammortizzatore sociale “in deroga”).

Il risparmio

Ciò che (per ora) “ci salva” non è l’azione dei governi, bensì il nostro risparmio:

“Tra i vincoli che condizionano le scelte d’investimento del settore pubblico è di particolare rilievo quello derivante dalla necessità di ridurre il rapporto tra debito pubblico e PIL. Tuttavia, quando insieme al debito pubblico si considera quello del settore privato non finanziario (famiglie e imprese), la situazione appare più favorevole di quella prevalente nell’area dell’euro. Infatti, il debito delle famiglie e delle società non finanziarie in rapporto al PIL è stato, nella media del periodo 2000-2008, di oltre trenta punti percentuali inferiore alla mediana dei principali paesi dell’area dell’euro. La situazione patrimoniale delle famiglie italiane, la cui sola ricchezza finanziaria netta è pari circa al doppio del PIL, appare relativamente solida e l’incidenza del loro debito (in rapporto alle attività finanziarie) è più bassa rispetto a quella registrata negli altri paesi europei. Va poi ricordato che, nella media del periodo 2005-2008, oltre il 76 per cento dello stock di abitazioni è detenuto dalle famiglie consumatrici, le quali detengono anche una quota cospicua del debito pubblico” (5).

In sintesi, siamo molto indebitati, ma prevalentemente ancora verso noi stessi, ed il livello di vita della maggioranza rimane invidiabile rispetto al resto del continente. Questa è la grande contraddizione italiana e la condanna per chi sta male in questo Paese: è in minoranza e quindi ha poca forza contrattuale (ergo, sta ancora peggio).

La recessione sociale

Non di meno, è proprio al risparmio dei più ed alla demolizione dei nostri standard di vita che – come dettano le regole endo-mercantili del pensiero unico e della UE, sposate a pieno anche dalla “opposizione” italiana (compresa quella, ormai estinta, “di lotta e di governo”) – mirano gli speculatori ed i faccendieri delle privatizzazioni ad oltranza e del guadagno facile, i quali hanno la loro punta di diamante nel quartierone dei furbacchiotti del berlusconismo. Ma l’attacco speculativo alle pensioni, ai servizi ed alle istituzioni della società civile, la privatizzazione di stato, non nascono con il Cavaliere. È più facile oggi speculare con i soldi ed i servizi degli altri, che produrre materia prima ed investire in proprio. Quando scopriremo che la recessione sociale teleguidata (che non ha come unica origine la recessione economica) è giunta a compimento, accorgendoci con terrore della totale erosione del piccolo risparmio e che la media dei proprietari di casa (attualmente intorno all’80%) s’è omologata al 15% dell’Inghilterra, allora sarà troppo tardi. In Italia c’è ancora molto da “rosicchiare” su accantonamenti, piccole proprietà, pensioni e welfare. Dovrebbero saperlo con precisione le fasce già ridotte al mero livello di sopravvivenza: al momento sono ancora una percentuale del 16,2% (6) e vivono nel quasi totale analfabetismo politico. Ed anche qualora se ne accorgessero, proprio la loro posizione marginale li lascerebbe indifesi in un sistema politico che punta al centro (e quindi al perbenismo interessato di chi sta bene e degli altri se ne frega). Ma niente paura (per il momento), stanno per essere raggiunti da un altro buon 7%: allora (si fa per dire...) si vedrà.
Visto lo stato di torpore, con ogni probabilità, per un vero scossone, servirà quella più drastica, maggiore erosione, che la logica “bipartisan” del profitto cialtrone, improduttivo ed a qualsiasi costo (messa ormai all’incanto persino l’idea stessa del bene pubblico), non mancherà di determinare.

I dati Istat in sintesi

Il Rapporto Istat sul 2009 fotografa un Paese ove il PIL cade del 5% su base annua (media europea –4,1%, Spagna –3,6%, Francia –2,2%), la produzione industriale cala del 25% (Spagna –25%, Francia –20%), anche le esportazioni si riducono del 25% (Spagna e Francia –15%), il reddito medio scende del 6,3% (“il risultato peggiore tra quelli delle grandi economie avanzate”) (7). Il reddito disponibile annuo pro-capite è stato nel 2009 di 360 euro in meno di quello del 2000. Il 50% delle pensioni arriva al massimo a 1.000 euro, ed un altro 30% a 1.200. Il rapporto debito pubblico-PIL passa dal 69,4% al 78,7% ed il primo tocca la quota record di 1.812 miliardi di euro (e già era il terzo del mondo). Il commercio al dettaglio flette del 12,7%, l’indebitamento delle amministrazioni pubbliche passa dal 2 al 6,3%, la pressione fiscale sale al 43,2% (+0,3%), ma molto per un’indiscriminata tassazione indiretta che non seleziona l’obiettivo (abbattuta invece in Spagna ed Inghilterra). L’evasione fiscale galoppa e viene eluso persino il 30% dell’IVA. La massa (collusa) è convinta che sia cosa comune a tutti i paesi, invece è stricto sensu “cosa nostra”. Come il “primato” sulla corruzione. Secondo “Transparency International”, l’Italia si colloca fra i peggiori, al sessantatreesimo posto, dietro (fra gli altri) a Turchia, Taiwan, Uruguay. Il tasso di occupazione da noi è caduto dal 58,7 al 57,5%, mentre quello europeo s’attesta al 64,6, pur scendendo dell’1,3%. Rispetto al 2008, la disoccupazione è salita di 800.000 unità. Nel 2009 l’occupazione s’è ridotta di 380.000 unità lavorative (206.000 nell’industria), 311.600 delle quali erano giovani tra 15 e 29 anni (82%). Il fenomeno del “sottoinquadramento” (utilizzazione lavorativa molto più in basso del livello delle competenze reali, delle professionalità e del titolo di studio) interessa ormai più di quattro milioni e mezzo di lavoratori.
È vero che il mondo si trova da due anni in una crisi “non comparabile per intensità” (8) con quelle precedenti del 1975 e del 1982-83 (crisi petroliofere), o del 1992-93 (che portò la lira fuori dal sistema monetario europeo) e del 2002-03 (dopo l’attacco alle torri gemelle). Però la performance dell’Italia “è risultata la peggiore tra i 27 paesi dell’Unione oltre che rispetto a Stati Uniti e Giappone” (9), con 36 trimestralità di arretramento, contro le 13 della Francia e le 16 del Regno Unito (e tutti gli altri stanno fra questi due parametri). Il risparmio è sceso pericolosamente al livello degli anni ’90: in ventiquattro mesi di crisi abbiamo prosciugato quanto accantonato in vent’anni (e questo è l’indice più pesante dell’indiscutibile percorso dentro la recessione sociale). (…).

Stefano d’Errico
Segretario nazionale Unicobas

La versione completa di questo scritto, comprendente l’analisi dettagliata dei dati ISTAT 2009, è consultabile sul sito nazionale dell’Unicobas (http://www.unicobas.it).

Note

  1. K. Marx – F. Engels, Il Manifesto del Partito Comunista, Einaudi Editore, Torino, 1948.
  2. Vd. lo studio ed i dati riportati già in tempi non sospetti da A. Nannei in La nuovissima classe, Ed. Sugar, 1978.
  3. Più della metà della produzione mondiale qualificata di navi d’ogni tipo (ma in particolare da diporto e da crociera) viene prodotta in Italia.
  4. L. Gallino, La scomparsa dell’Italia industriale, Einaudi, Torino, 2003.
  5. Istat, Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2009. Sintesi, Istat, Avellino, 2010, p. 18.
  6. Istat, Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2008. Sintesi, Istat, Avellino, 2009.
  7. Istat, Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2009. Sintesi, cit., p. 6.
  8. Ibid., p. 8.
  9. Ibid., p. 8.