rivista anarchica
anno 40 n. 355
estate 2010


comunicazione

Noi mediattivi(sti)
intervista di Elena Violato alla Comune di Milano

Questo lavoro di “ricerca” sulle nuove e creative forme di dissenso e di lotte è iniziato con l’intervista alla Torino Samba Band pubblicato sul numero 352 (aprile 2010). In questo numero la comunicazione, uno dei nodi cruciali e più travagliati per il movimento, diventa protagonista e viene analizzata e rilanciata come pratica da approfondire e agire.

 

La miglior sovversione non consiste forse nel distorcere i codici, anziché nel distruggerli?
Roland Barthes

Come scritto nel libro:

“La comunicazione-guerriglia vuole spazzare via la supposta naturalezza e ovvietà dell’ordine dominante. Il suo potenziale sovversivo consiste in primo luogo nel mettere in questione la legittimità del potere, e con ciò aprire spazi per nuove utopie. Il fine è trasformare discorsi chiusi in situazioni aperte, nelle quali, in improvvisi momenti di smarrimento, il naturale e l’ovvio siano messi in discussione”.

A questo scopo ecco un’intervista fatta ad un gruppo di media-attivisti milanesi che negli scorsi mesi han dato vita al progetto “Scusateci”, campagna realizzata contro le politiche comunali.

Nel mese scorso è uscita la vostra campagna “Scusateci” in varie parti della città di Milano. Potreste spiegarci in cosa consiste e qual è l’intento di questa azione comunicativa?
L’azione è semplice nella sua idea iniziale. Il comune non chiede mai scusa delle sue malefatte, anzi, spesso sono offerte come risultati positivi. Perciò è nato il bisogno di far riscoprire loro un po’ di umiltà e facendo chiedere scusa per gli errori fatti. Per esempio la militarizzazione di via Padova non è per niente una soluzione, ma un esercizio da stato di polizia; era perciò nostro dovere far chiedere scusa a tutti i residenti per la politica che il comune ha scelto di effettuare. Quello che si vuole ottenere con azioni come questa sono potenzialmente due: da una parte far stupire i normali passanti con un messaggio da parte del comune che non si aspettano, sperando che questo li faccia riflettere sulle scelte effettivamente effettuate dal comune; dall’altra costringere il comune a replicare a queste scuse, mostrando automaticamente il suo vero volto di oppressore.

Prendendo spunto da questa azione, potreste spiegare e sviscerare il concetto di Subvertising…
Il Subvertising, come strumento utilizzato nel campo della comunicazione, è collegato al concetto di straniamento. Ogni giorno veniamo bombardati da input, da stimoli, e mentre c’è tutta una serie di messaggi a cui si è abituati e quindi a cui non si presta molta attenzione, esiste tutta un’altra serie di comunicazioni che possono colpire e quindi provocare un interesse; tutto ciò produce un senso di straniamento rispetto a quello che si è abituati a vedere, sentire e recepire.
La curiosità si sviluppa dal momento che un’immagine qualsiasi, riprodotta in un contesto inusuale o modificata (quindi suvvertita), destabilizza e crea nella persona un interesse a capire cosa stia succedendo.
Non è detto che questo provochi uno “shock” immediato in chi osserva ma sicuramente innesca nel processo di comprensione un gap, un salto che costringe alla riflessione e alla rielaborazione del significato trasmesso, a partire da un significante modificato e diverso, a volte in maniera quasi impercettibile. A livello mentale e semiotico si ha uno scatto che costringe a straniarsi per poter agire un’interazione con quanto visto o vissuto.

In base ai discorsi fatti finora si può dire che nell’utilizzo di questa pratica ci sia un riconoscimento di fondo del fatto che le immagini abbiano un forte potere evocativo. Purtroppo esse sono uno degli strumenti privilegiati del dominio quindi sembra quasi di adattarsi a quello che è il loro sistema…
Quando si parla di immagini si parla principalmente di pubblicità. Migliaia di immagini ogni giorno trasmettono un certo messaggio, con una ridondanza ossessiva, e non conta che la pubblicità sia l’una o l’altra, ma essendo la pubblicità il braccio armato delle multinazionali e dei dominanti, ciò che ci viene inculcato è l’input di comprare qualcosa, costantemente, e quindi il messaggio di fatto è “consuma!”. Proprio per questo, in un certo senso, il pensare di abbattere questo muro creando un sistema di proporzioni tali che possa andare in contrasto con questo può risultare sotto molti punti di vista un tentativo fallimentare…
Michel de Certau definisce come “tattico un calcolo che non può fare affidamento su alcuna base solida né su alcun luogo proprio, ed è costretto a muoversi sul terreno del nemico” (1). Infatti, scegliendo un approccio tattico, si cerca di inserirsi nelle falle del sistema sfruttando quelli che sono i punti deboli di quest’ultimo per insediarcisi (con una modalità molto hacker) e comunicare un messaggio in contrapposizione con quello dominante, portando il tutto ad un collasso sistemico.
Ovviamente questa pratica da sola non è detto che produca per forza un risultato. Bisogna sempre affiancare vari tipi di azioni e di approfondimenti.

Potreste fare qualche esempio in modo tale da definire meglio questo corpus di concetti?
Prendendo per esempio la presentazione che fa di sé il collettivo Adbuster sulla pagina web italiana, troviamo che: “La pratica del Culture Jamming (interferenza culturale) consiste nel trarre spunto dalle campagne dei grandi marchi internazionali stravolgendone il messaggio originario attraverso l’ironia, il paradosso e lo straniamento. Lo scopo è quello di evidenziare le strutture del potere e valori socialmente, ecologicamente e culturalmente negativi che si annidano nel mondo della comunicazione e in particolare nei messaggi pubblicitari delle grandi corporations globali”. (2)
Essi producono tutta una serie di immagini e di azioni comunicative, frutti di una ricerca basata essenzialmente sulle multinazionali, di come funzionano, di come è sviluppata la comunicazione al loro interno e questo lato di ricerca risulta fondamentale, altrimenti la pratica rischia di rimanere un po’ fine a se stessa.
Ogni immagine quando la vedi è ricca, ha un significato; dietro vi è sempre una solida ricerca e per questo è spesso corredata di articoli, tabelle e informazioni. È l’immagine ad essere d’impatto, o meglio, è il linguaggio dell’immagine che ti “attacca”, ti affascina, e a tutto ciò viene affiancato il lato dei contenuti che magari può essere esplicitato tramite un semplice testo, che ovviamente non ha nulla di quell’impatto e di quel fascino; proprio per questo è posto in secondo piano rispetto all’immagine in sé.
Il subvertising svuota i simboli del loro significato originario per poterne creare di nuovi; la riproposizione del simbolo riempito del nuovo significato sarà ovviamente in una veste leggermente modificata. Tutto ciò a livello storico ha dei forti contatti con le pratiche situazioniste.

Lasciando da parte per un momento il subvertising e parlando più in generale della comunicazione, che altri tipi di azioni si possono mettere in campo?
Dipende da in quali campi si vuole agire e se si vuole mettere in pratica qualcosa di diverso, qualcosa per esempio che sia nell’ambito della comunicazione-guerriglia (anche se ormai il termine ha perso parte del suo significato originario in quanto questa pratica viene utilizzata anche dalle multinazionali e fa parte delle campagne pubblicitarie normali).
Le esperienze di comunicazione-guerriglia possono essere varie; per esempio il collettivo Antipub francese nel 2006 aveva dato vita ad una serie di azioni contro le pubblicità. Materialmente, le pubblicità venivano distrutte senza che a questo seguisse una deturnazione del significato.
Un altro caso famoso, di natura totalmente diversa è quello dell’esperienza del collettivo Luther Blissett. Senza voler entrare nel merito dell’ideologia politica e di alcune loro affermazioni, in primo luogo l’utilizzo del nome di un personaggio per identificare un’entità plurale è frutto della scelta di una collettività di rinunciare ad una identità personale che in una società come la nostra, il solo fatto di avere un nome, di assegnare un nome alle cose e in prima persona a se stessi, a livello sociale e filosofico è uno dei primi passi che compie l’essere umano. Quindi distruggere questo passaggio crea uno sconvolgimento a livello di comunicazione tra una persona qualsiasi e questa identità collettiva; all’inizio si può avere difficoltà a capire cosa sia questa identità, perciò il fatto di dar luogo a delle azioni che riassumano il lavoro di più persone senza per forza che queste si identifichino ognuna in qualcosa, stravolge in qualche modo gli schemi mentali e in forza di ciò può destare curiosità o straniamento. In secondo luogo tutte le azioni compiute da Luther Blisset andavano sempre in qualche modo a bucare il sistema, dalla creazione di falsi personaggi (fake) al riuscire a far pubblicare ai mass-media false notizie (oax). Ovviamente qui si sta parlando degli esordi perché adesso Luther Blisset si è trasformato in Wu ming e quella collettività ormai si occupa principalmente di letteratura.
Oggi come oggi i concetti di fake e oax son molto comuni anche se più difficili da produrre in quanto nel sistema mediatico contemporaneo composto da numerosi media, ricreare un “evento” del genere è quasi impensabile; fino a qualche tempo fa i canali comunicativi erano ridotti e inoltre nulla di simile era stato creato in maniera continuativa; quando han creato le prime false notizie han destabilizzato tutti quanti, venivano pubblicate sui massimi giornali.
Contro un sistema di media unico che dettava legge e che imponeva un’informazione unilaterale, si mostravano le sue vulnerabilità intrinseche e sfruttandole si riusciva a volte a bucare il sistema.

Un’altra delle tecniche utilizzate nel subvertising e non solo, è quello che viene definito camouflage. Di che si tratta?
Il camouflage è un concetto utilizzato molto anche nell’ambito artistico oltre che nel subvertising “politicizzato”. In generale esso consiste nel mascherare le cose, camuffarle appunto. Questo può essere fatto per diversi scopi e nel nostro caso i motivi principali che portano ad adottare questa tattica sono essenzialmente due. Da una parte alla base della scelta c’è una questione meramente logistica: il fatto di “nascondere” in un certo senso le nostre azioni, di conformarle il più possibile ad un qualcosa che sia il più vicino possibile all’ordinario, è necessario perché i vari “allestimenti” non vengano immediatamente rimossi dalle forze del disordine. Questo scopo si può raggiungere nel caso di un contesto cittadino, cercando di uniformare per esempio un manifesto che viene creato per esprimere determinati contenuti, a quella che può essere la normale segnaletica stradale o ad una pubblicità qualunque. Il secondo motivo invece si ricollega al discorso che si faceva prima rispetto allo straniamento... un qualcosa che all’apparenza sembra normale ma che contiene dei piccoli particolari leggermente modificati produce degli shock a livello comunicativo e interpretativo.
Quindi tutto ciò si ricollega al tentativo più generale di distorcere i codici ormai fossilizzati tramite piccoli cortocircuiti, anche se non danno risultati immediati, di quello che sembra un esistente ormai cristallizzato.

Facendo una valutazione sull’oggi e sul cosa potremmo prospettare per il domani...
La prima considerazione da fare, per chiarirsi, è sicuramente che la comunicazione fine a se stessa non porta ad alcuna tra virgolette rivoluzione culturale.
Detto questo c’è da aggiungere che oggi come oggi è necessario attualizzare certe pratiche, anche quelle di cui abbiam parlato fino adesso, che sono entrate a far parte del bagaglio delle culture cosiddette politiche e movimentiste in maniera più “ufficiale” in un periodo tra fine anni ’80 e inizio anni ’90. Son passati vent’anni da allora e nel frattempo c’è stata una vera e propria rivoluzione a livello della rete, quindi anche una rivoluzione comunicativa e delle modalità di scambi interpersonali che sta modificando completamente tutte le dinamiche relazionali e sociali.
Son cose che si dicono da tempo ma ci sarebbe veramente bisogno da una parte di poter trovare all’interno della rete una sorta di cassa di risonanza e una coordinazione più allargata, dall’altra di tornare ad agire concretamente nel locale, al di fuori di certi luoghi o spazi che non sono veramente attraversati da una tipologia, da un “target” di persone, a cui noi tutti vorremmo rivolgerci.
Inoltre gran parte dei movimenti parla di fare azioni comunicative non sapendo bene neanche cosa sia la comunicazione, quindi se parliamo di persone che fanno movimento, di per sé avrebbero innanzitutto bisogno di un aggiornamento sulla comunicazione e sugli strumenti del comunicare; in più bisognerebbe dare il via anche ad un rinnovamento delle metodologie d’azione che come potevano essere quelle portate in piazza dalla Samba Band o anche altro, un lavoro simile andrebbe fatto nelle modalità di “parlare”, sia a livello di terminologia che a livello di contenuti…
Ovviamente si tratta di una questione molto più complessa a livello di elementi che influenzano queste modalità di agire, e di geografia e politica, quindi sicuramente l’Italia e in particolare Milano ha una sua peculiarità rispetto ad altri spazi e posti al di fuori dell’Italia; ma questa è una considerazione che vale per ogni discorso quindi bisognerebbe avere la capacità di declinare e utilizzare come punti di forza le specificità di quel che si vive piuttosto che subire passivamente e riproporre degli schemi universali che di fatto non esistono.

Social network…futuro auspicabile o diavolo tentatore?
Utilizzare i social network è come “andare in mezzo alle persone”, senza aspettare che queste arrivino a te…fondamentalmente equivale a quello che una volta era il farsi un giro in piazza, cosa che oggi come oggi non ha più senso come ben sappiamo in quanto le strade e i luoghi pubblici sono stati svuotati in nome del decoro urbano e della sicurezza.
Detto questo i social network sono uno strumento come tanti altri…purtroppo vengono utilizzati senza consapevolezza e questo sì che rende Facebook (per citare il più famoso) uno dei più efficaci strumenti in mano al potere dominante per controllare tutti e tutto.
Inoltre essi possono essere molto utili per arrivare in maniera capillare ed “emozionale” alle persone ma questo di per sé non mette in moto dei processi virtuosi, ma ipotizzando anche un social network che riuscisse a creare qualcosa a livello di intelligenza collettiva su dei saperi condivisi, il limite si rivelerebbe comunque che poi alla singola persona manca tutta una parte di disposizione all’attivismo dato che non l’ha imparata da nessuna parte e che non glielo insegni sicuramente così e quindi come strumento può essere utile ma anche lì va sicuramente affiancato a qualcos’altro.

Media-attivismo grassroots…attuale, attualizzabile o fine della storia?
Alla base del media-attivismo grassroots c’è la ferma convinzione della necessità di costruirsi i propri media per riappropriarsi dell’informazione, fare un uso politico e sviluppare localmente la comunicazione. Esso scardina il media di massa che ha un modello di distribuzione prettamente verticale (quindi dall’alto verso il basso), mentre il media-attivismo ha una struttura a rete basata su di una condivisione dei saperi da cui poi si costruisce l’informazione. Questo principio perciò rimane sicuramente valido anche se è necessario attualizzarlo.
Nel ’99 Indymedia anticipando di un po’ il web 2.0 (3), ha promosso la partecipazione e il coinvolgimento dell’utente su un ambito importante come quello del fare informazione. Dopo 10 anni è giunto il momento di rinnovarsi tenendo conto anche delle nuove tecniche e tecnologie e soprattutto delle modalità di fruizione e della capacità di avere sotto controllo il flusso di informazioni che circolano; infatti uno dei problemi più grossi è la quantità sterminata di informazioni che circolano nella rete da una parte, e dall’altra la più totale incapacità di produrre una sintesi di queste.
Così come il web sta evolvendo verso un approccio sempre più user centered, anche per l’informazione bisognerebbe percorrere una strada simile e giungere ad avere un flusso di informazioni che ogni utente possa costruirsi anche in base alle proprie esigenze al contrario del flusso unico che anche se viene dal basso non può essere valido universalmente e non può tener conto delle rispettive specificità.
A livello tecnologico un primo upgrade potrebbe essere il device mobili, sia perché permette un livello di istantaneità nell’informazione, sia perché esso incarna in qualche modo una protesi dell’ultralocalizzazione e velocizzazione della pubblicazione e fruizione dell’informazione.

ElenaViolato

Note

  1. Autonome a.f.r.i.k.a. gruppe, Luther Blissett, Sonja Brünzels, “Comunicazione-guerriglia”, derive Approdi.
  2. http://www.adbusters.it/pages/chisiamo.php.
  3. “Il Web 2.0 è un termine utilizzato per indicare genericamente uno stato di evoluzione di Internet (e in particolare del World Wide Web), rispetto alla condizione precedente. Si tende ad indicare come Web 2.0 l’insieme di tutte quelle applicazioni online che permettono uno spiccato livello di interazione sito-utente (blog, forum, chat, sistemi quali wikipedia, Youtube, Facebook, Myspace, Twitter, Gmail, Wordpress, Tripadvisor ecc.)”. Dario de Judicibus, World 2.0: una definizione di web 2.0 (in inglese). 2008-01-02.