rivista anarchica
anno 40 n. 352
aprile 2010


movimenti

Lotta dura con il sorriso
Intervista di Elena Violato alla Torino Samba Band

Dar fondo alla creatività, partendo da quelle esperienze che già stanno sperimentando forme nuove e creative di lotta per trarne idee e suggestioni.
A colloquio con un gruppo aderente alla rete internazionale Rhythms of Resistance. L’esperienza dello scorso dicembre a Copenaghen durante/contro il summit sul clima.

 

Insoddisfazione, incapacità nel comunicare, reiterazione infinita di ciò che è già stato fatto e detto, incomprensioni e divisioni date da diversi modi di concepire la lotta, noia, mancanza di incisività... Questi e molti altri sono i problemi che sempre di più affliggono il cosiddetto “movimento” oggi.
Per questo ci si chiede da più parti se non sia giunto il momento di fare una rivisitazione delle pratiche in quanto, il mondo circostante e l’immaginario, sono cambiati e mutano incessantemente di giorno in giorno.
Sembra necessario riprendere un’analisi dell’esistente per svecchiare modelli e concetti e dar fondo alla creatività che abbiamo, per ricreare nuove pratiche che stravolgano i codici ormai fossilizzati della lotta. Non per sostituire consuetudini funzionanti e ormai affermate ma per creare attitudini nuove e sempre rinnovabili, per spiazzare ed essere imprevedibili e per ribadire una accettazione della molteplicità delle pratiche utilizzate ad un unico scopo sovversivo.
Si vorrebbe tentare di avviare un ragionamento attorno a questo tema partendo da quelle esperienze che già stanno sperimentando forme nuove e creative di lotta per trarne idee e suggestioni, per farsi contaminare dall’esistente e provare ad immaginare uno o più scenari futuribili.

Durante il Cop15, vertice mondiale svoltosi a Copenhagen a metà dicembre 2009, si sono susseguite manifestazioni e azioni per protestare contro le finte politiche eco-green dei grandi potenti. Per le strade la presenza della “Pink Samba Band” è stata determinante in molte situazioni e spesso si è riusciti a creare momenti e scenari imprevedibili e in continua evoluzione, cogliendo alla sprovvista la polizia danese e non solo... La seguente intervista è stata fatta alla Torino samba band (appartenente alla rete internazionale Rhythms of Resistance), presente a Copenhagen e protagonista (assieme a tutti i presenti che hanno animato quelle giornate) di questa destabilizzazione dei “codici di piazza”.

E.V.

Giugno 2003 Annemasse (smash G8): barricata e blocco
stradale anticapitalista e antig8 con tamburo e occhialini!
Sì resistenza No lacrime!
Innanzitutto, cos’è la rete Rhythms of Resistance?

La rete ROR è un network di sambattivisti o per meglio dire di attivisti politici che fanno della samba e del Karnival di strada la loro modalità creativa di agire politico, un agire comune basato su principi anticapitalisti, antiautoritari. La rete si inserisce in un movimento più ampio e caratterizzato da altre pratiche creative che ha per simbolo il colore pink e la frivolezza tattica.
Il colore pink è una eredità dei movimenti di lotta all’AIDS e di genere, caratterizzati da un approccio alla lotta diverso da quelli classici, una via di mezzo tra una non-violenza passiva e una violenza attiva; la samba come strumento politico nasce a Londra durante la MayDay del 2000: da lì l’eresia pink & silver presto si è propagata incontrollabile in tutte le altre città (anche grazie ad una forte presenza a Praga 2000 e Genova 2001).
La frivolezza tattica è invece una modalità di lotta che mira a destabilizzare le novecentesche logiche di scontro di piazza e di azione diretta.
La samba nei cortei carica emotivamente il ritmo della protesta trasformando la tensione in karnival, abbassando il livello dello scontro e quindi intralciando le forze dell’(dis)ordine e le loro tattiche di piazza, inadatte a fronteggiarci.
La modalità samba trova come massima opportunità di espressione l’azione diretta, raggiungendo tramite la frivolezza tattica obiettivi altrimenti irraggiungibili: è più arduo per le forza del (dis)ordine giustificare la repressione di un sorriso rispetto a quella di un passamontagna.
Il pink non è meno radicale nei contenuti e nelle pratiche rispetto ad altre modalità più “muscolose”, ma mira a raggiungere gli stessi obiettivi simbolici e immateriali, o anche molto concreti (come per esempio occupazioni o difese di spazi...), con un’attitudine però irriverente e spiazzante, che fa della creazione e della gioia il suo vero ariete.
Una connotazione importante della samba è la gestione assolutamente orizzontale e condivisa delle decisioni, sia nelle riunione che nei momenti di tensione in piazza.
Ritornando alla ROR, essa è composta da molte bande di percussioni e danze brasiliane (liberamente rivisitate in salsa underground) che provengono da moltissime città di tutta Europa (dal Portogallo all’Ucraina) . Tramite una comunicazione costante, le diverse bande si incontrano regolarmente in occasione delle grosse manifestazioni, o controsummit in giro per il globo, accomunate da una affinità nelle modalità e negli obiettivi maturata attraverso meeting internazionali e altri momenti di lotta.

Pinkarnival 2005: azione contro precaria al Lingotto:
“San precario anti-olimpico su sfondo
Torino 2006 - Precarity is here!”

Qualcosa di unico

Partiamo dalla trasferta danese. Com’è andata a Copenhagen?

Siamo giunti a Copenhagen con moltissime aspettative, sicuramente c’era nell’aria la sensazione di qualcosa di grande, si percepiva come un evento che sarebbe stato molto importante per il movimento anticapitalista e che avrebbe segnato un’altra tappa fondamentale.
C’erano il decennale di Seattle, e tutta una serie di altri indicatori che facevano sì che noi attivisti ci stessimo preparando all’evento da mesi e che confidassimo in una mobilitazione cruciale, determinata e molto partecipata.
Sicuramente le cose sono andate diversamente e la grande vittoria per i cosiddetti “no global” (termine antipatico e tutto al negativo, usato tra l’altro solo in Italia) non c’è stata. L’esperienza però non è assolutamente da buttare via e ora che sono passate delle settimane si può fare una valutazione più serena dell’accaduto.
Innanzitutto il movimento non è stato così consistente a livello di partecipazione rispetto a ciò che speravamo, se si esclude il primo fine settimana in cui la mobilitazione era dichiaratamente un po’ più allargata e con un corteo nella giornata di sabato che noi definiremmo di massa (anche se non c’era poi così tanta gente...) nel resto della mobilitazione si sono fermati solo i più militanti.
Il numero si è molto ridotto e molte azioni o cortei sono stati resi meno efficaci dalla pochezza di persone presenti. Sicuramente un corteo come quello del 16 che aveva l’ambizione di entrare al Belha Centre con la sola forza del pushing dei corpi non poteva essere efficace con circa 3000 persone spintonanti, ce ne sarebbero volute più del doppio... Anche le azioni dirette promosse durante la settimana non hanno avuto buon esito (tranne forse l’azione No Border nella quale si è riusciti a liberare simbolicamente un enorme pallone pubblicitario del Cop15 proprio nella piazza del Parlamento....Evvai!!! ci voleva!!!) perché il numero di persone che vi partecipava era ristretto e facilmente controllabile dalle forze di polizia.
Inoltre la presenza dei compagn* danesi si è dimostrata davvero insufficiente e gli attivisti stranieri si sono sentiti certamente un po’ disorientati e in difficoltà per lo scarso apporto di punti di riferimento locali. La strategia repressiva della polizia si è poi dimostrata estremamente spietata e efficace. L’utilizzo massivo, soprattutto nei primi giorni, dell’arma dell’arresto preventivo (venivano arrestate persone “sospettate” di andare a svolgere manifestazioni o azioni illegali, a volte solo in base del loro abbigliamento, ore prima che potesse iniziare una qualsiasi forma di protesta) si è dimostrata un’arma davvero dura da eludere.
Le manifest-azioni partivano già decimate e in un clima surreale nel quale si avvertiva l’impossibilità di spingersi davvero oltre una certa soglia. Era presente una sorta di paranoia generalizzata dovuta ai continui arresti che da un lato faceva sembrare tutto come un obiettivo irraggiungibile (se mi arrestano sul pullman perché porto una felpa nera come posso pensare di rompere la “zona rossa”?), dall’altro costringeva il movimento a rincorrere la strategia dei poliziotti cercando continuamente di eludere i controlli per arrivare anche solo ai meeting point delle varie demo.
Inoltre questo giochetto ha costretto gli attivisti a utilizzare preziose energie quasi ogni giorno per organizzare impreviste manifestazioni di solidarietà ai detenuti. Si può ben dire che la polizia danese, sebbene non fosse tenera nel corpo a corpo quando questo accadeva, non si sia dovuta trovare in condizioni di stress eccessivo e non abbia dovuto ricorrere alle violenze alle quali noi italiani siamo piuttosto abituati.
D’altro canto il contro summit è stata la solita magica esperienza di condivisione fra attivisti di tutto il mondo, con la immancabile socialità e le immancabili reti transnazionali di dissenso che si formano. Il vivere un’esperienza di lotta di questa portata con altre persone che hanno la tua sensibilità e che si impegnano per un mondo diverso è sempre qualcosa di unico e che non ha prezzo. Soprattutto per i ragazzi più giovani, e da Torino ce n’erano molti, che non avevano mai avuto la possibilità di fare un qualcosa di simile sono sicuro che sia stato indimenticabile e che abbia cambiato la loro percezione e la loro volontà di battersi in maniera profonda.

4 novembre 2008: assalto Clown Army alla festa
delle Forze Armate “ammazziamoli di risate”

“Sarà una risata che vi seppellirà“

In quella settimana di mobilitazioni, i cortei e le azioni in piazza erano organizzate per gruppi di affinità. Potreste spiegare meglio cosa si intende?

I gruppi di affinità sono strumentali ad un nuovo modo di stare in piazza. O almeno, nuovo se si reputa tale tutto ciò che è scaturito dal movimento nato nel 1999 con le proteste al summit del WTO di Seattle. I gruppi di affinità sono sempre esistiti in qualsiasi ambito della vita delle persone, l’innovazione sta nel pensare di trasportare questi gruppi di per sé poco strutturati e molto fluidi e mobili nella strada e nella lotta.
Soprattutto per noi italiani, legati a mobilitazioni organizzate con una rigidità ben diversa (basti pensare ai nostri cortei incordonati...) questo modo di vivere e muoversi all’interno di una manifestazione può essere un po’ difficile da capire.
Innanzitutto i gruppi di affinità vanno da quello base, il “tandem” composto da due persone, a gruppi più allargati composti da persone che utilizzano una stessa modalità e modo di muoversi nella protesta. I gruppi di affinità non sono escludenti l’uno rispetto all’altro: in ogni manifestazione una persona avrà sempre chiaro chi sia il proprio “body” (cioè l’altro componente del tandem) e ciò ha valenza più che altro per le questioni legate alla sicurezza.
Ognuno saprà di dover tenere d’occhio una persona e che il proprio destino in qualche modo sarà legato a quello dell’altr@; ovviamente il proprio body è sempre qualcuno di cui si ha fiducia, che si conosce da tempo e del quale si condividono le modalità di piazza.
Si potrà però anche far parte di altri gruppi di affinità più ampi composti da persone di conoscenza o con le quali si condividono gli obiettivi, le intenzioni e la modalità di piazza.
Tale gestione consente ad un unico corteo, azione o dimostrazione, di essere attraversato dalla diversità nelle pratiche ma anche dalla unità negli intenti. È chiaro che in questo modo si richiede una fiducia di fondo verso tutti gli attivisti che pur non essendo rigidamente coordinati dovranno non ledere lo spirito della manifestazione (di solito preventivamente annunciato all’interno delle cerchie di attivisti) con azioni che siano dannose per gli altri o per la riuscita stessa della lotta.
L’organizzazione per gruppi di affinità consente a tutti di esprimere il proprio agire politico e si sentirsi protagonisti dell’azione senza creare “leadership di corteo” ma, d’altro canto, richiede sicuramente un coinvolgimento e un grado di determinazione, responsabilità e rispetto del singolo individuo molto più alti.

Qual è lo spirito che caratterizza il vostro modo di stare in piazza?

Lo spirito della ROR si potrebbe anche riassumere con una celeberrima frase che accompagnò l’arresto di un ghignante anarcosindacalista parigino durante i moti del 1905: “Sarà una risata che vi seppellirà”.
Senza andare tanto in là nel tempo e senza scomodare tali personaggi, si può dire che la gioia del carnevale ha di per sé una forza d’urto che rende i sambattivisti un gruppo con caratteristiche ingestibili da parte delle forse del (dis)ordine nonché un potente strumento della protesta, caricando emotivamente e supportando le azioni dei manifestanti.
Ogni sambista si sente in quei momenti parte di qualcosa di più grande, una energizzante sensazione di unità e sicurezza nei propri mezzi. Appare chiaro che la samba non è animazione di strada, ed il sorriso può essere sfoderato come un’arma potente anche nelle situazioni più delicate.
Esprimere un dissenso frivolo non equivale a sdrammatizzare o semplificare la realtà, è piuttosto una risposta concreta in grado di stravolgere la logica dell’opportuno e inopportuno, senza però fare buonismi o sconti al potere.

In Europa questo tipo di pratica molto coinvolgente e determinata ma allo stesso tempo basata principalmente sulla non-violenza è molto conosciuta e apprezzata. In Italia invece stenta ad affermarsi e c’è una certa diffidenza. Come mai?

Come sempre bisogna essere molto cauti nelle generalizzazioni... in Italia sicuramente vi sono gruppi che portano avanti politica creativa con impegno e che fanno cose molto interessanti. Sono sicuro che alcune azioni teatrali o di detournement pubblicitario o legate alla grafica e al videoattivismo partorite qui non abbiano nulla da invidiare alle stesse pratiche nel resto d’europa.
Quello che manca è forse la volontà o la capacità di mettere in rete tutte queste esplosioni di irriverenza creativa e di crearne un movimento più ampio che abbia una sua riconoscibilità e crei un immaginario nella gente simile a quello creato dal pink in Europa.
Sicuramente siamo carenti nella capacità di metterci in rete e di credere nella possibilità di costituire una realtà riconoscibile all’interno del mondo militante italiano senza cadere nella trappola di essere identificati come la “costola creativa” di questa o di quell’area politica già esistente e riconosciuta.
La modalità pink che noi definiremmo innanzitutto “creativa”, è ovvio che sia un agire non violento e che noi tutti ci riteniamo degli attivisti non violenti... ma purtroppo usare tale categoria in Italia crea spesso malintesi e la “non violenza” è un qualcosa che difficilmente trova una univoca definizione anche all’interno stesso del mondo militante.
Per noi non violenza significa non agire un’aggressione fisica direttamente e volontariamente portata su un altro essere umano. Siamo non violenti quando scendiamo in piazza perché rifiutiamo gli angusti confini dello scontro fisico fra persone. Per noi non violenza non significa immobilismo o accettazione dello status quo. Credo che la non violenza in Italia venga troppo spesso confusa con un’attitudine immobilista e rinunciataria che tende ad accettare i limiti che vengono imposti dall’autorità.
Tale atteggiamento non ha nulla a che vedere con violenza e non violenza ma solo con la radicalità delle proprie intenzioni e del proprio agire.
Vivendo però un rispetto più caratteristicamente europeo che italiano, In nessun modo giudichiamo le azioni compiute da altri manifestanti con il nostro stesso obiettivo se queste non ci ledono direttamente o non ledono la nostra azione politica.

Giugno 2008 corteo stop CPT:
“Tutti liberi - Liberi tutti!”

Basta con le vecchie categorie!

Disobbedienza civile e non-violenza, sono due dei termini che sempre più spesso fanno storcere il naso alla maggior parte degli attivisti italiani per le più diverse motivazioni. Quale valore hanno secondo voi e come è possibile rideclinare questi concetti in una pratica sovversiva oggi?

Entrambi i termini rimandano a concetti più che condivisibili o quantomeno potrebbero far nascere un dibattito politico interessante e aperto fra tutti gli attivisti, che pratichino o meno la disobbedienza o la non violenza.
A volte con alcune persone che fanno politica attiva si ha la sensazione di poter parlare di tutte le peggiori nefandezze della nostra società ma non di noi stessi (intesi come movimento nella pluralità delle sue forme e componenti) e, soprattutto, non di alcuni di noi che hanno creato “scandalo”.
Questo rende, secondo noi, il movimento militante italiano, sebbene sia uno dei più consistenti e con maggior passato d’Europa, a diventare di giorno in giorno più provinciale. Il problema di alcune categorie come quella di “disobbedienza” e di “non violenza” è che sono state le parole d’ordine principali di alcuni gruppi politici italiani, e di conseguenza vengono assimilate a questi e alla storia di questi come se perdessero il loro significato originale e teorico, diventando un qualcosa di molto concreto al quale si possono imputare i supposti errori storici di volta in volta compiuti da quei gruppi di riferimento.
Un dibattito sulla disobbedienza civile come pratica che possa essere riproposta in Italia in una forma diversa da quella che fu proposta e portata avanti dalle Tute Bianche prima e dai Disobbedienti poi è semplicemente impossibile.
O quanto meno è impossibile dare ad un’idea concreta, che sia anche effettivamente disobbediente, il nome di “disobbedienza” senza essere immediatamente giudicati in base ai riferimenti militanti italiani di tale termine.
Per la “non violenza”, sebbene in misura minore, vale lo stesso ragionamento. Molti gruppi legati a realtà più associazionistiche e a un movimento meno radicale e più legato a un dialogo con le istituzioni si sono definiti “non violenti”, questo ha comportato che ormai la “non violenza” appare più come una scelta di radicalità rispetto agli obiettivi che una scelta di modalità nell’agire.
Da questo emerge la grosse differenza tra la analisi politica “accademica” che necessita di etichette e di classificazioni e l’analisi politica “reale”, basata sulla pratica quotidiana delle lotta al potere.
Ci piacerebbe molto, ed in questo senso dei segnali si notano, che il movimento italiano gettasse alle spalle le categorie di lotta novecentesche, diventando trasversale e unito nella lotta, che sempre più diventa emergenziale.

Violenza e non-violenza. Sembra una contrapposizione di idee inconciliabili eppure nel mondo si vedono sempre più spesso gruppi black scendere in piazza assieme, o comunque coordinati con gruppi pink. Perché e in che modo ciò succede?

Questo fenomeno di collaborazione fra gruppi diversi ha a che vedere con realtà di piazza in Europa in cui sicuramente c’è minore deriva identitaria nella lotta. In Italia purtroppo troppe volte le collaborazioni fra aree politiche diverse non sono possibili non solo per le diverse modalità ma soprattutto per impianti ideologici inconciliabili ai quali non si vuole rinunciare. Inoltre vi è spesso in Italia la volontà di “mettere il cappello” sulle mobilitazioni perdendo di vista la necessità stessa della lotta di per sé e l’enorme contributo in termini di azioni che porta la diversità.
Detto questo, i black e i pink che si incrociano in piazza non sempre si sono coordinati a priori, a volte sono compresenze che semplicemente “avvengono” in piazza. Nella logica dei gruppi di affinità, persone diverse e con modalità diverse, si mobilitano contemporaneamente e quando si ritrovano nel momento dell’azione tendono semplicemente a fare di questo fatto una possibilità e non una catastrofe, andando a cogliere tutte le opportunità di una collaborazione attiva e immediata, basata su un rispetto reciproco piuttosto che su dinamiche di potere.
Onestamente non sempre è possibile. Sarebbe falso sostenere che in Europa modalità completamente diverse sono perfettamente in sintonia e che ogni volta che si incontrano si verifica una sommatoria della loro efficacia. Non è vero che sempre tattiche violente e non violente si possono completare l’un l’altra, a volte trovarsi insieme è effettivamente molto stressante.
Credo però che questo aumento potenziale delle forze di ognuno possa accadere, e noi l’abbiamo vissuto diverse volte in prima persona, e credo che si possa lavorare su questa possibilità e su questa risorsa.
Siamo convinti che quando il rispetto per tutti i corpi che si stanno agitando in maniera diversa nella lotta è alto si possano trovare innovative strade per rendere ogni modalità utile e strumentale alla riuscita dell’azione di un altro gruppo.
Crediamo che quando si fanno cose diverse con uno stesso obiettivo e in maniera ben coordinata si costringa chi deve reprimere e impedire a fare esso stesso cose diverse.
Sicuramente è più difficile, ma crea maggiori opportunità di mettere in crisi un apparato repressivo come la polizia, che non fa della diversità e della fluidità la sua forza ma piuttosto si muove come un potente monolite.
Per i manifestanti creare caos e “rompere le righe” può essere una strada impercorribile dalla repressione che si trova quindi spiazzata. Certo, nel piano concreto è sempre molto arduo riuscirvi ed essere efficaci mischiando modalità diverse ma comunque non è impossibile e secondo noi è una via che vale la pena provare.

Spesso quando si parla di queste pratiche si sottolineano gli aspetti di novità, creatività e di capacità comunicativa insiti in questo modo di fare. Potreste spiegarci meglio cosa si intende esprimere con questi concetti?

Il correlare la modalità pink al concetto di novità è dovuto al carattere locale e scoordinato con cui si è sviluppata questa modalità in Italia. Questo di per sé ha l’aspetto negativo di vedere delle forze e potenzialità creative frammentate, ma anche l’enorme pregio di rendere ogni modalità locale caratterizzata in modo unico e quindi rendere molto più proficuo e interessante un incontro tra le diverse realtà. Noi stessi ci stupiamo spesso di venire a conoscenza di esperimenti creativi in altre città e ci siamo prefissati come obiettivo prioritario quello di farci contaminare da queste esperienze e di cercare di creare una rete di contatti che possa rendere agevole lo scambio tra idee, emozioni e vissuti diversi.
Il concetto di creatività nel nostro caso è direttamente collegato a quello dell’agire politico. Il nostro gruppo, e intendo la TSB, è un gruppo politico che ha scelto più la creatività come agire politico che non viceversa, e quindi la creatività viene declinata in questo senso, come strumento per raggiungere gli obiettivi prefissati. È indubbio che la creatività non è un vestito che ognuno di noi si toglie quando finisce l’azione, ma è una caratteristica che permea il nostro personale e che va coltivata, alimentata e rinnovata quotidianamente.
La capacità comunicativa invece non pensiamo sia una caratteristica unica della samba, ma sia un concetto che si è evoluto prioritario in tutti i movimenti una volta che si è capito l’importanza della comunicazione come arma nella lotta al potere. Un black block non è meno comunicativo di un sambista, quello che cambia è cosa comunicano.
In questo senso il movimento pink ha gli stessi problemi comunicativi di altre modalità, caratterizzando spesso in modo superficiale la propria immagine senza riuscire a trasmettere tutta l’eresia che esiste dietro ai sambisti.

Settembre 2003 TorinoSambaBand a Riva del Garda
(summit U.E.) “questa samba non è in vendita”

Ululando feroci

Per concludere, c’è qualche azione particolare o momento che vorreste raccontare?

Ecco un bel riassunto di cosa facciamo a ventitre ore no-stop di auto dall’Italia. Oggi andiamo ad assediare un ministero.
Come come? Esatto, andiamo ad assediare un ministero. Copenhagen ci regala un’altra giornata plumbea e senza pioggia, fredda. Il gancio è alle undici in piazza Israel, la stessa piazza dove cominciò nel 2005 la mayday della capitale danese. Arrivando si vedono le camionette della politi, gli agenti con le pettorine hanno già circondato la piazza vuota. Sono tre giorni che ci stanno col fiato sul collo, più di novecento arresti per un paio di petardi e qualche vetrina. Molti sono stati rilasciati con le istruzioni per fare ricorso per l’arresto preventivo. Verrebbe da ridere se non fosse che ci hanno decimato l´organizzazione. Ormai intorno al sound sistem siamo un centinaio. Girano voci affilate, sembra che si voglia dare un risposta determinata alla politi, una risposta incendiaria in formato vetro verde e stoppaccio. Quando partiamo siamo in pochissimi, sui cinquecento. Gli attivisti di rhytmhs of resistance iniziano a far vibrale l’asfalto con i tamburi, la gente si affaccia dalle finestre e i black che ci circondano iniziano a ballare. Passiamo le piazze e le vie commerciali della city, fino al parlamento.
Tutti gli altri ingressi della larga piazza tagliata dal fiume sono bloccati da blindati messi di traverso. Fatti i primi metri gli sbirri in antisommossa iniziano a spingerci in uno spiazzo porfidato per chiuderci, sempre con quella faccia civile del cazzo. Se iniziano gli scontri qui ci massacrano ma noi ce ne sbattiamo, coi tamburi ormai ci muoviamo in trance, c’è troppa energia perché possano schiacciarci. L`assedio del ministero è un simbolo ormai fuori portata, il corso principale è reso impenetrabile da tir bianchi e grate metalliche alte tre metri. In lontananza i reparti speciali tengono a guinzaglio corto i pastori tedeschi e la schiuma bianca che cola dai loro ghigni. Continuano a spingerci da dietro, sono troppi, ci hanno chiusi. In mezzo allo slargo c’è un monumento. Dietro un pallone del diametro di sei metri di plastica arancione è sostenuto da aria calda in una sfera perfetta. nella sua superficie sono disegnati i continenti. Mentre la musica preme in ogni direzione, un gruppo di ragazzi corre tra due file di sbirri. quando gli agenti gli sono addosso è troppo tardi, la sfera è libera. le pettorine che tentano di tenerlo vengono letteralmente spazzate via. Altri sbirri si uniscono, agguantando le corde e puntando i piedi, ma è inutile. Ecco il simbolo, è perfetto. Il globo deformato, ferito, è inarrestabile e scivola sul selciato, poi sulla strada. Dei ragazzi prendono le corde, lo trainano verso la politi. Noi corriamo tutti dietro al grande vuoto che lascia. Ridiamo, forte come non avevamo ancora fatto in questi giorni. Il globo spazza via le difese degli sbirri trascinandosi morente, come una gigante rossa che si consuma. Noi corriamo riempiamo quel vuoto con i nostri corpi, ululando feroci.

Elena Violato

Per saperne di più

http://www.inventati.org/ror-sambato/
http://www.rhythmsofresistance.co.uk/
http://www.clownarmy.org