rivista anarchica
anno 40 n. 353
maggio 2010


 

Anarchici da Riggiu
a Buenos Aires

Non avere paura amico, qui ti stiamo aspettando, nessuno saprà chi sei e da dove vieni, ma ti aspettiamo, arriverai al porto con la tua valigia…” Questo pensiero, di uno scrittore spagnolo, era molto diffuso negli ambienti dell’emigrazione italiana in Argentina. In queste poche parole sono racchiusi tutti i valori che oggi stentano ad affermarsi anche nel nostro Paese: l’accoglienza, la solidarietà, l’alterità. Sono molte le pubblicazioni che, da diverse angolazioni, hanno analizzato il fenomeno migratorio degli italiani verso gli Stati Uniti e il sud America. Nel 2009 è uscito Da emigranti a ribelli. Storie di Anarchici calabresi in Argentina. Un libro di Oscar Greco (pagg. 247, € 15, Klipper, Cosenza 2009).
Oscar è un ricercatore dell’Università della Calabria e sin da quando era studente collabora con la cattedra di Storia contemporanea interessandosi, al fianco della Prof.ssa Katia Massara, di emigrazione politica e sociale. Nella vita di ogni giorno, insieme a tanti compagni e amici, traduce i suoi studi e le sue ricerche in azioni pratiche dirette a sostenere gli immigrati, i Rom, collaborando alle attività dei centri sociali in una delle poche città d’Italia, Cosenza, dove una miriade di associazioni, laiche e cattoliche, cercano di garantire condizioni di sopravvivenza minime a quella enorme marea umana che ogni giorno bussa alle nostre frontiere e che nessun reticolato, nessun divieto e nessuna guardia costiera riuscirà a fermare. L’ultima fatica di Oscar Greco consta di ben 247 pagine divise in 3 capitoli che, partendo dalle origini dell’emigrazione transoceanica, dopo l’Unità d’Italia, attraversa le varie stagioni di lotta dei movimenti politici e sociali argentini fino ad analizzare il movimento anarchico calabrese, la cui storia sta per essere raccontata nei dettagli grazie anche alle ricerche di pochi ma determinati studiosi calabresi e alla conclusione, imminente, di un lavoro complesso e interessante coordinato da Katia Massara: il Dizionario Biografico degli Anarchici Calabresi.
Nel suo libro, dalla copertina significativa che riproduce una foto in b/n di una grande manifestazione della F.O.R.A. (Federacion Obrera Regional Argentina), l’autore riserva uno spazio importante alla diffusione della stampa anarchica in Argentina alla quale contribuirono “giornalisti” formatisi nelle lotte più dure contro due dittature susseguitesi a distanza di pochi anni l’una dall’altra. Molti anarchici calabresi parteciparono al lavoro di redazione di Umanità Nova che venne stampata e diffusa, in lingua italiana, in due soli numeri editati in due date significative: il 1° maggio 1930 e il 1° maggio 1932 quando, in Italia, imperversava il fascismo. Gli appassionati di storia dell’anarchismo troveranno, nel terzo capitolo, dati e riflessioni sull’influenza che ebbero Errico Malatesta e Pietro Gori sul movimento anarchico argentino e su quella componente estrema, ancora oggi oggetto di studi e approfondimenti, definita degli “anarchici espropriatori” capeggiati da Severino di Giovanni. Il volume, la cui prefazione è stata curata da Giuseppe Masi (Deputato di storia patria e Direttore dell’Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea di Cosenza), si chiude con un indice onomastico degli anarchici calabresi in Argentina che offre, agli studiosi della materia, i dati anagrafici e la collocazione archivistica utili per ulteriori ricerche che ci si augura siano molteplici. Questo libro non può assolutamente mancare nella libreria di tutti coloro che, oltre ad interessarsi di storia dell’emigrazione, sostengono che solo con la solidarietà e con il muto appoggio gli emigrati possono sentirsi a casa propria perché, come affermava Errico Malatesta per gli anarchici, non esistono frontiere e quindi non vi sono stranieri.

Angelo Pagliaro

 

Il maschio
sgretolato


Finalmente si è sgretolato come una frana l’uomo dai modi bruschi, modello mediterraneo trasmesso per millenni da padre in figlio. Al suo posto c’è un titubante maschio che annaspa a tentoni in questo mondo sempre più complesso. Questa è la tesi dell’antropologo Franco La Cecla che per anni ha studiato il maschio siciliano immesso nel flusso della globalizzazione culturale. Modi bruschi (edizioni elèuthera, pag. 168, € 14,00) è il titolo del libro che esplora le crepe in quella sedimentazione generazionale per secoli granitica e oggi fragilissima. La sua analisi colma un vuoto, visto che a fronte di migliaia di ricerche sulla condizione femminile si contano nelle dita di una mano quelle che riguardano il pianeta maschile. L’uomo che non doveva chiedere si trova a barcollare sulla linea d’ombra che delimita i sessi.
L’antropologo getta le carte in tavola fin dalle prime pagine: «Ci siamo smarriti. Si sono smarriti i maschi che hanno perduto la sicurezza di essere al loro posto, e si sono smarrite le donne che hanno pensato che una buona vendetta le avrebbe ripagate di millenni di umiliazioni». «Come se la sessualità, che per secoli si è basata su una voglia inappagata di “uscire fuori di sé”, non potesse più essere praticata perché “fuori non è sicuro”. Schiere di donne e schiere di uomini sono delusi dalla difficoltà della relazione». Così in un mondo in cui sono facilitati gli incontri tra i corpi si ergono invalicabili saracinesche per tenere al riparo l’interiorità dalle interferenze amorose. L’umanità sembra avviata verso un’anoressia sentimentale e una bulimia erotica. Le differenze fanno paura e devono essere annullate, ricondotte a un’unicità che non ammette deviazioni. Ma per dirla con La Cecla «solo una teoria astratta delle identità può credere che un mondo senza differenze sia un mondo di libertà. E non c’è un’identità, una differenza femminile se non c’è dall’altra parte, coniata con una furibonda dialettica, un’identità e una dialettica maschile». Le differenze completano, non annientano. Non è castrando il maschio che la donna si libera del potere patriarcale e della società sessista in cui viviamo.
Anche perché ci sono degli istinti insiti in ognuno di noi, uomo o donna non importa. «Il nostro corpo “ci precede” – scrive La Cecla – come la società dentro cui nasciamo. Ci precede fisiologicamente, ma non fisionomicamente. Siamo noi, interagendo con i familiari, con i vicini, con gli altri, a definire la fisionomia della nostra fisiologia. Crescere significa assumere una fisionomia, cioè somigliare a qualcuno. Diventare maschi o femmine significa, fondamentalmente, con buona pace di coloro che vogliono scegliersi un sesso inedito o inorganico, somigliare agli altri uomini o alle altre donne. Somigliare fisicamente e fisionomicamente, cioè culturalmente prendere le fattezze che la propria cultura attribuisce alle donne o agli uomini». C’è un modo particolare di stare con elementi dello stesso sesso fin dalla più tenera età. Il branco di maschi o il gruppo di femmine socializza rimandando da uno all’altro sguardi, movimenti, ammiccamenti e comportamenti. Ognuno riflette se stesso nello specchio comune. E dallo specchio attinge modi bruschi o modi cortesi. E via via crescendo resta la magia di questa complicità di genere tra componenti dello stesso sesso.
La Cecla in questo saggio ci parla di una mascolinità in crisi; “non c’è dubbio che mai come in questi ultimi anni a essere in crisi non è la mascolinità, ma la relazione maschio/femmina, o meglio quella uomo/donna.
Qualunque sorrisino di compiacenza di fronte al maschio in crisi, sorrisino femminile o maschile, gay, transgender o queer non importa, dimentica che la crisi del maschio è una crisi delle relazioni con la mascolinità, crisi che non solo coinvolge l’identità femminile nelle sue capacità relazionali, ma anche l’identità di chi vorrebbe sfuggire, con nuove definizioni, alle identità sessuali “tradizionali”. Perché, se ci si può illudere di costruire “da soli” la propria identità sessuale, non ci si può illudere di essere monadi senza connessioni con le altre identità. Possiamo essere transessuali queer con organi meccanici ma restiamo figli di un padre e di una madre, fratelli o sorelle di altri individui, vicini di casa e concittadini di altri individui sessuati. Solo una magnifica follia da new economy può pensare alla “donna liberata” o all’“omosessuale liberato” o al “maschio liberato” come a un individuo isolato nello splendore del migliore “liberalismo”.
La donna, come l’uomo, è stata estromessa da una realtà che tende a far diventare tutti noi sensori terminali di elaborazioni decise altrove. Così i giovani più che nel padre o nella madre si specchiano in maschi o femmine di carta programmati nelle centrali telematiche e nei templi del consumo.

Andrea Staid

 

In difesa del
primitivismo

Liberi dalla civiltà (sottotitolo: Spunti per una critica radicale ai fondamenti della civilizzazione: dominio, cultura, paura, economia, tecnologia) di Enrico Manicardi [enricomanicardi@libero.it] (Mimesis Edizioni, Milano 2010, pagg. 530, € 18,00, prefazione di John Zerzan) si inserisce in un filone anarchico che ha radici ormai decennali, quello primitivista.
Nel saggio l’alienazione, la violenza, il dominio e la gerarchia vengono osservate adottando una prospettiva storica di lungo periodo e antropologica, ovvero arricchita da una comparazione tra culture. In quest’ottica la penetrazione nella società di poteri strutturati in maniera fortemente diseguale non è un prodotto spiegabile esclusivamente con riferimento allo stato e al capitale, bersagli privilegiati dell’anarchismo classico: i meccanismi che innescano relazioni squilibrate di potere hanno radici più lontane nel tempo e più pervasive come condizionamento, riconducibili alla progressiva scissione dell’uomo dal suo contesto naturale, imputabile al processo di civilizzazione.
È proprio la civiltà che segna, secondo l’autore, il passaggio da una relazione simbiotica e coinvolgente con l’ambiente circostante ad un allontanamento causato dal perfezionamento della tecnologia e della simbolizzazione, fino ad una vera e propria virtualizzazione della conoscenza. Lo sguardo critico che individua i meccanismi del potere si sofferma, quindi, sull’affermazione della agricoltura a scapito della caccia e della raccolta; sulla astrazione artistica, linguistica, matematica e scientifica; sulla moltiplicazione di tecniche e strumenti sempre più sofisticati; sulla ossessione per il controllo del tempo; sulla sostituzione del dono con l’economia.
Nella visione di Manicardi la civiltà, fin dalle sue origini circa dieci mila anni oro sono in Vicino Oriente, va sottoposta a critica serrata piuttosto che essere celebrata, visti i risultati del dispiegamento della storia umana in termini di sofferenza, dipendenza, dominio e, anche, malessere. È proprio l’umanità ‘primitiva’, nota dagli studi etnografici e archeologici, a fornire gli esempi più coerenti di comunità anarchiche, come peraltro sostengono anche numerosi studiosi meno critici rispetto alla escalation tecnologica. Solo una onesta, radicale e coerente messa in discussione della degradazione umana a cui è associata l’affermarsi della civiltà permette un ripensamento in grado di invertire la vertiginosa devastazione condotta dall’uomo tecnologico ai danni dell’ambiente e di se stesso.
Muoversi verso l’anarchia, in quest’ottica, diventa un percorso ben più impegnativo del superamento dello stato: richiede una trasformazione culturale profonda finalizzata a rifiutare credenze e prassi ormai sedimentati nell’umanità civilizzata nel corso svariati millenni.
Il pensiero primitivista, nonostante abbia illustri predecessori in diverse fasi della storia europea dai romantici fino agli ecologisti e pacifisti degli anni Settanta, assume una sua specifica sistematicità teorica negli Stati Uniti nel corso degli ultimi due decenni ed è ormai un insieme coerente e organico di ricostruzioni, riflessioni e spiegazioni reso noto grazie a riviste quali Earth First Journal e Green Anarchy e all’opera dell’autore più conosciuto John Zerzan che firma una entusiasta prefazione al volume. In Italia, oltre alla traduzione dei lavori di Zerzan (Primitivo Attuale, Futuro Primitivo, Senza via di scampo? tra le altre), rimangono rare le opere teoriche, nonostante una crescente attenzione in vari settori della società, ed in particolare nei settori giovanili libertari.
Manicardi ha prodotto lo studio più approfondito e documentato a me noto in lingua italiana. Le oltre 500 pagine sono una sorta di enciclopedia che ordina e raccoglie una serie impressionante di citazioni, spunti, informazioni e ricostruzioni puntuali, comodamente divise in parti e capitoli, leggibili anche separatamente. Le tematiche sono in buona parte quelle affrontate da Zerzan ma la documentazione eccede quella del precursore statunitense ed è condita da una prosa appassionata e appassionante che si muove con lucidità e eleganza, affrontando nodi teorici e discutendo esempi concreti. Se le argomentazione sono quelle del primitivismo, l’impronta personale di Manicardi è riscontrabile nello stile brillante, a tratti provocatorio verso le verità legittime tendenti a esaltare il processo di civilizzazione, e nella tenacia con cui persegue le sue tesi e confuta le critiche.
In Manicardi, il primitivismo è difeso a tutto campo, senza esitazioni o mediazioni, ad esempio con le teorie sulla ‘decrescita felice’. Data la premessa, ovvero che la civiltà ha introdotto il dominio su una umanità che viveva in una armonia anarchica e naturale, non si tratta di mitigare il consumismo, il denaro e la tecnologica ma di “sbarazzarsene prima possibile” per ripensare complessivamente e radicalmente il rapporto con l’ambiente, collocandosi come parte di un tutto non da sottomettere ma con cui interagire nel reciproco rispetto. Si può non essere d’accordo, con una proposta di lettura che lascia poco spazio alle sfumature intermedie, perché incentrata sull’opposizione tra civilizzato e selvaggio, perché la documentazione è selezionata per sostenere una tesi. Si potrà argomentare che la storia segue percorsi imprevedibili ma difficilmente riappare il passato.
L’augurio è che questo volume non contribuisca al divario identitario tra chi difende il primitivismo e chi lo critica, ma che possa piuttosto stimolare un confronto sereno tra posizioni che spesso appaiono pregiudizialmente distanti e contribuire ad una consapevolezza critica sull’attuale vortice tecnologico. Si potrà discutere a lungo ma, senza dubbio, quest’opera rimarrà un punto di riferimento importante per lo spessore intellettuale e la ricchezza della documentazione.

Stefano Boni

Ciao Dario
Ricordando Dario Bernardi

Dario Bernardi. Il 15 marzo scorso, a Milano, all’età di 60 anni, è morto Dario Bernardi, dopo un anno di sofferenze per un tumore. Avvicinatosi al Circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa” intorno alla metà degli anni ’70, lo ricordiamo attivo (allora in coppia con Tiziana Ferrero Regis, oggi in Australia) nel gruppo anarchico “Bandiera Nera” (aderente ai Gruppi Anarchici Federati), nelle prime fasi della Libreria Utopia (aperta nel 1976), nella collaborazione con il Comitato Spagna Libertaria, le edizioni Antistato (e successivamente con Eleuthera), la rivista “A”, ecc. Ha fatto parte dei collettivi redazionali delle riviste Volontà e poi Libertaria. Dalla fondazione (1977) è stato socio della cooperativa Editrice A (in cui oggi ci sono la nostra rivista e Libertaria). Socio fondatore del Centro Studi Libertari /Archivio Pinelli, si è occupato in particolare della realizzazione di numerose mostre (Arte e anarchia, Malatesta, ecc.). Negli anni ’80, con altri compagni “grafici”, ha dato vita al collettivo “Punto A”, impegnato tra l’altro nella realizzazione dei molti aspetti artistici dell’Incontro Anarchico Internazionale a Venezia nel 1984.
Lo abbiamo salutato, il 17 marzo, prima della cremazione, al cimitero milanese di Lambrate, con la bandiera anarchica e le parole di alcuni compagni. Erano presenti tante persone, tra cui molti giovani amici del diciannovenne figlio Andrea (con il padre nella foto accanto, scattata qualche anno fa).