rivista anarchica
anno 40 n. 353
maggio 2010


attenzione sociale


a cura di Felice Accame

 

Prove
di populismo scientifico

 

1. Pubblicata, nel 1958, in un libretto firmato con lo pseudonimo di Dedalus, una vecchia barzellettina di Umberto Eco rappresentava il grande filosofo Edmund Husserl con la valigia in mano all’uscita di una stazione ferroviaria. Lo incrociava l’allievo e, riconosciutolo, gli chiedeva: “Da dove viene, Maestro ?”. E lui ammetteva: “Da Bolzano”. Ora, chi non sapesse che con lo stesso nome della ridente e ordinatissima città dell’Alto Adige, si poteva designare anche un filosofo logico-matematico, il boemo Bernhard Bolzano (1781-1848), non può riderne – e neppure arguirne vagamente il senso. Chi sa a sufficienza della storia della filosofia per sapere che Bolzano è anche un nome di persona può considerare la barzellettina come un invito alla modestia. Tutti noi “veniamo” da qualcun altro, ogni pensatore si ispira, per così dire, al pensiero di qualcuno che l’ha preceduto; qualcuno che ci ha preceduto – nonostante tutta l’originalità di cui vorremmo vantarci – c’è sempre perché, di principio, il nostro pensiero non nasce dal nulla, ma si accorda – in maggiore o minore dissonanza – sulle note della grande orchestra di cui facciamo parte – un’orchestra che ha cominciato a suonare ben prima che di “noi”, noi stessi, cominciassimo a parlare.

2. Recentemente, Claudio Magris – in un articolo sul “Corriere della Sera” – ha pensato bene di avanzare una curiosa rivendicazione. La famosa classificazione degli animali nell’immaginaria enciclopedia cinese di cui parla Borges – quella in cui oltre a considerare quelli imbalsamati, o quelli appartenenti all’imperatore, considera anche quelli “inclusi” nella classificazione stessa – sarebbe in realtà stata anticipata da Italo Svevo in un suo racconto. La prima idea di quel racconto Borges la scrive nel 1927, il racconto di Svevo esce postumo nel 1934, ma la sua ideazione risale al 1910.
Si tratta di una rivendicazione apparentemente priva di senso e, pertanto, apparentemente destinata a lasciare il tempo che trova. L’idea dell’autoreferenzialità e dei problemi più e meno paradossali che può provocare fa parte della storia della filosofia almeno dai tempi in cui qualcuno si chiedeva se dar credito o meno alle affermazioni di Epimenide il cretese allorquando diceva che tutti i cretesi sono bugiardi. La teoria della conoscenza formulata da Schopenhauer molti anni prima del racconto di Svevo, per esempio, implica un soggetto conoscente che è, al contempo, l’oggetto della conoscenza medesima. Ancora: nei Paradossi dell’infinito, Bolzano – torniamo anche lì – dimostra l’esistenza di corrispondenze biunivoche tra gli elementi di un insieme infinito e quelli di un suo sottoinsieme. Diciamo che Svevo, ai tempi suoi – tempi in cui nella logica si confidava come in un toccasana per l’intera filosofia (si vedano, ad abundantiam, i tentativi di Russell, del primo Wittgenstein e del neopositivismo logico) –, aveva a disposizione parecchie fonti cui abbeverarsi.

3. Tuttavia, dietro questa vana rivendicazione di priorità, Magris nasconde un paio di obiettivi ben più cospicui. Ne approfitta, infatti, per dire innanzitutto che questa classificazione – “che vuole abbracciare il mondo” – “dice l’impossibilità di contenerlo e soprattutto l’insensatezza di ogni classificazione, la quale – volendo includere il mondo ed essendone inclusa – sconvolge ogni tentativo di ordinare la realtà e ogni categoria razionale, dissolvendo la scienza e la ragione stessa”. Con il che ci ritroviamo in quello che un tempo sarebbe stato bollato come “pieno delirio irrazionalistico” – sfiducia nella scienza e nel suo sapere nonostante sia purtroppo evidente a chiunque che una bomba atomica, un virus mortale o un biologicume ingegneristicamente generato siano ormai fabbricabili anche nella nostra cucina di casa.
Fatto è che la scienza è un’impresa che sta in piedi benissimo e che le sue classificazioni funzionano – finché funzionano, beninteso, perché ogni classificazione risponde e deve rispondere agli scopi di chi se ne deve servire. Se alla scienza e alle sue classificazioni si assegna l’assurdo compito di descrivere esattamente una realtà a noi esterna privata dell’apporto di chi deve descriverla è ovvio che le si esponga al rischio del ridicolo e le si discrediti.

4. Prendiamo ad esempio la classificazione del regno animale. Nella storia del mondo c’è stato un momento in cui quella particolare classificazione – dico una qualsiasi tra le tante prodotte dall’ingegno umano – è risultata inutilizzabile, insostenibile, o perché qualche elemento non si sapeva in quale classe cacciarlo, o perché qualche altro elemento neppure si sapeva se nel regno poteva starci, o se era meglio piazzarlo altrove. I criteri, pertanto, hanno dovuto essere cambiati. Oggi, dopo che la biologia è arrivata al molecolare la stessa distinzione tra animale e vegetale è in crisi e possiamo esser certi che, nei prossimi anni, utilizzeremo altri modi di assegnare un ordine alle varietà del vivente.
Non casca il mondo, poi, se ad un dato momento la classificazione dovrà comprendere chi classifica. Per non ingenerare confusioni, però, sarà sufficiente che costui sia consapevole dei criteri che usa o, meglio, delle operazioni mentali con cui se li costruisce.

5. La prefazione de Le parole e le cose – il libro che, nel 1966, diede la notorietà a Michel Foucault – è tutta dedicata ad una riflessione sulla famosa classificazione degli animali secondo l’immaginaria enciclopedia cinese di Borges, ma non spinge affatto a conclusioni irrazionaliste. Anzi. Laddove discute del simile e del dissimile – ovvero delle basi teoriche di ogni principio classificatorio –, Foucault dice anche che “in realtà, non esiste, nemmeno per l’esperienza più ingenua, nessuna similitudine e distinzione che non siano il risultato di un’operazione precisa e dell’applicazione di un criterio preliminare”.

6. Non contento ancora, poi – a costo di una bonarietà autolesionista –, Magris schiaccia ulteriormente il pedale dell’ideologia irrazionalista e dice che, però, “è giusto che le scoperte portino il nome non di un precursore, ruolo spesso infelice, bensì di chi le ha diffuse, facendole diventare patrimonio comune e anche chiacchiera comune, necessaria al ruolo dominante di un pensiero”. Il che sarebbe come dire che, siccome il precursore è infelice (lo Svevo di turno) – non gli passa manco per la capa che possa essere infelice proprio perché l’hanno derubato di qualcosa –, è giusto che i meriti vadano a chi è felice (il Borges di turno) – e non gli passa manco per la capa che questo può essere felice proprio perché incassa meriti non suoi –, perché quel che conta – quel che, addirittura, “è giusto”–, per Magris, è che venga premiato chi, facendo maggioranza, ha dato il là alla chiacchiera ovvero ad un pensiero dominante che, in quanto tale – a prescindere se si riferisca a qualcosa di sensato o meno, a qualcosa di coerente o meno – vale – e vale in termini di necessità. Varandone la forma storico-scientifica, è un caso di impressionante subordinazione culturale al populismo che stiamo vivendo. È come dire che “è giusto” raccontar balle, “è giusto” formulare una storia che, più che alla sua coerenza, badi all’effetto che fa sulle masse.

7. Populistica – perché il populismo incoraggia l’enfasi sulle piccole glorie locali nella misura in cui accumulano il capitale nazionalistico-patriottardo –, in fin dei conti, è anche la matrice implicita della rivendicazione – fin penosa a dirsi – della triestinità dei due: Svevo e Magris – il secondo che, nel dire di rendere giustizia al primo, consolida il proprio potere nella comunità di riferimento.

8. A proposito di logica. Qualcosa del genere è accaduto e accade tuttora per quanto concerne la teoria della “quantificazione del predicato” (una teoria che ha tentato di ridurre la logica delle proposizioni a calcolo – nella fiduciosa speranza che, per saperne la verità o la falsità, basti fare qualche addizione). Leggo su Wikipedia che la sua paternità va attribuita al filosofo Bentham, che l’avrebbe sfornata nel 1827. È una tesi che venne discussa a lungo. Vi furono polemiche in cui intervennero, in cerca di meriti propri, prima – nel 1846 –, Hamilton e De Morgan, poi Venn e, poi – ancora nel 1901, Couturat, che, coraggiosamente, provò a riportarla indietro fino a Leibniz (alla fine del Seicento, dunque). Orbene, nel 1905, Annibale Pastore ha scritto un saggio documentatissimo ed inequivocabile in cui si dimostra che questa teoria va attribuita a Juan Caramuel di Lobkowitz, filosofo – e vescovo di Vigevano fra il tanto d’altro – che l’avrebbe formulata nella sua Teologia rationalis nel 1654. C’è da giurarci, ovviamente, che ulteriori ricerche possano retrodatare ancora di più la faccenda, ma resta il fatto che – a questo gioco – Pastore ha vinto e stravinto, ma – populismo scientifico à la Magris alla mano – siamo ancora ben lontani dal riconoscerlo.

9. Così vanno le cose tra gli intellettuali e così si campa in quel mondo. Magris scrive l’articolo perché, recensendo una raccolta di scritti di Borges, dell’argomento – la corretta datazione della classificazione paradossale e l’uso che ne era stato fatto da filosofi come Foucault – si era già occupato un mese prima Maurizio Ferraris sul “Domenicale” de “Il Sole 24 ore”. A Ferraris, Svevo non viene in mente ed ecco che Magris si ritrova con un asso nella manica. Chi riesce ad andare più indietro nelle datazioni vince. Le regole del gioco sono queste. Che, poi, sull’onda dell’entusiasmo e dell’autocompiacimento si finisca col dire sciocchezze – e che queste sciocchezze, guarda caso, risultino funzionali al quadro ideologico del potere del momento – sembrerebbe del tutto trascurabile, perché l’importante, come direbbe Magris stesso a propria giustificazione, è che queste sciocchezze diventino quella “chiacchiera comune” che, fatti i debiti conti anche nelle proprie tasche, è sempre e comunque un bel “patrimonio”.

Felice Accame

Note
La barzelletta di Eco è in Filosofi in libertà, Taylor, Torino 1958. Per una riedizione parziale del libretto, questa volta senza pseudonimo, cfr. U. Eco, Il secondo diario minimo, Bompiani, Milano 1992. Per l’articolo di Magris, cfr. Catalogo totale, idea di Svevo oscurata dal mito di Borges (in “Corriere della Sera”, 10 marzo 2010). Il racconto in questione di Svevo – che secondo Magris, bontà sua, è “scritto, come gli altri suoi testi immortali, senza che egli si rendesse ben conto della propria grandezza innovatrice” – è Argo e il suo padrone. Qualcosa di analogo, Svevo ripete nel racconto Corto viaggio sentimentale. Le parole e le cose di Michel Foucault è stato pubblicato da Rizzoli, Milano 1967. I paradossi dell’infinito di Bernhard Bolzano è stato pubblicato da Feltrinelli, Milano 1965 (e ripubblicato da Boringhieri, Torino 2003). Per Borges tra le parole e le cose di Maurizio Ferraris, cfr. “Il Sole 24 ore” del 14 febbraio 2010. Il saggio di Annibale Pastore, Giovanni Caramuel di Lobkowitz e i primordi della teoria della quantificazione del predicato è stato pubblicato in “Classici e neo-latini”, I, 3, Aosta 1905.