rivista anarchica
anno 39 n. 348
novembre 2009


ricordando Luigi Veronelli

Lambrusco nerissimo e anarchia
di Gianni Mura

Lo scorso 25 settembre, a Gualtieri, nella Bassa reggiana, all’Osteria della Merla Sua Nasità è stato ricordato da compagni e amici in una emozionante serata non proprio da astemi. Ecco l’intervento di Gianni Mura, frizzante penna sportiva di Repubblica, grande amico di Luigi (e degli anarchici).

 

Ciccioli, citazioni di Prampolini e Fourier, affettati misti, tortelli di zucca, “Bella ciao” come al cimitero di Bergamo, ma allora era la banda degli Ottoni a Scoppio e stavolta un mandolinista di 84 anni, molto vispo però, e un chitarrista di 75, minestra di trippa (facoltativa), una quantità impressionante di bottiglie di Lambrusco di tutti i tipi (chiaro, scuro e scurissimo: il migliore), anticipazioni, ricordi, guanciale di vitello brasato. Così, a poco più di cinque anni dalla morte, a Gualtieri hanno ricordato Sua Nasità. L’osteria della Merla gli ha dedicato una delle tre salette, la più piccola e raccolta. Ai muri, foto, pagine autografe di Gino, quadretti disegnati col vino, mappe di un immaginario paese e sculture di un artista locale, Diego Rosa. Gualtieri, lo sapete tutti, è il paese di Antonio Ligabue, ma anche del sarto Umberto Tirelli (il Lambrusco lo producono gli eredi) e di Giovanna Daffini. Siamo qui per ricordare un uomo che molti sembrano aver fretta di dimenticare. E già questo, oggi come oggi, basterebbe a rinforzare la voglia di ricordare.

C’è Andrea Ferrari, libraio di Reggio, c’è Marc Tibaldi, uno dei suoi ragazzi, o discepoli, degli ultimi anni, un discepolo vero, nel senso che non l’ha mai tradito né pugnalato alle spalle, come altri hanno fatto. Un altro di quelli veri è Andrea Bonini, assente giustificato perché sta cercando, tra mille difficoltà, di fare vino in terra di Palestina. Da ultimo parlo io, un po’ preoccupato perché mi sembra che gli altri abbiano già detto tutto ma è questione di un attimo e mi passa.

Il tema è preciso, secco, delimitato: “Veronelli politico”. Che Veronelli avesse molta simpatia per l’anarchia è dato per scontato, ci sono molte affermazioni inequivocabili dell’interessato, in merito e del resto il suo ultimo messaggio firmato, con occhi quasi spenti, era diretto alla Fai di Reggio Emilia. Lo disse in tv, ai tempi della trasmissione con Ave Ninchi, e fu estromesso dalla Rai senza dare tanto nell’occhio, ma non se ne lamentò mai. In tempi più recenti, da Chiambretti, in un contesto molto serio sui valori dell’uguaglianza, trovò il modo di dire che tutti i peggiori tiranni della storia erano astemi, mentre Bakunin si faceva le sue quattro bottiglie al giorno e in più aveva un’attività erotica notevolissima. Un paio di volte Veronelli, che non amava il Pci, fu tentato dalle sirene craxiane ma seppe resistere la prima volta e fu ben consigliato la seconda dalla moglie di un amico. “Gino, ti voglio troppo bene e non riesco a sopportare l’idea che tu vada in galera”. “Va bene, mi hai convinto. Brindiamo alla non disponibilità”.

Luigi Veronelli nella sua cantina

La Cellula Veronelli

Mi colpisce l’età variegata, dai 18 ai 90. C’è un ragazzo con barba, dreadlocks e maglietta nera con su scritto Kronstadt (mi informo, la taglia più grande è L, mannaggia). C’è la figlia di Aurelio Chessa. Questo 24 settembre 2009 non segna solo l’inaugurazione della saletta ma anche la creazione della Cellula Veronelli. Da un’idea dell’oste, Giuseppe Caleffi. Niente di impegnativo o di vincolante, niente tessere. Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è. Chi c’è può bersi un bicchiere, o più d’uno, in pace o in compagnia, può rileggersi Veronelli, può scrivere, se vuole, sul quaderno dei passanti. Chi c’è, se vuole, può bere le bottiglie con l’etichetta dedicata a Gino. Lambrusco di varietà Fogarina (sì, quella del diridindindin, di Teresina ’mbriaguna e, naturalmente, di Giovanna Daffini). L’etichetta è bianca, con pochi tratti di rosso e di nero. Quattro bicchieri (di rosso) salutano dagli argini di Po la barchetta di Veronelli che va verso il mare aperto. È semplice l’etichetta, gli sarebbe piaciuta. Molti credono che gli scrittori di enogastronomia siano portati ad esaltare il foie gras, l’astice, i vini di lusso, e per alcuni è vero, per Veronelli no. Si è grandi anche innamorandosi di una minestra, di una frittata, di un bicchiere di vino appena spillato dalla botte e dichiarando che il peggiore dei vini contadini avrà un’anima, rispetto a quelli industriali.

Era già una scelta di campo. Come altre, alcune non piaciute a molti anarchici. L’idea della De.co, perché la certificazione della qualità di un prodotto passava per un’autorità, il sindaco. Gino vedeva lungo, anche quando quasi cieco, e sapeva, conoscendo la rapacità delle multinazionali, che gli ogm sarebbero stati sdoganati, che ci sarebbe stata una fioritura di mozzarelle danesi, passate di pomodoro cinesi, Parmigiani-reggiani argentini, e sempre meno cacao nel cioccolato, sempre meno frutta nei succhi di frutta. Nei suoi scritti, il contadino era diventato vignaiolo, che acquistasse visibilità e consapevolezza, che scrivesse in etichetta Mario Rossi e non più Rossi Mario, che si liberasse anche graficamente dal servaggio in ordine alfabetico della scuola e del servizio militare.

Era una scelta di campo laurearsi in Filosofia, essere assistente di Emanuele Bariè e collaboratore di Lelio Basso. Una scelta inventarsi editore, coi soldi dell’eredità paterna, e pubblicare i socialisti utopisti francesi, ma anche, libertino e libertario com’era, Sade. Fu il primo, in Italia. E fu condannato a tre mesi in appello per pubblicazione oscena. E il rogo di tutte le copie di quel libro (“Historiettes, contes et fabliaux”, da lui stesso tradotto) fu l’ultimo, in Italia. Era il 1957, accadde nel cortile interno della questura di Varese e Gino guardava il rogo, rideva e batteva le mani. Con una ferita dentro: “Il Mondo era il mio faro, Mario Pannunzio il mio punto di riferimento. Gli scrissi prima del processo sperando che si dichiarasse contro un’iniziativa liberticida e lui mi rispose seccamente: non mi occupo di pornografia”.

Luigi Veronelli ai fornelli

Quel rogo in Questura

Pubblicò anche poeti d’avanguardia (“La ragazza Carla” di Elio Pagliarani). Finiti i soldi dell’eredità, campò tre anni come direttore di una stazione invernale, al Tonale. Gli piaceva la montagna ma anche la caccia subacquea (“ma senza pinne e senza respiratore, altrimenti il pesce è troppo svantaggiato”). Aveva una biblioteca di diecimila libri, un centinaio scritti da lui. Tra i primi, la “Guida ai vini d’Italia”, editore Casini, nel 1961. Per più di quattro secoli, dai tempi di Ortensio Landi, nessuno si era cimentato in un lavoro del genere. Non sopportava l’ottusità della burocrazia, ha litigato con quasi tutti i ministri dell’Agricoltura succedutisi nel dopoguerra, ha intentato tre processi alla Coca-Cola chiedendo lumi sugli ingredienti. Non li ha vinti ma nemmeno persi, ed è già un risultato. Altra scelta, per comunanza d’idee e di obiettivi, l’avvicinarsi con spirito giovane e fraterno ai ragazzi dei centri sociali, da Brescia a Verona a Milano, e ovunque lo chiamassero a parlare di Critical Wine, del prezzo-sorgente, di Terra e libertà. Aveva una cultura prodigiosa e un forte senso dell’amicizia. Citava a memoria Rambaldo di Vaqueyras e Brecht (“sempre pronto a una nuova idea e a un antico vino”). Sperava di avere il tempo di tradurre Apollinaire e non l’ha avuto.

Hombre vertical l’ho definito a Gualtieri e l’avevo definito al cimitero di Bergamo. Cinque anni senza Veronelli permettono di misurare la sua prodigiosa e multiforme attività culturale attraverso la mediocrità del presente e il vuoto che ha lasciato. È sparito il più grande baobab della pianura. Ma già sulle Apuane un cavatore anarchico ha scelto un bellissimo pezzo di marmo per la lapide che nell’ottobre 2010 sarà murata su una parete della Casa del Popolo di Massenzatico. Per ricordare il piacere della libertà e la libertà del piacere. Tra un anno a Massenzatico andrà in scena La cucina della Locomotiva. Forse ci sarà anche Guccini. Sicuramente ci sarà Veronelli.

Gianni Mura

A Gualtieri (Reggio Emilia) c’è anche la Cellula Veronelli

Giovedì sera 24 settembre presso L’osteria della Merla di Gualtieri abbiamo partecipato ad un bell’incontro in ricordo di Luigi Veronelli, organizzato dalla Cellula Veronelli di Gualtieri. Dopo una ricca cena a base di ciccioli, cappelletti in tazza e bollito,annaffiati abbondantemente dal lambrusco dell’uva fogarina si è tenuto il ricordo del caro “anarchenologo”.
Sono intervenuti Andrea Ferrari del “Centro Cucine del Popolo”, Marc Tibaldi, coordinatore Critical Wine dal 2002 al 2005, collaboratore stretto di Veronelli e Gianni Mura giornalista de “la Repubblica”, introdotti da Diego Rosa della Cellula Veronelli sul tema del “Veronelli Politico”; al termine degli interventi programmati ha detto la sua anche Gigi Pascarella.
È stata una bella serata in cui la vita e le passioni di Luigi ci sono state raccontate con semplicità, amore e condivisione.
Nel ringraziare gli organizzatori abbiamo ricordato ai presenti il prossimo importante appuntamento a Massenzatico in occasione della nuova edizione delle “Cucine del Popolo” che si terrà il prossimo anno sul tema de la Cucina della Locomotiva, iniziativa durante la quale verrà apposta una targa in onore di Luigi Veronelli e che vedrà la partecipazione di Gianni Mura.

Monia Ravazzini