rivista anarchica
anno 39 n. 343
aprile 2009


 

Anarchici
e morte

Le edizioni BFS di Pisa escono in queste settimane con Sentinelle perdute. Gli anarchici, la morte, la guerra (pagg. 216, € 18,00). Nella pubblicistica, nella poesia, nella canzone anarchica la morte è un’immagine familiare, quasi invocata. Ma di quale morte si parla, la morte di chi? Tenendo nel mirino tale interrogativo, Antonioli – docente di Storia Contemporanea all’Università Statale di Milano e autore di innumerevoli opere sull’anarchismo e sul sindacalismo rivoluzionario – rintraccia alcune stimolanti risposte, indagando la produzione culturale del movimento, in particolare le sue espressioni meno “impegnate”.
Ecco la premessa dello stesso Antonioli.

Andrea Costa, nella sua famosa lettera Ai miei amici di Romagna, del luglio 1879, scriveva:

La rivoluzione è una cosa seria. Se vi sono tra noi uomini, che per il loro carattere e le loro convinzioni particolari sono sopra tutto dediti all’azione, tanto meglio: essi saranno le nostre sentinelle perdute e c’impediranno d’ammollirci (1).
Il riferimento agli anarchici era evidente, ma il tentativo costiano di tenere unito il corpo vivo del socialismo rivoluzionario, distinguendone propensioni e funzioni (“Il programma ristretto di alcuni non potrebbe essere il programma di tutti”, “Un partito deve comporsi di elementi diversi che si compiano a vicenda”), all’interno di una logica quasi militare di specializzazione, non ebbe successo. Sull’ampiezza del programma e sulla complementarità delle vocazioni e dei ruoli si consumò invece la rottura con gli anarchici, che rifiutarono il progetto costiano non tanto e non solo per ciò che affermava (poiché nella sua prima vaga formulazione più che dire lasciava presagire) quanto, soprattutto, per ciò che sottindendeva e che si sarebbe puntualmente verificato. Non è però di Costa e della sua “svolta” che voglio parlare, ma delle “sentinelle perdute”. È molto probabile che l’internazionalista romagnolo abbia ripreso l’espressione dagli “enfants perdus” della Comune parigina, i giovani destinati alle imprese impossibili, ma è sempre difficile, se non si effettua una meticolosa ricerca filologica, dipanare il gioco delle ascendenze e delle derivazioni.
Tuttavia, al di là delle reali intenzioni costiane, se cioè ritagliare un ruolo di minoranze o addirittura di individualità attive agli anarchici oppure relegarli nella marginalità di un dissenso solitario ed improduttivo, è significativo che l’immagine non andasse perduta e rispuntasse di tanto in tanto sotto la penna di scrittori anarchici, mantenendo intatti i colori del dramma e la romantica carica di eroismo rivoluzionario.
Non posso dire di avere svolto uno studio approfondito sulla persistenza e sulla frequenza di una tale espressione, ma mi è capitato di incontrarla più di una volta, nelle mie peregrinazioni nella pubblicistica anarchica, e sempre connotata di valenze in cui la scelta aristocratica del sacrificio si mescolava al senso della fatalità eroica. Non è quindi strano trovare in Pietro Gori, che sicuramente ha rappresentato, in ambito anarchico, il massimo esempio del “cavaliere errante dell’Ideale” (2), – venne anche definito il “Lohengrin della crociata proletaria” (3) – l’orgogliosa riappropriazione dell’immagine costiana.
Noi adempiremo alla nostra missione di sentinelle perdute di questo esercito infinito di tutte le speranze e di tutte le angosce (4).

Nel caso specifico, nel giugno 1897, l’attività degli anarchici appariva in ripresa in Italia in un quadro di effervescenza sociale e di progressione quantitativa degli scioperi. Ma non è tanto il contesto particolare a suscitare interesse quanto il fatto che Gori desse per acquisito quel ruolo che quasi vent’anni prima Costa aveva voluto assegnare ai compagni da cui si andava separando. Nella consueta metafora militare gli anarchici si autorappresentavano non solo e non tanto come avanguardia, ma come singoli militi votati al sacrificio.
La diffusione sul finire del secolo di attentati di matrice anarchica, indipendentemente dalle diverse connotazioni di ciascun caso – Caserio, su cui fiorirono numerose canzoni (5), non era Luccheni, sul quale la maggior parte degli anarchici, ad esclusione di Ciancabilla, preferì tacere – portò sulla scena numerose figure di vendicatori che, con maggiore o minore successo, rappresentarono fino in fondo la parte che si erano attribuiti. Il rapporto preferenziale con l’azione risolutiva, nel decennio chiuso simbolicamente da Bresci (1900) e da Czolgosz (1901), indusse ad enfatizzare i tratti individuali della “sentinella perduta” ed anche quando, sotto l’impulso delle nuove lotte di massa dell’età giolittiana, gli anarchici recuperarono una dimensione collettiva condivisa, la tentazione del percorso “unico” ed esemplare continuava a conservare una sua consistenza evocativa. Anche la proiezione suggestiva del sacrificio di sé rimandava ad una sorta di autoaffermazione in perenne sfida con il tempo e la storia.

In uno dei numerosi articoli dedicati dalla stampa anarchica di lingua italiana all’estero alla figura di Michele Schirru (6), l’anarchico fucilato il 29 maggio 1931 per aver progettato un attentato a Mussolini, possiamo leggere. “Dietro Michele Schirru, giovane sentinella perduta, già avanza la folla dei vendicatori e dei liberatori ignoti” (7). I vendicatori nonché liberatori restavano ignoti fino a che non si materializzavano dalla folla senza nome, assumendo lo status di “sentinella perduta” misurandosi con il “gesto” eroico e con la morte.
Nella vicenda tardottocentesca e primonovecentesca dell’anarchismo non si può fare a meno di rilevare come la persistenza di tale immagine abbia influito su comportamenti e mentalità di numerosi libertari, dando al movimento la specificità che lo caratterizzava. Questo non significa tuttavia che abbia rappresentato una sorta di cesura con il passato. Il filo che la raccorda, a ritroso, ad esperienze precedenti è lungo, resistente e si snoda per tutto il secolo passando attraverso la lunga fase risorgimentale, caricandosi di tinte mazziniane, pisacaniane, garibaldine, anche se non sempre in modo visibile. Si può paragonare ad un fiume carsico che emerge impetuoso in superficie in circostanze difficilmente prevedibili. Tale è il caso della prima guerra mondiale, che diventa il luogo simbolico di tutte le pulsioni di trasformazione, laddove queste ultime si incontrano, si scontrano, si divaricano, dando vita ad inedite combinazioni politiche.
La “grande guerra” e, ancora prima del suo scoppio, gli anni che vanno dall’impresa libica al dibattito sull’intervento portano alla luce, delineano e precisano tendenze già presenti nel sottosuolo del mondo sovversivo, il cui esito non era certo scontato ma le cui radici affondavano comunque nel fertile terreno delle istanze liberatrici che avevano variamente percorso il secolo precedente. Con una differenza fondamentale: che i precedenti fervori liberatòri erano rimasti un fenomeno elitario, anche quando avevano avuto successo. Non solo: che il successo, proprio perché così configurato, non aveva potuto esaurirli, producendone per reazione altri dello stesso tenore. La guerra europea, con la sua prepotente massificazione, finirà per sottrarre sempre più spazio alle “sentinelle perdute”, alcune delle quali, nell’illusione di battere nuovi sentieri per un “liberato mondo”, sceglieranno strade che li porteranno molto lontano dai vecchi compagni d’avventura.
Questo volume, che raccoglie diversi contributi, nei quali sono centrali i temi della guerra e della morte, ha soprattutto lo scopo di riunire, in una sorta di percorso ideale, spunti e suggestioni che si sono concretizzati a lato di altri studi che mi hanno maggiormente assorbito in questi anni. Non si tratta tuttavia di interessi minori, quanto invece di momenti in cui la ricerca aderisce forse in modo più immediato a sollecitazioni profonde che attendono maggiore attenzione nonché più lunghi tempi di analisi e ricostruzione.

Maurizio Antonioli

Note

  1. A. Costa, Ai miei amici di Romagna, «La Plebe», 3 agosto 1879.
  2. Noi, Pietro Gori è morto, «Il Grido della folla», 14 gennaio 1911.
  3. L. Froment [Gino Del Guasta], A Pietro Gori, «Combattiamo!», 29 marzo 1903.
  4. P. Gori, All’opera (lettera aperta), «L’Agitazione», 4 giugno 1897.
  5. S. Catanuto e F. Schirone, nel loro Il canto anarchico in Italia nell’ottocento e nel novecento, Milano, Zero in condotta, 2001, ne riportano 11, a partire da quella notissima con testo di Pietro Gori.
  6. M. Antonioli [et al.], Dizionario biografico degli anarchici italiani, Pisa, BFS, 2004, vol. 2, ad nomen.
  7. «Il Risveglio anarchico», 18 luglio 1931.


No alla dittatura
del DNA

Né dio né genoma. Per una nuova teoria dell’ereditarietà. È il titolo di un volume (pagg. 220, € 20,00, prefazione di Giulio Giorello) che Eleuthera ha appena pubblicato. Ne sono autori Jean-Jacques Kupiec e Pierre Sonigo. In sintesi, i due ricercatori di fama internazionale sostengono che, dalla molecola all’essere umano, passando per le cellule e virus, la vita si basa su interazioni libere guidate dalla selezione naturale e non sulla dittatura di un dio-programma inscritto nel DNA.
Ne pubblichiamo qui la sintetica conclusione.

Abbiamo mostrato, dalla filosofia all’aids, passando dai meccanismi di sviluppo embrionale, che la biologia, pur avendo compiuto un passo storico verso il materialismo con Darwin e la teoria dell’evoluzione, si è sforzata di dimenticare ogni cosa con il successo della genetica. La genetica, teoria dell’ereditarietà, spezza il legame materiale che lega gli antenati ai loro discendenti, sostituendolo con un legame virtuale, un’informazione, un programma portato da una molecola magica, il dna. L’informazione genetica è una versione moderna della forma di Aristotele, della quale reintroduce l’intera metafisica per necessità di coerenza.
Perché abbiamo le braccia? Perché i nostri geni portano il programma delle braccia. Perché abbiamo gli occhi? Perché i nostri geni portano il programma degli occhi. Perché l’uccello vive sull’albero? Perché Dio ha voluto così. Queste risposte non hanno senso. La creazione, prestabilendo gli equilibri naturali che osserviamo, è stata per lungo tempo un grave ostacolo alla loro comprensione. Analogamente, la genetica, ritenendo programmata la struttura dell’organismo, non può dare spiegazioni. La spiegazione viene spostata altrove, nei cieli o nelle molecole, e resta un’illusione. Inoltre, per la creazione (per quanto riguarda il vivente in generale) come per il programma genetico (per quanto riguarda l’embrione), l’Uomo resta una finalità, un obiettivo prestabilito che bisogna necessariamente raggiungere. Cacciato dalla Natura esterna da Copernico e Darwin, l’antropocentrismo si è rifugiato all’interno di noi stessi.
Questo ripiegamento sembra inespugnabile. Si può immaginare che noi non siamo né il centro, né la finalità del nostro stesso corpo individuale? Eppure è proprio così. La libertà che rivendichiamo per noi stessi dobbiamo accordarla anche alle cellule, questi miliardi di microscopici animali che ci abitano e che, senza saperlo, ci fanno vivere, pensare, sognare. Questi animali unicellulari non vivono con l’obbligo di farci vivere. Vivono come noi, con il solo obbligo di vivere. Quanto alle molecole, sono anch’esse prigioniere solo della loro storia e della loro materia, quella che ci ha fatto nascere molto tempo fa dalle stelle. Per sfuggire a un insidioso finalismo è indispensabile applicare rigidamente la teoria dell’evoluzione alle popolazioni cellulari e molecolari, proprio come facciamo con le popolazioni di piante o animali. Il dna forma una popolazione di molecole suscettibile di partecipare a un insieme di processi dai quali emergeranno i più probabili e i più stabili.
Per vivere, gli animali hanno bisogno di nutrimento più che di informazione. Allo stesso modo, le cellule non sono governate da segnali ma dalla materia. Nondimeno, l’era dell’informatica ci mostra ogni giorno che possiamo prendere possesso della materia e farci passare informazioni. Possiamo domare gli elettroni e trasformarli in musica. Ma gli elettroni che ci compongono esistono da molto prima che la vita imparasse a domarli. Questo ci distingue dalle macchine. In una macchina, ogni componente isolato è privo di senso. La solitudine del pistone senza motore è ridicola. La solitudine del motore senza veicolo è appena meno ridicola. Le parti non hanno alcun ruolo fuori dal tutto. Ma un elettrone o una cellula senza organismo rimangono una cellula o un elettrone. Esistevano prima di noi. La gerarchia riduzionista che incastra delle parti per fare un tutto, sul modello antico dell’«albero di Porfirio», deve lasciar posto alla libertà e all’uguaglianza. Il piccolo non fa il grande tanto quanto il grande non fa il piccolo. Le «parti» e il «tutto» hanno il medesimo statuto. In una macchina naturale derivata da una storia, diversamente che in una macchina artificiale derivata da un piano, una parte che non trovasse il suo tornaconto avrebbe scelto un’altra strada. La selezione naturale guida l’evoluzione degli animali e al tempo stesso quella delle loro cellule. La costruzione dell’organismo (ontogenesi) non è un processo indipendente dall’evoluzione (filogenesi). È sempre lo stesso processo, in ogni momento, qui e ora (ontofilogenesi).
In certe situazioni è possibile domare il dna. Grazie a questo abbiamo inventato gli ogm e la terapia genica. Se la genetica fosse corretta, la reintroduzione mediante terapia genica del «gene della salute» dovrebbe sistematicamente produrre salute. Disgraziatamente non è così facile. Tuttavia, la terapia genica è riuscita a guarire bambini privi di difese immunitarie. I bambini costretti a vivere sotto una campana di vetro hanno ritrovato la loro casa1. Come si spiega un successo così meraviglioso fra tanti insuccessi? In questo caso esemplare e foriero di grandi speranze, un numero esiguo di cellule ha ricevuto il «gene buono», ma queste hanno proliferato in maniera massiccia. Il gene trasferito ha procurato un vantaggio considerevole alle cellule trattate, prima di apportare qualcosa all’organismo. I medici hanno guarito le cellule. A loro volta, le cellule hanno salvato i bambini. Ma non era il loro obiettivo: questi animali microscopici, una volta ritrovata la salute, hanno semplicemente divorato i microbi minacciosi per «appetito» e non per devozione.
Le terapie geniche che hanno trascurato la libertà delle cellule hanno fallito. Il vivente non è una macchina, è una congiunzione di interessi. Non si può trattare l’organismo senza prendere in considerazione l’interesse e l’equilibrio dei suoi abitanti. Con un procedimento simile si potrà capire un problema come il cancro. A causa della libertà degli elementi di cui siamo costituiti, gli equilibri naturali sono transitori. Non derivano dall’immobilità, ma da movimenti opposti che si compensano. Per questo dobbiamo crescere per poi invecchiare, piuttosto che essere immutabili ed eterni, cosa che sarebbe molto più semplice. Il fissismo e l’eternità non esistono nel nostro mondo.
Per molti di noi, Dio esiste nel rispetto e nella meraviglia che ci ispira la natura. Ma se è inaccessibile e costituisce una spiegazione universale, la spiegazione diventa universalmente inaccessibile. Rifiutare l’inaccessibilità non equivale a rifiutare la meraviglia. Al pari di un essere amato, il fiore è più bello se lo capiamo. Il dna esiste sicuramente. Ma non è la causa, il determinante e il creatore dell’organismo. I biologi hanno sognato un demiurgo accessibile, leggibile nel mondo delle molecole. Le prime pagine del catalogo generale dei genomi – che si estenderà all’infinito, come la torre di Babele verso il cielo – denunciano a gran voce la necessità di un’altra scienza. I vecchi difensori della genomica reclamano ora la «proteomica» per giustificare, dopo la catalogazione infinita del dna, quella altrettanto infinita delle proteine e delle loro interazioni specifiche. I più lucidi tra loro preferiscono parlare di «postgenomica». Senza essere riuscita a rivelare i misteri della vita, questa conclusione «tecnolomica» ne ha offuscato la bellezza. Forse è di biologia tout court che bisognerebbe finalmente parlare.

Jean-Jacques Kupiec, Pierre Sonigo


Si scrive Mussolini
ma si legge...

Si potrebbe pensare che di Benito Mussolini, ormai, si sia già detto e scritto tutto. Eppure, stante l’importanza, negativa quanto si vuole ma innegabile, che il personaggio ha avuto nella nostra storia, il campo degli studi non manca di offrire nuovi elementi di conoscenza su aspetti scarsamente indagati, quali, ad esempio, tratti del carattere e della personalità o particolari biografici apparentemente secondari e che hanno invece condizionato molte delle scelte del futuro dittatore. Altrettanto si può dire a proposito degli studi sull’ambiente in cui è avvenuta la prima formazione politica di Mussolini, un ambiente particolare quanto a caratteristiche sociali, vista l’importanza che vi avevano l’appartenenza e l’impegno politico, e dal quale il nostro ha ricavato una sorta di imprinting che lo accompagnerà fino alla fine.
Questo lavoro di scavo in terreni altrimenti poco indagati, è il merito maggiore dell’interessante libro di Paolo Cortesi (Quando Mussolini non era fascista. Dal socialismo rivoluzionario alla svolta autoritaria: storia della formazione politica di un dittatore, Roma, Newton Compton, 2008), nel quale l’autore, profondo e appassionato conoscitore della sua terra, la Romagna, ricostruisce, con prosa scorrevole e convincente, gli anni della cosiddetta “formazione politica di un dittatore”, evidenziando la profonda influenza che la “romagnolità” ebbe sia sulle iniziali scelte politiche del “duce del fascismo” sia, in un secondo momento, sulla sua involuzione autoritaria e dittatoriale.
Il libro parte, infatti, dalla ricostruzione dell’ambiente famigliare di Predappio, quando il padre Alessandro, pur sinceramente legato alla moglie Rosa, donna profondamente religiosa, impartisce al figlio, da buon socialista, un’educazione sovversiva e fieramente anticlericale. E difatti Benito Amilcare Arnaldo (così registrato all’anagrafe, si sa, in onore del rivoluzionario messicano Benito Juarez, di Amilcare Cipriani e dell’eretico Arnaldo da Brescia) succhia col vino, abbondantemente versato in osteria nelle serate di accese discussioni con il coltello sul tavolo, le idee del vecchio fabbro internazionalista. Che anche se è passato al socialismo legalitario non manca di farsi notare, come ricorderanno i colleghi di un tempo, per passionalità e impegno militante.

È un ambiente sanguigno e privo di sfumature quello in cui cresce Mussolini, come sanguigno e privo di sfumature sarà tutto il suo percorso politico, sempre improntato, al di là della contraddittorietà dei comportamenti, alla gratificazione del proprio ipertrofico e incoercibile ego. Estremista spigoloso quando guidava le schiere massimaliste del socialismo, estremista ispirato quando passò all’interventismo (anche se qui il suo estremismo era alimentato dall’oro largamente elargitogli dai francesi per convincerlo a “tradire”), estremista brutale come duce dei fascisti, quando non volle mitigare la violenza assassina delle squadracce, estremista paranoico quando cacciò l’Italia in una lunga serie di tragiche imprese guerresche, incoscientemente affrontate con la prosopopea tipica del “patacca”. Di chi, in sostanza, racconta balle colossali (in questo caso sulla ridicola preparazione bellica e sul presunto spirito guerresco degli italiani) con la pretesa non solo di essere creduto, ma pure di essere ammirato. Insomma, un uomo costantemente sopra le righe, incapace di assumere atteggiamenti che non fossero determinati dal bisogno di compiacere e compiacersi. Non credo sia una forzatura richiamare alla mente un altro personaggio oggi altrettanto invadente, fasullo e deciso a piacere a tutti e a tutti i costi. Evidentemente la storia d’Italia non può fare a meno, periodicamente, di affidarsi ad imbonitori abili e spregiudicati ma falsi e ingannevoli come i miracoli della madonna di Lourdes.
Ecco, forse l’aspetto più interessante del lavoro di Cortesi sta nell’avere mostrato come la prosopopea mussoliniana non sia stata una conseguenza delle dinamiche politiche o una forzatura necessitata da chissà quali superiori interessi della patria, ma piuttosto un tratto caratteriale dovuto alla formazione e all’educazione ricevuta in Romagna. Una prosopopea inevitabile per un personaggio che, come acutamente ha scritto Torquato Nanni, amico di gioventù e primo biografo, non poteva non essere “uomo di parte”, uomo violentemente di parte: “Mussolini neutrale sarebbe come dire il sole a mezzanotte. Neutrale mai, in modo assoluto”. E lo dimostra tutta la sua biografia, non solo quella più nota, che va dal 1915 al 1945, ma anche quella precedente, quando Mussolini non sta dalla parte sbagliata, ma dalla parte dei lavoratori e degli umili, delle “plebi oppresse”, come si diceva allora. Quella puntigliosamente ricostruita da Cortesi e che prefigura, nei suoi aspetti iniziali, gli aspetti successivi della personalità di Mussolini: cultura dell’eccesso, una cultura di un impasto ricorrente in Romagna, dove le passioni, soprattutto quelle politiche, si dovevano esprimere come “passioni”, in questo caso alimentate dalla radicalità di un socialismo non ancora inquinato da tendenze riformiste e governative.
L’agiografia mussoliniana, così come la damnatio memoriae che ne è seguita, non hanno mai affrontato come si sarebbe dovuto questi tratti, la prima ritenendoli non nobilitanti del percorso politico e umano del “duce”, la seconda perché una lettura materialista attenta quasi solamente alle cause economiche delle dinamiche sociali non poteva attardarsi a considerare con attenzione anche gli aspetti psicologici ed emozionali con i quali si determinano gli avvenimenti storici. Se si eccettuano gli innovativi studi di Berneri sulla psicologia di Mussolini, le lacune storiografiche sono ancora numerose.
Il libro di Cortesi viene così a fornire un strumento di conoscenza per capire più a fondo come sia stato possibile che un personaggio così negativo, anche se con tratti indubbiamente geniali, possa avere goduto di tanto credito. E come sia possibile che ancora oggi uno che dovrebbe essere trattato da squallido imbonitore, quando si mette in politica buttando alle ortiche ogni scrupolo morale, riesca ad avere un seguito così plebiscitario e così pericoloso. Interrogarsi sul passato, come sempre, serve per comprendere il presente. E questo presente, ingombro di personaggi roboanti e strepitanti, ha davvero bisogno di essere indagato con più attenzione e senso critico. Il libro di Cortesi, pur guardando ad un passato apparentemente lontano, indaga anche il presente. E questo non è certamente poco.

Massimo Ortalli