rivista anarchica
anno 38 n. 334
aprile 2008


sessantotto

Generazione, genere, classe
di Diego Giachetti

 

Si intitola “Un sessantotto e tre conflitti. Generazione, genere, classe” il libro che le edizioni BFS hanno appena pubblicato. Eccone uno stralcio.

 

I figli del Sessantotto, che oggi compiono quarant’anni, sembrano guardare a quella data e alla generazione dei loro padri con gli occhi disincantati, leggendo gli eventi di allora sotto il segno di una grande, ingenua ubriacatura ideologica dagli esiti tutt’altro che coerenti rispetto alle aspirazioni di chi vi prese parte attivamente. Tra i più giovani il Sessantotto pare assumere connotati ancora più sfumati, quelli di una pittoresca quanto indefinita epoca di hippies che ha lasciato di sé, prevalentemente, una serie di segni esteriori (nella musica, nell’immagine, nell’abbigliamento) che si prestano oggi ad essere riscoperti in una sorta di patchwork dal sapore vintage. Spesso nel discorso pubblico il Sessantotto è oggetto, nel migliore dei casi, di letture dal sapore reducistico che rimandano a una sorta di età dell’oro, di nostalgico paradiso perduto; oppure, nel peggiore, a una cupa immagine revanscista di evento madre di tutti i mali, incubatore degli anni di piombo. Ennesimo esempio di una, inevitabile, memoria divisa. Immagini che si confrontano e si confondono mentre diverse tra le “conquiste” seguite alle lotte di quegli anni vengono quotidianamente messe in discussione: diritti dei lavoratori, aborto, critica della famiglia patriarcale.
Il volume di Diego Giachetti Un sessantotto e tre conflitti. Generazione, genere, classe (BFS edizioni, Pisa 2008, euro 13. Per ordini: posta@bfs-edizioni.it / tel. 050 570995 / www.bfs-edizioni.it) è un interessante antidoto alle visioni stereotipate e riduttive di quel vasto e multiforme processo di trasformazione che prese le mosse negli anni Sessanta ed ha prolungato i suoi effetti (nel modo di intendere la politica, le relazioni tra i generi, le culture), pur in contesti differenti, fino ai nostri giorni. Molto di ciò che oggi riteniamo “normale”, infatti, ha la sua origine in quegli anni, che rappresentarono una rottura notevole nelle consuetudini sociali e negli schemi mentali rispetto alle epoche che li avevano preceduti.
Giachetti non offre un’antologia di testi, una ricostruzione dei dibattiti teorici, né una cronologia degli eventi. Ci permette invece, tramite l’utilizzo in chiave storica di alcuni strumenti analitici di ambito sociologico, di ricostruire la complessità degli avvenimenti, il loro retroterra culturale, i profondi nessi che li vennero collegando tra loro, le modalità secondo cui si svilupparono e i loro effetti di lunga durata. Pubblichiamo di seguito una selezione di brani dal volume.

A.D.


Diego Giachetti


Generazione
La ribellione giovanile fu inizialmente una rivolta individuale, dei singoli nei confronti dell’autorità familiare, dei genitori, di una società avvertita a fior di pelle come opprimente e soffocante. Si espresse dapprima nell’assunzione di nuovi stili di vita, poi si trasformò in legame generazionale, un modo corale di sentire la sofferenza per la propria condizione e l’insofferenza per il mondo costituito dagli adulti, fino ad evolversi in movimento sociale di contestazione del sistema e della società e a raggiungere la consapevolezza che quello scontro non riguardava solo la richiesta dei giovani di sostituire gli adulti nella direzione della società, ma puntava alla ristrutturazione dei ruoli e della posizione delle classi.
Di per sé le generazioni, come dato biologico, si succedono una dietro l’altra nell’incessante processo di produzione e riproduzione della vita umana. Questo processo meccanico di accumulazione in una linea di continuità, perennemente in tensione tra accrescimento e cambiamento, non è sufficiente a fare una generazione in senso storico e sociologico. Per formare e definire una generazione, quindi, concorrono eventi che costituiscono una rottura di continuità, una “cesura”, ma anche innovazioni sociali di grande portata che incidono sulle strutture della quotidianità e modificano abitudini e modi di vita consolidati, come nel caso degli anni Sessanta.
I giovani degli anni Sessanta non sono stati certamente la prima generazione a costituirsi come soggetto attraverso legami e nessi generazionali. Hanno avuto però caratteristiche nuove. Rispetto alle epoche precedenti, quando la scelta era abbastanza netta (o si era bambini, o si era adulti), i legami generazionali che si formarono coinvolsero indistintamente una “massa” giovanile quantitativamente maggiore. In questa direzione diede un rilevante contributo l’incremento dell’accesso all’istruzione anche da parte dei figli delle classi subalterne. La figura dello studente diventò un elemento massificante della condizione giovanile. Nelle società capitalistiche avanzate degli anni Sessanta prese forma a livello di massa la dimensione dell’“essere giovani”: un’età sospesa e prolungata, situata tra il mondo dei bambini e quello degli adulti, per la quale la società non aveva predisposto modelli culturali e sociali di riferimento. Quella gioventù si trovò quindi a vivere una crisi di identità causata da una condizione sociale nuova e imprevista. Una crisi che indusse alla ricerca e alla sperimentazione di nuove costruzioni di identità, che si manifestarono nelle culture e subculture giovanili e, in seguito, nel rinnovato impegno ideologico e politico.
Rock and roll e beat, generi musicali definiti leggeri dai “colti” e dai “raffinati”, avrebbero dovuto scivolare senza lasciare traccia alcuna. Invece quei generi musicali, combinandosi coi nuovi fenomeni del consumismo e dei mass media, divennero elementi costitutivi e formativi di una nuova generazione: quella “leggera”, appunto. Le rivolte del ’68 rappresentarono però qualcosa di più, segnarono il passaggio dalla rivolta esistenziale alla rivolta politica. L’utopia sessantottina si diede quattro prospettive rivoluzionarie che ben rappresentavano la commistione tra rivolta esistenziale e politica: quella dei costumi, quella dello “spirito” (nuove culture di riferimento), quella contro l’imperialismo occidentale e il suo dominio nel mondo e quella contro i sistemi burocratici e autoritari dell’Est europeo. Le maggiori disillusioni vennero principalmente dalle ultime due di queste prospettive. L’auspicio di rovesciare i sistemi burocratici del “socialismo reale” si infranse subito, già nel 1968, con l’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia.

Genere
Proveniente dagli Stati Uniti, la categoria di “genere” si inserì gradualmente in Europa a partire dalla seconda metà degli anni Settanta. Sesso e genere sono due differenze, ma non sono la stessa cosa. Il sesso è il risultato di differenziazioni fisiche e biologiche che distinguono gli uomini dalle donne. Il genere invece attiene al rapporto fra uomini e donne e alle differenze relative ai ruoli sociali: questi ultimi variano, sono distribuiti in modo diseguale a seconda delle classi di appartenenza, dell’origine etnica, della religione, dell’età, del contesto storico, e anche del sesso. Il femminismo ha lavorato attorno alla categoria di genere ipotizzando che la donna fosse, innanzitutto, una «costruzione sociale» o di genere, per sfuggire al determinismo naturalistico-biologico «del femminile come naturale» (1).
Il retroterra della categoria di genere poggiava su un vivace movimento di liberazione della donna che prese a percorrere le società occidentali a partire dagli anni Sessanta, per raggiungere l’apice nel decennio successivo. Un movimento a larga composizione giovanile, formato dalla sponda femminile della generazione che aveva innescato il conflitto con le classi adulte. Nelle manifestazioni, nei raduni rock e beat, nei bar accanto ai juke box, nelle assemblee, nelle scuole e nelle università apparvero visibilmente, in quella stagione, anche le donne. Rispetto ai loro coetanei maschi le giovani donne avevano condotto una lotta più difficile e meno visibile, a partire dall’ambito familiare, per conquistare il diritto ad uscire di casa, a frequentare amici e sale da ballo, a sposarsi quando e con chi volevano, ad avere un lavoro indipendente, a poter frequentare le scuole e accedere a tutti i gradi di istruzione. A partire dalla partecipazione alla protesta giovanile e a quella studentesca intrapresero un percorso formativo ponendo, contemporaneamente, la questione dell’eguaglianza con gli uomini e della differenza delle donne; cominciarono a percepirsi come un soggetto autonomo, che aveva qualcosa da dire e poteva farlo in proprio, da sé.
Il consciousness-raising, o pratica dell’autocoscienza, si rivelò rivoluzionario. Frantz Fanon ne I dannati della terra aveva scritto che i colonizzati possedevano strutture mentali “colonizzate”: accettavano come naturale la situazione in cui erano stati posti, senza essere consapevoli di quel ruolo. Le femministe erano convinte che lo stesso meccanismo fosse operante anche per quanto concerneva le donne. Dare loro quella consapevolezza voleva dire fare del femminismo un movimento di massa. Si trattava di introdurre una pratica che Juliet Mitchell definiva “politica dell’esperienza” e che consentiva di promuovere «i sentimenti al rango di azione politica» (2).
Così, ciò che era stato strettamente personale (la sessualità, il corpo), diventava elemento pubblico. Vita quotidiana, sessualità, inconscio entravano nella politica mettendo in discussione la militanza tradizionale, ponendo il problema del potere non solo al di fuori, ma soprattutto dentro la famiglia e il rapporto di coppia, ricercando nuovi strumenti di indagine della realtà, contestando la distinzione d’impianto positivista tra ragione ed emozione, pensiero e corpo.

Classe
Una serie di agitazioni, nuove nelle forme e nei contenuti, coinvolsero i lavoratori dei principali paesi capitalisti nel pieno dell’ondata di contestazione giovanile e studentesca. In quel periodo la classe operaia si presentava sulla scena sociale rafforzata in senso strutturale da anni di crescita e di espansione economica, rinnovata nella composizione generazionale, sociale, geografica e nella professionalità. Un’ondata di movimenti migratori ne aveva modificato la composizione e il volume complessivo.
L’impennata nello sviluppo del modo di produzione capitalistico stimolò il processo di inurbamento di una nuova popolazione per la maggior parte di giovane età, chiassosa e vivace, priva della memoria storica caratteristica del “vecchio” proletariato di fabbrica. Le vecchie generazioni operaie tendevano spesso a confrontare le condizioni di vita e di lavoro dell’ultimo quindicennio con la miseria che aveva contraddistinto i periodi della depressione, della guerra o dell’immediato dopoguerra. Gli operai più giovani non potevano fare confronti del genere. Davano per scontato che quello che il sistema offriva loro rappresentasse un livello di vita sociale minimo, e non erano soddisfatti né della “quantità” né della qualità della vita che erano loro garantite.
La produzione in massa di beni, l’aumento del tempo libero, l’affermarsi della società dei consumi provocò un rifiuto dei valori e delle modalità di vita precedentemente accettate, invertì canoni e principi di prestazione consolidati, lasciò intravedere un’altra possibilità di vita. Una via di fuga immediata fu la valorizzazione del tempo libero e, di conseguenza, lo stimolo al suo costante incremento. In taluni strati delle classi subalterne comparvero nuove abitudini e modi di pensare, spesso in contrasto con quelli dei lavoratori adulti. I giovani lavoratori e le giovani lavoratrici introdussero nella lotta di classe atteggiamenti, comportamenti e rivendicazioni diversi da quelli “storici” del movimento operaio. Nelle fabbriche trovarono, inoltre, una situazione produttiva profondamente trasformata. Una parte consistente delle nuove leve operaie finì alla catena di montaggio. Posti di fronte a questo nuovo modo di lavorare, parcellizzato in poche e ripetitive operazioni manuali, i giovani maturarono un atteggiamento critico nei confronti del lavoro e della fabbrica, scontrandosi con la mentalità “produttivista” tipica dei loro genitori.
La nuova lotta aveva, secondo gli ideologi dell’operaismo, la finalità di liberarsi dal lavoro per godere a pieno titolo dell’ozio che la ricchezza sociale prodotta dalle società industriali avanzate rendeva possibile. Una nuova generazione operaia faceva subentrare alla lotta per liberare il lavoro dallo sfruttamento la richiesta esorbitante, “pagana” e rivoluzionaria di lavorare sempre di meno. Scioperi improvvisi, piccoli sabotaggi, assenteismo, fino a forme di lotta selvaggia dentro i reparti rappresentavano rivolte contro la disciplina, l’ordine della fabbrica e del sindacato.
Analogamente alle università, anche il luogo di lavoro venne trasformato in uno spazio pubblico, in un luogo di socializzazione. Davanti alle fabbriche in lotta e nelle università occupate la vita normale, di lavoro e di studio, parve fermarsi. Ciò che era stato un punto di forza, aver saputo innescare un conflitto di classe partendo da un conflitto generazionale, col tempo divenne però un limite. I giovani lavoratori incontrarono notevoli difficoltà a superare la dimensione generazionale, a spezzare il cerchio del mondo giovanile per costituire un conflitto di classe fondato su un’unità più ampia.

La “nuova sinistra”
La guerra fredda divise l’ideale fronte proletario in due parti: quella che si trovò a vivere in un presunto ordinamento socialista, che non avrebbe avuto più bisogno della lotta di classe e di organismi autonomi in quanto i suoi partiti e i suoi dirigenti erano diventati i governanti; quella che si trovò ad operare nei paesi capitalisti occidentali o nel Terzo mondo, dove la lotta di classe era ancora operante ma con limiti ben precisi: l’impossibilità di modificare gli assetti politici e statuali usciti dal Secondo dopoguerra. In un simile sistema-mondo le possibilità di trasformazione degli assetti sociali, istituzionali ed economici apparivano bloccate e la lotta politica, là dove era permessa, tendeva a ridursi al ricambio di élite dirigenti, senza che ciò modificasse sostanzialmente le regole sociali ed economiche.
Fu proprio la sensazione di vivere in una società bloccata a produrre per reazione un’ondata di estremismo che investì la generazione del baby boom. In questo contesto maturò il fenomeno della cosiddetta “nuova sinistra”, per il quale furono decisivi gli impulsi politici e ideologici che vennero dalla rivoluzione culturale cinese, dal maoismo, dal castrismo e dal guevarismo che si mescolarono sia con le “vecchie” che con le più recenti tendenze politiche: l’anarchismo, l’anarcosindacalismo, il trotzkismo, la sinistra comunista, i consiliaristi, l’operaismo italiano.

La guerra del Vietnam fu un evento formativo importante e favorì il passaggio dalla protesta esistenziale a quella politica. Il Vietnam venne ad assumere nell’immaginario collettivo un significato che travalicava gli aspetti politici, storici e contingenti del conflitto. La paura di una guerra nucleare planetaria e il senso della possibile fine dell’umanità per autodistruzione furono fattori fondamentali nel condizionare le coscienze. Convinti che sul Vietnam si giocassero le sorti dell’umanità, i giovani scesero in campo con una determinazione e uno spirito di rivolta totali, senza accettare i compromessi e i percorsi lunghi e tortuosi della mediazione politica.
La ribellione, prima ancora di politicizzarsi, si era formata su una critica di tipo morale alla società degli adulti, dove la pratica di vita non corrispondeva ai principi etici enunciati. I “matusa” solitamente erano ipocriti, “predicavano bene, ma razzolavano male”; tutta la loro società, fondata su compromessi e accomodamenti continui, era falsa e ipocrita. Il richiamo alla coerenza tra forma e contenuto mise in discussione la credibilità delle istituzioni democratiche delle società occidentali, fondate su un tipo di partecipazione formale, ma non sostanziale.
Nella ricerca di una nuova fonte ideologica gli studenti radicalizzati riscoprirono concezioni sperimentate agli albori della storia del movimento socialista: la democrazia diretta e il decentramento come rimedio all’istituzionalizzazione e alla burocratizzazione; la critica al ruolo del partito, dell’avanguardia, al principio della delega, a cui venivano contrapposti il movimentismo, l’agire spontaneo, l’autorganizzazione dal basso degli oppressi, l’assemblea. Si produsse uno stato di tensione sociale coinvolgente e di attivismo permanente: democrazia voleva dire partecipare in prima persona ai movimenti, ai gruppi, a un comitato, a un consiglio di fabbrica, non delegare, non votare rappresentanti.
Il militante che si formava partecipando alle attività dei gruppi della nuova sinistra non era affatto frustrato dalla politica. Ricostruendo il clima di quegli anni, alla luce delle sconfitte subite in seguito e delle conseguenti delusioni, molti sono stati portati ad esprimere un giudizio negativo su quell’esperienza. Eppure andrebbe ricordato che allora fare politica non rappresentava un’attività alienante, un impegno gravoso che strappava tempo prezioso alla propria vita sociale e affettiva. I militanti si tuffarono nell’impegno politico portandovi freschezza, partecipazione diretta e quotidiana, una certa gioia di vivere e di realizzare se stessi che maturava proprio da tale scelta. Un altro mondo, separato da quello ufficiale degli adulti e dei politici e sindacalisti di professione, emergeva nelle città ritagliandosi propri spazi fisici in cui vivere, ritrovarsi, socializzare, comunicare, stare assieme.
L’innegabile carattere generazionale dei movimenti e dei gruppi della nuova sinistra costituì anche un limite, perché ancorava la protesta e la contestazione ad uno stato anagrafico transitorio. I giovani vissero per anni una condizione eccezionale, che però tale rimaneva e non avrebbe potuto durare a lungo. Nella seconda metà degli anni Settanta, quando la marea rifluì e si manifestò un nuovo ciclo economico caratterizzato dalla recessione generalizzata, la nuova sinistra non resse alla prospettiva di un processo di trasformazione che ritornava a prospettare i tempi lunghi della storia e, quindi, le mediazioni della politica. Alla divisione e al frazionamento tipici dei gruppi si aggiunse una profonda delusione per un mondo che si manifestava diverso da come lo si era immaginato e per un fare politica che si era dimostrato incapace di cambiarlo. Gli anni Sessanta finivano lì.

Diego Giachetti

Note

  1. F. Bimbi, Tra differenza e alterità. Gli “studi delle donne” alla prova del pluralismo culturale, in Differenze e diseguaglianze. Prospettive per gli studi di genere in Italia, a cura di F. Bimbi, Bologna, Il Mulino, 2003, p. 40.
  2. J. Mitchell, La condizione della donna, Torino, Einaudi, 1972, p. 42.