rivista anarchica
anno 37 n. 323
febbraio 2007


 

L’antropologo
anarchico


David Graeber è un personaggio su cui si è accentrata l’attenzione delle cronache in questi ultimi anni. Con una solida professionalità antropologica alle spalle, ha insegnato alla prestigiosa università di Yale fino a quando, nel Maggio 2005, il suo contratto non viene rinnovato. La decisione dei membri anziani della sua facoltà crea scandalo perché il profilo di insegnante e di ricercatore di Graeber sono inattaccabili e la cacciata di un accademico sa di censura intellettuale e arbitraria punizione. La ragione del licenziamento va cercata nell’attività politica dichiaratamente anarchica, nell’appoggio fornito al sindacato degli studenti, e nella sua difesa di una studentessa attiva politicamente e per questo soggetta alle attenzioni disciplinari degli organi accademici.

La produzione scientifica di Graeber oscilla tra lavori che seguono i crismi e i canoni della ricerca scientifica (1) e articoli pubblicati su giornali in cui l’antropologia – intesa come l’offerta di una rappresentazione ricca, complessa, documentata, problematica della quotidianità socializzata – dialoga con un pubblico di non specialisti. Graeber – ad esempio – propone una serrata critica al tentativo condotto da media e polizia di rappresentare i manifestanti anti-globalizzazione statunitensi come violenti, bombaroli e pericolosi (2); illustra il funzionamento dell’apparato repressivo delle università americane dal di dentro (3); riflette sulla globalizzazione e sui nuovi attivismi politici al cuore dei quali starebbe – secondo Graeber – l’anarchia (4).
Il suo libro, Frammenti di antropologia anarchica (Elèuthera, collana Caienna, 2006, 104 pp., euro 9,00) uscito negli Stati Uniti nel 2004 e velocemente riproposto da Elèuthera in italiano, con la traduzione di Alberto Prunetti, nella collana Caienna mantiene questo sapiente equilibrio tra innovativi approfondimenti teorici e un una prosa piacevole, stimolante che suscita un interesse al di là del pubblico specialistico. Il testo è ricco di incisi che riflettono sulle varie forme di etnocentrismo, discutono la peculiarità della modernità occidentale, ragionano sull’instabilità delle dinamiche identitarie, ripensano le teorie sullo stato e sulle organizzazione politiche non centralizzate, propongono riflessioni innovative sul rapporto tra potere e stupidità. I frammenti di appunti e spunti di riflessione, pur nella loro deliberata incompiutezza, delineano il possibile incontro tra una filosofia politica estrema, finalizzata a smascherare e decostruire i meccanismi del dominio, e una disciplina scientifica che ha la varietà delle società umane come oggetto di studio. Il testo si snoda attorno al rapporto tra antropologia e anarchia, illustrando le feconde trame di arricchimento reciproco e le potenzialità ancora inespresse: Graeber discute gli studi di antropologi con simpatie anarchiche (tra cui Mauss e Clastres) così come l’utilizzo che teorici anarchici hanno fatto del sapere antropologico. L’attenzione si sofferma, in particolare, sulle enclavi culturali libertarie ed egualitarie, presenti in diversi momenti della socialità umana: nei villaggi malgasci dove Graeber ha fatto ricerca, così come in comunità amazzoniche, e nelle forme di contro potere esistenti anche nel mondo occidentale. In questi contesti esiste un certo egualitarismo, le decisioni sono prese tramite assemblee, viene fatto un uso ridotto della delega, gerarchia e coercizione sono contenute, il potere è diffuso.
Graeber sostiene che lo studio dei frammenti di umanità anarchici sono rilevanti nel pensare ed agire contemporaneo. Sono importanti perché l’immaginario politico di Graeber propone una trasformazione fondata sul lento allargamento di modelli culturali – la creazione di comunità, la proliferazione di prassi libertarie – e sul conseguente, lento svuotamento del potere statale piuttosto che sullo scontro violento tipico dei paradigmi rivoluzionari. Graeber nega l’esistenza di un unico programma anarchico ma vede tre principali direzioni negli sforzi di riflessione e azione contemporanei: l’eliminazione delle disuguaglianze Nord-Sud; la lotta contro il lavoro intesa come riduzione del tempo combinata all’eliminazione della sua forma salariale e di alcune professioni; l’allargamento di forme di democrazia diretta e del metodo del consenso, indispensabile lì dove non è possibile il ricorso alla coercizione. Graeber riflette sulle direzioni dell’azione politica contemporanea proponendo azioni dirette, coordinate da gruppi autogestiti e privi di gerarchia interna e collegati tra loro da reti orizzontali. Il People’s Global Action, gli zapatisti, il Direct Action Network, il sindacato Industrial Workers of the World sono – sostiene Graeber – alcuni dei protagonisti di questa trasformazione in corso che investe sia le modalità che gli scopi del fare politica oggi, caratterizzata dal diffondersi di ideali e prassi libertari. Lo scopo dei suoi scritti e di questi soggetti politici coincide: abbattere lo stato e il diffondersi delle politiche neoliberiste.

Stefano Boni

Note

  1. Toward an Anthropological Theory of Value, Palgrave Macmillan, New York, 2001.
  2. The Nation, April 19, 2004.
  3. An Interview with David Graeber, Without Cause: Yale Fires An Acclaimed Anarchist Scholar, by J. Frank, www.counterpunch.org, May 13, 2005.
  4. The New Anarchists, “New Left Review” 13, January-February 2002.