rivista anarchica
anno 37 n. 323
febbraio 2007


lettere

 

Botta... / Chi è democratico?

Salve,
io non sono mai intervenuto nei vari dibattiti su questa rivista ma la lettera di Francesco Berti apparsa su “A” 321 mi ha messo una pulce nell’orecchio e per questo mi sono venute spontanee alcune domande da fare a Berti.
Io personalmente non frequento la politica con la P maiuscola essendo un semplice operaio da 35 anni e facendo solo attività sindacale, non di regime, quindi le mie domande possono risultare banali per molti, ma a me sembrano attinenti al discorso.
Berti afferma che i palestinesi dicono di voler “distruggere lo stato d’Israele” certamente è anche vero però non si ricorda che per il momento è l’esercito d’Israele che continua a “distruggere” il popolo palestinese.
Altro punto egli afferma che i palestinesi dovevano accettare “i vantaggiosi e onorevoli compromessi sanciti a Camp David”. Forse Berti dovrebbe andare a rileggere quel trattato.
Per Berti la guerra preventiva va bene purché sia fatta contro nazioni che a Berti non piacciono? Senza verificare perché s’iniziano le guerre e a quali stati fanno comodo. L’importante è che siano contro i soliti “cattivi” di turno.
Come mai la causa della guerra sono i fascisti palestinesi e non i fascisti israeliani?
Un’altra cosa che afferma è che “nessuno stato ritirerebbe l’esercito dai propri confini” io chiedo a Berti quali sono i confini dello stato d’Israele?
Berti prima spara contro la democrazia se questa è palestinese, poi chiede che si appoggino i movimenti democratici. Forse dovremmo chiedere a lui chi è democratico e chi no?

Giuseppe Ceola
(Vicenza)

 

...e risposta / Diritti legittimi di due popoli

Rispondo rapidamente alle domande, premettendo però che anch’io non frequento la politica, né con la P maiuscola né minuscola.
Anzitutto, mi pare del tutto esagerato affermare che gli israeliani stanno distruggendo il popolo palestinese, anche usando le virgolette.
L’espressione “distruggere un popolo” equivale a quella di operare un genocidio. Comunque si voglia considerare il conflitto israelo-palestinese, non è in atto nessun genocidio nei confronti del popolo palestinese. L’uso delle parole è importante, perché le parole – frutto del pensiero – veicolano a loro volta le idee, e se si usano – in buona o cattiva fede – le parole sbagliate si veicolano idee sbagliate. Il che non significa da parte mia, ovviamente, considerare giusto tutto ciò che fa Israele e sbagliato tutto quello che fanno i palestinesi. È in atto una guerra, che vede fronteggiarsi due popoli ciascuno dei quali rivendica, a mio parere, un diritto legittimo, come ho cercato di spiegare nel precedente intervento. In questa tragica guerra, qualunque sia il nostro giudizio, sono state commesse – come in tutte le guerre – moltissime nefandezze, ma da entrambe le parti, almeno su questo punto tutte le persone che non sono fanatiche dovrebbero acconsentire. Ceola, poi, dovrebbe sapere che i palestinesi non solo dicono che vogliono distruggere lo Stato di Israele, ma cercano anche di farlo, con attentati, rivolte, ecc., da cinquant’anni, con l’aiuto di vari sceicchi, cioè magnati del petrolio – perché ci si ricorda solo di Bush! –, dei servizi segreti di Stati dittatoriali e via dicendo, e può darsi anche che prima o poi ci riescano, per la gioia di tutti gli “antimperialisti” di sinistra e dei neonazisti.
Sul trattato di Camp David, sul quale ovviamente mi sono documentato prima di scrivere, leggendo alcuni commenti filo-israeliani e filo-palestinesi, ho già espresso la mia opinione.
Non ho mai scritto nulla a favore delle guerre preventive, come ho spiegato nell’ultimo intervento.
Non pretendo certo di stabilire io che è democratico e chi no. Mi attengo semplicemente ai parametri utilizzati da gran parte delle persone civili e da gran parte degli studiosi del pensiero politico. Se Ceola ne ha di migliori, sarò senz’altro più che pronto ad adottare i suoi.
Un cordiale saluto.

Francesco Berti
(Bassano del Grappa)

 

Botta... / Un certo disagio

Leggo anch’io con un certo disagio gli interventi di Francesco Berti sul conflitto israelo-palestinese. Mi pare di dover condividere la depressione cui soggiace Antonio Cardella nell’ascoltare argomenti filo-israeliani tra i più aggressivi presentati come frutto di una logica libertaria.
Intrattenersi sulla questione palestinese nelle poche righe di un mail è cosa impossibile e dunque da sconsigliare. Permettetemi però di dire almeno alcune poche cose, ed in maniera purtroppo abbastanza apodittica – di cui mi scuso.
L’esistenza stessa dello Stato israeliano in un territorio ed in un contesto in cui fino a un centinaio d’anni fa la presenza ebrea era minima e irrilevante è di già un’ingiustizia. Lo Stato israeliano è il prodotto meglio riuscito di un’impresa nazionalistica che si è inventata una patria. (Quanti parlavano ebreo a casa tra oro fino al 1906?) Ciò non deve né può dimenticarsi. Tanto più che qui la patria degli uni era in precedenza la comunità degli “altri” – e la prima è stata pensata e realizzata come esclusione della seconda
Ma c’è stato l’olocausto e il genocidio del popolo ebreo tra il 1941 e il 1945. È tale terribile constatazione (che non mi sogno certo di contestare né di minimizzare; tutt’altro!) servirebbe secondo molti a fornire un fondamento morale allo Stato d’Israele. Ma – si può replicare – perché tale Stato deve edificarsi alle spalle e sul dolore di una comunità (quella palestinese) che tra l’altro non ha alcuna responsabilità rispetto all’immane tragedia dell’olocausto? Se Israele fosse sorto nella pianure tra Monaco e Amburgo o nel Land del Brandeburgo, ed avesse per capitale Berlino, la relazione giustificativa sarebbe stata di certo più convincente.
Dunque alle radici dell’esistenza dello Stato d’Israele vi è una grande ingiustizia contro un altro popolo innocente, cui sono state sottratte le terre, rubate le città, contestata la stessa identità. Di ciò gli Israeliani non si sono mai fatto carico, giustificati come si credono in profondità dal mito della “terra promessa” e dalla missione del “popolo eletto”. (Si ricordi e si noti che lo Stato d’Israele non ha una costituzione scritta, ovvero una norma fondamentale di carattere convenzionale). Se ora pure si riconosce a tale Stato un diritto all’esistenza – ed a me pare ragionevole farlo –, ciò non può esimere dal riconoscere anche che tale diritto si basa su un’ingiustizia e che dunque dovrebbe essere rivendicato ed esercitato con la consapevolezza del dolore che ciò ha comportato per gli “altri” e con la mitezza che dovrebbe conseguire a tale consapevolezza. Ora, non mi pare sia questo l’atteggiamento dello Stato israeliano, invero tutt’altro che mite. Questo è piuttosto l’ultimo ridotto della tradizione dello Stato prussiano, di una Weltanschauung in cui Herzl e Lagarde si danno la mano, una visione del mondo in cui la forza vale più del diritto. Von Treitschke – il teorico del nazionalismo germanico – potrebbe condividere ed applaudire le scelte dello stato maggiore israeliano – che è il vero governo di Israele. (Si pensi alla ricorrente presenza di ex generali o militari nel gabinetto di quel paese o all’impossibilità di governare colà contro l’establishment militare). È la logica prussiana che suggerisce il dispregio per il diritto internazionale, per le risoluzioni delle Nazioni Unite, per i controlli delle agenzie internazionali (di quella atomica di Vienna innanzitutto), per la teorizzazione e la pratica della guerra preventiva (lo fu quella del ’56, lo è stata anche quella del ’67), così come lo sterminio degli oppositori (le cosiddette esecuzioni mirate), la rappresaglia sproporzionata (per esempio: si attacca e distrugge il Libano perché un soldato israeliano è stato fatto prigioniero). Per non parlare delle colonizzazioni dei territori occupati nel ’67 (che è nel DNA stesso di quello Stato che nasce per l’appunto attraverso l’idea e la pratica della colonizzazione – un’idea ed una pratica d’origini voelkisch), e del programma del ghettizzazione e di umiliazione sistematica del popolo “altro” – anche questa non estranea alla storia dell’imperialismo nazionalista-germanico. Per non parlare ancora dell’invasione dell’Iraq del 2003 fomentata e potentemente voluta dagli Israeliani – che sono stati una delle prime fonti della terribile menzogna sul possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam. Vale a questo proposito ricordare e sottolineare che moltissimi teorici Neocon (Wolfowitz, Perle, Kristol, Krauthammer, Kagan, Boot, ecc.) sono in rapporti di strettissima cordialità – per non dire altro – col Likud.
Un’ultima cosa. Dire che Michael Walzer è di sinistra suona come una barzelletta un po’ “sinistra”. Si legga quanto scrive (in “The London Review of Books”) a questo proposito Toni Judt (ebreo inglese e storico lui sì di grande calibro), allorché ricorda il ruolo di Walzer (e di altri “liberals”) nell’offrire una foglia di fico ideologica alle politiche più reazionarie e violente della Presidenza Bush. Vogliamo ricordare tra gli altri Alan Dershowitz che difende l’uso della tortura prima in Israele e poi per analogia negli USA? Walzer firma un manifesto a favore della guerra per invadere l’Afghanistan, difende la guerra preventiva, è ammiccante rispetto all’uso della tortura, critica l’Europa come imbelle e pacifista, sottolinea quanto corretta sia la conduzione della guerra in Iraq da parte degli USA (l’ho sentito io con le mie orecchie parlando del caso di Falluja), da ultimo (vedi “The New Republic” del 31 luglio 2006) difende l’attacco israeliano contro il Libano. Cosa ci sia in tutto ciò di “sinistra” forse lo sa solo Francesco Berti.
Saluti.

Massimo La Torre
(Catanzaro)

 

...e risposta / Troppe omissioni

Massimo La Torre propone una lettura a dir poco semplificante e – per certi versi, sconcertante – della nascita di Israele e del conflitto arabo-palestinese.
La Torre scrive che l’esistenza dello Stato israeliano in un territorio in cui la presenza ebraica fino a cento anni fa era irrilevante costituisce già di per sé un’ingiustizia. Che poi l’esodo ebraico in Palestina sia avvenuto in parte prima della seconda guerra mondiale; che parte delle terre siano state regolarmente acquistate dagli ebrei – e gli sceicchi arabi che ne erano proprietari le vendettero a peso d’oro – sono fattori evidentemente irrilevanti per La Torre. È certo che lo Stato di Israele è anche il portato storico dell’Olocausto – per il quale i palestinesi non hanno nessuna colpa, cosa che ho ricordato nella mia seconda risposta a Cardella e che La Torre evidentemente ha preferito ignorare, o forse ha letto il pezzo distrattamente. Così come è vero che circa mezzo milione di palestinesi hanno abbandonato il nascente Stato israeliano sotto la spinta di violenze, minacce, intimidazioni, atti di guerriglia e di sabotaggio.
Ma perché non dire anche che una parte di costoro abbandonarono le loro terre e le loro case anche in virtù della propaganda degli Stati arabi confinanti, che assicurarono loro un pronto ritorno una volta “buttati a mare” gli ebrei? E perché omettere di ricordare che un numero pressoché equivalente di ebrei che abitavano negli Stati arabi furono, dopo la proclamazione dello Stato di Israele, costretti ad abbandonare con la forza le loro terre, o espulsi, per andare poi ad abitare in Israele? Il fatto è che mentre questi ultimi furono, sia pure a fatica, integrati nel nuovo Stato, i palestinesi furono costretti a vivere in campi profughi, per essere usati come cavallo di Troia contro Israele.
Quanto poi alla tesi, espressa da La Torre, che lo Stato israeliano è il frutto di un’impresa nazionalistica che si è inventata una patria (quanti parlavano l’ebreo prima del 1906? scrive La Torre), questo è certo vero, ma occorrerebbe aggiungere che da un lato tutti gli Stati sono il frutto di imprese nazionalistiche – alla radice di ogni Stato, come ben sanno gli anarchici, c’è sempre la violenza: vuoi di una classe, vuoi di una casta dirigente, vuoi di un gruppo etnico o nazionale –, e che, dall’altro, l’identità nazionale palestinese era altrettanto, se non di più, inesistente sino a pochi decenni fa.
Non è mai esistita né una lingua né una cultura specificamente palestinese (la famosa “identità” decantata da La Torre), né si può dire che i palestinesi abbiano massicciamente abitato quella che noi oggi chiamiamo Palestina. Per ciò che concerne la lingua, la reintroduzione dell’ebraico (e non dell’“ebreo”, come scorrettamente scrive La Torre) come lingua parlata degli ebrei è sicuramente un prodotto del sionismo, che però è stata reso possibile anche dal fatto che milioni di ebrei ashkenaziti parlavano yiddish, che come tutti sanno – e anche La Torre penso ne sia a conoscenza – è una lingua con una base germanica ma piena di strutture sintattico-grammaticali di molte altre lingue – tra cui, guarda caso, l’ebraico e l’aramaico – e che si scrive con caratteri ebraici. Popolo per antonomasia senza patria, gli ebrei hanno sempre conservato una loro identità molto specifica – religiosa, culturale etc. – mentre, lo ripeto, l’identità palestinese è il prodotto, per così dire, del sionismo e della nascita dello Stato israeliano.
La Torre si rammarica inoltre del fatto che lo Stato ebraico non è stato costituito da un’altra parte – per esempio in Germania. Anche qui, bisognerebbe ricordare che dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, nessun paese occidentale – Stati Uniti e gran Bretagna in testa – pensò mai ad una soluzione di questo tipo, né volle farsi carico della sorte di quel mezzo milione di ebrei sopravvissuti all’Olocausto e sradicati definitivamente e irrimediabilmente dal proprio ambiente culturale, lavorativo, politico. Immagini poi La Torre con che gioia gli ebrei avrebbero costituto uno Stato all’interno di quella nazione che li aveva sterminati.
La Torre ricorda poi che Israele non ha una costituzione scritta, forse per sottolineare il fatto che quel paese non debba essere annoverato tra le democrazie liberali. Strana considerazione, per un filosofo del diritto, che dovrebbe ben sapere che anche l’Inghilterra è uno Stato costituzionale – anzi è stato il primo Stato costituzionale occidentale –, pur essendo priva di una costituzione scritta. E in effetti, se Israele non ha una carta costituzionale, ciò è dovuto anche al fatto che quel paese si è ispirato all’ordinamento giuridico e politico inglese, e che come l’Inghilterra ha varato, nella sua pur breve storia, una seria di norme fondamentali che hanno valore costituzionale.
Infine: le poche parole che La Torre dedica alle guerre arabo-israeliane del 1956 e del 1967, la cui responsabilità egli attribuisce allo Stato Israeliano, costituiscono – per usare una sua espressione, una autentica barzelletta, in quanto sono state sì guerre preventive, ma non certo nel senso “bushiano” del termine. Infatti, sia nel 1956 che nel 1967 la guerra è stata la conseguenza del fatto che l’Egitto, che voleva vendicarsi della sconfitta del 1948, si apprestava a invadere Israele, per distruggerlo. Sarebbe questa la “logica prussiana” che provocatoriamente La Torre attribuisce ad Israele? E, dato che si ricorda il dispregio di questo Stato per le risoluzioni delle Nazioni Unite, perché dimenticare che i primi a non accettare il diritto internazionale sono stati gli Stati arabi, che si sono rifiutati di riconoscere lo Stato di Israele, sancito dalla votazione dell’ONU del novembre 1947, che prevedeva la nascita di due Stati, aggredendo subito dopo lo Stato israeliano, prima ancora che la mezzanotte del 14 maggio 1948 ne segnasse la nascita?
Come ho già scritto, la storia di questo conflitto ha visto e tuttora vede diritti e torti confondersi, crimini assommarsi a crimini, rancori opporsi violentemente ad altri rancori. Occorre lavorare con e appoggiare tutti gli uomini di buona volontà che ci sono in entrambi i campi – israeliano e palestinese – per la costruzione di un futuro di pace e di giustizia che comporterà concessioni e rinunce ad entrambi i contendenti, come sempre accade. Ma perché ciò avvenga, è indispensabile preliminarmente avere ben chiaro che i torti e le prevaricazioni non stanno certo tutte da una parte, e i diritti e le ragioni tutte dall’altra, come invece purtroppo ancora molti si ostinano a propagandare.

Francesco Berti
(Bassano del Grappa)

 

Non ingoiare la violenza

Sullo scorso numero abbiamo pubblicato un articolo di Francesca Palazzi Arduini, dal titolo Ristabilire l’“ordine”. L’autrice ci ha fatto pervenire questa breve integrazione.

Le Rawa ai confini con l’Afghanistan, la predicatrice turca Gulsefa Uygur e tante altre studiose islamiche in Medio Oriente, le giornaliste e le giuriste che in tutti questi anni hanno lottato chiedendo la laicità degli stati all’ONU e in tutto il mondo: noi donne stiamo già lavorando contro tutti i confini, e per sradicare la violenza. Forse la presenza delle donne nell’islam, nell’induismo e nel buddismo ci riserverà più sorprese di quella delle donne cattoliche nella Chiesa italiana…
Riguardo i problemi causati dal maschilismo nelle culture, è interessante l’iniziativa delle bolognesi Sexyshock che hanno organizzato in tre quartieri bolognesi, nei mesi di ottobre, novembre e dicembre, la campagna di comunicazione, incontri e corsi “MachoFreeZone – Non ingoiare la violenza”, sulla sicurezza nei quartieri, con corsi di autodifesa personale dedicati alle donne, dibattiti, cene sociali ecc.
www.ecn.org/sexyshock
www.atelierbetty.blogspot.com
infosexyshock@inventati.org.

Francesca Palazzi Arduini
(Fano)

 

 

 

I nostri fondi neri

Sottoscrizioni.
Davide Radice (Monticello Brianza – Lc) 20,00; Aurora e Paolo (Milano) ricordando Franco Leggio, 500,00; Gino Perrone (Brindisi Casale) 20,00; Monica Giorgi (Bellinzona – Svizzera) 37,00; a/m Monica Giorgi, Francesca Talini (livorno) 50,00; Riccardo Canneba (Grottaferrata – Rm) 20,00; Giancarlo Gioia (Grottammare – Ap) 20,00; Mauro Tasseto (Milano) 50,00; a/m Massimo Varengo, I. (Milano) 20,00; Gianni Forlano (Milano) 50,00; Enrico Calandri (Roma) 100,00; Michele Caso (Pompei – Na) 20,00; a/m Paolo Finzi, da eredità Eugenia Bassani (Milano) 7.500,00; a/m Cesare Vurchio, Rocco Tannoia (Settimo Milanese – Mi) 20,00; Enzo Tondelli (Castelnuovo ne’ Monti – Re) 40,00; Nicola Piemontese (Monte Sant’Angelo – Fg) 20,00; Massimo Ortalli (Imola – Bo) 10,00; Antonio Pedone (Ponte Felcino – Pg) 10,00; Paolo Zaccagnini (Roma) in ricordo dei compagni morti per la causa, 500,00; Angela Borghi (Firenze) in occasione del centenario della nascita di Lamberto Borghi (9.1.1907), 100,00; Piero Busalacchi (Napoli) 20,00; Silvio Sant (Milano) 20,00; Mauro Marino (Marcianise – Ce) 40,00; Rino Fiorin (Marghera – Ve) 5,00; Lorenzo Guadagnucci (Firenze) 20,00; Enrico Ferri (Roma) 150,00; Stefano Quinto (Maserada sul Piave – Tv) 20,00; Giuseppe Galzerano (Casalvelino Scalo – Sa) 30,00; Giuseppe Galzerano (Casalvelino Scalo – Sa) un fiore sulla bara di Franco Leggio, 5,00; Filippo Trasatti (Cesate – Mi) 20,00; Massimo Serafini (Albano Lazziale – Rm) 12,00; Emilano Sanedoni (Campagnola – Re) 10,00.
Totale euro 9.464,00.

Sottoscrizioni specifiche per sostenere il 2Dvd sullo sterminio nazista degli Zingari.
Luigi Natali (Donnas – Ao) 20,00; Fernanda Hrelia (Trieste) 20,00; Giuseppe Gessa (Gorgonzola) 50,00; Massimo Merlo (Lodi) 9,00; Roberto Malnati (Malnate – Va) 19,00.
Totale euro 118,00.

Totale complessivo delle sottoscrizioni: euro 9.582,00.

Abbonamenti sostenitori (quando non altrimenti specificato, trattasi di 100,00 euro).
Fernando Ferretti (San Giovanni Valdarno – Ar) 160,00; Franco Franzoni (Pianoro Nuova . Bo); Alessandro Natoli (Cogliate – Mi); Cariddi Di Domenico (Livorno); Mariangela Raimondi Riva (Milano); Luca Todini (Torgiano – Pg); Giacomo Ajmone (Milano); Giordana Garavini (Castel Bolognese – Ra) ricordando Emma e Nello; Giampiero Bottinelli (Massagno – Svizzera); Angela Borghi (Firenze); Mario Perego (Carnate) 150,00; Gianluca Botteghi (Rimini); Claudio Cogno (Carpenedolo – Bs); Gianluigi Melchiori (Maserata sul Piave – Tv); Sergio Quercio (Torino); Giusseppe Caputo (Torino); Aimone Fornaciari (Nattari – Finlandia); Loriano Zorzella (Verona); Mario Guolo (Torino).
Totale euro 2.010,00.