rivista anarchica
anno 36 n. 322
dicembre 2006 - gennaio 2007


“sicurezza sociale”

Il muro
di Padova
testo e foto di Paolo Poce

Prodi è ormai al governo da sette mesi, nella campagna elettorale le forze che più si schierano a sinistra hanno fatto della battaglia alla legge Bossi-Fini sull'immigrazione una bandiera della loro lotta. Ma da tempo non si sente più parlare della chiusura dei Centri di permanenza (o detenzione) temporanea né di una nuova politica di accoglienza nei confronti dei migranti. Tutto questo nonostante l'estate abbia accentuato ancor di più lo sbarco di clandestini sulle nostre coste con risultati tragici in quanto a vite umane, morti che evidentemente pesano poco sulle coscienze della politica italiana, poiché, al di la di ipocriti proclami, la realtà è tutt'altra.


Queste immagini si riferiscono a Padova, ricca città del nord-est a governo di centro sinistra. Via Anelli, da sempre un ghetto. Abbandonato da qualsiasi amministrazione comunale divenuto luogo di spacciatori immigrati e clienti italiani. Invece di intervenire socialmente con strutture di sostegno e ristrutturazione delle abitazioni, il sindaco Zanonato (DS) decide di porre fine alle proteste dei quartieri vicini erigendo un muro che isola via Anelli dal resto della città. La barriera di metallo è lunga 80 metri e alta 3, fissata al terreno con tondini di acciaio che la rendono resistente a ogni possibile assalto, vi sono transenne che impediscono l'accesso a tutta la zona, e sono stati istituiti i check-point, con gli agenti 24 ore su 24.
Peccato che i documenti vengano richiesti solo a persone di colore. Io, bianco e occidentale sono passato attraverso le barriere con il sorriso degli agenti che mi dicevano di avere prudenza. E lo stesso succede a qualunque bianco voglia cercare una dose di eroina in quella zona.




 

Gli abitanti del ghetto di via Anelli sono murati dentro! Dei cinque palazzoni oggi solo due sono abitati, gli altri tre sono stati murati seguendo un progetto dell'assessore comunale alla Casa e alla migrazione, Daniela Ruffini, di Rifondazione Comunista. Un piccolo cancello come unico ingresso, che nel caso di incendio o qualche altra emergenza si trasformerebbe in una trappola per chiunque tenti di lasciare i palazzi alla svelta.

 

 

 


A vivere in questo inferno urbano sono in centinaia: stipati in appartamenti da 35 metri quadrati, un tempo destinati agli universitari. Si tratta di famiglie, di lavoratori, molti con regolare permesso di soggiorno, che chiedono solo di uscire dal ghetto, di poter vivere una vita dignitosa, e a questo scopo hanno costituito anche un comitato, dove chiedono di avere una casa popolare e di lasciare una volta per tutte il ghetto che gli hanno costruito intorno.

Paolo Poce