rivista anarchica
anno 36 n. 320
ottobre 2006


Spagna 1936

Utilità della memoria
di Claudio Venza

 

Ricordare l’esperienza spagnola non dimenticandone limiti, errori e ingenuitą.

 

Molte critiche sono state rivolte negli ambienti libertari alla ricorrente rievocazione storica di eventi passati. In generale si possono riassumere nella considerazione che i nostri interlocutori sono interessati ai problemi di attualità e non alle questioni lontane nel tempo e nello spazio. Occorrerebbe quindi dimensionare i nostri sforzi in direzione dei temi attualmente vissuti dagli sfruttati e dagli oppressi. In questa visione “presentista” l’impegno dell’anarchismo è quello di offrire soluzioni libertarie alle angosce collettive attuali, cominciando da quelle più urgenti.
Si può affermare che tali considerazioni abbiano un certo fondamento, ma esse non sono del tutto convincenti in quanto la percezione del disagio e dello sfruttamento, e soprattutto delle possibilità di superarli va direttamente collegata alla coscienza che tali rivendicazioni hanno avuto, nella storia dei movimenti di emancipazione, momenti e situazioni di affermazione e altri di sconfitta.
Dall’esperienza storica, in pratica, si possono ricavare utili indicazioni per il presente.
Va subito precisato che la lettura meccanica dei movimenti del passato non favorisce per nulla la ricerca di proposte per l’oggi, ma non è detto che ci si debba appiattire su uno schematismo manicheo, facilone e superficiale.
Per entrare nel merito della Spagna del 1936, credo sia il caso di rilevare che tale contesto geografico e storico è stato un contenitore per un movimento che non sorgeva improvvisamente e, per quanto possa sembrare contraddittorio, del tutto spontaneo.

Abitudini e scelte consolidate

Se il golpe militare era nell’aria e se le sedi sindacali della CNT, ma non solo, erano presidiate giorno e notte ciò era dovuto ad una serie di abitudini e scelte consolidate da decenni di esperienza collettiva, ai vari livelli. In sostanza il movimento sindacale e politico anarchico non si aspettava nulla di buono dal potere istituzionale e aveva perfettamente ragione.
In buona parte delle città dove il golpe trionfò e iniziò la feroce repressione di massa, sulla base di delazioni ma anche di semplici sospetti, come a Saragozza e a Siviglia (due città a forte presenza della CNT), l’elemento determinante fu l’ambiguo atteggiamento dei governatori civili, l’equivalente dei prefetti italiani. Essi dichiararono che le truppe locali erano fedeli al governo della Repubblica, mentre queste si preparavano in realtà a conquistare le città e ad eliminare ogni opposizione nel sangue. L’incapacità di disporre di proprie forze sufficienti fin dall’inizio determinò, in questi casi, la successiva sconfitta di ogni possibile resistenza e la fuga, quando possibile, di compagni e di antigolpisti. È questo un primo elemento da considerare con attenzione e che, anche oggi, ci dà il suggerimento di mantenere alta la diffidenza verso chi, al vertice del potere democratico, promette di rispettare la legalità e la civile convivenza. Gli interessi di classe degli esponenti politici finisce col condizionare in modo determinante, anche se talvolta poco apparente, l’atteggiamento concreto da loro assunto nei momenti cruciali.
Laddove la risposta della CNT-FAI fu pronta, e soprattutto indipendente dalle scelte istituzionali, come a Barcellona e a Madrid, essa fu efficace e riuscì a bloccare le truppe golpiste e poi a sconfiggerle contro ogni previsione e logica di tipo militare tradizionale. La sproporzione di forze era abissale, ma gli elementi di coesione e di determinazione che da tempo venivano costruiti negli ambiti libertari, influenzarono i risultati sul campo ancora di più degli strumenti militari e meglio dei piani strategici dei vertici golpisti. La molla che muoveva i combattenti nelle strade e nelle piazze era la consapevolezza che la partita in gioco era la stessa esistenza fisica dei militanti e delle organizzazioni. Si giocava il tutto per tutto e su questo terreno la conoscenza e la fiducia reciproca tra compagni poteva dare una svolta significativa.
Al tempo stesso si sapeva che i soldati agli ordini dei golpisti non erano motivati a rischiare la vita per progetti politici che, nel migliore dei casi, passavano sulla loro testa e quindi nella strada si dava la possibilità di uscire dalle fila dei golpisti per assumere un atteggiamento neutrale o antigolpista. Lasciare via di scelta, e talora di scampo, a chi si trova dall’altra parte vuol dire valorizzare le contraddizioni tra esecutori e dirigenti e utilizzare gli spazi che esistono tra chi comanda e chi esegue le manovre repressive.
La generosità dei militanti libertari, se fu decisiva negli scontri, lasciò spesso dei vuoti gravi e incolmabili nelle fila del movimento. Non sapremo mai quanti compagni furono vittime oltre che del fuoco delle truppe insorte, anche della propria volontà di sfidare il nemico e di dimostrare a tutti lo sprezzo del pericolo e magari un coraggio da “veri uomini”. È logico e prevedibile che non vi siano tatticismi o prudenze da politicanti in chi rischia la propria vita, cioè tutto, in uno sforzo sovrumano e al limite della follia. Ma è un insegnamento appreso a duro prezzo che se un movimento consuma i migliori suoi elementi nella lotta rischiosa e talora nella sfida a campo aperto con un nemico più agguerrito, nei giorni successivi le perdite reali in forze umane non saranno compensate dal consenso suscitato e dal prestigio acquisito. Fuor di metafora: quanto incise nel braccio di ferro con i comunisti del maggio 1937 a Barcellona il fatto che a migliaia i libertari si erano consumati negli scontri del 18-19 luglio 1936 e poi nei fronti di mezza Spagna? Chi aveva saputo agire nelle retrovie conquistando attraverso gli apparati polizieschi e di propaganda un posto sempre più importante, anche grazie al ruolo particolare assunto di protezione degli interessi dei privilegiati che erano rimasti sul territorio repubblicano (vedi proprietari terrieri, commercianti, funzionari e tecnici), ritira poi il premio storico con la sconfitta dei rivoluzionari imprudenti e generosi.
Nel piccolo, e si parva licet, molte esperienze di lotte sociali condotte, anche in Italia, da libertari impegnati allo spasimo nei movimenti di base e da burocrati prudenti e accorti hanno messo in evidenza che le energie libertarie, apparentemente inesauribili, non possono reggere a sforzi prolungati al di sopra dell’umana resistenza.

Spagna ancora da scoprire

Queste considerazioni che partono dai fatti del luglio 1936 costituiscono una sorta di base per il ragionamento su problemi di più ampia dimensione politica quali il senso della collaborazione, nel caso spagnolo, in nome del comune antifascismo con formazioni autoritarie che impongono le loro norme operative (vedi Esercito Popolare a disciplina gerarchica e a repressione interna), le loro scadenze istituzionali (vedi le illusioni sul Comitato di Non Intervento che, creato dalla Società delle Nazioni, legalizzò di fatto l’intervento nazifascista a fianco di Franco), i loro obiettivi strategici (vedi rinvio sine die della trasformazione rivoluzionaria).
Un tema centrale della propaganda anarchica, in molti paesi e in ogni tempo, cioè la realizzabilità dell’organizzazione egualitaria e federale, ha ruotato spesso attorno alla Spagna del 1936. Si è detto in numerose occasioni: “Se è stato possibile allora, in un contesto bellico e in un paese mezzo affamato, realizzare le collettivizzazioni e le milizie, la partecipazione assembleare e la crescita culturale di milioni di persone, allora vuol dire che l’ipotesi anarchica non fa parte solo dei sogni ma anche delle possibili soluzioni pratiche”. Tutto ciò è ovviamente fondato, secondo me, ma non andrebbe isolato da altri problemi di contorno e di contestualizzazione.
La Spagna, anche dopo l’esaltante film Tierra y Libertad, è ancora da scoprire!

Claudio Venza