rivista anarchica
anno 36 n. 320
ottobre 2006


politica

Per un immaginario libertario
di Andrea Papi

 

Nessun tipo di società può sussistere senza essere rappresentata immaginativamente dagli stessi individui che la compongono. Alcune considerazioni sul Partito Democratico e sulla situazione in Medio Oriente.

 

L’attivazione e la stimolazione di un immaginario collettivo, che sia al tempo stesso sovversivo e rivoluzionario, mi appare particolarmente rilevante per la definizione e la ricerca di una strategia politica che voglia agire per un cambiamento radicale della società in senso libertario. Sovversivo perché il sistema di dominio vigente andrebbe letteralmente sovvertito, nel senso proprio di metterlo sottosopra, al fine di riuscire ad istituire forme innovative e liberanti di gestione dell’insieme della società. Rivoluzionario perché il cambiamento che ne scaturirebbe dovrebbe avere le caratteristiche di una radicale mutazione irreversibile della qualità e dei modi di vivere le relazioni sociali, politiche ed economiche.
L’immaginario, si sa, appartiene alla sfera individuale. Scaturisce dalla mente di ognuno in libertà e, attraverso la facoltà immaginativa, interpreta e rappresenta la realtà, sia quella che si vive direttamente sia quella di cui piacerebbe essere protagonisti. Per essere accettato, il rapporto con la realtà di riferimento dev’essere interpretato, rappresentato e interiorizzato da ogni individuo, sia che ci si riconosca sia che lo rifiuti. Questa rappresentazione immaginativa a sua volta è un mix altamente complesso e difficilmente decifrabile di tre componenti: una spontanea, collegata alle pulsioni interiori, una razionale, collegata alle elaborazioni consapevoli di ciò che si vive, ed una indotta dalle esperienze nel rapporto con il contesto in cui viviamo. Ogni immaginario individuale, dunque, non può che essere considerato unico e irripetibile, un vero e proprio universo a sé.
Che significa allora parlare di immaginario collettivo? L’essere umano realizza da sempre la propria esistenza in società con altri suoi simili, coi quali, è intuitivo, stabilisce contatti e modi di essere in comune, dando vita a rapporti di reciproca contaminazione culturale e, soprattutto, di definizione dello stare insieme. Si determina così una visione comune e tendenzialmente condivisa di che cosa voglia dire l’essere in società e l’essere della società. Nasce e prende forma in tal modo un immaginario collettivo, appunto, che altro non è che il luogo immaginario simbolico cui la comunità fa riferimento per rappresentare e realizzare se stessa.
Nessun tipo di società può sussistere senz’essere rappresentata immaginativamente dagli stessi individui che la compongono. Nessun tipo di società può diventare possibile senza prima essere in qualche modo considerata tale. Al di là che realmente lo possa essere o no, anche se poi alla prova dei fatti magari si dimostrerebbe fattibilissima, nessuna forma sociale può concretamente diventare possibile se non si riesce a immaginarne la possibilità realizzativa. Per quello che ci riguarda e ci può interessare come anarchici, dovremmo perciò prender piena consapevolezza che la costruzione dell’immaginario è indispensabile per l’azione rivoluzionaria, perché aiuta a prefigurare che cosa si vorrebbe e che cosa si andrà a fare, divenendo per ciò stesso uno stimolo irrinunciabile per desiderare il futuro da costruire.
Dovremmo però renderci anche conto che non può essere semplicemente considerato in modo semplicistico e semplificatorio, quasi potesse trattarsi di una costruzione lineare, dettata magari da una fabbricazione architettata a tavolino. No! L’immaginario collettivo è a tutto campo perché comprende i molteplici aspetti dell’esistente nell’intreccio delle relazioni sociali. È assimilabile ad una rete estremamente complessa, esattamente come la società che tende a rappresentare, che viene pensata attraverso alcune linee sottili che ne definiscono le fondamenta: i metodi di relazione, i modi della decisione, la qualità delle aggregazioni, i presupposti per le libertà individuali, la comprensione o meno delle differenze e delle diversità, il livello e la varietà delle disuguaglianze sia economiche sia di possibilità di movimento.
Per formarsi prende spunto e alimento innanzitutto da ciò che la realtà offre. Accettata o subita al proprio interno, viene osservata, vissuta e rielaborata, fino a ridefinirla e a rirappresentarsela per come la si vorrebbe, per come piacerebbe viverla o per come piacerebbe distruggerla. A poco a poco, in un processo continuo di elaborazione che si confronta col contesto in cui viviamo, prende forma in ognuno di noi la rappresentazione immaginata, o di come si potrebbe distruggere un mondo che non ci aggrada, o del mondo nel quale pensiamo sarebbe gradevole vivere. Dato che viviamo a contatto l’un l’altro è possibile immaginare in modo comune spinti da pulsioni comuni.
Proprio rispetto a ciò che ci ha offerto la realtà, avendo come riferimento la costruzione di un immaginario collettivo rivoluzionario, mi sembra importante spendere qualche parola su due momenti che ci hanno mediaticamente contaminato la mente nell’estate appena trascorsa.

Massimo D’Alema

Aggregazione di potere ai vertici

Il primo riguarda un fantasma che si aggira spaurito per il belpaese da qualche mese prima delle ultime elezioni dello scorso aprile: l’edificazione del partito democratico all’interno della coalizione di centrosinistra. Non tratterò l’equivalente speculare annunciato grande partito di destra all’interno della coalizione berlusconiana, sempre rissosa e muscolosa secondo tradizione acquisita, perché la destra è coerente con se stessa, perché ciò che vi avviene rispecchia il senso per cui la destra esiste: la conservazione reazionaria dello status quo. È la sinistra, o meglio il mito che ne è rimasto, che c’interessa, perché al contrario a suo tempo sorse per abbattere lo status quo, per trasformare la società secondo giustizia, uguaglianza, libertà e solidarietà. E non ha ancora rinnegato le sue origini.
Vi ricordate? A meno di un mese dalle elezioni lo stesso Prodi, che a detta dei media ne è sempre stato il sostenitore con maggior carisma, aveva minacciato di disfare, o quasi, la coalizione se non avesse raggiunto chiare garanzie del suo formarsi. Ebbene, dopo neanche tre mesi dal raggiunto obbiettivo di un’asfittica vittoria, per ragioni non ben spiegate alla massa in attesa di intrepidi fan, la fantasmatica futuribile formazione democratica è stata rinviata di tre anni. Mentre a detta dei suoi instancabili laudatori sembrava così carica d’imprescindibile urgenza, in brevissimo tempo s’è invece trasformata in un progetto che può benissimo aspettare, da mettere nel cassetto in attesa di tempi migliori. Misteri della lungimiranza al potere traballante.
Ma non ho intenzione di entrare addentro alle comiche guarentigie dei meandri semiocculti dell’attuale maggioranza parlamentare. Non ne conosco le vie oscure ed i disegni segreti, né sono curioso di conoscerli. Per quel che mi riguarda si trovano radunati nel mucchietto della spazzatura della politica istituzionale. M’interessa invece fare una breve riflessione sul senso che sottende all’ipotesi, annunciata, di una in permanenza imminente messa in piedi dell’atteso (da chi?) nuovo partito democratico in Italia (all’americana secondo Rutelli, non a caso recepito come l’immagine nostrana del vecchio Clinton).
Dal punto di vista di un immaginario proiettato verso l’emancipazione, l’annunciato futuro (non si sa quando) partito democratico non può essere che un aborto. Probabilmente, presto o tardi, una volta superate le diffidenze dei corridoi e del loggione della coalizione, riusciranno anche a metterlo in piedi con suoni di fanfare e grancasse adatte ad un aggiornato spettacolo mediatico. Ma non è questo il punto. Il punto invece è perché lo vogliono fare e a chi e a cosa servirà.
Una nuova forza politica come questa è pensata e voluta solo come aggregazione di potere ai vertici, funzionale solo a questi. È una classica manovra manageriale delle elite partitiche, che ora, per un susseguirsi di eventi che non stiamo a riassumere, si trovano in conclamata difficoltà. Non rappresenta, e non lo può, l’esplicazione, quasi naturale, di una innovativa progettualità politica che sorge spontaneamente dal basso di processi sociali in fermento, che perciò avrebbero urgenza di trovare una rappresentanza istituzionale adeguata.
No! Questo partito democratico, in permanente apparente gestazione, è pensato solo all’interno di una parte delle dirigenze del centrosinistra. Ma ciò che conta è che è pensato esclusivamente per rafforzare le posizioni di potere nazionali, per assicurarsi con maggior forza l’establishment al governo della repubblica. Non per altro! Nelle intenzioni di lor signori serve soltanto per aumentare il consenso, elettorale e dei sondaggi, ai fini della gestione politica e governativa del presente stato di cose. Non per una nuova costruzione sociale, come qualcuno dei minori ogni tanto, sornione, fa finta di volerci gabellare. Non è altro che una mera squallida manovra di apparati.
Se guardiamo alla storia della formazione dei partiti moderni, ci accorgiamo che sorsero in ben altra maniera. Partito è in origine l’organizzazione di parte, lo strumento organizzativo che si forma per realizzare l’ideale di riferimento. Prima si diventava repubblicani, anarchici, socialisti, ecc. Poi, soltanto poi, ci si riconosceva nel partito che avrebbe dovuto servire a fare la repubblica, o l’anarchia, o il socialismo. Se ci si convinceva che non funzionava si usciva dal partito, ma si rimaneva legati all’ideale per cui vi si aveva aderito. È l’imbastardimento attuale della politica che ci fa soppiantare la bellezza delle spinte ideali per immergerci negli stagni dei puri giochi di potere.

Romano Prodi

La guerra infinita

La seconda situazione su cui mi sento di spendere qualche parola riguarda l’ultima puntata della guerra infinita in Medio Oriente, che nell’estate appena trascorsa ha visto il suo epicentro nel mese di conflitto devastante tra lo stato di Israele e il Libano.
Avendo presente l’obbiettivo che mi sono prefisso, cioè l’identificazione di elementi di riflessione per la costruzione di un immaginario collettivo rivoluzionario e libertario, esprimo fin da subito i concetti base su cui mi voglio soffermare. Rispetto a quella guerra, non immediatamente equiparabile a una classica guerra tra stati, l’unica opposizione autenticamente e coerentemente proiettata verso la liberazione e la libertà non può che esprimersi nel ripudio totale della guerra stessa. Una simile affermazione può sembrare ovvia e del tutto scontata, oltre che retorica, se non si tien conto di ciò che sottintende. Che, mentre è moralmente doveroso essere del tutto solidali con gli individui vittime, a qualsiasi parte appartengano, che la subiscono quotidianamente da oltre mezzo secolo, è del tutto inopportuno, se non addirittura errato, essere in qualche modo partigiani di uno dei contendenti attivi che sistematicamente l’alimentano.
Il vero teatro di battaglia è estremamente lato e complesso e, notoriamente, ha una dimensione planetaria. Da una parte lo stato d’Israele, che si è installato in quella regione del globo per antichissime ragioni religiose di identità della fede ebraica, secondo cui quella terra sarebbe stata promessa da dio al popolo ebraico, per cui ne vanta il diritto. Nello stesso tempo politicamente di fatto è diventato un vero e proprio avamposto dell’Occidente in quella zona, con prevalenza di uno smaccato protettorato USA. Dall’altra parte la più grossa concentrazione di stati islamici del mondo che circondano la terra di Palestina, dove Israele si è insediato creando un aperto contrasto, fino ad ora insanabile, con i palestinesi che vi abitavano e vi abitano. Questa situazione geopolitica e religiosa ha determinato una miscela esplosiva, per cui la sottomissione cui i palestinesi sono costretti è diventata il coagulo simbolico di una sempre più agguerrita intransigenza fondamentalista islamica che con sempre maggior vigore è dichiaratamente aggressiva, fino all’uso indiscriminato del terrorismo, nei confronti dell’intero mondo occidentale.
Qui non voglio entrare in merito alle ragioni degli uni e degli altri. Non mi compete. Desidero invece sottolineare che il prolungato scontro bellico in atto, inframmezzato da pause più o meno lunghe chiamate eufemisticamente “pace”, è a tutti gli effetti uno scontro tra due contendenti, che rappresentano due modi diversi di intendere la politica, la società ed anche il mondo, che si vivono in concorrenza antitetica tra loro, che perciò, per ragioni tutte di potere, tendono a negarsi reciprocamente, perché entrambi ragionano in termini di supremazia e di imposizioni di forza.
So perfettamente che fino ad ora è stato Israele ad esercitare senza scrupoli un uso, come ama dire D’Alema, sproporzionato della forza, fino ad imporsi con un fare che assomiglia molto di più a una logica coloniale che ad una di difesa, come ogni volta si giustifica. So pure perfettamente che i nemici d’Israele non sono per niente un blocco compatto riducibile ad un’unica entità geopolitica e religiosa. La situazione è altamente complessa ed anche intricata, per cui non ha senso esprimere un giudizio univoco, che suonerebbe solo di superficialità e sarebbe lontanissimo dalla realtà.
Ma nonostante questa intricata complessità inesprimibile sommariamente, penso anche di sapere che, sia gli uni che gli altri, sono spinti ad agire secondo logiche, anch’esse complicate, ma tutte riconducibili ad un fortissimo senso del dominio. Per Israele è facile capirlo, perché è un mondo, pur con sue caratteristiche specifiche, molto simile al nostro, a democrazia rappresentativa e perfettamente integrato all’interno del capitalismo globale, di cui è un convinto assertore. Per i suoi nemici è un po’ più difficile, perché bisogna tener conto delle tantissime debite differenze e diverse sfumature di cui sono portatori. Nell’insieme però sono simbolicamente soprattutto portatori di una visione delle cose, riferita in particolare alla politica e alla società, che si può definire totalitaria.
Hezbollah, Hamas, Siria, Iran, Sunniti, Sciiti, Al Qaeda, per citare i più noti, sono tutti propugnatori, anche se in modi diversi, di terrificanti teocrazie fondamentaliste. Anche negli stati cosiddetti moderati, come per esempio Arabia Saudita o Egitto, che fra l’altro sono amici dell’Occidente e degli USA e che quindi politicamente non sono nemici d’Israele, hanno però una concezione totalitaria della gestione politica che non può che far rabbrividire dei libertari. Già questa semplice considerazione ci fa affermare con forza che non ha senso essere partigiani dei nemici d’Israele in campo, cioè di schierarsi a spada tratta ed acriticamente con questo variegato e complicato mondo antiisraeliano, sposandone completamente la logica politica, magari sorretti dalla scusa resistenziale, come mi sembra faccia in buona parte la cosiddetta “sinistra radicale” ed anche qualche anarchico, presumo per reazione emotiva empatica.

Pedagogia Hezbollah

Un mondo aberrante

Il mondo che questi presunti resistenti ci fanno supporre di volerci propinare, ad uno sguardo carico di desiderio di libertà, come dovrebbe essere quello di un anarchico, è a dir poco aberrante. E non basta la motivazione, non sempre detta chiaramente, che siccome sono nemici dell’“impero americano” allora tatticamente bisogna appoggiarli in toto. È ciò che essi rappresentano che va combattuto con tutte le forze del ragionamento, della riflessione e della propaganda. Esattamente al pari di quello che, per le stesse motivazioni, rappresenta Israele, che fa stragi di civili sempre più dei suoi nemici semplicemente perché è più organizzato e più forte militarmente. Se ne fossero più capaci, anche i “resistenti” non sarebbero da meno, come dimostrano in continuazione con gli attentati kamikaze, con i bunker in mezzo alle abitazioni, con l’uso sistematico e indiscriminato di civili come muro difensivo.
Quella loro guerra, metaforicamente, sa molto più di guerra tra cosche o tra logge, quindi tutta interna ad una esclusiva lotta per la supremazia del potere nella regione, che di qualsiasi altra cosa. Certamente è lontana, come si usa dire “mille miglia”, da lotte di popolo come la resistenza ai fascismi o come è stata, per esempio, la rivoluzione spagnola del 1936 (di cui quest’anno in corso ricorre il settantesimo anniversario). Dal punto di vista di una comprensione adeguata ad una coscienza emancipatoria, è una situazione storica retrograda, del tutto dominata da una totale intolleranza reciproca, quindi sfavorevole a logiche di solidarietà e alternativa sociale e favorevole soltanto a una logica di imposizione della supremazia della forza. Per questo l’adesione incondizionata di una certa sinistra ai nemici d’Israele è tatticistica e opportunista. In altre parole non può appartenere a scelte che possano collimare con l’anarchismo.
Del resto sono chiarificatrici e significative le parole dei compagni anarchici libanesi, che vivono la situazione direttamente sul posto e che così si esprimono:

«Ancora una volta, la posizione politica che si deve adottare di fronte a quello che succede deve essere chiara, deve andare al di là di denunciare gli attacchi israeliani. Noi diciamo NO ad Hezbollah in quanto partito reazionario, religioso, filo-iraniano; diciamo NO al progetto di Bush, Blair e Chirac, secondo i quali questi attacchi sproporzionati (attaccare tutto il Libano per liberare alcuni soldati) sarebbero un atto di legittima autodifesa da parte di Israele; diciamo NO al comportamento del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, timido ed ambiguo; diciamo NO al governo libanese incapace, debole, contraddittorio, che passa il tempo a chiedere aiuto, a contabilizzare i danni, ed a rimettersi ai tribunali internazionali. A nostro avviso, solo una grande unione di una nuova sinistra, che aveva iniziato a prendere corpo con la nascita della corrente del 14 marzo, è in grado di far fare dei passi avanti alle cose. Nel frattempo dobbiamo trovare cibo e soprattutto le medicine per quel milione di libanesi sfollati a causa della guerra. E poi è necessario che ci siano delle forze d’intervento per favorire un indispensabile cessate-il-fuoco, il quale non può essere ottenuto se non in seguito a pressioni verso questi due belligeranti a cui tutto il mondo sta gridando: non ci piacete.». (1)

1. Al-Badil al-Chououi al-Taharruri (Alternativa Comunista Libertaria), Libano, 17 luglio 2006, citazione da mail della mailing-list “A-infos”. (Il testo completo si può leggere su: www.ainfos.ca/it/ainfos05054.html e www.fdca.it. N.d.R.).

Andrea Papi