rivista anarchica
anno 36 n. 319
estate 2006


anarchici

Le biografie contano
di Maurizio Maggiani

 

La frequentazione degli anarchici tra La Spezia e Carrara, le letture, la vita vissuta, le vite incontrate. Uno scrittore anarchico (ma assolutamente non militante) racconta i propri legami con l'anarchia. Nonviolenta, naturalmente.

 

Nonostante si autodefinisca “uno scrittore minore di una letteratura minore di una lingua minore”, Maurizio Maggiani (Castelnuovo Magra, 1951) è uno dei narratori italiani più importanti degli ultimi quindici anni.
Approdato alla letteratura verso i 40 anni dopo aver esercitato numerosi e disparati mestieri, con i suoi romanzi editi da Feltrinelli (ricordiamo per brevità Il coraggio del pettirosso) ha vinto praticamente tutti maggiori premi letterari: il Viareggio, il Campiello e, nel 2005, lo Strega con Il viaggiatore notturno. I suoi libri entrano nelle hit parade delle vendite pubblicate sui giornali. Maggiani però disdegna l'ambiente letterario: conduce una vita abbastanza appartata nella terra d'origine a cui è legatissimo, la Garfagnana, madre tra l'altro della sua identità anarchica, che lo scrittore ripropone spesso attraverso i mezzi a sua disposizione: i quotidiani e le riviste su cui scrive, la TV (addirittura al Maurizio Costanzo Show, a cui ha partecipato più volte), gli incontri col pubblico.
Un tema ricorrente nelle opere di Maggiani è la ricerca o l'invenzione di comunità “eretiche” che, negli angoli più sperduti del mondo e della storia, hanno praticato o praticano prassi politiche assimilabili al comunismo libertario. Un altro aspetto particolarmente importante è lo stile: Maggiani è un cultore della memoria e del racconto orale, è un rapsodo, un cantore di antichi poemi epici, è un cantastorie di paese. Tale caratteristica si esalta particolarmente negli incontri pubblici in cui egli dimostra grandi doti di affabulazione, tanto che ha più volte riproposto ed addirittura depositato alla SIAE (per provocazione, spiega) il suo bellissimo monologo L'ultimo giorno dell'assedio della città di Tuzla.
Di seguito riportiamo la trascrizione dell'intervento di Maurizio Maggiani in occasione della presentazione del Dizionario biografico degli anarchici italiani (edito dalla BFS di Pisa), iniziativa tenutasi a Forlì il 19 maggio scorso e organizzata dalla rivista “Una Città” e dalla Biblioteca Libertaria “Armando Borghi” di Castelbolognese.
Le sue concezioni dell'anarchia, della biografia nonché del dizionario scandalizzeranno forse molti lettori di questa rivista, ma per Maggiani in fondo l'anarchismo non è altro che una grande eresia dell'epoca d'oro del movimento operaio, pertanto le sue idee in proposito non possono essere che eretiche.

Roberto Zani

 

Per me le biografie sono importanti. Dirò meglio: non c'è opera che sia giustificata se non dalla biografia. Si dice per esempio: uno scrittore è sempre peggio della sua opera, oppure un'opera è sempre meglio del suo autore, e questa è una maledizione a cui non mi voglio sottoporre. Io credo che le biografie contino, che la vita conti, credo che io debba rendere conto della mia vita, alla storia, a un dio se credo in un dio, agli occhi di chi si ama, dei fratelli, dei compagni, agli occhi del mondo intero e di chiunque, in qualche modo, possa venire in contatto con le mie opere. Ieri sera ho visto un film propedeutico a questo incontro: Truman Capote – A sangue freddo. Capote è un grande scrittore che conosciamo per il romanzo A sangue freddo, la storia di due condannati a morte per un pluriomicidio; Truman Capote li ha seguiti per anni, li ha intervistati, ha vissuto con loro, ha inventato uno stile letterario e alla fine ne è uscito un grande romanzo-documento. Ma il punto è che non sarebbe stato un grande romanzo se la Corte Suprema degli Stati Uniti avesse concesso la grazia a questi due condannati a morte. Truman Capote non ha fatto nulla, non ha speso un centesimo delle molte migliaia di dollari che possedeva per trovare un grande avvocato che perorasse la causa di questi due condannati. Secondo me Truman Capote è un uomo indegno, e siccome è un uomo indegno è anche uno scrittore indegno.
Non faccio distinzione tra opera ed autore, tra opera e scrittore e questo vale anche per ogni altro uomo rispetto a qualunque altro tipo di lavoro… Le biografie contano. Sono le vite che producono felicità, tristezza, vita o morte, che producono futuro o uccidono presente. Sono le vite, innanzitutto le nostre vite. È delle nostre vite che dobbiamo rendere conto, ed è attraverso le vite che noi cogliamo il senso della storia, e non attraverso le opere; innanzitutto attraverso le vite. Io ho scarsa fiducia nella forza di salvezza e di redenzione del sapere o perlomeno del sapere calligrafico. Ho scarsa fiducia nei libri, non dico che non esista quel tipo di sapere e anzi, so che è essenziale e non potrei farne a meno, ma la prima, più solida, importante ed ineludibile forma di conoscenza, è la mia vita che si incontra con altre vite.

Mio zio Mattutino

Mio padre era un contadino diventato operaio. La sua vita giustifica le poche cose che mi ha detto. Solo la sua vita dà senso alle poche cose che mi ha detto, che sono fondamentali per la mia vita, per la mia evoluzione, la mia crescita; non ho condiviso sempre le cose che mi ha detto, ma anche quando non le ho condivise sono state l'ago della bussola che mi dava la direzione; mi allontanavo o mi avvicinavo, ma comunque era la direzione che mi ha offerto, la sua vita.
Credo di essere stato invitato qui perché passo e anche mi definisco un libertario anarchico. Io non sono un militante, sto per conto mio. Nonostante abbia aderito alla FAI per tutto il tempo che a Spezia era aperta la sezione, non sono oggi un militante, non conosco lo stato del movimento, conosco qualche anarchico qua e là per il mondo, vivo la mia esperienza di anarchico conscio, anzi nemmeno più conscio, la porto con me e basta, come è mio lo stomaco, la pelle e i piedi. Ma le poche cose che penso di sapere dell'anarchia non sono venute prima dalla lettura dei testi, sono venute dalle adesioni a delle vite, dalle biografie. Delle vite vere, consumate nella materia.
Sapete cos'è che mi ha fatto pensare che l'anarchia fosse buona? Io sono nato e cresciuto in un paese di anarchici, tra Castelnuovo ed Ortonovo, quindi tra le cave di marmo, gli scalpellini e i fornasini. La prima cosa che mi colpì da bambino era il portamento. Mio zio Mattutino, anarchico della prima ora (che strano, lui usava quella espressione e non si rendeva conto che era un'espressione tipicamente fascista, forse la usava come contrasto) era il fratello di mia nonna, e durante il fascismo, in occasione delle ricorrenze, finiva sempre in galera. E il 1° maggio andava davanti alla caserma dei carabinieri e diceva: “A' so' il prim anarchich di Castelnov, anarchico della prima ora!” e lo mettevano dentro per 3 o 4 giorni. Poi i figli l'hanno capita, ed allora il 30 aprile lo prendevano e lo legavano ad un albero su nelle cave di marmo, gli lasciavano due fiaschi di vino, da fumare e due formaggi, tanto per il 1° maggio si poteva anche dormire all'addiaccio. Mio zio si chiamava Mattutino non solo perché era il primo anarchico di Castelnuovo: era anche il miglior muratore, la gente lo chiamava Mattutino perché a differenza degli altri muratori non aveva bisogno di un manovale, ma di tre manovali per assisterlo. Era anche un fabbro provetto, di precisione, la dentiera se l'era fatta lui stesso in acciaio, e durante la mia infanzia quando questo ometto mangiava davanti a me, mia nonna diceva: “Senti tuo zio che quando mangia sembra un'officina”, perché faceva questo clangore… Però sapeva fare bene le cose, si distingueva perché sapeva fare bene le cose. A regola d'arte, come scriveva con la matita mio padre quando faceva i suoi preventivi da operaio: “il tutto a regola d'arte firmato Maggiani Dino”.
Questa è la prima cosa che mi ha colpito, che mi ha reso stimabile l'anarchia. Buona. Fare bene le cose, fare buone cose, fare cose belle e sempre utili anche, perché non erano certo tempi quelli in cui ci si gingillava col bricolage. E la domenica, festa peraltro religiosa, e il 25 aprile e il 1° maggio, sempre vestiti in perfette condizioni, un solo vestito ma il vestito, con la camicia bianca e la farfalla impeccabile. Se Mattutino era il primo anarchico di Castelnuovo, Bakunìn (non il principe) era il meglio anarchico di Castelnuovo. Quando lo conobbi era un ometto appoggiato alla sponda della fontana che si faceva una sigaretta con la cartina, vestito di nero, con la camicia bianca. Aveva combattuto in Spagna, in Grecia, in Paraguay, in Argentina. Quando morì aveva più di 90 anni, io 13 o 14. Era amico di uno zio di mio nonno, garibaldino delle ultime campagne garibaldine in America Latina.
Che strano poter vivere una vita per quella che si chiamava “la libertà dei popoli”. È questa la frase che usavano allora: per la libertà dei popoli. Non per il contratto di lavoro, non per la redistribuzione delle terre, che certo erano comprese come altre cose, però loro dicevano “per la libertà dei popoli”. Io non sono mai stato legato, se non nei primi tempi, alla corrente positivista e comunista del pensiero anarchico, io sono sempre stato un po' dall'altra sponda, più bakuniniano e forse in qualche modo spiritualista anche, ma la libertà dei popoli non è un concetto vago, perché è una roba che si definisce nella materia con grande concretezza, anche col fucile come nel caso di Bakunìn, con del piombo, della dinamite.

Maurizio Maggiani



Mio nonno Garibaldi

La libertà del popolo è materia, è sangue, eppure è un idea, è un ideale. L'ideale ha a che fare con un moto dello spirito e non è solo un moto della carne, non si va in Paraguay per il rinnovo del contratto. Forse era sbagliato, magari era più giusto andarci per il rinnovo del contratto: non lo so, io non ho certezze, ecco, in me vedete uno che non ha certezze perché vive benissimo senza traumi e angosce pur non avendo certezze. Però si andava per l'ideale. Le tre figlie di Bakunìn: Anarchia, Vera e Ideale. Ecco, la mia relazione con l'anarchia parte dalle biografie, da ciò che le vite che mi stavano intorno mi offrivano. E mi hanno offerto bellezza, mi hanno offerto una vita a rigore come si diceva allora, come un filo a piombo. Questo diceva mio zio Mattutino. Ho letto dei libri dei pensatori anarchici, ho fatto anche un'introduzione ad un libro di Bakunin, e quella è conoscenza, certo, ma ciò che io intimamente conosco e che mi rimarrà quando diverrò abbastanza vecchio e rincretinito da essere preda dell'Alzheimer e nulla ricorderò di quello che ho letto, sono sicuro che mi ricorderò dell'impatto di queste vite e delle poche parole che sono uscite dalle loro bocche. Todos cabajeros, con la “j” nell'inflessione argentina del castigliano, è il testamento morale che mi lasciò Bakunìn presso quella fontana prima di morire.
Stavo con mio nonno, chiamato Garibaldi perchè suo zio, (quello che fece le ultime campagne in America Latina), quando tornò e gli fecero vedere questo nipotino che era nato quando lui non c'era, gli mise in testa il cappello e tutti in coro a dire “Gli è come Garibaldi!”, e lui si è portato dietro questo nome senza mai pensare di smentirlo. A sua figlia, cioè a mia madre, ha messo nome Adorna, perchè quello era il nome della sua mula preferita. E questo non è un capriccio, le cose fatte bene comprendono il rispetto per gli animali che fanno bene le cose. La mula non è un animale da passeggio, non si tiene per compagnia, è un compagno di lavoro. Bello che l'avesse chiamata Adorna. E Bakunìn quella volta alla fontana mi guardò bene e domandò: “Ma chi è, il figlio di Adorna? Ah, sì…”, mi piantò i suoi occhi nei miei e disse: “Deh, te lo vedo negli occhi che diventi un bravo anarchico – cosa che non è mai successa – ma ricordati: ¡todos cabajeros!”. Tutti cavalieri. Se mi chiedete cos'è l'anarchia io non ho altre espressioni, non sono capace di fare discorsi molto più complicati di questo: todos caballeros, tutti cavalieri, tutti signori, tutti re, tutti principi, perché tutti padroni del proprio destino. Tutti uguali non perché tutti servi, ma perché tutti signori.
Frase non inventata da Bakunìn ma da un anarchico morto 300 anni prima di lui, tale Miguel de Cervantes che la mette in bocca ad un altro anarchico, Don Chisciotte, che in una taverna sporca e fumosa del deserto della Mancha, frequentata da puttane, delinquenti, contadini e artigiani anche, viandanti e vagabondi, ad un certo punto tira fuori il suo spadone, fa il gesto regale e li investe tutti, tutti: todos caballeros, tutti cavalieri. Poi ci sono delle raffinatezze, un pensiero e delle elaborazioni molto ricche, che però potrei anche non aver mai conosciuto e considerarmi onestamente un anarchico se conducessi – come spero di fare – la mia vita in base al principio “tutti cavalieri”.
Io vivo nella certezza che tutti sono uguali, perchè tutti sono signori e padroni del proprio destino. E credo che potrei vivere onestamente pensando di essere un anarchico, se penso che ogni cosa che io faccio deve essere fatta a regola d'arte. Fare e fare a regola d'arte. Ma gli anarchici che io ho conosciuto erano tutti costruttori, che facevano qualcosa: chi faceva il fabbro, chi vendeva cappelli, chi faceva il barbiere e curava le persone, chi il falegname, il muratore, l'operaio, tranne i principi, quelli si sa che sono destinati al puro pensiero. C'è una cosa che non ho trovato nelle ricche biografie qui (sbatte ripetutamente la mano sul dizionario, N.d.R.) ed è una critica che faccio: non è riportato un episodio fondamentale della vita di Malatesta, quando andò a trovare Bakunin.
Nel grande fervore degli anni '70 di due secoli fa, il giovane Malatesta va a trovare Bakunin che abitava a Firenze dietro il Bargello, arriva e bussa la porta, gli apre la serva, lui guarda la serva, prende il cappello e se ne va oltre. Questa è biografia. Giusto, un anarchico non può avere una serva. Non può essere la casa di un anarchico quella lì, aveva sbagliato casa. Questa è l'idea che aveva Malatesta, un anarchico non può avere una serva. Quindi forse la biografia del principe Bakunin difettava di qualcosa, forse gli aristocratici sono destinati ad essere difettati di natura, hanno un problema nel genoma, forse hanno un cromosoma in meno rispetto a Malatesta. Però è bello eh? Sì, è bello. Francamente non so se sia successo davvero: corre voce, io l'ho sentita e più volte. Ma non importa, io voglio che sia così, è giusto, è bello che sia così, Malatesta è quello lì, proprio quello lì, forse successe davvero, ma non lo so e questo non importa. La biografia è materia (batte la mano sul dizionario, N.d.R.) – e scandalizzerò gli studiosi – ma è ciò che più della materia si tramanda, passa da bocca in bocca, di voce in voce, più della materia. Sì, una vita è viva ben oltre la sepoltura del suo conducente. Una vita è viva finché ha voce, dura per tutto il tempo che dura la sua eco. La biografia del mio prozio Mattutino è ancora viva in qualche modo, ne ho parlato oggi a 40 anni dalla sua morte, esiste, c'è, e ciò che io vi racconto di lui potete crederlo o no, ma cosa importa? Perché no?

Umanità nova

A proposito, è vero che non ci sono piccoli borghesi in quantità nel movimento anarchico (indica il dizionario, N.d.R.), perché gli anarchici o sono principi o proletari, e credo che l'alleanza strategica tra aristocratici e proletari contro l'odiata borghesia sia un disegno sicuramente a lungo studiato da Bakunin. C'è una cosa però: da cosa identifichi il carattere aristocratico, dal portamento?
È la dissipazione. Cioè il nobile, l'aristocratico dissipa, sperpera, distribuisce, è la forma più arretrata di redistribuzione del reddito, non c'è famiglia nobile che non abbia dissipato quello che possedeva, nella coscienza probabilmente che non era roba sua, che l'aveva ricevuta in modo fatuo ed immorale. Sì, forse sono un anarchico all'acqua di rose, però secondo me Bakunin ci pensava, a stringere quell'alleanza tra aristocrazia a proletariato…
In fin dei conti, l'anarchia per me è anche umanità nova. Spero che lo sia anche per tutti voi. Ma l'umanità nova non c'è. La vediamo? Va costruita, l'umanità dovrà avere in sé la forza di costituirsi in umanità nova, perché solo l'umanità nova potrà adempiere al grande disegno dell'anarchia. Viviamo noi in una temperie umana in grado di mettere insieme il grande teatro dell'anarchia? No, lo sappiamo empiricamente.
Mi sto riferendo al grande del paesaggio dell'anarchia, ed è l'umanità nova che lo deve fare, e se noi siamo qui, se ci giustifichiamo, se le nostre biografie giustificano la nostra vita, di ciò che la nostra vita consuma in aria, alimenti, acqua, affetti e tutto quanto, è perchè siamo qui per costruire l'umanità nova, per aggiungere un pezzo, un mattone, una mano, un pensiero, alla costituzione dell'umanità nova. Beh, è una grande fortuna che la storia non finisca mai! Perché se la storia dovesse finire, te la raccomando l'umanità nova! E quando mai? Io credo che un anarchico – parlo di me, non so voi – sia abituato ad avere una sorta di strabismo dell'orizzonte, cioè viva traguardando oltre l'orizzonte, l'orizzonte in sé è solo una linea d'ostacolo, la definizione di una misura. Un anarchico deve saper vedere al di là, se no l'umanità nova non la vede. Se non sa travalicare l'orizzonte della storia, di questa storia, non vede niente di quello che gli interessa vedere.
Allora pensate a tutte le biografie in una prospettiva di una storia che non finisce mai. Vite che non finiscono mai, che durano, che si mantengono nel tempo, generazione dopo generazione. Sì, anche attraverso i libri, ma io spero che questi due bellissimi volumi del dizionario vadano anche su internet, perché non ci si può far niente, ma i ragazzi la prima cosa che fanno è andare a consultare internet. Non credo che si vendano 5 milioni di questi volumi, mentre penso che nei prossimi anni 5 milioni di persone vorranno andare a leggere su internet queste biografie. Sicuro, perché come ben sapete ci sono tanti anarchici sparsi in tutto il mondo e c'è molta gente interessata a sapere, a capire… Per esempio in America ci sono molti anarchici ma magari non si definiscono così, perché questa definizione crea dei problemi di carattere legale in molti paesi, dove queste sono considerate parole pericolose, da tenere sotto strettissima sorveglianza. Se la storia non finisce mai, abbiamo bisogno che non finiscano mai le vite, che si tramandino, che continuino. E quindi anche questa banale e stupida cosa che è il mio parlare a voi delle vite che io ho incontrato è fare lavoro per l'umanità nova, credo. Lavoro da poco, da niente, ma qui non ci sono solo architetti, ci sono anche muratori e ci sono manovali: io sono manovale, porto la calce a mio zio Mattutino che tira su il muro.
Quando ero un po' più grande, a 18 anni, ho cominciato a frequentare la FAI, un po' alla Spezia, un po' a Carrara, ho iniziato a lavorare, potevo muovermi e fare quello che volevo. A 18 anni ho aderito alla FAI perché a Spezia c'era un signore, Bruno Corsini, che di domenica lasciava volentieri la chiave della sezione a chi ne avesse bisogno per andare a fare l'amore. Ed io ci ho portato la mia prima ragazza nella sezione della FAI! Poi in seguito ho avuto tutto il tempo di abbeverarmi alla conoscenza e al sapere, ma era bello, era giusto, aveva ragione il compagno Corsini, bancario che faceva bene il suo lavoro in una banca di merda come il Banco di Napoli.

Tra gli anarchici di Carrara

Ma è giusto, la casa dell'anarchia serve anche per fare l'amore per chi non ha casa, per dormire per chi non ha casa, per studiare, per mangiare se uno non ha un posto dove mangiare. Però io ho frequentato soprattutto Carrara, e se conoscete i compagni di Carrara credo che possiate capire come l'anarchismo carrarino non sia un anarchismo sostanzialmente politico: è genetico, viene proprio dal genoma, è un tema di etnografia.
Se voi conoscete le biografie dei carrarini lo capite. Avete idea di cosa sia lavorare il marmo? Tutti quelli che avevo conosciuto a Carrara facevano cose e le facevano bene. Poi adesso con i fili diamantati è cambiato tutto, viviamo in una realtà universale dove non si fanno più le cose e mi piacerebbe capire dove finirà l'anarchia quando non si faranno più le cose, se uno dei principi è fare bene le cose. Bene, la squadra di cava si chiamava “mano”: era fatta di 5 uomini, che cosa vuol dire? O questi 5 lavorano assieme come le dita di un'unica mano, o ci scappa un morto al giorno. Ci sono dei princìpi di lavoro che qualunque padroncino di cava sa a memoria come i suoi operai e sono i seguenti: ognuno responsabile per tutti, tutti solidali con ognuno; se no il lavoro non si fa, viene giù qualcosa, muori. Vi dice niente? Ha qualcosa a che vedere col pensiero anarchico, o no? È gente che fa questo lavoro da 1000 anni e questa idea non è un'idea, è proprio materia, è biologia. Ed essendo i carrarini anarchici genetici, hanno anche fior fiore di pensatori. Ricordo un incontro con un vecchio anarchico (di cui purtroppo non rammento il nome), io avevo 18 anni e vi potete immaginare con che rispetto e ammirazione mi rivolgevo a questi vecchi, con invidia anche, comunque ero come tutti gli altri, un ragazzino pieno di queste idee.
Eravamo in piazza a Carrara e parlavamo, era il periodo in cui si è un po'sfaldata la FAI intorno al ‘68/‘69, io e gli altri ragazzi eravamo yè-yè, altroché tutti per bene, a rigore, a filo di piombo. Stava cambiando tutto. Ebbene, stavamo discutendo e ad un certo punto, in mezzo al vociare, con grande calma questo vecchio anarchico disse: “L'anarchia ‘on se pò dì”. L'Anarchia non si può dire, non si può descrivere.
Io ci tengo a questo principio. Come tengo alla materia, come penso che fare tutto a regola d'arte, la mia vita a regole d'arte, a rigore, sia il buono dell'anarchia, come credo a todos caballeros, è anche vero che l'anarchia non si può dire per intero, non è descrivibile per intero, non è una geografia che puoi racchiudere in una tavola perché c'è sempre, oltre l'orizzonte, lo sguardo dell'anarchico. È sempre oltre la linea che delimita e che confina, quindi anche oltre la linea della definizione. Io non sono uno studioso, ma pensate di poter compendiare un'ideologia anarchica? Io non credo, c'è un pensiero, ci sono pensieri, delle elaborazioni, delle prassi. Io sono certo di poter dire cos'è un liberale, un comunista, un fascista, posso delimitarlo con precisione. Anzi, egli si delimita e ci tiene a delimitarsi, a circoscriversi e a darsi un orizzonte anche molto corto, vicino. Ma non credo di poter dare una definizione di anarchico, se non raccontando appunto e di non finire mai di raccontare, perché al di là della linea c'è sempre qualcosa che giorno per giorno tu pensi di intravedere, di percepire, di sentire. L'anarchia non si può dire. E vorrei farvi notare che è la traslitterazione del nome di Dio. Anche Javhé per i giudei è colui che non si può dire, che non si può descrivere. Inquietante? Non lo so, per me è rassicurante, così posso pensare di giocare su due tavoli! Però credo che ci sia qualcosa, una relazione…
Io non sono un ottimista, un positivista, non credo che questa umanità ce la potesse fare come credeva Kropotkin, non ho la sua fiducia, il suo positivismo, la sua chiarezza. Penso che l'inefficienza del comunismo, prima ancora del suo fallimento, stia proprio in questa grande fiducia nell'uomo di oggi che costruisce il socialismo. Io credo che sia necessaria l'umanità nova, che può certo assomigliare all'umanità dove ognuno è responsabile per tutti e tutti sono solidali con ognuno, non sarebbe poi male vivere con grande dignità, e anche felicemente ed allegramente. Ma no, l'anarchia non si può dire. Questo però mi da una grande gioia perché mi fa pensare che i giochi non sono tutti chiusi, che non è tutto definito, delimitato, che ci sono ancora un sacco di cose che nemmeno conosco, ma che basta che io mi metta per strada e le incontrerò, le sentirò, le capirò, ci ragionerò, le toccherò… “L'anarchia non si può dire” è una buona notizia perché significa che si sta costruendo, che si sta facendo, che anch'io sono chiamato a farla. Come il dio che non si può dire, colui che non si può descrivere. La costruzione di dio è la costruzione dell'anarchia, è un processo destinato a durare in eterno. Pensate se i liberali potessero dire: il liberalismo è destinato a durare in eterno. Vi sembra una buona notizia? Da qui all'eternità costruiamo il liberalismo, oppure il comunismo…



In Bosnia con Tom Benettollo

Io non sono mai stato comunista, lo dico con dispiacere perché è più facile e più semplice essere comunista, lo è ancora oggi. L'idea di potere è estremamente efficace. Se il comunismo è stato inefficiente per una serie di importanti questioni, sulla questione del potere è invece della massima efficienza. Scusate, ho anche – come dire – dei singulti personali: una delle persone che più odio tra il personale politico di questo paese è Massimo D'Alema. Perché la sua idea del potere è talmente vivida, presente, talmente chiara e disdicevole per me che io posso avere solo una reazione emotiva nei suoi confronti: lo odio, non è che lo disapprovo e voto per un altro, lo odio e basta.
Un'ultima cosa. Io sono un nonviolento. Io mantengo per me, come principio, la pace tra gli oppressi e la guerra agli oppressor. Io ho un amico frate che dorme col mitra sotto il materasso, ma vive nel Mato Grosso. E lui rischia di morire tutti i giorni perché ha una piccola cooperativa di contadini e ci sono i proprietari terrieri, e poi a vivere nel Mato Grosso non si va tanto per il sottile… È un frate ma tiene il mitra sotto il materasso. Credo che faccia bene, spero che non se lo dimentichi quel mitra.
Ma nel cuore dell'Occidente una scelta di violenza la trovo non solo inutile, controproducente, odiosa, ma inammissibile, e non per un'elaborazione teorica ma soprattutto per esperienza, perché a 18 anni anch'io ho cominciato con le bombe molotov, non mi ero tirato indietro, e poi avanti, avanti… Io devo questa scelta della non violenza anche ad un amico (biografie, biografie…) non anarchico ma comunista, uno dei grandi uomini che ho avuto la fortuna di incontrare: Tom Benettollo, leader di movimenti pacifisti d'Europa. Con lui ho viaggiato nella guerra di Bosnia per anni, e lui mi ha aiutato a capire la scelta della nonviolenza, e ne discutevamo anche mentre ci sparavano addosso e non che fossimo contrari al fatto che ci si dovesse non difendere in eterno… Mentre cercavamo di tenere aperta una scuola a 10 metri dal ponte di Mostar, oppure un'infermeria a Tuzla. Nel cuore dell'Occidente c'è solo un gesto di violenza ammissibile che è il gesto anarchico, e cioè mettere una bomba sotto il culo del re. Ma il punto è che il re non si vede più, è nascosto, è sublimato, è vaporizzato, oppure si è costituito in un'entità virtuale, spirituale, chiamatela come volete. Non c'è più Umberto I che gira per le strade in carrozza.
L'unico gesto di violenza che considero rispettabile e doveroso non si può più fare, e questo mi induce a riflettere su come si possa costituire l'umanità nova se non si riesce a poter licenziare il re. Che non è Bush o Berlusconi; e men che meno le agenzie di lavoro interinale. Ieri sera ho visto un volantino di un gruppo anarchico che diceva: “basta con la vile aggressione, con l'orrenda oppressione, con la repressione delle canagliesche forze di polizia”. Tra l'altro questo era un linguaggio che noi contestavamo al compagno Corsini nel '68, perchè volevamo fare qualcosa di più nuovo. Comunque questi erano imbestialiti perché avevano arrestato dei loro compagni, ribelli da sempre (li definivano così) che avevano messo delle bombe carta nelle agenzie interinali.
Ma fatemi capire. I ribelli vogliono la guerra, ma la guerra sarebbe mettere le bombe carta alle agenzie interinali o ai tralicci dell'Enel? E poi se vuoi la guerra, o la vinci o la perdi; ma se la perdi perché tu l'hai voluta, non ti puoi lamentare se c'è la vile repressione: cosa vuoi che ci sia, il condono? Ce ne sono stati dei veri ribelli. Cercavano di metterla sotto il culo del re, e ci sono anche riusciti. E questa è la cosa più difficile oggi. E non c'è programma politico più impegnativo e serio, che richieda più conoscenze, più intelligenze, della realtà. Capite, insieme intelligenza dell'oltre-orizzonte e intelligenza della realtà.
È un lavoro immane, che si deve fare anche sui libri, sicuro, un lavoro di conoscenza, ma è un lavoro di vita, di vita come conoscenza, per conoscerla, la vita, per poter trovare il modo di mettere la bomba sotto il culo del re, lavorando allo stesso tempo alla costituzione dell'umanità nova.

Maurizio Maggiani
(trascrizione a cura di Roberto Zani)