rivista anarchica
anno 35 n. 309
giugno 2005


attenzione sociale


a cura di Felice Accame

 

Il partigiano, l’aviatore e la macchina investigativa

 

Tra lo scienziato e lo storico la differenza è abbastanza chiara: il primo considera ripetibile quel che il secondo, di principio, considera ben fissato ad un posto ed a un momento, che, dunque, come tale, diventa irripetibile. Che, poi, certi storici, sulla base di confronti che sono sempre liberi di fare, amino raccontarci che, essendo il dato contesto simile a quell’altro, è lecito aspettarci in questo quel che è accaduto nell’altro, va interpretato più come la manifestazione – non sempre conscia – dei loro desideri di attualità, che non l’affermazione di un sapere indiscutibile. Che scienziato e storico, infine, possano condividere qualche aspetto della loro attività con il detective è ovvio: sono tutti impegnati a ricostruire narrazioni cui si chiede un minimo garantito, la coerenza.
Jurgen Kluver e Christina Stoica – in un saggio intitolato Un detective a tutto bit – raccontano della possibilità di automatizzare l’investigazione. Con le tecniche dell’intelligenza artificiale, o, più precisamente, con le reti neurali – marchingegni più o meno teorici che si vorrebbero imitino il cervello umano –, è stato analizzato Il mistero della cassapanca spagnola, un racconto di Agatha Christie, mettendo in competizione, per così dire, la macchina con il famoso detective Hercule Poirot. Chi dei due sarebbe giunto per primo ad individuare l’immancabile colpevole? Inutile dire che le risultanze di questi esperimenti sono penose: è ovvio, infatti, che il programma computeristico debba possedere il medesimo sapere che è a disposizione di Poirot per giungere alle medesime conclusioni. È ovvio che, fra questo sapere, non c’è solamente, che so, il grado di parentela del principale indiziato con la vittima, ma anche tutta quell’enciclopedia che specifica cosa sia un grado di parentela nonché una miriade di altre cose che Poirot sa per apprendimento progressivo e che la macchina di per sé non sa di sicuro. Ed è anche ovvio che, quando Kluver e Stoica dicono che la macchina in questione – la macchina investigatrice – “deve disporre di tutti i dati” si mettono in bel guaio. “Tutti” è una categoria mentale particolarmente infida: implica l’esaurimento di un catalogo, ma se preventivamente di questo catalogo non viene fornito il criterio tramite il quale compilarlo, ecco che “tutti” non designa più alcunché. Quel che è un “dato” per qualcuno, può esser ricondotto ad un altro “dato” da qualcun altro, perché il “dato” non è mai tale e, piuttosto, è un “costruito”.
L’idea del computer detective è vecchiotta, peraltro. Nell’edizione italiana di “Playboy”, Italo Calvino pubblicò L’incendio della casa abominevole, un racconto che, più tardi, avrebbe dovuto diventare un romanzo dal titolo “L’ordine del delitto”. Rimase soltanto alla stato di bozza, ma in esso era già chiara l’idea del programma computerizzato per risolvere una catena di delitti: i personaggi erano quattro, le azioni transitive erano dodici (tipo “spiare”, “strangolare”, “ricattare”, etc.) e la combinatoria delle eventualità ottenute da Calvino ammontava ad un numero composto da tredici cifre. Roba da computer, per l’appunto, in linea con le curiosità di un Calvino nei confronti dei giochi letterari e della linguistica computazionale – un Calvino ormai lontano dai tempi de Il sentiero dei nidi di ragno.
Esautorando il computer, invece, ne Il partigiano e l’aviatore, Davide Pinardi porta a termine due tipi di indagine su quelli che, superficialmente, potrebbero essere classificati come due tipi di morti. La prima riguarda la morte di Federico Barbiano di Belgioioso, un partigiano ucciso a Milano il 27 aprile del 1945. Pinardi è preso dall’ingranaggio della curiosità storica perché, leggendo le cronache, i conti non gli tornano: Federico sembrerebbe ucciso per errore da altri partigiani – e così lui e la sua storia sono stati sepolti, consentendo, peraltro, che a commemorarlo anni dopo siano, contemporaneamente e ben separatamente, fascisti ed antifascisti. Le versioni di “come sono andate le cose” gli si moltiplicano tra le mani – ne conterà addirittura sette – , e, soprattutto, gli si deforma innanzi agli occhi la figura di partigiano che, per errore, l’avrebbe ucciso.
La seconda indagine riguarda Gianni Romanini, un militare, pilota d’aereo, sparito in Africa il 21 aprile del 1941, i cui resti vennero ritrovati nel deserto libico il 21 luglio del 1960. Anche qui, ovviamente, ci sono conti che non tornano – fra questi il fatto che il ritrovamento avviene in un punto molto lontano da dove si pensava che dovesse e potesse avvenire – e l’affettuosamente scrupolosa indagine di Pinardi rimette tante cose al loro posto. Ma, in questo gioco di immaginazione e pazienza, oltre ai cosiddetti fatti, capita a Pinardi di ricostruire la matrice di un pensiero nonché la gamma di quelle conseguenti opzioni comportamentali che, attingendo alla collettività di un’epoca – il fascismo –, colorano questo pensiero del sentimento di una persona, concedendogli pertanto le sue sfumature di individuo, prima, e di vittima, poi.
Da una prospettiva, allora, l’assassino è il fascismo: la mitologia del volo, l’orgogliosa spettacolarità del “Maresciallo dell’Aria” Italo Balbo, il dannunzianesimo che canta la macchina aerea, la retorica futurista dell’“esteta armato”, l’“uomo nuovo” e “moderno” che irride dall’alto ai beduini indifesi nella loro medioevalità. Ma dall’altra prospettiva le cose si complicano.
Federico è stato ammazzato da tal Giuseppe Marozin, detto “Vero”, e questo Marozin non ha soltanto una storia, ne ha due. In una è un eroe partigiano, un eroe cui inneggiano i manifesti affissi sui muri della Milano del 25 aprile, una “simpatica figura di capopopolo”. E una fotografia è lì ad attestarlo: è in piazza del Duomo, accanto a Pertini e a Bonfantini, in trionfo, acclamato, si gode l’agognato momento della liberazione dal nazifascismo. Nell’altra storia è meno acclamabile.
Fra i pochi altri, ne raccontava già Mario Bernardo nel 1969, in un libro intitolato con il sospiro di un bene perduto per sempre, Il momento buono, dove diceva che, in pratica, nel vicentino e nel veronese, Marozin non si è comportato molto diversamente dai nazifascisti, razziando quel che poteva, torturando ed uccidendo. Fascista, d’altronde, fino a poco prima – era stato in Spagna, ma dalla parte dei nazionalisti –, sarebbe stato strano si comportasse altrimenti. Tanto è vero che il comando dei partigiani l’aveva condannato a morte – una condanna alla quale Marozin e i suoi riescono a sfuggire, ai primi di novembre del 1944, scappando proprio a Milano, dove, nella versione benefica di Pertini e di Bonfantini, Marozin si ritrova eroe. A nulla valendo – così andavano e così vanno le cose – lo sdegno dei partigiani che, invano, ne chiedono l’arresto. Ed è da eroe, dunque, che, nell’esercizio del suo mestiere, incappa nell’increscioso “incidente” di ammazzare Federico.
Nel risalire di responsabilità in responsabilità si può andare indietro all’infinito. Il momento buono per fermarsi è indice della sensibilità di un’epoca e di una persona che in quest’epoca vive con un quadro di valori che è di tutti quanto suo. Dove Pinardi entra in crisi – allorché i dati gli si contraddicono e le categorie alle quali è stato educato non gli bastano più e, anzi, sembrano portarlo fuori strada –, il marchingegno dell’intelligenza artificiale non arriva ancora.
Il sentiero dei nidi di ragno è del 1947. A metà degli anni Sessanta, in occasione di una ristampa, Calvino vi aggiunge una prefazione estremamente interessante. Non solo perché ammette che, al momento, “i discorsi sulla letteratura” gli danno “sempre più fastidio”, precisando trattarsi di quelli degli altri come dei suoi, ma perché, con leale incertezza, cerca di far comprendere e comprendere egli stesso cos’era stato il suo rapporto di persona e di scrittore con quella Resistenza cui, dal 1944, sui monti liguri, aveva partecipato direttamente. Bene, già allora, Calvino accusava la “rispettabilità ben pensante” del primissimo dopoguerra e la retorica che della Resistenza mistificava la natura. Con onesta e dolente umanità diceva che, per molti dei suoi coetanei, “era stato solo ih caso a decidere da che parte dovessero combattere” e che, per molti, “le parti tutt’a un tratto si invertivano, da repubblichini diventavano partigiani o viceversa; da una parte o dall’altra sparavano o si facevano sparare” e “solo la morte dava alle loro scelte un segno irrevocabile”. Il sentiero dei nidi di ragno, già allora, dunque, fu il riflesso di una “ostentazione di spavalderia quasi provocatoria” su due fronti: contro i “detrattori della Resistenza” e, “nello stesso tempo”, contro i “sacerdoti d’una Resistenza agiografica ed edulcorata”.

Felice Accame

P.s.: Ne Il partigiano e l’aviatore di Pinardi, fanno anche la loro comparsa – non sempre luminosissima – alcuni dei personaggi che compongono l’iconologia degli Gli anarchici e la Resistenza, in “A” 307. Andrebbe allora rammentato che Perelli, Pietropaolo e Bruzzi, per esempio, figurano come interpreti minori di quell’inquietante caso che, nel 1921, fu l’attentato al Diana. Bruzzi è imputato, ma, francamente, non ho mai capito di cosa. Perelli, invece, è stato condannato, perché era stato sorpreso, per strada, nella stessa sera dell’attentato al Diana, mentre, con altri, si dirigeva verso la sede dell’“Avanti!”, dove, secondo le sue parole al processo, avrebbero voluto fare una “dimostrazione”, con bomba. La sua carriera politica virerà più tardi in direzione del Partito Socialista Italiano e, infine, verso il Partito Socialdemocratico. Anche a Pietropaolo toccheranno 16 anni e 11 mesi di carcere. A Germinal Concordia viene ascritto il merito di aver liberato Villa Triste, a Milano – la nota sede dei torturatori della banda di Pietro Koch –, ma, a quanto risulta da più parti, già Mussolini, verso la fine del 1944, si era dato da fare in proposito ordinando l’arresto di Koch (che scappa e si consegna alla questura di Firenze tempo dopo). Alla fine del 1945, comunque, Germinal Concordia – con Perelli e Pietropaolo – fonda una Federazione Libertaria Italiana che sembrerebbe piuttosto orientata alla partecipazione elettorale e, nel 1950, non lasciando più adito a dubbi sulle sue intenzioni, fonda il Partito Comunista Nazionale Italiano. Passi per il “comunista”, ma per il “nazionale”... Mah. Qualche perplessità sul loro anarchismo è inevitabile. Ricordandosi, anche, delle raccomandazioni di Malatesta quando diceva che “gli anarchici non debbono, non possono essere dei giustizieri”, perché “essi sono dei liberatori”.

P. p. s.: Il saggio di Kluver e Stoica è in “Mente e cervello”, III, 14, 2005. Del racconto di Calvino e del progetto di romanzo parla Paul Braffort in Letteratura e matematica – Il guerriero rigoroso, in “AltroVerso”, 6/7, dicembre 2004 – marzo 2005.
Il partigiano e l’aviatore di Davide Pinardi è pubblicato da Odradek (Roma 2005). Il momento buono di Mario Bernardo venne pubblicato da Ideologie, a Roma nel 1969. L’esteta armato è il titolo di un saggio di Maurizio Serra, edito da Il Mulino, a Bologna nel 1990. Cfr., infine, L’attentato al Diana, Napoleone, Roma 1973. Per la citazione di Malatesta, cfr. E. Malatesta, Errori e rimedi (a cura di P. Adamo), MB Publishing, Milano s. d.

Gli anarchici e la Resistenza
Precisazioni redazionali

Alcune affermazioni dell’amico Felice Accame nel suo “P.s.” ci spingono a precisare che:

  1. Gli anarchici citati (e di ciascuno dei quali abbiamo pubblicato un’immagine) nella doppia pagina fotografica (pagg. 26-27) del numero di aprile di “A” non fanno parte di alcuna “iconologia” ufficiale, ma – come precisato nelle due righe introduttive – sono solo alcuni partecipanti alla lunga Resistenza antifascista degli anarchici.
  2. La presenza tra i 17 antifascisti anarchici citati, di Germinal Concordia, Mario Orazio Perelli e Antonio Pietropaolo – che dopo la Resistenza si allontanarono dal movimento anarchico approdando in forme diverse ai lidi della socialdemocrazia – non significa, naturalmente, che noi sottovalutiamo né tantomeno condividiamo tale loro scelta successiva al periodo esaminato. Contrariamente a Felice, non pensiamo che tale loro scelta successiva renda inevitabile qualche perplessità sul loro anarchismo. Da Andrea Costa a Francesco Saverio Merlino, a Piercarlo Masini, sono state innumerevoli le persone che dopo una intensa e a volta lunga militanza tra le fila anarchiche se ne sono allontanati. Nessuno potrebbe negare che siano stati anarchici.
  3. Per quanto riguarda il Partito Comunista Nazionale Italiano, ci limitiamo ad osservare che il termine “nazionale” non deve evocare analogie con il Socialismo Nazionale di hitleriana memoria né con altri fenomeni nazionalisti. Analogamente l’uso del termine “comunista” merita un’attenzione non superficiale: nella turbolenta fase post-resistenziale numerosi furono i tentativi di rivendicare un’identità comunista alternativa e antagonista a quella (stalinista) del PCI. Peraltro anche tra gli anarchici la scelta di abbandonare il termine “comunista” (nell’autodefinizione di “comunisti anarchici” o “comunisti libertari”) non fu né scontata né indolore, prima del congresso costitutivo della Federazione Anarchica Italiana (Carrara, settembre 1945).
  4. Analogamente la presenza, tra i 17 antifascisti anarchici citati, di Bruzzi, Perelli e Pietropaolo – tutti e tre implicati (per la precisione) non nell’attentato al teatro Diana ma in episodi collaterali e contemporanei – non comporta da parte nostra alcuna sottovalutazione della gravità di quel fatto né alcuna attenuazione della nostra totale ferma dissociazione da qualsiasi mezzo di lotta che abbia comunque esiti indiscriminati e obiettivamente terroristici. Fa bene Felice a citare le parole di Malatesta, che condividiamo.

La redazione di "A"