rivista anarchica
anno 35 n. 305
febbraio 2005


 

Radici cristiane? Prego, si accomodi

Dagli al prete nero!

Tempi duri, per i cristiani d’Europa: mentre gli zii d’America (lo dice il ragionamento stesso) se la passano assai bene, nel vecchio continente c’è un’aria di persecuzione che nemmeno Nerone. Li perseguitano un po’ tutti, bisogna dirlo. E dire che loro, i cristiani, fanno l’impossibile per farsi benvolere come dimostra, tanto per fare un esempio, la recente legge sulla procreazione assistita da loro ispirata, lodata financo da un mangiapreti come Rutelli.
Così, tra un episodio di intolleranza e una prevaricazione (si pensi all’annosa questione del crocifisso nelle scuole pubbliche, o al fatto che la curia debba assumersi l’onere di scegliere gli insegnanti di religione pagati dallo stato), si è arrivati fino al gesto estremo compiuto, in due tempi, dal parlamento europeo in spregio di quel filosofo di Buttiglione Rocco, respinto in favore di Frattini al solo scopo di aggiungere la beffa al danno.
I cristiani però, che di persecuzioni se ne intendono, non sono stati colti di sorpresa.
Già dalle prime avvisaglie, infatti, hanno capito quanto gli si stava tramando alle spalle e hanno avuto subito ben chiaro dove si sarebbe andati a parare: sarà per colpa della cultura illuministica, sarà per colpa dell’allargamento a Est (dove, sotto sotto, sono ancora tutti un po’ comunisti) l’Europa, di loro, non ne vuole più sapere. È forse vero – lo ha detto anche Paolo Mieli – che al giorno d’oggi i cristiani sono una minoranza. Si riconoscerà però che non è questa una buona ragione per perseguitarli, manco fossero Catari.
La persecuzione, tuttavia, non spaventa i cristiani più di tanto. In fondo di santi morti nel proprio letto ce ne son pochini e, come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica: “il martirio è la suprema testimonianza resa alla verità della fede; il martire è un testimone che arriva fino alla morte [...]. “Lasciate che diventi pasto delle belve. Solo così mi sarà concesso di raggiungere Dio”” (art. 2473). Piuttosto, ciò che i cristiani non sono abituati a subire è l’altrui indifferenza, e verso di essa sono perciò disarmati. Mi martirizzi? E io, alla faccia tua, raggiungerò dio. Ma se mi lasci a far da tappezzeria, allora sì che vado in bestia!
Così, mentre i cristiani hanno superato con relativa facilità il trauma dello schiaffone a Buttiglione (che non è Tommaso D’Aquino, in fondo, lo vedono anche da soli), c’è un tarlo che continua a rodergli nell’orgoglio, una talpa che gli scorrazza per l’amor proprio: quelle radici cristiane che l’Europa snobba, anzi, peggio ancora, ignora.
Recupero il Corriere della sera del 21 giugno e leggo di Karol Wojtyla che, durante l’Angelus di domenica 20, è tornato sul tema delle “radici cristiane dell’Europa”, o meglio, sul fatto che il preambolo della Costituzione europea non ne faccia menzione, come lui avrebbe invece fortemente voluto. Wojtyla, pare divagando dal testo scritto, ha preso a parlare in polacco e, fuori di sé dalla rabbia, ha gridato: “Ringrazio la Polonia che nelle sedi europee ha difeso fedelmente le radici cristiane del nostro Continente, dalle quali è cresciuta la cultura e la civiltà della nostra epoca. Non si tagliano le radici dalle quali si è nati!”.
Mai come in questo caso mi trovo d’accordo con lui, e non solo per simpatia verso i perseguitati. Wojtyla ha ragione da vendere, perché la memoria è una cosa seria, forse la più seria di tutte. Quello che non capisco è perché si arrabbi tanto. Comunque, nel mio piccolo, provo ad accontentare l’anziano pontefice con un florilegio, certo parziale, dei contributi che la Chiesa Cattolica e lui stesso hanno fornito alla costruzione dell’Europa e, più in generale, alla “cultura e alla civiltà della nostra epoca”.

Contributi cattolici all’Europa

L’exploit del Vaticano nella politica internazionale moderna è il “Non expedit” del 1874, che consiste in un esplicito divieto per i cattolici italiani di partecipare a qualsiasi titolo alla vita politica del Regno d’Italia. I cattolici dovevano avere soltanto il papa come sovrano e il diritto canonico come legge, pena la dannazione dell’anima. Fu abolito nel 1919. Se fosse per le radici cristiane, quindi, l’Italia non ci sarebbe stata, e l’Europa avrebbe su per giù la forma del Sacro romano impero.
Saltiamo al 1984 e incontriamo Paul Marcinkus, cardinale al vertice dello IOR (Istituto di Opere Religiose), una potente banca coinvolta nelle inchieste sul crollo del Banco Ambrosiano e, ça va sans dire, nella catena di delitti e di suicidi dubbi che a questo si accompagnò. Un bel giorno, i magistrati milanesi decidono di interrogare l’arcivescovo, il quale oppone però un diritto di immunità. C’è infatti un articolo del trattato del Laterano (che disciplina i rapporti tra Italia e Città del Vaticano) che stabilisce “la non ingerenza negli affari degli enti centrali della Chiesa” (art. 11), e a quello Marcinkus si appella. I giudici presentano un ricorso che la Corte di Cassazione respinge: il trattato garantisce agli alti prelati le stesse immunità dei diplomatici esteri. A questo punto, Wojtyla potrebbe però ordinare a Marcinkus di presentarsi in aula, ma non lo fa. È evidente che le radici cristiane non prevedono il mandato di cattura europeo.

Contributi di Wojtyla alla cultura e alla civiltà della nostra epoca

Se il papa è il vicario di Cristo, è ovvio che debba andare più dagli ammalati che dai sani. E Wojtyla ci va, eccome. Eccolo allora contribuire alla cultura e alla civiltà della nostra epoca a Santiago del Cile nell’aprile del 1987, in visita pastorale dal generale Augusto Pinochet dove, come commenta un sito della destra cilena ricco di fotografie (http://anticomunismo.8m.com/tata4.html), “due grandi leader anticomunisti si incontrano”. La più celebre immagine di queste giornate è la foto scattata il 6 aprile, quando generale e papa si affacciano assieme da un balcone della Moneda, il palazzo presidenziale nel quale perì Salvador Allende (presidente del Cile democraticamente eletto) durante il sanguinario colpo di stato dell’11 settembre 1973, che portò al potere lo stesso Pinochet.
Pinochet, come si usa, gli presenta la moglie. Wojtyla, se ne ricorda e per le nozze d’argento gli manda gli auguri, con una sobria lettera autografa. Infine, quando Pinochet è catturato in Inghilterra su mandato internazionale spiccato dal giudice spagnolo Baltasàr Garzon con l’imputazione di tortura ed omicidio di cittadini spagnoli (1999), Wojtyla stesso si preoccupa di far giungere alla Camera dei Lord la propria preferenza perché questa non concedesse l’estradizione dell’ex dittatore in Spagna, dove i giudici lo attendevano con le manette pronte. Per il caso “dell’ammalato” Pinochet, il papa manifesta un vero e proprio accanimento terapeutico dato che, sempre nel 1999, rivolge una plateale richiesta di perdono per i crimini da lui commessi, alla quale le Madres de Plaza de Mayo (l’associazione delle madri delle vittime del regime argentino) rispondono con una lettera dove si augurano che, da morto, Wojtyla non riceva il perdono di Dio e vada all’inferno (Buenos Aires, 23 febbraio 1999).
Facciamo un passo indietro ma rimaniamo nella cattolicissima America Latina, dove Wojtyla imperversa. Eccolo infatti, nel 1980, accorrere in aiuto della giunta militare di San Salvador, minacciata dalle omelie dell’arcivescovo Oscar Romero. La tesi statunitense, sostenuta dal presidente Jimmy Carter (ora premio Nobel per la pace), è che la giunta militare salvadoregna fosse in realtà un debole governo democratico, strapazzato tra le violenze dell’estrema destra e dell’estrema sinistra. Le cose non stavano esattamente così, dal momento che la stessa giunta aveva preso il potere con un colpo di stato il 15 ottobre 1979, favorita dall’amministrazione Carter che vedeva nel governo precedente del Salvador, relativamente democratico e riformista, un ostacolo alle proprie politiche commerciali e all’egemonia politica sul Centro america. Secondo fonti ecclesiastiche, dal gennaio 1980 al mese di maggio dello stesso anno il governo salvadoregno uccise 1844 civili (alla fine dell’anno arrivarono a circa 10mila). Per Carter, tutte queste uccisioni erano da addebitare alle citate frange violente degli opposti estremismi, e ciò giustificava i generosi aiuti militari che gli Stati Uniti fornivano al governo “di centro”, impegnato in una faticosa “costruzione democratica”. Il vescovo Romero non la pensava così, e il 17 febbraio 1980 scrisse una lunga lettera a Carter nella quale chiedeva di cessare l’erogazione degli aiuti in favore della giunta, che descriveva per il regime sanguinario che era e alla quale attribuiva tutte le responsabilità per la situazione di terrore e per le uccisioni degli avversari politici. Carter andò su tutte le furie ed inviò un messo presso il papa, affinché egli stesso mettesse a tacere Romero. Nel mese di marzo del 1980 durante l’omelia domenicale, il vescovo esortò i militari a cessare di uccidere i propri connazionali, denunciando così in maniera eclatante le responsabilità del regime. Wojtyla non appoggiò le posizioni di Romero, ma anzi richiamò a Roma il superiore dei gesuiti del Centro America. Il 24 marzo 1980 Romero fu assassinato mentre diceva messa nella cattedrale di El Salvador, colpito al cuore da una fucilata proveniente dal fondo della chiesa. Anche in quel caso, Wojtyla non andò oltre la manifestazione di un formale dolore. Evidentemente, tra i compiti di chi deve accorrere presso gli “ammalati” rientra anche quello di fregarsene dei “sani”, quando non addirittura quello di prenderli a calci.

Un grande papa, un accorato appello

Al posto di Wojtyla, bisogna ammetterlo, non molti avrebbero fatto altrettanto. Non è da tutti, infatti, insistere perché si inserisca nel preambolo di un documento ufficiale (un trattato internazionale, per di più) l’elenco degli episodi criminali dei quali si è direttamente responsabili, o le dimostrazioni che quel documento è contrario alle intenzioni dell’organizzazione che si governa. Giunto, verosimilmente, ai limiti naturali del proprio pontificato, non solo il vicario di Cristo ha assunto su di sé tutti i peccati del mondo, ma vuole, anzi pretende, che di essi sia fatto formale inventario, come in un autodafé, quella confessione pubblica dei condannati che molti suoi predecessori tanto apprezzavano. Da laico, per così dire, non stimo Wojtyla. Ma se provo a immaginarmi cristiano, di fronte al suo sdegno dell’Angelus del 20 giugno non posso che cadere in ginocchio. E mi viene dal cuore dire: accontentatelo, smettete di ignorare i cristiani e scrivete sulla costituzione europea tutto quello che hanno fatto quando non erano una minoranza, anche a costo di dovervi aggiungere dieci, cento, mille pagine.

Persio Tincani

 

 

Passera e la finanza etica

Che ci faceva Corrado Passera, presidente di Banca Intesa, alla Giornata nazionale della finanza etica, lo scorso 20 novembre a Bologna? Domanda più che legittima, specie da parte di chi rammenti che il gigantesco gruppo bancario è stato oggetto di una recente campagna di pressione denominata Manca Intesa. I gruppi promotori contestavano i disinvolti finanziamenti al commercio d'armi e la partecipazione a un devastante progetto di oleodotto da Baku (Azerbaigian) a Ceyhan (Turchia) via Tbilisi (Georgia). Passera è stato invitato proprio per i segnali d'attenzione mostrati verso la campagna. Ha promesso che non finanzierà più il commercio d'armi e che lascerà il progetto d'oleodotto. Banca Intesa sta attuando queste promesse, anche se tutto avverrà gradualmente. Lo stesso presidente ha precisato, durante la tavola rotonda alla Giornata bolognese, che potrebbero rimanere finanziamenti indiretti al commercio d'armi, ma che in questo caso saranno resi noti sul sito dell'istituto.
Ad ogni modo Passera è stato in qualche modo 'premiato' per queste decisioni con l'invito a discutere con interlocutori di prim'ordine, come il presidente di Banca Etica Fabio Salviato e il procuratore antimafia Piero Luigi Vigna, nell'ambito del principale evento nazionale organizzato dal movimento della finanza alternativa. Dal suo punto di vista è stato un bel successo, che in qualche modo lo ripaga delle scelte compiute e gli permette di correggere un'immagine deturpata dalla campagna Manca Intesa. La scelta compiuta dagli organizzatori, naturalmente, è molto discutibile. L'invito può essere visto come un intelligente gesto d'apertura di fronte ai risultati raggiunti dalla campagna, ma anche come un'eccessiva concessione a un manager e a un gruppo che sono ancora lontani dal tenere comportamenti accettabili sul piano politico e sociale.
Va comunque riconosciuto che si è trattato solo dell'invito a un dibattito, e non di un abbraccio, per cui diversità e distinzioni di ruolo sono rimasti ben chiari a tutti. Tant'è che alla fine, più che l'invito in sé, è stato l'andamento del dibattito a suscitare dubbi e sconcerto. Passera ha esordito con un'affermazione in apparenza amichevole e importante. Quando il moderatore gli ha dato la parola accennando al piccolo spazio che la finanza etica si è guadagnata in questi anni in Italia, Passera ha esclamato che "tutta la finanza, e non solo una piccola parte, deve essere etica" e da lì è partito con l'elenco di quanto Banca Etica già sta facendo in questa direzione, passando dall'oleodotto al miliardo di euro stanziato per finanziamenti agevolati alla ricerca sulla base di un accordo con imprese e università. Né Vigna né, purtroppo, Salviato, hanno incalzato a dovere Passera, così nessuno ha messo in rilievo l'ambiguità dell'affermazione iniziale del presidente di Banca Intesa. La sua idea che tutta la finanza debba (e possa) essere etica è un evidente artificio retorico, che nasconde un equivoco, lo stesso sul quale lavorano le maggiori banche italiane quando propongono fondi etici, libretti etici, investimenti etici, tutte sigle che nascondono nella totalità dei casi semplici operazioni di carità o normali strumenti finanziari solo un po' abbelliti con una mano superficiale di vernice "socialmente responsabile" .
Il movimento della finanza etica ha raggiungo risultati importanti ed è solo nella fase iniziale del suo cammino. Ma l'inquinamento, anche semantico, del suo messaggio da parte di soggetti esterni è piuttosto evidente. Come fa il risparmiatore a distinguere fra tante proposte che si dichiarano etiche? Come si fa a capire qual è la vera alternativa finanziaria? Su questo terreno il movimento dell'altra finanza avrà molto da lavorare. E dovrà agire su più terreni. Sia su quello – proprio di Banca Etica – del confronto con gli altri attori del mercato, e quindi con l'offerta di proposte di risparmio, d'investimento e d'impiego del denaro che possano dare del filo da torcere a un sistema bancario vorace e iniquo. Sia sul terreno, più arduo ma di grande spessore, della costruzione di un modo di concepire e utilizzare il denaro davvero alternativo: è il campo d'azione delle Mag, del microcredito, delle cooperative che raccolgono risparmio fra i soci.
In tutti questi anni di lotta al neoliberismo, abbiamo capito che la formazione di una cultura alternativa al pensiero unico capitalista è un'esigenza fortissima, che deve accompagnare la costruzione di spezzoni di un'altra economia. Lungo questo percorso è importante agire e parlare con il massimo di chiarezza e trasparenza, respingendo tutti i tentativi di inquinare le acque e di far credere che tutta la finanza possa essere etica se solo qualche "buon" manager lo vorrà. La finanza etica, intesa in questo modo, sarebbe così annacquata da perdere ogni sapore e ogni motivo d'interesse per chi è cosciente della natura rapace e distruttiva dell'apparato economico e finanziario che domina il mondo. A Corrado Passera potremmo anche riconoscere la buona volontà e la capacità di ascoltare gli avversari, ma niente di più.

Lorenzo Guadagnucci

 

 

Dallo sciamano allo showman

Splendida terra la Valle Camonica: uno spettacolare concentrato di monti, vallate, torrenti e un fiume, l’Oglio, a tagliarla in due fette prima di tuffarsi nel Lago D’Iseo, apparente avamposto per chi giunge da sud. E ne arriva di gente durante tutto l’anno. Le terme sono note in tutto il Paese e i parchi naturali dell’Adamello e dello Stelvio fanno da giusto corollario agli ospiti e ai villeggianti più curiosi se decidono, in una delle possibili escursioni, di visitare le incisioni rupestri: oltre 10.000 configurazioni che hanno alimentato misteriose leggende di antiche figure e riti sciamanici. Parte proprio da qui il festival della canzone umoristica (Festival della canzone umoristica d’autore, 2a edizione, Valle Camonica, luglio-settembre 2004) dove Nini Giacomelli, ideatrice della manifestazione, ad un’intenzionalità più spirituale ha associato parecchie note di spirito facendo così nascere Dallo sciamano allo showman. Quest’anno la direzione artistica è stata affidata ad una figura di grande autorevolezza, Sergio Bardotti, affiancata dagli organizzatori del Club Tenco che hanno contribuito non poco all’innalzamento qualitativo della manifestazione. Durante il periodo estivo si sono previsti diversi appuntamenti nelle località di Borno, Bienno, Ponte di Legno e Breno che hanno fatto quasi da introduzione al festival vero e proprio che si è tenuto a Darfo Boario Terme a metà settembre.

Nicola Arigliano e Flavio Oreglio (foto di Stefano Starace)

Qui si sono dati appuntamento Enzo Jannacci e Nanni Svampa, Osvaldo Ardenghi e il gruppo degli Oz (Orkestra Zbylenka), quartetto formato da Gilberto Tarocco, Sandro Di Pisa, Giuseppe Boron e Fabio KoRyu Calabrò. Oppure, sempre in tema specificamente umoristico, gli Opus Est, Beppe Altissimo, Francesco Baccini, Leonardo Manera, Flavio Oreglio, I Nuovi Cedrini, Vittorio Viviani, Andrea Di Marco, Bibi Bertelli, Quellilì. Di contorno, la mostra fotografica di Roberto Coggiola con commenti curati da Sergio Sacchi, “Lo Shomano”, portata in dote dal Premio Tenco e che si mostrerà anche nelle serate finali di settembre come pure quella della pittrice Marina Sassi sui nativi-americani. Poi una serie di incontri/convegni cui partecipano oltre ai già citati anche Enrico de Angelis e Vincenzo Mollica. Ovviamente più nutrite le tre serate conclusive con un’ulteriore mostra di Sergio Staino ed una serie di incontri pubblici parecchio interessanti con studiosi, antropologi, ricercatori, psichiatri e due veri sciamani: David Carson, scrittore lakota, per parecchi anni vissuto nelle riserve Cheyenne in Montana e Nadia Stepanova, presidente degli sciamani buriati e membro del consiglio interreligioso dell’Unesco. Quest’ultima darà vita, con i volontari del posto, ad un vero rito sciamanico. Piuttosto affollate le serate musicali con l’attore/musicista Flavio Oreglio nella parte del conduttore interessato. Nell’esordio, lo humor è socialmente utile con i “giovani” Freddy, Andrea Rivera e Fabrizio Casalino, più tranquillizzante con i Quartettomanontroppo, audacemente corrosivo con i Serenauti: Roberto Freak Antoni, Marco Carena, Pongo e Fabio KoRyu Calabrò, ancora lui, per fortuna. Meno giovani e più certezze dalla seconda serata: Carlo Fava (finalmente comincia a raccogliere i frutti di una lunga semina), il consolidato Pierfrancesco Poggi e il televisivo, e non sempre brillante, Max Tortora si inchinano, come tutti, ad un magnifico Nicola Arigliano, grande sciamano dello swing made in Italy. Ultima sera e ottime performance nell’ordine di Giorgio Conte, perfetto gentiluomo e maestro di musica, Andrea Di Marco, che i Cavalli Marci siano con te, Vinicio Capossela, finalmente tornato ad essere lo sciamano/musicista che più amiamo.

Stefano Starace

Vinicio Capossela (foto di Stefano Starace)

 

Dalla lotta al fascismo alla ricostruzione

“Virgilio Antonelli 1904/2004: un anarchico livornese dalla lotta al fascismo alla ricostruzione” è il titolo dell’iniziativa che si è svolta a Livorno il 27 novembre u.s., in occasione dei cento anni dalla nascita di Virgilio Antonelli, anarchico, perseguitato politico antifascista, partigiano, organizzatore sindacale.
L’opera di Virgilio percorre momenti importanti della storia del movimento operaio italiano e livornese in particolare, la sua figura è rappresentativa dell’impegno anarchico per la libertà e l’uguaglianza, contro la monarchia, il fascismo, la guerra e il regime clerico-fascista che ha dominato in Italia dopo la II guerra mondiale.
Durante il biennio rosso (1919-1920) Virgilio Antonelli aderisce giovanissimo al gruppo Falange Ribelle, aderente all’UAI; partecipa ai moti di piazza e, di fronte al nascente fascismo, aderisce agli Arditi del Popolo.
Minacciato ripetutamente, è costretto a girare armato; per la sua attività subisce carcere e confino dal 1923 al 1927 e, successivamente, dal 1931 al 1936. Durante il “soggiorno” all’isola di Ventotene, partecipa alla rivolta dei confinati contro i soprusi degli aguzzini fascisti.

Virgilio Antonelli

Tornato a Livorno, partecipa alla riorganizzazione dell’anarchismo nei primi anni di guerra; farà parte, dopo l’8 settembre, del primo comitato clandestino di liberazione per la componente libertaria, seguendo l’attività militare. Fra le azioni a cui partecipa, assieme ad altri anarchici livornesi fra cui anche i fratelli Romolo ed Egisto, la liberazione di 32 ostaggi rastrellati dai tedeschi e trasportati a Bologna, e la liberazione, durante un allarme aereo, dei deportati da un vagone piombato diretto in campo di prigionia.
Dopo la liberazione, avvenuta il 19 luglio 1944, gli anarchici livornesi partecipano attivamente alla ricostruzione della città, delle fabbriche, del porto devastati dai bombardamenti. Virgilio Antonelli partecipa alla costituzione del Consorzio cooperativistico dei lavoratori del porto, organismo che dovrebbe superare la vecchia organizzazione ereditata dal fascismo e gestire tutte le attività portuali; svolge contemporaneamente attività sindacale come coordinatore regionale della Federazione dei lavoratori portuali.
La restaurazione capitalistica metterà fine al tentativo di gestione operaia del porto, limitando l’autogestione all’avviamento al lavoro dei facchini. Nello stesso tempo il Partito Comunista metterà sotto controllo, a fini elettorali, gli organismi di massa fra cui i sindacati: i non allineati, e in primo luogo gli anarchici, saranno emarginati.
In questi anni è intenso anche l’impegno per favorire la ripresa del movimento anarchico. Dopo la costituzione della Federazione Anarchica Livornese, Virgilio partecipa al congresso di Carrara del 1945, che costituirà la Federazione Anarchica Italiana.
Negli anni successivi prenderà parte attiva alla campagna contro il regime franchista spagnolo e collaborerà ad “Umanità Nova”, occupandosi soprattutto dei problemi dei lavoratori portuali.
Nel 1965 assume l’incarico della Commissione di Corrispondenza della FAI. Costretto ad abbandonare l’impegno attivo per motivi di salute, continuerà a seguire la vita della Federazione ed “Umanità Nova” fino alla morte, nel 1982.
L’iniziativa si è svolta nella sala del Centro di documentazione sull’antifascismo e la resistenza (G. C.), e vi hanno assistito un centinaio di persone. Hanno portato i loro saluti la Commissione di Corrispondenza della FAI, l’amministrazione comunale e l’Associazione Perseguitati Politici Antifascisti. Altri messaggi sono arrivati, fra cui quelli della redazione di “A” rivista anarchica. Dopo una breve introduzione, i relatori hanno contribuito a chiarire i vari episodi della vita di Virgilio.
Marco Rossi ha illustrato la situazione politica a Livorno all’indomani della prima guerra mondiale, il sovversivismo, di cui gli anarchici erano gran parte, che animava le masse, l’opposizione al fascismo che il regime non è mai riuscito completamente a domare e che aveva una dimensione di massa.
Giorgio Sacchetti ha affrontato il periodo del confino, sottolineando le continue e vessatorie persecuzioni messe in pratica dagli aguzzini, che gli impedivano persino di corrispondere con la madre e i familiari.
Tiziano Antonelli si è occupato dell’attività sindacale, illustrando sia il tentativo di dare un’organizzazione diversa al porto con il consorzio cooperativistico, sottolineandone le potenzialità anticapitalistiche, sia l’attività sindacale vera e propria, che ha visto Virgilio membro di punta della corrente anarchica all’interno della Federazione dei lavoratori portuali, attiva fino agli anni ’60.
Italino Rossi ha ripercorso gli anni dell’attività nella FAI, ricordando come la Federazione Anarchica Livornese propose la mozione sindacale approvata al Congresso di Carrara del 1945, che darà vita, negli anni successivi, ai Comitati di Difesa Sindacale di cui Virgilio Antonelli fu animatore. Il relatore ha anche ripercorso il dibattito interno alla federazione a cavallo degli anni ’50 e ’60 che ha visto Virgilio protagonista.
La serata si è conclusa nel salone della Federazione Anarchica Livornese, a cui hanno partecipato molti dei presenti il pomeriggio.
La manifestazione è riuscita grazie al contributo e all’impegno delle figlie, Alba e Lina, e degli altri compagni della Federazione Anarchica Livornese.

L’incaricato

Virgilio Antonelli

 

Non abbassare la guardia

Il 25 novembre, al processo contro Fabrizio Acanfora, (ne abbiamo riferito sullo scorso numero) la dirigenza di Trenitalia non si è presentata. Non si è neppure preoccupata di fornire una giustificazione della sua assenza e questo comportamento si commenta da sé. A Roma, invece, c'erano decine di ferrovieri, di autoferrotranvieri, di lavoratrici e lavoratori di altri comparti venuti a dimostrare la propria solidarietà con il compagno Fabrizio Acanfora e la propria indignazione per l'attacco portato al diritto di espressione ed alle libertà sindacali in questo Paese.
Intanto continuano a giungere firme e messaggi di sostegno, anche da molto lontano. Siamo molto colpiti da questa dimostrazione di solidarietà e ringraziano quanti, in Italia ed all'estero, hanno voluto contribuire a questa battaglia di civiltà che, lo ricordiamo, è soltanto all'inizio.
Alle compagne ed ai compagni ricordiamo infatti che la repressione nei posti di lavoro, in Italia, è molto forte e che non riguarda i soli ferrovieri. Sarà necessaria quindi la più ampia mobilitazione permanente, anche internazionale, per respingere questo attacco e per creare le condizioni di una ripresa reale delle lotte dei lavoratori.
Il nostro augurio è che quanti stanno partecipando alla campagna di solidarietà con Fabrizio Acanfora non abbassino la guardia, proseguano uniti nella lotta per salari, diritti, democrazia sindacale. In questo senso andrà il nostro impegno.

Genova, 27 novembre 2004

Comitato Fabriziounodinoi
Rete dei Ferrovieri in Lotta

 

 

Ma perché anche i cani?

Intervista con una animalista che ha partecipato alla manifestazione antimilitarista di Mestre del 13 novembre 2004 (a cura di Virginia Silvestri).

Se non sbaglio quel giorno le manifestazioni contro il vertice NATO erano più di una…

Sì, erano almeno tre. Quella dei disobbedienti al Lido, quella di Rifondazione Comunista e altri gruppi a Venezia (anche con le barche) e quella di Mestre, organizzata da un coordinamento antimilitarista di anarchici e libertari (Coordinamento Veneto dei Senza Patria). Inutile dire che questi erano i più “scoperti” non avendo assessori in Comune (come Caccia dei Verdi e Cacciari di Rifondazione) a cui rivolgersi per essere in qualche modo tutelati, garantiti nel poter esercitare un diritto costituzionale senza essere preventivamente criminalizzati.
All’assemblea preparatoria si era prevista la partecipazione di almeno duemila persone; invece alla fine eravamo circa quattrocento. Il clima da subito era apparso molto pesante, intimidatorio. Polizia e carabinieri erano due o tre volte il numero dei manifestanti e avevano un atteggiamento alquanto duro, sebbene la manifestazione fosse assolutamente pacifica. Tieni presente che erano almeno dieci anni che non veniva organizzata una manifestazione del genere a Mestre.

Ti risulta che ci fossero accordi preventivi sullo svolgimento della manifestazione?

Da quanto mi è stato riferito i patti erano che ci avrebbero “scortati” schierandosi in testa e in coda al corteo, senza i “cordoni” laterali. Invece poi hanno continuamente cercato di rinchiuderci completamente, anche dai lati. È in questi frangenti che sono nate tensioni dato che i manifestanti cercavano (con successo, devo dire) di impedire la formazione dei cordoni. Le manganellate sono state date proprio a chi si opponeva ai cordoni laterali, ad una vera e propria “blindatura” del corteo. Verso la fine ha cominciato a diluviare e la tensione è scemata.

Mi parlavi dei cani. Quanti ne hai visti?

Personalmente ne ho visti due (ma da testimonianze raccolte successivamente i cani erano almeno cinque o sei), stazza da pastore tedesco, uno di color bruno e un altro completamente nero. Naturalmente erano al guinzaglio di due tutori dell’ordine e hanno abbaiato con tutte le loro forze per tutto il corteo, almeno per due ore.
Alla fine erano sgolati, sbavavano. Sinceramente mi hanno fatto pena. Penso sia la cosa che mi ha colpito maggiormente perché la considero una sofferenza imposta ai cani. Immagina come dovevano sentirsi quelle povere bestie in mezzo alle grida, al baccano, ai petardi…Anche se sono addestrati (ma sarebbe interessante sapere come li addestrano…) le manifestazioni sono sicuramente una situazione di stress, di paura… È comunque una violenza contro i cani, contro la loro natura.
Probabilmente li esibiscono per spaventare le persone, per farle desistere dal partecipare a certe manifestazioni. Ma mi chiedo cosa accadrebbe se, in caso di disordini, il cane venisse liberato o comunque usato contro i manifestanti. A mio avviso si pongono due problemi: quello dell’incolumità dei manifestanti e anche di quella dei cani stessi…

Il sabato successivo ci sono state le cariche a San Polo d’Enza, davanti a “Morini” (dove altri cani vengono allevati per i laboratori della vivisezione). Cosa hai pensato?

Che, in qualche modo, quello che stavo vedendo era l’epilogo. Anche se le due situazioni erano naturalmente diverse (e anche i partecipanti) è indicativo che nei confronti di alcuni settori dei movimenti (gli anarchici, gli animalisti, i no-global…, diciamo i meno omologati) si applichi sempre il metodo sperimentato nel luglio 2001 a Genova.

Virginia Silvestri

 

 

Ricordando Marie-Christine, Beaumont e il CIRA

Il 13 dicembre scorso, a Losanna, è morta Marie-Christine Mikhailo, storica fondatrice (con altri, tra cui la figlia Marianne Enckell) del CIRA, il Centro Internazionale di Ricerche sull’Anarchismo che da mezzo secolo rappresenta una delle “istituzioni” e degli snodi umani e culturali del movimento anarchico a livello mondiale.
I funerali si sono svolti venerdì 17, con la numerosa e intensa partecipazione di amici, compagni, parenti provenienti dalla Svizzera, dalla Francia e dall’Italia. Dopo, ci si è ritrovati nella storica sede di rue Beaumont, dove Marie-Christine viveva e dove ha sede il CIRA: in tanti abbiamo ricordato spezzoni di umanità di una vita – quella di Marie-Christine – che tante altre ha influenzato con il sorriso, l’attività, la parola.
Alle compagne e ai compagni del CIRA, e in particolare a Marianne, le condoglianze della nostra redazione.

Marie-Christine Mikhailo in una foto di Jean Mayerat

Ho conosciuto Marie-Christine e Marianne una quindicina d’anni fa, la prima volta che sono stato al CIRA, dopo aver letto un articolo che mi aveva incuriosito su un quotidiano locale che parlava dell’esistenza della biblioteca, senza, peraltro, indicarne l’indirizzo (!).
Le due donne formavano una coppia straordinaria e in un certo modo sorprendente per me, un adolescente che aveva in testa una certa idea dell’anarchia. Pensavo di trovare un covo di agitatori in una cantina buia, a onta del nome pomposo di “Centro internazionale di ricerche sull’anarchia”, mentre nei fatti fui accolto in modo cortese e amichevole nell’ex fienile della magnifica dimora di Beaumont, generosamente messo a disposizione da Marie-Christine, restaurato e trasformato per ospitare la biblioteca da un’allegra brigata di compagni di varia provenienza : una vicenda che ancora ignoravo del tutto. Come non restare sorpreso e colpito da quelle due donne calme e posate, madre e figlia, la prima che si era avvicinata all’anarchia in età matura, la seconda fin da ragazza. Insieme costituivano una sorta di memoria vivente, non solo conoscevano in modo eccellente i fondi della biblioteca potevano vantare una cultura generale straordinaria, ma anche perché padroneggiavano entrambe un numero impressionante di lingue, alcune anche poco comuni.
Ne ero rimasto intimidito e sorpreso e di questa prima visita conservo solo un vago ricordo. Ciò nonostante, ritornai regolarmente a Beaumont. Grazie alla biblioteca, alle sue conferenze, ai video, agli incontri nella caffetteria, nacque così una solida amicizia, cui contribuirono agli inviti spontanei a cena di Marie-Christine e del suo affascinate compagno Stoyadin, come pure certi lavoretti occasionali per sistemare la cantina o svuotare il congelatore e, molti anni più tardi, la cura dell’orto quando Stoyadin non aveva più nemmeno la forza di piantarvi qualche cipolla.
Nel corso del tempo le spedizioni in biblioteca hanno favorito numerosi incontri, di visitatori o visitatrici, amici del posto o di famiglia, gente di ogni età e orientamento. Tra i momenti particolarmente simpatici resta naturalmente la paella cotta al fuoco di legna da Vicente e gustata in compagnia sul retro della casa, all’ombra degli alberi da frutto del giardino. Mi viene in mente in particolare quella volta in cui qualcuno lanciava sguardi inquieti verso le case vicine, mentre l’amico Bösiger raccontava con una voce stentorea e vibrante delle azioni clandestine compiute nel corso degli anni trenta a sostegno dei rivoluzionari spagnoli.
Di Marie-Christine conservo l'immagine di una donna generosa, colta, sensibile, ospitale e aperta. Aveva sempre tempo per scambiare due chiacchiere con i visitatori e le visitatrici del CIRA e non era raro vederla, nella caffetteria, davanti a un tè e a qualche biscotto, mentre raccontava una storia o un aneddoto su qualche personaggio conosciuto o sulle vicende del Centro o della casa di Beaumont e della pensione che vi aveva tenuto per qualche anno. Con gli occhi scintillanti e lo sguardo vivo, la sua conversazione era sempre interessante. I racconti si concludevano in genere con qualche secondo di silenzio, dopo di che Marie-Christine si rimetteva al lavoro.
Sempre indaffarata, nonostante l’età, ci teneva a dare un suo contributo al funzionamento regolare del centro. In particolare curava la corrispondenza e le piaceva usare una carta intestata con l’immagine di una vecchietta con in mano una bandiera anarchica, una sorta di ammiccamento autobiografico. Anche molto tempo dopo il suo “pensionamento” ufficiale dal CIRA, continuava a venire tutti i giorni in biblioteca, quanto meno per sfogliare i giornali e le riviste appena uscite, e spesso per fare molte altre cose.
Dopo due infarti che la lasciarono purtroppo gravemente menomata nel 2002, si poteva ancora vedere nei suoi occhi quel lampo d’intelligenza, quella sete di conoscenza, quando le si offrivano i quotidiani locali. Per tante volte aveva dato il via a discussioni e a riflessioni sugli avvenimenti che toccavano il movimento libertario e si era interessata dei fatti del giorno del territorio di Losanna.
Pur essendo di origine alto-borghese, Marie-Christine conduceva un’esistenza molto modesta con il suo compagno, sempre al lavoro, consumando pasti frugali con le verdure dell’orto, accendendo la luce solo alla sera, non si sa se per un atto di probità antinucleare o semplicemente per un’abitudine legata ai tempi in cui l’elettricità non era penetrata in tutti gli spazi della vita quotidiana. La porta di casa non restava mai chiusa a chiave e a Marie-Christine piaceva ricordare quella volta in cui un ladro colto sul fatto aveva preferito darsi alla fuga senza accettare l’invito a pranzo che gli era stato rivolto.
Nella bella stagione la sua tavola era rallegrata da bellissimi mazzi di fiori. Marie-Christine adorava i fiori e i loro colori, simboli della vita. Aveva invece orrore del sibilo lugubre delle sirene della protezione civile che collaudava le proprie installazioni: quel suono le ricordava i tempi orribili della guerra a distanza di mezzo secolo.
Lascio a chi è più anziano di me il compito di parlare del suo impegno per la causa della pace del rispetto dei diritti umani all’interno di diverse associazioni, come dell’aiuto che si era sentita di offrire ai disertori della guerra d’Algeria, accontentandomi di raccontare qualche fatto più recente cui ho assistito.
Forse qualcuno si ricorda ancora di averla scorta in campagna, ormai quasi ottantenne, nel primo pomeriggio di un giorno di novembre del 1993 (se non mi sbaglio), alla partenza di una manifestazione non autorizzata a sostegno degli spazi autogestiti del cantone di Losanna. Ed altri non si saranno dimenticati i gustosi tortini che preparava per la tradizionale “abbuffata del mercoledì” negli spazi occupati della Colline, dove le capitava di mangiare intorno al forno a legna circondata da qualche decina di punk e di cani. Per non parlare delle assemblee generali e delle conferenze del CIRA, quando accoglieva i visitatori e sussurrava all’orecchio di Stoyadin, che era diventato sordo, un riassunto delle discussioni.
Con la sua scomparsa abbiamo perso una compagna di una gentilezza e di una generosità infinite, perennemente impegnata per gli altri, prima che gli anni e la malattia la sopraffacessero.

Chris

Marie-Christine e Marianne, agosto 2002