rivista anarchica
anno 34 n. 304
dicembre 2004 - gennaio 2005


“filosofi”

Il terzo non-luogo
di Carlo Oliva

 

Il “buon” Bottiglione è di quelli che ritengono lecito prescrivere a tutti, meglio se sotto forma d’imposizione, i comportamenti che la fede raccomanda solo a loro.

 

Spero che vi siate tutti compiaciuti dalla notizia, pubblicata a suo tempo con rilievo da “la Repubblica”, per cui papa Wojtyla, ricevendo, verso la metà di ottobre, i componenti della Commissione teologica internazionale, li ha invitati a ripensare, “in nome di una prassi pastorale più illuminata”, la questione del Limbo. Una missione gravosa, tanto è vero che i dotti commissari, pur con il vantaggio di essere presieduti dall’instancabile cardinale Ratzinger, hanno fatto sapere di non potere produrre i primi risultati prima di tre quattro anni, ma ormai indifferibile.
In questi tempi turbati, non c’è spirito pensoso che non si renda conto di come la mancanza di una parola definitiva sul tema della destinazione ultramondana dei bambini non battezzati e degli altri illustri ospiti tradizionali del Limbo sia un fattore tutt’altro che indifferente di inquietudine e di incertezza.

Faccia di bronzo

A me, che pure non seguo il dibattito teologico con l’attenzione che dovrei, la notizia è sembrata degna di nota per più motivi.
Il primo è che è consolante, in giorni in cui gli uomini di fede sembrano occuparsi soprattutto di questioni che esulano dalla loro specifica competenza e quando, per il loro stesso bene, li si invita a lasciar perdere rispondono che ai loro danni lobbies potenti organizzano una “nuova santa inquisizione” (un’argomentazione per accampare la quale serve, ne converrete, una discreta faccia di bronzo e poco importa se a essa si accoda un certo numero di pensatori, chiamiamoli così, d’impostazione laica), è consolante, dunque, apprendere che il pontefice raccomanda a un gruppo di ecclesiastici di fare, una volta tanto, il loro mestiere, occupandosi finalmente di teologia.
È un campo, quello, applicandosi al quale persone del tipo del cardinale Ratzinger non possono fare gran danno.
Ed è consolante la prospettiva che il loro esempio possa essere seguito da quanti più intellettuali possibile di quell’area culturale. Se, per esempio, ai lavori della Commissione avesse deciso di partecipare, sottraendosi ai suoi controversi impegni europei, il ministro Buttiglione, che oltre a essere uomo di fede è – dicono – filosofo sommo, il vantaggio sarebbe stato duplice e si sarebbe riverberato, non che sulla chiesa, sulle stesse istituzioni comunitarie, che si sarebbero risparmiate la pietosa figura in cui è invece incappato, in apertura di mandato, il commissario Barroso.
Ciò premesso, devo confessarvi che la prospettiva di una cancellazione del Limbo dal catechismo (perché a questo, stringi stringi, sembra doversi ridurre il ripensamento auspicato dal papa) non mi lascia particolarmente entusiasta.
Tra tutti i luoghi (o i non luoghi) dell’oltretomba previsti dalla dottrina corrente, il Limbo mi è sempre sembrato, forse per quel suo carattere di terziarietà che tanto si accorda con le mie propensioni naturali, uno dei più interessanti.
È vero che la sua esistenza trova ben pochi riscontri nelle Scritture e che nessuno sembra avere sentito il bisogno di postularla prima del decimo undicesimo secolo d. C., tanto da far sorgere il sospetto che si tratti soprattutto di un sanatore inventato per dribblare certe aporie della dottrina agostiniana della salvezza – nel senso che, una volta deciso che non era proprio possibile aprire il paradiso ai non battezzati, l’idea di mandare tout court all’inferno chiunque fosse morto extra Ecclesiam, innocenti e giusti compresi, sembrava, come dire, un po’ troppo radicale – ma questo non toglie che si trattasse di un’ipotesi oltremodo rassicurante. Per i tipi come me, ovviamente desiderosi di evitare, a suo tempo, le pene dell’inferno, ma turbati al tempo stesso all’idea di trovare in paradiso un ambiente non completamente congeniale quanto a valori e frequentazioni, la prospettiva del limbo poteva essere una di quelle da farci, come si diceva una volta, la firma. In fondo, oltre ai bambini non battezzati e ai dotti pagani, nel Limbo trovavano posto tante altre degne persone – Dante, forzando un po’ la mano ai suo testi, era riuscito a farci entrare di straforo persino il Saladino – e l’idea che potesse esserci anche un posticino per te, che esistesse un luogo di eterno riposo cui accedere senza sottostare alla disciplina e alla precettistica dell’istituzione chiesastica, non poteva che fare piacere.
Ahimè. È destino di tutti i sanatori quello di venire scartati, presto o tardi, a favore di altri per qualche verso più soddisfacenti, anzi, nel loro avvicendamento si può ritrovare, sostengono alcuni, la logica stessa della storia del pensiero umano, teologia inclusa.
Oggi del Limbo la dottrina cattolica non ha più bisogno, perché, con i tempi che corrono, non può permettersi una dottrina della salvezza rigorosa come quella che all’invenzione di quel “terzo luogo” aveva portato.

Ridurre di un tanto i pedaggi ideologici

È una pura questione di buon senso. La pratica dei sacramenti declina, di battezzati in giro ce ne sono sempre meno e la chiesa non può permettersi di essere considerata, nelle terre in cui da sempre esercita il suo magistero, una minoranza più o meno influente.
Deve trovare il modo di affermare che il suo messaggio riguarda tutti, anche a costo di lasciare un certo numero di argomentazioni nel vago, di ridurre di un tanto i pedaggi ideologici di entrata.
Questo spiega, credo, i riferimenti a una “pratica pastorale più illuminata” (in cui è notevole l’uso di un aggettivo che, un tempo, caratterizzava soprattutto le parole dei laici e dei mangiapreti): una prassi illuminata, nel contesto, è ovviamente quella che serve a tenere aperti più cancelli possibile, a garantire la possibilità di esercitare la propria influenza in un mondo in cui, per vari motivi, le mappe dell’aldilà non possono essere particolareggiate come una volta.
E a ben vedere, il problema dell’abolizione del Limbo non è del tutto estraneo a quelle polemiche buttiglionesche cui accennavamo qualche riga più sopra.
Il buon Rocco, che non a caso ha fama di pensatore vicino al sommo pontefice, è uno di quei cattolici che sul mondo moderno, laicismo o non laicismo, non vogliono a nessun costo mollare la presa. Di quelli che ritengono lecito e necessario prescrivere a tutti, meglio se in forma intimativa e sotto pena di gravi sanzioni, i comportamenti che la fede raccomanda soltanto a loro.
Anche se ha avuto la faccia tosta di spiegare che non ci sarebbe stato contrasto tra le note dichiarazioni in commissione e una sua eventuale permanenza ai vertici europei in base alla distinzione kantiana tra morale e diritto, che rappresenta uno dei capisaldi della dottrina liberale, lui si richiama notoriamente a un filone del pensiero cristiano che con Kant e con il liberalismo ha sempre avuto poco o nulla a che fare.
Non è un uomo di terze vie, dunque, ma, appunto per questo, a certi compromessi teologici deve essere più che disposto. D’altronde, lui, a lasciarlo fare, probabilmente risolverebbe il problema dei bambini non battezzati rendendo il battesimo obbligatorio per legge, i pensatori pagani li farebbe espellere in massa dalle Università e dai piani di studio e il Saladino, in quanto pericoloso leader islamico, per di più di origine curda, lo confinerebbe a Guantanamo d’urgenza. Un pensatore così, francamente, del Limbo non ha proprio bisogno.

Carlo Oliva