rivista anarchica
anno 34 n. 299
maggio 2004


etologia

Scimmie e selvaggi
di Vinciane Despret

 

In natura esistono anche forme di mutuo appoggio.

a Didier Demorcy

Prima di tutto inquadriamo il contesto in cui Kropotkin interroga le teorie darwiniane. Nel suo libro del 1902, Il mutuo appoggio, l’autore racconta che cercando con entusiasmo, nel proprio campo, le prove dell’evoluzione e della selezione, si è stupito della differenza fra le sue osservazioni e quelle che fondano la teoria della selezione.
Quando esplorai la regione del Vitim, in compagnia di quel compiuto zoologo che era il mio amico Poliakoff [...] cercammo invano delle prove dell’aspra concorrenza tra gli animali della stessa specie che la lettura dell’opera di Darwin ci aveva preparato a trovare [...]. Ma anche nelle regioni dell’Amúr e dell’Ussuri, ove pullula la vita animale, non potei che molto di rado, nonostante l’attenzione che vi prestavo, notare dei fatti di una reale concorrenza, di una vera lotta tra gli animali superiori di una stessa specie. La stessa impressione si ha dalle opere della maggior parte degli zoologi russi.
Al contrario, scrive, ho visto soltanto prove di mutuo appoggio, di amicizia e di solidarietà: nutrire lo straniero, adottare l’orfano, aiutare l’altro in difficoltà talvolta a rischio della propria vita, ecco come si comportano gli animali. Non ho visto da nessuna parte quella lotta di tutti contro tutti, quella competizione feroce per le risorse. Gli animali non solo evitano la lotta, ma si aiutano a vicenda. Lo stesso problema della sovrappopolazione trova una soluzione originale, che non le fa affatto perdere la sua funzione di motore dell’evoluzione, perché in quelle condizioni gli animali alla lotta preferiscono il cambiamento di nicchia ecologica, sotto forma di migrazioni o di adattamenti diversi. Quando i castori sono troppo numerosi in un punto del fiume, il gruppo si divide: alcuni risalgono a monte, altri discendono a valle.

Mutuo appoggio

Se Rousseau ha commesso l’errore di sopprimere dalla sua concezione la lotta tutta «zanne e artigli», Huxley ha commesso l’errore opposto; ma né l’ottimismo di Rousseau, né il pessimismo di Huxley possono essere accettati come un’imparziale interpretazione della natura. Quando studiamo gli animali, non soltanto nei laboratori e nei musei, ma nelle foreste e nella prateria, nelle steppe e sulla montagna, ci accorgiamo subito che, benché vi sia nella natura una somma enorme di guerra fra le specie diverse, e soprattutto fra le differenti classi di animali, vi è altrettanto, o fors’anche più, del mutuo appoggio, dell’aiuto reciproco e della mutua difesa tra gli animali appartenenti alla medesima specie o, almeno, alla stessa società.

I primati non smentiscono questo modello. Benché siano caratterizzati da una grandissima varietà di specie, si può affermare che la socievolezza, l’azione in comune, la protezione reciproca e l’alto sviluppo dei sentimenti, che sono un risultato naturale della vita sociale, sono propri alla maggioranza delle specie delle scimmie. La maggior parte di esse, spiega Kropotkin, diventano molto infelici quando sono in solitudine, e le grida di dolore di una di loro fanno immediatamente accorrere l’intero branco. Sempre in branchi saccheggiano i nostri campi, mentre le scimmie più anziane si prendono cura della sicurezza della comunità.

Le piccole ti-tis, la dolce figura delle quali colpì tanto Humboldt, s’abbracciano e si proteggono vicendevolmente quando piove [...]. Parecchie specie mostrano la massima sollecitudine per i loro feriti, e non abbandonano una compagna ferita durante la ritirata, fino a che non si sono accertate che è morta e che sono impotenti a richiamarla in vita. James Forbes narra nelle sue Memorie d’Oriente che alcune di queste scimmie mostrarono una tale perseveranza nel reclamare dai suoi compagni cacciatori il cadavere d’una femmina, che si comprende bene perché “i testimoni di questa scena straordinaria risolvessero di mai più tirare sopra nessuna specie di scimmia”.

Le amadriadi fanno appostare delle sentinelle, e il loro coraggio è quasi leggendario, come testimoniano le spedizioni che si sono trovate ad affrontarlo. L’attaccamento reciproco che regna nelle famiglie degli scimpanzé, sostiene Kropotkin, è noto a tutti i lettori.
Qui, accanto al vecchio babbuino eroico già messo in scena da Darwin, non compaiono né il padrone geloso né il concorrente battagliero che coesistevano nel sistema darwiniano. Al contrario, Kropotkin mette esplicitamente in discussione la loro esistenza: secondo lui, quelle scimmie non sono che rare eccezioni, e la loro testimonianza non vale, nella misura in cui “sono sottoposte a vincoli che sanciscono la loro degenerazione”. L’ipotesi che permetteva a Darwin di riportare il suo selvaggio nella continuità viene ora a escludere la sua scimmia originaria. Per Kropotkin, infatti, il selvaggio non ha alcun bisogno di essere oggetto di una costruzione tanto complicata. Al contrario, in un certo senso egli favorisce la scomparsa dalla scena del padrone geloso e battagliero – restituendogli del resto il complimento: il degenerato è lui.
Tuttavia, i nostri due autori sono entrambi d’accordo su un punto: la nostra socialità e la nostra intelligenza sono un prodotto dell’evoluzione, ed è del tutto legittimo chiamare il selvaggio a testimoniare. Il loro accordo si limita a questo: tutti gli schemi esplicativi delle tracce dell’evoluzione, osserva Kropotkin, sono inficiati da un doppio errore. Il primo è dovuto ai modelli animali di cui si avvalgono, il secondo alla scarsa comprensione dei popoli primitivi. Cominciamo dal secondo, che permetterà di spiegare il primo.

Informazioni da cestinare

Secondo Kropotkin, se le osservazioni degli antropologi possono aiutarci a comprendere l’origine dell’uomo, soprattutto perché i primitivi hanno conservato tracce e vestigia delle istituzioni più antiche, le informazioni che la maggior parte di questi ricercatori ci ha riportato sono in genere da cestinare: sono stati totalmente incapaci di comprendere i primitivi. Infatti, questi ultimi sono quasi sempre descritti come selvaggi sanguinari. Tuttavia, continua Kropotkin, alcuni autori hanno creduto opportuno sostenere che i primitivi fossero esemplari degeneri di un’umanità che un tempo avrebbe conosciuto un più alto livello di civiltà. Ma tutte le osservazioni contraddicono la teoria della degenerazione. In realtà, questa teoria deve la sua esistenza a un’unica causa: la disastrosa qualità del lavoro degli antropologi che non hanno capito niente dei primitivi, e ancor meno degli animali. L’allusione è chiara, la critica senza appello.
In primo luogo, osserva Kropotkin, queste osservazioni sono tutte inquadrate in schemi esplicativi che le falsano. È vero che “nel XVIII secolo il selvaggio e la sua vita ‘allo stato di natura’ furono idealizzati”. Ma oggi, “i dotti si sono portati all’estremo opposto, particolarmente dacché alcuni di essi, desiderosi di mostrare l’origine animale dell’uomo, ma non avendo familiari gli aspetti sociali della vita animale, si sono messi a caricare il selvaggio di tutti i caratteri ‘bestiali’ immaginabili”. Viene così chiaramente denunciata una duplice villania: quella che consiste nello screditare l’animale per meglio denigrare i selvaggi. Attribuire la bestialità ai primitivi dimostra unicamente la potenza strategica di quella che oggi potremmo chiamare una «ignoranza interessata», che autorizza la bestializzazione dell’altro. Si tratta appunto di una doppia ignoranza. Tutte le cose orribili riferite sui primitivi testimoniano soltanto dei pregiudizi degli osservatori, e in particolare delle condizioni in cui le osservazioni sono state effettuate.
In effetti, la maggior parte di quelle che ci sono state riportate dai missionari e dai viaggiatori sono del tutto improbabili. I Boscimani, per esempio, sono stati descritti da quegli stessi che li hanno sterminati. Inoltre, quando gli europei incontrano un’etnia primitiva cominciano generalmente col fare una caricatura dei suoi costumi. Ci sono così pervenute una quantità di osservazioni assurde che del primitivo danno l’immagine più orribile e superficiale. Il problema nasce dalla nostra mancanza di interesse e soprattutto dalla nostra incapacità di comprenderli. Citando Rink, Kropotkin riassume con chiarezza le due fonti della difficoltà: i pregiudizi e l’etnocentrismo che guidano le osservazioni.

Gli europei allevati nel rispetto del diritto romano sono raramente capaci di comprendere la forza dell’autorità della tribù. Infatti, non è affatto un’eccezione, bensì la regola, che gli uomini bianchi [...] se ne tornino a casa senz’aver niente appreso sulle idee tradizionali che formano la base dello stato sociale degli indigeni. L’uomo bianco, che sia missionario o commerciante, ha ben salda l’opinione dogmatica che il più volgare europeo sia superiore all’indigeno più distinto.
Tuttavia, spiega Kropotkin, ci si accorge che se l’osservatore è intelligente, e soprattutto se resta più a lungo con i primitivi, allora li descrive «come la migliore o la più dolce razza della terra. Gli stessi termini sono stati applicati agli Ostiachi, ai Samoiedi, agli Esquimesi, ai Daiachi, agli Aleutini, ai Papuasi, ecc.». Così, gli Ottentotti sono stati descritti da Lubbock come «i più sudici animali», e infatti, riconosce Kropotkin, sono sudici; «tuttavia coloro che li hanno visti da vicino lodano grandemente la loro socievolezza e la loro premura nell’aiutarsi reciprocamente. Se si dà qualche cosa a un Ottentotto, egli lo divide immediatamente con tutti quelli che sono presenti». Gli stessi Fuegini, che avevano tanto colpito Darwin, nonostante “una reputazione così cattiva, appaiono sotto una luce molto migliore quando cominciano a essere conosciuti meglio”.

Amore per i figli

L’infanticidio e l’abbandono dei feriti che avevano urtato Darwin ricevono qui una spiegazione e permettono una critica sferzante del nostro sistema sociale. Anzitutto, osserva Kropotkin, tutte le testimonianze concordano nell’affermare in modo unanime l’incredibile amore che i genitori provano per i loro figli. E non si deve pensare che i selvaggi si moltiplichino senza alcuna restrizione: al contrario prendono ogni sorta di misure per diminuire le nascite. «Tutta una serie di restrizioni, che gli europei troveranno certamente stravaganti, sono imposte a tale effetto, e vi si ubbidisce strettamente ma, in onta a tutto, i primitivi non riescono ad allevare tutti i loro bambini». Tuttavia, continua Kropotkin, a dimostrazione che gli infanticidi non sono un semplice effetto di costumi selvaggi o insensati, si è notato che, se riescono a incrementare i loro mezzi di sussistenza, l’infanticidio cessa immediatamente. I missionari, che li subissano di sermoni per moralizzarli, farebbero meglio a seguire l’esempio di Veniaminoff: questo prete russo ortodosso (che, dopo la sua canonizzazione, conosciamo con il nome di Innocenzo III), missionario in Alaska all’inizio del XIX secolo, sfidava regolarmente tutti i pericoli del mare per rifornire gli indigeni di pane e strumenti da pesca, e in questo modo riusciva a sopprimere completamente l’infanticidio. Inoltre, non si può negare che per i primitivi l’infanticidio sia un atto grave, che essi compiono di malavoglia e che tentano sempre di evitare. La consuetudine di inventare i giorni di nascita felici e infelici, per risparmiare i bambini nati nei giorni felici, lo spiega in modo esemplare, come ha dimostrato Élie Reclus. In altre circostanze, i genitori cercano di differire la sentenza e finiscono così per non eseguirla, perché se il piccino ha vissuto un giorno, deve vivere tutta la sua vita naturale.
Quanto all’abbandono dei feriti o dei vecchi, non deve essere interpretato come un abbandono da parte della tribù, spiega Kropotkin, ma va inteso nel senso proprio anche alle usanze praticate in Russia, dove i vecchi contadini dicono al tramonto della loro vita: «Vivo la vita degli altri, è tempo di ritirarmi». Il vecchio stesso chiede di morire, e insiste su quest’ultimo dovere verso la comunità. Ottenuto il consenso della tribù, organizza egli stesso la sua dipartita. Ma questo, continua l’autore, i nostri studiosi occidentali non possono capirlo, perché non riescono a immaginare la coesistenza della moralità con queste pratiche che sembrano loro del tutto estranee. Ma se dicessimo a un selvaggio che «delle genti estremamente amabili, teneramente affezionate ai loro figli, e così impressionabili che piangono quando vedono una disgrazia simulata sulla scena, vivono in Europa a qualche passo da tuguri dove i fanciulli muoiono letteralmente di fame, a sua volta il selvaggio non li comprenderebbe».
A questa critica radicale dell’etnocentrismo e della singolare parzialità degli occidentali quando si tratta di morale, si aggiunge un’altra critica: queste storie dell’origine in cui coinvolgiamo gli animali e i selvaggi sono segnate dal modo in cui ricostruiamo la storia in generale. Si inquadrano per lo più negli schemi che privilegiamo quando scriviamo o pensiamo la storia: gli schemi della guerra e dei conflitti. Ma questo modo di fare storia, scrive Kropotkin, si interessa soltanto alle guerre e ai conflitti di alcuni, cancellando completamente dalla scena migliaia di persone che vivono relazioni di pace e di cooperazione. «Vi sono sempre stati scrittori che hanno giudicato con pessimismo il genere umano. Essi lo conoscono più o meno superficialmente nei limiti della loro esperienza; essi sanno della Storia ciò che dicono gli analisti. Sempre attenti alle guerre, alle crudeltà, all’oppressione, e a non altro, ne concludono [qui Kropotkin allude alla teoria del filosofo inglese Hobbes] che l’umano genere non è altro che una fluttuante aggregazione di individui, sempre pronti a battersi l’un contro l’altro e trattenuti dal far questo unicamente per l’intervento di qualche autorità».

La scimmia bellicosa

Di conseguenza, la storia dell’origine non sarà mai altro che un mito ricostruito a partire da qualche scritto di filosofi pessimisti: un mito in cui un selvaggio viene coinvolto da antropologi incapaci, e in cui è chiamato a testimoniare un animale degenerato, accuratamente selezionato, quasi sempre prodotto da studi nei musei o da opere di compilazione.
È a questo punto che la scimmia bellicosa di Darwin, quella che diventerà il totem di Freud e dell’Occidente, riceve da Kropotkin le motivazioni della sua condanna. Il primo errore di Hobbes, spiega l’autore, fu di pensare che l’umanità sia cominciata sotto la forma di piccole famiglie isolate, un po’ simili alle famiglie limitate e temporanee dei grandi carnivori. Le osservazioni di alcune specie scelte di primati sembrano confermare questa ipotesi. In realtà, tutto questo si basa su una totale ignoranza dei primati. Poiché, a parte alcune specie di scimmie, «la decadenza delle quali è indubitabile» – decadenza che spiega l’organizzazione eccezionale che incontriamo presso l’orango e il gorilla – nessun gruppo di scimmie vive in piccole famiglie isolate erranti nei boschi. Al contrario, esse vivono in branchi molto socializzati. E la struttura stessa di tali branchi, dice Kropotkin, rende molto improbabile l’esistenza di un «maschio forte e geloso». In primo luogo, la logica ci indica che questi branchi non possono essere poligami, perché il numero dei maschi è troppo rilevante. Inoltre, possiamo seriamente dubitare della validità dell’estensione a tutte le scimmie delle osservazioni condotte su alcune specie selezionate.
Certi antropologi che hanno tentato di trovarci un’origine nei primati, continua Kropotkin, ammettono un po’ troppo facilmente che le scimmie vivono in famiglie poligame, sotto la guida di un «maschio forte e geloso». Ma queste osservazioni non sono risolutive: la maggior parte di esse si fonda su uno stesso studio, quello di Brehm, La vita degli animali; anzi, su un solo brano di questo libro! Il brano al quale gli autori si riferiscono riguarda una descrizione generale delle scimmie, in un certo senso un modello, “ma le sue descrizioni più particolareggiate delle specie separate non lo confermano oppure lo contraddicono”. La dimostrazione è esemplare: fra tutte le scimmie possibili, per rispondere alle domande sull’origine sarà scelta quella che può raccontare una storia presente negli schemi disponibili per pensarla.
Si potrebbe affermare che i termini essenziali del confronto che proponevo fra Darwin e Kropotkin in ultima analisi consistano in questo: entrambi hanno fatto appello ai primati in progetti tutto sommato abbastanza diversi. La rivalità che costituiva una soluzione per il primo si rivela, per il secondo, un semplice effetto di pregiudizi. In un caso come nell’altro, il primitivo è coinvolto. E questo cambia molte cose: i selvaggi che tanto hanno spaventato Darwin sono riusciti a mobilitare Kropotkin in un progetto del tutto diverso, quello di esigere un modo garbato di porsi nei loro confronti, di rivolgere loro le domande giuste, che non sono necessariamente le nostre.
Tuttavia, la riuscita di questo coinvolgimento non compete soltanto a Kropotkin. Sono passati trent’anni, e questi trent’anni hanno la loro importanza: i selvaggi non sono più gli stessi. Le pratiche si sono modificate. Anche Kropotkin, che accompagna sempre la sua analisi con la questione delle condizioni che permettono di conoscere, dice che le ricerche degli ultimi quarant’anni hanno contribuito a cambiare l’idea che ci si faceva del mondo primitivo. Così, il lavoro del suo amico geografo, Élie Reclus (Les Primitifs, 1885), esemplificativo di queste nuove pratiche, era a disposizione di Kropotkin, ma non poteva essere conosciuto da Darwin. Certo, Élie Reclus è amico di Kropotkin ed essendo entrambi anarchici condividono un ideale comune. Gli interrogativi di Kropotkin trovano dunque nel suo lavoro un’articolazione privilegiata. Ma il fatto che Kropotkin possa richiedere maniere diverse di interrogare gli autoctoni esula ampiamente dall’ambito dei suoi rapporti amicali o politici. Infatti, nello stesso periodo sono stati pubblicati altri studi che sviluppano una nuova prospettiva. Basta guardare i testi cui Kropotkin fa riferimento quando commenta le nuove osservazioni con un «ora che li conosciamo meglio»: il saggio di Rink del 1887, quello di Post del 1890 e quello di Lewis Morgan del 1877; tutte date posteriori alla pubblicazione degli studi di Darwin.

Ostaggi delle nostre domande

Per Kropotkin, non si tratta semplicemente di coinvolgere i primitivi nella dimostrazione di un «buon» racconto dell’origine, si tratta anche di trovare un racconto che non li insulti, che non li renda bestiali, e che non li trasformi in ostaggi delle nostre domande e dei nostri problemi. Quando analizza il modo in cui sono cambiati i popoli non occidentali, quando descrive la maniera in cui hanno coinvolto i loro antropologi in nuovi quesiti, e come tali quesiti a loro volta abbiano attivato nuove storie, Kropotkin dà prova di un vero talento scientifico: quello di accettare l’impegno a «parlare per», quello di tener conto delle esigenze del «fare conoscenza». Non si tratta soltanto di imparare a «parlare correttamente di», si tratta di sottoporsi ai vincoli del «parlare correttamente per». Ricordiamoci che uno dei rimproveri rivolti al lavoro degli antropologi riguardava il modo di intendere le pratiche: quando l’osservatore è intelligente, e soprattutto quando resta più a lungo con i primitivi, scrive, ci si accorge allora che li descrive «come la migliore o la più mansueta razza della terra». La critica è appena dissimulata: come si può pretendere di spiegare coloro che non ci si prende la briga di conoscere e di comprendere? Come possiamo pretendere di interessarci a coloro cui non diamo alcuna possibilità di coinvolgerci? Come sperare di costruire un sapere attendibile nei confronti di coloro cui non viene data alcuna possibilità di stupire, di sconcertare, di «decentrare» colui che si rivolge a loro, e di raccontare dunque una storia diversa?
Significa allora che le scimmie dell’origine sono diverse da quelle di Darwin perché è diverso il modo in cui Kropotkin è stato coinvolto dai primitivi? Devo confessare che questa versione è abbastanza affascinante, ma temo che sia troppo semplice. Certo, Kropotkin rende possibile una nuova versione dell’origine, in cui i selvaggi hanno un ruolo completamente diverso da svolgere. Ma questi ultimi non sono l’unica parte in causa. Le scimmie cui Darwin chiedeva di fornire le prove dell’evoluzione e della selezione naturale in Kropotkin danno il proprio sostegno a un altro progetto: quello di dimostrare l’evoluzione della natura, ma questa volta rompendo con il sistema della competizione. Come, a seconda dei tempi e delle ricerche, i primitivi sembrano richiedere un diverso modo di conoscerli, così la natura coinvolge Kropotkin in una storia diversa.
Certo, rileggendo le critiche che Kropotkin rivolge alla teoria della selezione, e in particolare la sua critica della competizione e della lotta tutta «zanne e artigli», potremmo ricollegare questa nuova versione della teoria dell’evoluzione al suo progetto politico: quello di creare piccole comunità anarchiche organizzate sui principi della solidarietà. In questa prospettiva, non sarebbe quindi strano che Kropotkin cercasse nella natura le prove dell’esistenza di quella solidarietà e le condizioni che la rendono possibile. Sottoporremo così Kropotkin alla stessa critica che Marx rivolgeva a Darwin: nella natura vede soltanto ciò che la sua società (in questo caso utopica) lo induce a vedere. Ma una tale critica sarebbe di nuovo troppo semplice, e soprattutto ingiusta: così come, per comprendere le scelte di Darwin, ho invitato a procedere più cautamente, a rendere le cose più complicate, a prendere in considerazione un maggior numero di fatti e di questioni tecniche, di selvaggi vittoriani e di pratiche antropologiche, di abitudini degli animali e di testimonianze di quanti se ne interessano, seguendo Kropotkin dobbiamo esplorare anche ciò che ha reso possibile la versione di una diversa «natura». E fra le cose che hanno reso possibile questa versione dobbiamo annoverare la natura stessa. Infatti, come il periodo degli antropologi ha permesso una diversa testimonianza nei confronti degli autoctoni, così gli spazi della terra russa hanno richiesto per la natura una storia diversa. I selvaggi non sono gli stessi, e neppure gli animali.

Naturalisti da scrivania

Per capire bene come questi animali abbiano potuto condurre Kropotkin a proporre una nuova versione, dobbiamo innanzi tutto notare una coincidenza: le critiche che egli formula contro l’antropologia trovano un preciso equivalente in quelle che rivolge ai teorici della natura. Ricordiamoci che quando chiede alla natura di testimoniare, Kropotkin descrive delle spedizioni. E proprio quelle spedizioni sono alla base della sua critica contro i naturalisti da scrivania: soltanto «quando studiamo gli animali, non nei laboratori e nei musei, ma nelle foreste e nella prateria, nelle steppe e sulla montagna» possiamo avere la possibilità di vedere, nella natura, qualcosa di diverso da ciò che la teoria, la storia o la filosofia ci hanno insegnato a vedere. Soltanto in questa situazione potremo vedere qualcosa di diverso da combattimenti, rivalità e competizione. Kropotkin racconta la storia singolare dell’incontro con l’ambiente, l’impressione che gli suscita il mondo animale della regione del Vatim in Siberia, la specificità delle vallate dell’Amúr e dell’Ussuri, dove pullula la vita animale... Inoltre, al termine di quelle osservazioni che lo disorientano perché non trova l’aspra concorrenza cui la lettura di Darwin l’aveva preparato, precisa che la stessa impressione si coglie nella maggior parte delle opere degli zoologi russi.
Bisogna forse essere russi per vedere nella natura modalità di selezione differenti? A questo punto, prima di rispondere, dobbiamo soffermarci su un particolare sufficientemente importante perché Kropotkin lo citi. Non soltanto fa delle spedizioni, ma indica anche il luogo di tali spedizioni. Ovviamente, come preannunciava la sua critica, non le fa nei musei o nei giardini zoologici, ma neanche in qualche isola, vero e proprio laboratorio circoscritto, o negli esuberanti Tropici, e neppure nei boschi dell’Inghilterra; le fa nelle immense pianure della Russia.
Kropotkin sa che il terreno delle sue ricerche non è lo stesso di Darwin, perché a quell’epoca è la rarità della vita, lo spopolamento, e non l’eccessiva popolazione, il tratto caratteristico di quella immensa parte del globo che chiamiamo Asia settentrionale. Ne è tanto più consapevole in quanto il suo esilio gli offre tutti i termini di paragone: ha passato buona parte della sua vita in Russia, prima che le sue idee politiche lo costringessero a chiedere asilo all’Inghilterra. La terra di Russia non è per nulla simile a quella con cui si confronta Darwin, e di conseguenza coloro che la abitano non possono comportarsi come le persone di cui parla quest’ultimo. L’ethos degli organismi che vivono in pianure immense e ricche, i loro modi di essere e di vivere con gli altri non possono non essere profondamente diversi. Queste osservazioni inducono quindi Kropotkin a dubitare non della competizione, ma dell’importanza che le era stata attribuita. E se egli ha posto una domanda particolare al suo terreno di ricerca e ai suoi animali, è innanzi tutto perché la specificità stessa di quel terreno e dei suoi animali richiedeva quel genere di domande.
Certo, bisognava essere russo per lasciarsi sollecitare da questi dubbi. A condizione di comprendere bene che cosa significhi il fatto di essere russo. Da una parte, Kropotkin può essere definito un naturalista russo nel senso che è stato sensibilizzato, da una tradizione politica e come buona parte dei suoi colleghi russi, alla pertinenza di certe domande o alla ridiscussione di alcuni modelli fondati sulla concorrenza. Dall’altra, Kropotkin è anche un naturalista russo nel senso che ha imparato a essere naturalista in una natura particolare, una natura la cui singolare manifestazione impone certe domande; una natura nella quale i percorsi intrapresi dall’evoluzione non sono gli stessi nelle pianure della Siberia o nelle valli dell’Amúr.
Il fatto di appartenere a quella tradizione politica, di essersi sensibilizzato, con l’esilio, alla diversità delle nature, o ancora il fatto di essere diventato critico grazie ai più recenti studi di antropologia, costituiscono altrettanti motivi che hanno incoraggiato Kropotkin a dubitare, e più in specifico a dubitare delle generalizzazioni, che sono spesso infondate o poco plausibili. La natura dei musei, dei filosofi o delle teorie, la visione del selvaggio derivata da pratiche etnocentriche, proprio come la versione dei primati ereditata dagli antropologi che li conoscono soltanto attraverso libri e modelli, non dimostrano forse tutte che non abbiamo imparato a pensare le domande che quegli esseri e quelle nature richiedono? Infatti, queste «nature» dimostrano la pluralità delle modalità di riuscita: una è la cooperazione, un’altra è data dalle trasformazioni mediante gli effetti della competizione. Le condizioni di riuscita del ricercatore sono quindi subordinate al modo di trovare le domande giuste, gli accessi pertinenti per comprendere e celebrare la riuscita di ciò che interroga.

Relegato nel dimenticatoio

Tuttavia, che questo terreno singolare abbia potuto coinvolgere Kropotkin e pretendere nuove domande che testimoniano della sua riuscita non costituisce una garanzia della stabilità di queste ultime e delle risposte che suscitano. Ne è prova il fatto che egli fu a lungo relegato nel dimenticatoio della storia naturale. Eppure, sorprendentemente, tutti i dubbi di Kropotkin e le condizioni che li hanno provocati si ritroveranno presenti e articolati in modo molto simile circa settant’anni dopo, quando sarà contestato il ruolo che, nella storia della nostra origine, veniva attribuito a quel babbuino aggressivo e geloso: la critica dell’ideologia che impronta i miti dell’origine; il ruolo decisivo di una nuova antropologia nella modalità di interrogarne gli attori; la generalizzazione a partire da alcune specie selezionate di primati; l’esigenza di un modo diverso di porre le domande in una prospettiva caratterizzata dalla coscienza politica. Avrebbe potuto essere considerato un precursore. Ma non fu così. Kropotkin fu dimenticato. In genere è stato citato come il contrario dello scienziato, «uno di quei pensatori sciocchi e confusi, che lasciano entrare l’emotività e le speranze personali nel rigore dell’analisi», come spiega Stephen Jay Gould nella bella apologia che gli ha dedicato. Certo, Kropotkin era un anarchico che confidava nella realizzazione di un progetto di società secondo il quale delle piccole comunità avrebbero stabilito consensualmente le loro regole a beneficio di tutti, eliminando il bisogno di ricorrere a un governo centrale. Per i suoi contemporanei inglesi, che l’avevano accolto durante l’esilio, professava delle strane idee politiche derivate dal contesto della sua giovinezza. Ma la sua biologia assomigliava davvero troppo al suo progetto sociale, e sembrava chiedere esageratamente alla natura di fornire le condizioni di un’esistenza pacifica fondata sulla solidarietà. Fu quindi relegata nel novero delle invenzioni ideologiche fantasiose. La biologia di Kropotkin era troppo somigliante alle sue idee politiche ed entrambe, agli occhi dei suoi contemporanei inglesi, apparivano esotiche.
Ma quello che, in una tradizione mononaturalistica come la nostra, doveva apparire ancora più esotico, era la strana idea secondo la quale potrebbe esserci una molteplicità di nature, senza che, per spiegarne la diversità, ci si debba rifare all’evidente molteplicità delle culture. Si dimenticava che se possiamo effettivamente mobilitare la natura nelle nostre storie, nei nostri progetti e nelle nostre domande, anche le nature e coloro che le abitano, appena gliene diamo la possibilità, possono coinvolgerci nelle loro storie e nelle loro domande, nelle loro abitudini e nei loro problemi.
È evidente che la forza di questi coinvolgimenti non dipende né dalle sole nature né dagli umani che le interrogano. Ne è prova il relativo oblio nel quale furono a lungo lasciate le domande, i dubbi e le osservazioni di Kropotkin. Nonché l’oblio di tutte le scimmie candidate al ruolo di primate dell’origine, che ci proponevano un modo diverso di fare storia. Furono in molte a dover attendere dietro le quinte che qualcuno le evocasse di nuovo, peraltro spesso per motivi diversi da quelli di una candidatura un po’ ingombrante.

Vinciane Despret

Pratica delle trasformazioni

Eppure, poco prima della pubblicazione del primo lavoro di Darwin, e per tutt’altre ragioni, qualcuno si era già accinto a farle sussistere. Infatti, il naturalista creazionista inglese Edward Pett Thompson si era impegnato nel considerevole compito di far conoscere meglio gli animali ai suoi contemporanei.
Nella sua terza e ultima opera, The Passion of Animals, pubblicata nel 1851, le scimmie ne saranno gli attori privilegiati. La loro presenza dimostra benissimo quanto fossero disponibili già all’epoca in cui Darwin decise la scelta del nostro progenitore. E tuttavia sono coinvolte in un progetto del tutto diverso.
Il nome di Edward Pett Thompson è oggi completamente dimenticato, benché alcune delle sue osservazioni siano riscontrabili nei libri di Romanes, l’allievo di Darwin, e io abbia potuto trovare un riferimento a lui in Darwin stesso. Bisogna dire che fu sfortunato: essere creazionista e pubblicare proprio otto anni prima de L’origine dell’uomo di Darwin per un naturalista non costituiva sicuramente la migliore delle opportunità. Ma qui non si tratta di correggere un oblio della storia, bensì di imparare a pensare con lui delle inedite possibilità di cambiamento, con e nella pratica. Perché Thompson farà di quella che qualche tempo dopo diventerà l’etologia una pratica delle trasformazioni.
Per certi aspetti, e malgrado l’abbandono delle teorie che orientano le sue interpretazioni, nel complesso Thompson mi pare molto vicino agli etologi contemporanei, e in particolare a quanti, negli ultimi anni, hanno attivamente integrato al loro lavoro la questione della responsabilità nei confronti delle trasformazioni che proponiamo agli animali, o di quelle che rifiutiamo loro. Il progetto di Thompson si riassume in poche parole: voleva trasformare gli animali. E per farlo, ha pensato che fosse meglio cominciare trasformando gli umani!

Vinciane Despret

Vinciane Despret

Quando il lupo
vivrà con l’agnello

sguardo umano e comportamenti animali
232 pp. / euro 18,00

Vinciane Despret insegna Filosofia della psicologia nell’Università di Liegi ed Etologia delle società animali nell’Università di Bruxelles. Questo è il suo secondo libro che si rivolge anche a un pubblico di non-specialisti dopo Naissance d’une théorie éthologique, la danse du cratérope écaillé (Seuil 1996). Presso Elèuthera è già uscito il titolo Le emozioni, etnopsicologia dell’autenticità (2003) e presso Seuil sta per uscire Clever Hans: le cheval qui savait compter (2004).