rivista anarchica
anno 33 n. 292
estate 2003


politica

Chirac, re dell’illusione
di Jean-Louis Becker e Philippe Godard

 

Il presidente francese è, forse, un sostenitore dei diritti delle donne, un ecologista, un pacifista? No! È solo uno che si barcamena per restare al potere.

In Francia Chirac ha appena festeggiato il primo anno al potere e stavolta è sicuro di tenerselo almeno per altri quattro anni. La sinistra socialista era rimasta al governo per quattordici anni, dal 1981: per la destra adesso si apre il periodo più lungo di governo da vent’anni a questa parte. Il metodo Chirac, come lo chiamano qui in Francia, funziona e si vede: il ruolo di Chirac sulla scena internazionale, in occasione dell’ultima guerra all’Iraq, ha fatto di lui un uomo di sinistra, nel senso che i mezzi di comunicazione danno a questo termine. Invece Chirac nella sostanza non sta a sinistra: solo che il suo modo di fare politica rimescola tutti i termini della politica tradizionale francese.

Viva la democrazia!
I cervelloni del presidente hanno prodotto una politica diversa dalle precedenti. Non che la politica di Chirac si discosti poi tanto da quella di Mitterrand o, prima di lui, da quella di Giscard ecc. Possiamo continuare ad analizzare le evoluzioni del capitalismo e metterci a discutere in modo interminabile di qualche sfumatura. E se invece noi considerassimo in che modo Chirac fa politica, non nella sostanza, ma nella forma? Come se, non riuscendo a risolvere i problemi reali così facilmente come avevano strombazzato nei programmi elettorali delle presidenziali dell’anno scorso, i gestori dello Stato si fossero messi a fare politica da un’altra parte, in uno spazio aperto e sgombro. È lo spazio delle apparenze, della vaghezza, non quello della menzogna assoluta alla Mitterrand-Jospin, ma quello dell’inganno sottile. Non dimentichiamoci che Mitterrand aveva mentito promettendo cento e una riforme nel 1981 e portandone a termine una soltanto, l’abolizione della pena di morte; aveva mentito per tutto il tempo in cui era rimasto al potere, e il colmo dell’orrore è forse stato raggiunto con la sua politica nei confronti del Ruanda, che è stata l’immediata causa scatenante del massacro di più di mezzo milione di persone (si veda La nuit rwandaise di Jean-Paul Goutteux, pubblicato nel 2001 dalle edizioni l’Esprit frappeur, un libro straordinario). Anche Jospin, da ex trotzkista, mentiva sfrontatamente e a posteriori s’inventava delle scuse. I membri del suo governo offrivano dimostrazioni di eccelsa stupidità, come Dominique Voynet in occasione della marea nera della petroliera Erika. Era sempre tempo di menzogne: tanto le masse si erano dimenticate le promesse… In questo senso la sua eliminazione – come le figuracce di Hue, di Chevènement e di Mamère – si possono considerare vittorie del movimento che ne aveva le tasche piene di tutte quelle panzane servite in salsa socialdemocratica… anche se sarebbe stato meglio radicalizzare quel «ne abbiamo le tasche piene»!
Chirac non dice bugie vere e proprie. Eletto con l’82 per cento dei voti, dichiara in modo chiaro e netto quello che pensano e che vogliono i francesi. In un anno la sua popolarità non si è affatto ridotta: tanti a noi vicini, addirittura molti nostri compagni, sono andati a depositare la loro scheda nell’urna al ballottaggio, e molti sono contenti della posizione che ha preso riguardo alla guerra in Iraq. Dopo tutto egli agisce da altoparlante e proclama davanti al mondo intero, e soprattutto in faccia a Bush, quello che tutti riescono solo a sussurrare nel loro angolino. Così facendo, non taglia forse l’erba sotto i piedi a Le Pen, del quale diceva che «dice ad alta voce quello che tutti pensano in silenzio»? Il meccanismo è ben lubrificato. Chirac è riuscito nel difficile compito di presentarsi al di sopra di tutti i poteri che si scontrano in questa società e nello stesso tempo a fingersi portavoce degli umili, pur facendo molte meno promesse di un Mitterrand o di un Jospin. Si pone da arbitro supremo tra l’arroganza dei potentati della finanza e la miseria di chi è escluso dalla spartizione della torta, tra lo strapotere delle grandi imprese e le giuste rivendicazioni dei lavoratori. Quando pronuncia un discorso, se non sapessimo con che personaggio abbiamo a che fare, crederemmo un giorno di ascoltare un dirigente terzomondista, un altro un filantropo sinceramente preoccupato dei diritti delle donne o per una nuova ripresa degli integralismi religiosi, un ecologista, un pacifista, un buddista magari. Chirac non lascia perdere niente, perché niente è in contraddizione con la sua politica: si occupa di tutto, dà retta a tutti e prende addirittura qualche decisione: per ogni scelta che fa è previsto questo o quel risvolto sociale ed è questo che spiazza la sua politica rispetto al terreno sul quale eravamo abituati a vedere i governanti di un paese come la Francia. Insomma, Chirac è un demagogo, un populista nel senso latino-americano del termine. Non è un De Gaulle, proprio no! Assomiglia piuttosto a un Juan Peron o a un Getulio Vargas, personaggi che per pigrizia classifichiamo di destra ma che ai loro tempi hanno stretto alleanze assai solide con le forze popolari, con i sindacati, anche con i comunisti… Il loro maggiore successo è consistito nel disarmare l’utopia legando a sé una massa sufficiente di gruppi o di individui affascinati dalla speranza che si erano ingegnati di suscitare.

Masse e fascismo

Chirac è riuscito a impersonare la democrazia. Ci fa dimenticare che oggi la realtà della democrazia è Orwell e la sua Fattoria degli animali: «Siamo tutti uguali, ma certuni sono più uguali degli altri.» Predica la democratizzazione della società, ma questa democratizzazione si riduce a un po’ più di benessere fisico e mentale: un benessere ancor meno colpevolizzante. Diceva Wilhelm Reich: «Le masse vogliono il fascismo», e questa frase la si capisce dal momento in cui esistono le masse. In altri termini, dove la società è intesa come un fenomeno di massa, le masse che la formano possono solo volere il fascismo, perché la società assicura loro il benessere proprio in ragione del fatto che questi individui formano una massa. È un circolo vizioso, perché le masse si rendono ben conto che è per loro necessario e sufficiente «fare massa» per conservare i propri «vantaggi acquisiti» Devono semplicemente dimenticare i «danni collaterali»: l’oppressione di altri gruppi meno «di massa» (cioè meno numerosi o privi di un’ideologia di massa come il nazionalismo), la distruzione degli individui in senso stirneriano, cioè degli «egoisti» capaci di associarsi su di un piano di uguaglianza e di fraternità. (…).
Chirac non può cambiare i dati di fatto e alcuni parametri gli scappano sempre più di mano, ma solo in una certa misura, perché non crediamo che la famiglia Peugeot o gli eredi Lagardière abbiano più potere di lui, e lo Stato rimane l’unico braccio operativo (fiscale, poliziesco, militare, quanto meno) del potere o della classe al potere, anche se questa classe si «globalizza». Così la strategia di ogni Stato coinvolto nella globalizzazione (e lo sono tutti!), davanti a una relativa limitazione delle proprie prerogative regali, consiste nell’azzeramento di eventuali alternative, perché costituirebbero una turbativa per il buon funzionamento dell’economia e dei mercati finanziari. Una buona parte del lavoro è già stata compiuta dai predecessori di Chirac, dal PS ai Verdi, che hanno fatto vedere che cosa fosse la gauche plurielle (come la definiva Jospin) e, così, sono riusciti a liquidare in un colpo solo la speranza di tanti in una sinistra autentica. Ma non basta. Bisognava dare l’impressione che, in ogni caso, fosse impossibile tutto, tranne la gestione dell’esistente. È questo il colpo magistrale che Chirac sta finalmente portando a termine. Lui e i suoi ministri sono attivi su tutti i fronti, dovunque le cosa non funzionano, per dire che cosa pensa la gente. Non è colpa sua se le riforme procedono solo a piccoli passi, ma dipende da altri poteri, Bruxelles, le multinazionali, il Fondo Monetario, la grandine, che sono decisamente troppo forti. Ma Chirac è lì per limitare i danni, come era lì per limitarli rispetto a Le Pen, come è stato presente all’ONU per limitare i danni rispetto agli Yankee. È la personificazione dei vantaggi della democrazia. Grazie a lui noi, le masse, possiamo continuare a consumare e ad arricchirci a spese di miliardi di esseri umani ridotti in miseria da questo sistema. È riuscito ad alzare un velo ben più difficile da lacerare di quello a suo tempo tessuto dal cinico Mitterrand. (…).

La pace di Chirac contro la guerra di Bush

La guerra, dunque. Chirac riprende una politica d’ispirazione gollista, si dice, che un merito ce l’ha: mette i socialdemocratici davanti alla propria inettitudine. Ricordiamoci che Mitterrand non ebbe la volontà di resistere agli Stati Uniti nel 1991 e, peggio ancora, da spregevole individuo qual era inventò quel concetto di «guerra del diritto» che è servito per qualche anno a giustificare i peggiori orrori, fino a trasformarsi in «guerra umanitaria» e oggi in «guerra preventiva». Non va dimenticato, infatti che la guerra del diritto presuppone che qualcuno sappia e dica dove sta il diritto e manca solo un passo per affermare quel diritto in anticipo… Tutte queste elucubrazioni socialdemocratiche sono state riprese allegramente da un’imbelle estrema sinistra e le realtà che esse nascondono sono state comunque aspramente discusse nelle nostre varie assemblee generali: tutto tempo guadagnato per i nostri avversari e sprecato per noi! La realtà è quella di un’oppressione mascherata da lotta per la democrazia, ma noi abbiamo buttato tempo prezioso a discutere di questo mascheramento, a chiederci se Saddam Hussein fosse o non fosse un dittatore. In altri secoli di discuteva del sesso degli angeli, e noi faremmo meglio a non ridere dei nostri avi, visto che facciamo proprio come loro. I veri interrogativi si celano dietro la maschera: la democrazia è una dittatura e far passare Saddam per uno che è più dittatore di Bush non fa che avallare l’incomprensione del fatto «dittatoriale democratico». Chirac, per giunta, prende due piccioni con una fava, perché facendo mostra di opporsi al consorzio Bush-Blair, taglia l’erba antiamericana sotto i piedi dell’estrema sinistra francese. Non dimentichiamoci, ancora una volta, che tenendo testa a Bush egli è riuscito a legare a sé una buona parte della destra cosiddetta estrema che non vota Le Pen solo perché si rifiuta di sottomettersi allo Zio Sam, e si tratta di un numeroso elettorato da sottrarre al Fronte Nazionale.
Per di più, Chirac mette a mal partito la sinistra radical-chic affascinata dalle tesi di Negri e Hardt. Uno dei propagatori delle teorie negriane in Francia, Yann Moulier-Boutang, direttore della rivista «Multitudes» (il concetto di «multitudini» è al centro del pensiero di Negri-Hardt), ha confessato su «Libération»: «Chirac, con la sua presa di posizione [proprio prima della guerra] taglia l’erba sotto i piedi a qualsiasi autentica mobilitazione intellettuale.» A meno di dare ai termini «mobilitazione» e «intellettuale» un significato recondito, occorre pur dire che ce ne infischiamo per un verso della mobilitazione dei cosiddetti intellettuali e che, per l’altro, non ci saremmo mai immaginati che Chirac facesse il «gollista» perché gli intellettuali, negriani compresi, non avessero più argomenti in saccoccia. Soprattutto, comunque, Moulier-Boutang mette bene in luce il profondo significato di quelle che secondo lui sono le «moltitudini» che fronteggiano «l’Impero»: si tratta di gruppi di pressione come quello dei disoccupati che rivendicano un reddito sociale garantito, gruppi ai quali si unisce lo stesso Moulier-Boutang. Questi gruppi della «moltitudine» allora, per opporsi alla guerra e a Bush (cioè a coloro che attualmente dominano questo famoso Impero in modo ottuso e non dialettico) possono prendere posizioni identiche a quelle di Chirac. Essere «moltitudine» oggi significa sostenere Chirac o, per non esprimerci in modo polemico, significa prendere una posizione identica a quella che prende Chirac contro l’attuale direzione statunitense (antidialettica) dell’Impero. In effetti una posizione di questo tipo, ostile a Bush, esprimerebbe i «desideri» profondi delle «moltitudini». Ma qui si mistifica il «desiderio»: il desiderio di pace espresso nel mondo in marzo e aprile è stato soprattutto un desiderio di benessere e tranquillità, e lavorare per mettere fine a questo sistema è cosa ben diversa da un «desiderio»…
Con Negri e Hardt siamo in tutto e per tutto nel meglio che la socialdemocrazia ha prodotto, cioè nelle tesi più difficili da smascherare. Ricordiamoci che la II Internazionale, nel 1914, aveva finito per mandare i proletari a combattersi tra loro perché non era stata capace di dare vita a una posizione rivoluzionaria radicale contro la guerra, contro il Capitale e contro ogni forma di oppressione e asservimento! (…).

L’utopia disarmata?

In realtà, ben poco c’importa di quello che avviene tra i ranghi della sinistra radical-chic e autoritaria, che oramai da tempo non ha niente a che vedere con l’utopia di un mondo senza Stati, senza frontiere, senza moneta, e senza capitale. Il colpo portato da Chirac, tuttavia, porta più avanti: ci colpirà se non sapremo rilanciare le nostre critiche. È questo il caso, per il momento? Ogni volta che c’è un attentato o che Sarkosy, il ministro dell’Interno di Raffarin, si presenta alla televisione per pontificare, noi gridiamo «al lupo»! Presto nessuno ci darà più retta… Tanto meglio, in un certo senso, perché non abbiamo bisogno né di adepti né di seguaci. Tuttavia, chi ascolterà ancora, al di là dei programmi politici rivoluzionari, la voce dell’utopia? Dopo l’11 settembre 2001, come dopo ogni avvenimento un po’ fuori del comune, il nemico mostra i muscoli, ma si vede anche la sua debolezza. Quel profluvio di miliardi per acchiappare qualche maschilista barbuto che va in giro in ciclomotore non è certo una dimostrazione di forza, ci vuole ben altro! Porsi il compito di riunire l’Occidente cristiano contro un nemico già alla rovina economica è una doppia confessione: Bush è stato costretto a muoversi in grande per far credere a una missione «storica» e, soprattutto, colpendo l’Iraq, sperava di far dimenticare di non essere capace di colpire al-Qaeda e tutte le altre organizzazioni similari, cioè organizzazioni globali e immagini in negativo del padrone (al-Qaeda non è che l’immagine inversa e perversa del capitalismo globale, e non è affatto sua nemica).
L’Occidente, il Nord, i paesi ricchi, l’OCDE sono alle prese con le loro contraddizioni. Non che il capitalismo possa crollare da solo, ma deve continuamente inventarsi qualcosa per non affondare. È questa l’unica legge evidente da cinquant’anni in qua. Ora, come si fa a inventare in un mondo unipolare – è quello che ci vengono a dire e poco importa se in fondo sia vero o no, è così che lo si percepisce e questo genera necessariamente contraddizioni, perché ci sono dei vuoti che vanno riempiti per non cascarci dentro – come inventare, allora, un nemico indispensabile, quando quello principale non c’è più? Lo si deve creare ex novo. L’11 settembre, come la vicenda irachena, sono solo momenti della creazione di questa antitesi all’«Impero», questo cacciachiodi che permette agli odierni governanti e al loro sistema di mantenersi in vita attirando per reazione nel proprio campo gli avversari delle religioni retrograde e i cittadini del mondo intero.
Chirac ci mena per il naso: facendo politica con uno stile da pubblicitario ci fa credere che ci sia un nemico e ci prende ogni volta in contropiede, perché il nemico non è la via diplomatica, ma sono Bush e la guerra, non sono i salariati, ma i padroni che licenziano, non sono i sostenitori del diritto di cittadinanza che Chirac adora, ma chi auspica una svolta autoritaria e così via. Chirac si vuole a sinistra in apparenza, anzi, dato che il termine sinistra non ha più nessun senso, si vuole popolare. Demagogo. Oggi la barbarie non è più Hitler o Stalin, è Chirac: ogni giorno 35.000 persone muoiono di fame, ma siccome non sono sfruttabili sui media, e le cause della loro morte mettono in luce le fondamenta stesse del sistema democratico, nessuno ne parla. Ci sono stati molti più morti di fame tra il 20 marzo e la metà di aprile, cioè durante l’invasione dell’Iraq, che per la guerra stessa. È questa la realtà del mondo democratico, in cui noi siamo tutti uguali, ma dove alcuni lo sono molto di più degli altri.

Jean-Louis Becker e Philippe Godard
30 aprile 2003, anniversario della prima riunione delle Madres de la Plaza de Mayo in Argentina (1977)
(Traduzione dal francese di Guido Lagomarsino)