rivista anarchica
anno 29 n.252
marzo 1999


Con A in tasca
di Paolo Finzi

 

Nel coro generale (e un po’ sospetto) di rimpianto per la morte del cantautore più famoso in Italia, la voce dei suoi amici e compagni anarchici.

una parte di me che se ne va, un pezzo della mia vita che ho perso per sempre" ha detto una nostra compagna ai microfoni di chissà quale televisione, che la intervistava davanti alla chiesa, fuori dalla chiesa genovese in cui mercoledì 13 gennaio si sono svolte le esequie di Fabrizio De André. E tanta gente che conosco - di tanti "tipi" diversi - si è riconosciuta e si riconosce in quelle parole.
Certo, non bisogna sottovalutare la potenza dei media, la loro capacità di coinvolgimento, fino a provocare vere e proprie ondate di commozione collettiva. Eppure le reazioni che ho sentito e percepito - all’indomani della morte di Fabrizio - mi hanno profondamente colpito per il loro spessore, oltre che per la loro quantità.
Siamo stati in tanti a renderci conto, pienamente, solo a morte avvenuta di ciò che la sua opera ha rappresentato: non tanto per i momenti significativi della vita di ciascuno di noi che le sue canzoni hanno accompagnato e segnato (ognuno ha la sua: per me è la "Canzone dell’amore perduto" la colonna sonora di quei momenti), quanto per l’impronta indelebile sul piano culturale e socio-politico che la sua opera ha marchiato - in tante, tantissime persone e, di conseguenza, nella società italiana di questi ultimi decenni.
Sono convinto che - forse - solo De André sia riuscito a uscire dal mondo della "canzonette" e dai suoi piani alti (quelli abitati dai cantautori doc) per penetrare - grazie alle parole ed alla musica - nel tessuto profondo dell’umanità, nei cuori e nei cervelli di tantissima gente. Che lo abbia fatto lui, irriducibile cavaliere libertario, nemico delle convenzioni e delle ipocrisie, antimilitarista, amico e studioso delle culture "altre", dissacratore del sacro istituzionale (leggi Chiesa cattolica) - che lo abbia fatto lui, orgogliosamente anarchico, è un dato di fatto per noi importante. E fa di lui, ancora oggi, un nostro compagno nel senso più profondo del termine: non quello di una comune "militanza politica" (che non c’è mai stata, in senso stretto, anche se ci ha sempre fiancheggiato, ha bazzicato gli ambienti libertari e si è spesso circondato di collaboratori che c’entravano con l’anarchismo), ma quello - ben più pregnante - del comune "sentire libertario", della ribellione contro le ingiustizie sociali, del riferimento emotivo e culturale all’utopia di un mondo senza dogmi né guerre, dello stare sempre e comunque "dall’altra parte" rispetto al potere, a tutti i poteri.

Un mito in meno

Il nostro primo incontro fu all’hotel Cavour, nell’omonima piazza del centro di Milano. Eravamo nei primissimi anni ‘70 e da mesi noi della rivista cercavamo di metterci in contatto con Fabrizio De André, che in più di un’occasione e di un’intervista si era definito "anarchico". Ed in quegli anni di grande entusiasmo e di grandi necessità economiche questo era più che sufficiente per scatenarci come segugi alla ricerca di contatti più diretti, con il fine - nemmeno tanto nascosto - di "strappare" un concerto di finanziamento.
C’eravamo riusciti alla grande con Francesco De Gregori. La serata con lui al Teatro Uomo ci aveva visto fare il servizio d’ordine per impedire l’entrata alla folla straboccante che si accalcava fuori: se li avessimo fatti entrare, i vigili del fuoco avrebbero sospeso il concerto. E sul palco era salito, inaspettatamente presente tra il pubblico, anche Giorgio Gaber, in un’improvvisato trio - con la nostra Paola Nicolazzi - di "Addio Lugano bella".
Ci saremmo riusciti di lì a poco con Franco Battiato, con una serata il cui ricavato avrebbe dovuto andare alla solidarietà con la Spagna anti-franchista (dico "avrebbe dovuto" perché Battiato era allora ai primi passi ed il pubblico non accorse numeroso).
Dopo mesi di tampinamento della press-agent della sua casa discografica, riuscimmo a fissare un appuntamento con Fabrizio: proprio con lui, quello della ballate antimilitariste e dissacratorie, che già allora per molti di noi era il cantautore più amato ed ascoltato. Mi ricordo che mi batteva il cuore mentre, con il registratore pronto per l’intervista che contavo di fargli, percorrevo i lunghi corridoi del lussuoso albergo.
Fabrizio ci accolse con grande simpatia, presentandoci Dori - che avremmo avuto modo di conoscere meglio ed apprezzare negli anni successivi. L’impatto, per me, fu forte. Era - forse - la prima volta in vita mia che conoscevo quello che per me poco più che ventenne era un Mito. Non ricordo bene che cosa mi aspettassi, ricordo però benissimo che uscii dopo qualche ora da quella stanza d’albergo con un Mito in meno ed un amico in più.
Fabrizio ci spiegò, senza alcuna supponenza, il suo anarchismo, fatto di un originale impasto di simpatia (nel senso etimologico del termine) per gli esclusi, le vittime del potere e delle ingiustizie, i diversi, i vinti e di puntuale conoscenza del patrimonio di pensiero e storico dell’anarchismo. Aveva letto - e a volte amava citare - soprattutto Malatesta, ma anche Stirner, Bakunin, Kropotkin, la storia della makhnovicina scritta da Arscinov. Aveva ben presente la polemica tra comunisti autoritari e libertari, lo scontro Marx-Bakunin, le persecuzioni anti-anarchiche dei bolscevichi in Russia dopo il ‘17 e degli stalinisti in Spagna dopo il ‘36. Ci parlò di alcuni compagni che conosceva, alcuni conosciuti nella storica sede anarchica di piazza Embriaci (tuttora aperta), altri - a noi del tutto ignoti - da lui conosciuti in chissà quali taverne o carruggi.
C’era di sicuro, in lui, una visione "romantica" dell’anarchismo, identificato a volte tout court con la marginalità, con i reietti di questo pianeta. Ma non c’era solo quella. Fabrizio conosceva la nostra storia, la conosceva bene e se ne sentiva parte: a suo modo, come ciascuno di noi. Anche se la parola mi suona oggi un po’ retorica e aiuta solo in piccola parte a capire l’uomo ed il personaggio pubblico, sentii che era un compagno.
La chiacchierata andò avanti a lungo, volle sapere della nostra attività politica, della rivista. Eravamo certamente molto diversi per formazione, stile di vita, frequentazioni. Eppure la voglia di comunicare fu tale che il registratore rimase spento: l’intervista non si fece, non era cosa. Nacque quella sera qualcosa di più importante: un’intesa che si sarebbe trasformata in amicizia.

Ribelle e anarchico

Da allora, per un quarto di secolo, ci siamo visti e rivisti - a tratti frequentemente, a volte mai per anni ed anni. La sua vita frenetica, le sue abitudini, la sua professione, una predisposizione - così almeno la penso io - alla precarietà e alla discontinuità, hanno fatto della nostra amicizia una cosa decisamente strana. Ma il rapporto c’era ed era forte.
Fabrizio riceveva regolarmente la rivista, non poche volte se la ficcava in tasca, in modo visibile, durante i concerti. Me lo ricordava qualche giorno fa Vittorio, un compagno di Cremona, che lo notò una prima volta nel ‘74 durante un concerto a Casalmaggiore.
"Io non so se questa città ci sia un gruppo anarchico, se c’è lo saluto e invito i suoi componenti a venirmi a trovare in camerino dopo il concerto". Questa e tante altre dichiarazioni di adesione e di simpatia per l’anarchismo e per gli anarchici in carne ed ossa Fabrizio era solito fare dal palco. Giorgio di Arezzo mi parlava di un concerto a Firenze durante il quale De André, ad un certo punto, salutò "l’anarchico Barsella", un compagno ferroviere che aveva avuto modo di conoscere. Non il comunista tal dei tali o il democristiano vattelappesca. No, l’anarchico.
E, tra i non pochi uomini di spettacolo che mi è capitato di sapere (o leggere) collegati all’anarchismo, Fabrizio è certamente tra i pochissimi che, come Leo Ferré e Julian Beck, ha voluto legare il suo nome al sostegno di concrete iniziative anarchiche. Fabrizio ha fatto concerti dichiaratamente, pubblicamente a sostegno della stampa anarchica; ha dato soldi; ha seguito con interesse e partecipazione alcune nostre iniziative. E lo ha fatto - me ne resi conto già quella prima volta all’hotel Cavour - con modestia, con profondo rispetto per il nostro impegno militante, sempre respingendo al mittente i nostri "grazie!" con la precisazione che al caso era lui che avrebbe dovuto ringraziare noi per il nostro operato.
Ho voluto ricordare questi aspetti, poco noti anche nel nostro ambiente, perché pur nel grande spazio che giustamente - inevitabilmente, vorrei dire - i mass-media hanno dedicato a lui nei giorni della morte e dei funerali, il suo anarchismo mi pare esser stato presentato sotto una luce decisamente insufficiente, quando non errata. "Ribelle ed anarchico, ma con sentimento" - ha titolato a tutta pagina il Corriere della Sera, che pure nell’articolo di Mario Luzzatto Fegiz ricordava le sue frequentazioni giovanili (e non solo) dei circoli anarchici di Genova e Carrara. Invece di quel "ma", andava scritto "quindi": se non lo si capisce, non si può comprendere niente degli anarchici e dello stesso De André.

A testa alta

"A forza di essere vento" è il sottotitolo scelto da Fabrizio per una sua poesia sugli zingari, in "Anime salve". Mi colpiscono, ancora oggi, dopo averla ascoltata infinite volte, la densità delle parole scelte, lo studio attento e soprattutto la comprensione che dimostrano per le vicende di un popolo quasi sconosciuto alla nostra cultura e che pure, quando viene citato, è avvolto in una foschia di retorica e di luoghi comuni. Se ciò avviene nel mondo della "cultura", figuriamoci in quello delle canzonette.
A me basta questo canto - e la scelta di affiancare alla poesia di Fabrizio il coro khorakhané (con la struggente voce di Dori) - per considerare Fabrizio qualcosa di radicalmente altro rispetto al mondo dei "cantautori", da cui pure proveniva, e considerarlo una delle voci più incisive ed originali della cultura libertaria in Italia.
Altri, ben più preparati del sottoscritto, mi auguro analizzeranno in profondità il senso profondamente libertario, anarchico, della sua produzione (come già fa Marco Pandin nel suo bell’articolo pubblicato dopo questo). Lontano dalle mode, profondo nella comprensione, con una densità culturale pari alla finezza del sentimento, De André ha contribuito a dar vita e dignità a persone, popoli, idee che grazie a lui - ed ai collaboratori di grande spessore di cui ha saputo circondarsi - hanno potuto trovare nelle sue poesie in musica un avvocato difensore, un "propagandista" onesto, un vendicatore contro i torti della storia.
Sardi, indiani d’America, tossici, drogati, puttane, poeti, anarchici, detenuti, sofferenti, ribelli, zingari: sono loro parte di quell’umanità soggiogata ma non doma, forte spesso solo della propria dignità e coerenza, che attraversano a testa alta l’intera sua opera. Che si esprimano in genovese o in italiano, in sardo o in romanesh, sono loro ad avere l’ultima parola.
E noi, con il nostro impegno editoriale, siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Come il nostro amico, compagno, sostenitore Fabrizio sentiva e sapeva.

Paolo Finzi

 

Una mattina prendo la moto

Fabrizio lo conoscevo da più di vent’anni e dai miei vent’anni. Infatti la prima volta che ci siamo visti me ne ero appena andata di casa e già vivevo a Milano. Stavo alle prime incazzature per i dischi... con la Ricordi, la sua stessa casa discografica e credo che la prima volta lo vidi proprio lì. In quel periodo tutti e due piacevamo ai "tedeschi" e sapevo che anche lui era stato "esportato". Una mattina prendo la moto e vado a trovarlo in Sardegna, e attraverso i boschi scopro la sua casa-azienda agricola. Si beve, si mangia, si scherza, si ride, si parla delle parole dei suoni della voce. Era l’estate del ‘79...
Per me la sua voce è un "marchio sociale", una sorta di tatuaggio nell’aria, forse anche per il modo che ha di dare musicalità alla parola, di costruirne i segni grafici.
È qualcosa che mi fa pensare alle culture orali, a Omero. Prima che la cultura diventasse scritta le espressioni linguistiche che si imparavano di bocca in bocca valorizzavano la sonorità della parola che rimaneva nella memoria, proprio perché questa non si staccava dal suo ambiente fisico. Immagino come, nel suo instancabile ricercare, Fabrizio non si sia mai accontentato e abbia continuato a "parassitare" di rumore le sue parole: dal suo accostamento al rock con la PFM fino alle scelte dialettali e alla sua meticolosa quasi rigida ricerca strumentale etnica. Non ho una conoscenza approfondita del suo repertorio. A me piace avere davanti la persona, il compagno Fabrizio nel suo lato più libero del termine. Per chi l’ha saputo conoscere è stata una fortuna, un ottimo scontro-confronto, che a me ha dato una forte carica per difendere la musica in maniera sempre più autonoma e una sincerità più radicale nel comporre.

Gianna Nannini