Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 10 nr. 83
maggio 1980


Rivista Anarchica Online

La cultura della viltà
di Massimo La Torre

Una serie di reazioni seguite all'invasione sovietica dell'Afghanistan ci danno un quadro vivido dei guasti prodotti dall'Ideologia marxista. Il centro della disputa è stato la definizione di Imperialismo. L'URSS, si afferma, non è un paese imperialista, giacché il concetto di imperialismo, tutto dentro quello di capitalismo del quale rappresenta la "fase suprema", non può certo adattarsi allo Stato Sovietico che capitalista non è. Così bolla di "moralista" l'argomentazione di quanti guardano ai fatti dell'Afghanistan col metro di un concetto tanto complesso quanto semplice: la libertà. E si conclude ribadendo la superiore diabolicità degli Stati Uniti. Tutto ciò è esercizio scolastico: l'applicazione di una griglia analitica tutta economicista, la ferma esclusione del "tertium". Già, tra URSS e USA "tertium non datur", o con gli uni o con gli altri, e dunque con l'URSS. Certo, ci sarà qualche deviazione, ma dopotutto per dirla con Berlinguer siamo in presenza di uno "Stato socialista dai tratti illiberali". E poi per chi l'appellativo di "liberale" porta con sé il marchio dell'infamia ciò può risultare più che una critica un'esaltazione.
Da molto tempo ormai il marxismo è l'ideologia dominante dell'intellighenzia. Basta frequentare una qualche facoltà umanistica per rendersene conto. Qualcuno mi ha detto che a Scienze Politiche con una lettura del Manifesto del Partito Comunista si possono superare brillantemente tre-quattro materie: forse una 'boutade'' ma un segnale del conformismo intellettuale che ottenebra le menti e ci ricaccia costantemente dentro la prospettiva della riproduzione del Dominio. Così l'URSS non è una potenza imperialista, perché l'imperialismo è solo ciò che è stato codificato nel Marx-Engels-Lenin-Pensiero: se si vuole si potrà parlare di "egemonismo".
È grazie all'effetto allucinogeno delle categorie marxiste che Rita Di Leo (v. La Repubblica del 13 febbraio 1980) può sostenere che il rapporto tra l'URSS e i suoi satelliti europei non solo è paritario, ma è soprattutto un rapporto da campagna a città dove la campagna è l'URSS, e la città paesi come la Cecoslovacchia, la Polonia, l'Ungheria. Sarà allora l'URSS il paese sfruttato, e quelli finora ritenuti suoi satelliti i veri sfruttatori. Che soddisfazione, pensate, per gli operai del KOR polacco, per i firmatari della Charta 77, per i parenti dei fucilati del '56 sapere che sono loro a comandare, e non i grigi funzionari del Kremlino: non se ne erano mai accorti.
Ed ancora, svolgendo il filo di questo continuum di cultura (nel senso di coltivazione) della viltà: Rita Di Leo è sempre un esempio cristallino. In URSS, a suo giudizio, vi è una massa di gente che inquadrata sin dalla nascita nelle organizzazioni di regime "partecipa" alla gestione del Potere; a livello micropolitico ma partecipa. Dunque, non siamo in presenza né di un'oligarchia, né di un sistema burocratico, tanto meno dinanzi ad uno stato totalitario. Ciò perché una fetta notevole di popolazione, dislocata perlopiù nella sterminata provincia sovietica, "si autogestisce, nel senso che attraverso le organizzazioni di massa, delle quali fanno parte 20 milioni di sovietici, il cittadino si procura la scuola, il gas, la luce". Autogestione della "vita materiale": questa è la grandezza del regime post-staliniano.
Alla Di Leo fa eco Giuseppe Boffa che riprende la tesi dell'autogestione: "Accanto a vistosi motivi di debolezza, il sistema sovietico ha importanti elementi di forza che non consistono nella repressione. Consistono piuttosto nel fatto che, sebbene verticistico, esso ha consentito una vasta, capillare ed abbastanza articolata organizzazione delle masse. Sono convinto che una delle contraddizioni del sistema sia lo stacco tra un maggiore coinvolgimento della gente nelle decisioni che riguardano la vita locale e l'assenza di una reale partecipazione alle grandi decisioni politiche" (La Repubblica cit.). Il che significa affermare che vi è autogestione là dove un organo periferico può decidere se gli autobus devono essere dipinti di giallo o di rosso, o se al rancio vanno servite patate nuove o patate vecchie. Ma allora anche noi, in Italia, abbiamo l'autogestione, se la nostra società è (come è) disseminata, dalla fabbrica alla scuola alla caserma, di organi elettivi di base. Vi è l'uso della categoria dialettica della "contraddizione" (oh quante speranze invano spese sulla sua esistenza...): contraddizione tra il decidere il tipo di patate del rancio e il decidere se e come essere liberi. Io la contraddizione non la vedo: ma, si sa, non inforco gli occhiali dei "Grundrisse" e del "Capitale".
Sarebbe bastato leggersi uno dei testi classici sulla democrazia moderna, Tocqueville ad esempio, o qualche seria riflessione sul totalitarismo (come La scuola dei dittatori di Silone) per comprendere che ciò che si percepisce con occhiali marxisti come contraddizione è invece una delle caratteristiche costitutive dello Stato Totalitario. Il totalitarismo è tale non perché è particolarmente feroce e repressivo (anche se di solito lo è), ma per due suoi elementi costitutivi: 1) l'Ideologia, come cemento principale del Sistema; 2) la mobilitazione permanente delle masse: olio necessario a lubrificare la pesante macchina burocratica. Sarebbe bastato, per non prendere lucciole per lanterne, ricordarsi dell'esperienza fascista italiana, con le sue adunate, i suoi "sabati", ma ciò che più conta con i suoi organismi di base: i gruppi rionali capillarmente diffusi, i quali costituivano forme di partecipazione. Sarebbe stato sufficiente per capire che la contraddizione vera, se di contraddizione si vuol parlare, non è tra mobilitazione/partecipazione e autogestione verticistica e statalista del sociale, ma tra Stato e Anarchia (la gestione reale ed antiautoritaria diffusa). Che la contraddizione, meglio opposizione, non è tra Fascismi, Democrazie e "Socialismo reale" (regimi tutti proiettati verso un identico destino: il 1984 orwelliano, il Sistema del Potere anonimo e ubiquo); ma semmai tra Stato totalitario e Stato liberale, dove però il primo non è separato dal secondo da una decisa soluzione di continuità. Nel passaggio dalla libertà negativa dello Stato liberale (censitario e rigidamente classista) alla libertà positiva delle democrazie (o poteri di massa) - variamente interpretato dai vari Hitler, Stalin, Roosevelt - sta la chiave della comprensione anche del regime politico-sociale dell'URSS. Perché, diciamocelo chiaro, la divisione per gerarchie politiche precede e fonda la divisione di classe; e la distinzione in classi e l'ineguaglianze economica inverano un rapporto in essenza politico.
La relazione tra chi ha e chi non ha, tra chi possiede e chi non possiede, è innanzitutto una relazione di potere: tra chi può e chi non può. La proprietà è una forma del potere, una sua possibile manifestazione. Il marxismo con la sua frenesia scientista, dietro la pretesa di essere il socialismo scientifico occulta tutto ciò riducendolo alla dimensione economica, e la dimensione economica riducendo alla questione della tekne (le forze di produzione). Esso incatena l'uomo alla cogenza della Storia (al cui cospetto diviene solo una cosa), di una Storia tra l'altro de-moralizzata poiché la legge marxiana non è più la legge greca teleologicamente orientata e pregna in senso etico, ma una legge meramente quantitativa: dal destino dei Greci (la 'moira') alla necessità meccanica/metafisica. "Tutta la sua teoria è prigioniera della riduzione dell'etica a legge, della soggettività ad oggettività, della libertà a necessità. La dominazione diviene ammissibile come condizione preliminare e necessaria alla libertà, il capitalismo come condizione preliminare e necessaria al socialismo, la centralizzazione come condizione preliminare e necessaria alla decentralizzazione, lo Stato come condizione preliminare e necessaria al comunismo" (Murray Bookchin).
La condanna marxiana del socialismo del suo tempo, contenuta appieno nell'aggettivo 'utopistico', rivela l'immoralità profonda della dottrina e il suo carattere di teknelatria. Il socialismo in Marx è il prodotto delle cose, e non delle coscienze, poiché gli uomini, come cose, sono piegati a leggi assolutamente cogenti: si legga l'equiparazione tra legge sociale e legge naturale contenuta nella Introduzione del 57. Saranno queste leggi, il cui segreto è stato carpito dalla dialettica marxiana, i vettori del comunismo. In questo processo rigidamente predeterminato non vi è posto per una qualche attitudine etica, miseramente fissata al livello dell'ideologico e dunque del sovrastrutturale, e denunciata come "falsa coscienza". Così, con l'eliminazione dell'assunto etico, l'ultima barriera umanistica di fronte allo Stato Totale viene abbattuta, e si apre la strada ai massacri, alle purghe, al Gulag, alla follia (questa veramente Utopia Negativa) del Regime cambogiano di Pol Pot. Qui la tekne si è tolta la benda mostrando il viso orrendamente corroso: è l'ANKRA, l'Organizzazione senz'altro, la suprema istanza decisionale. L'autonomia del mezzo rispetto al fine libera nel Partito Comunista il sostantivo dall'aggettivo, ed è finalmente il Partito senz'altro (senza qualità). La tekne trionfa, unico vero metro di giudizio, solo punto di riferimento, discrimina tra il bene e il male. Machiavelli in confronto non era che una timida timorata donnicciola.
E non si creda che il Regime di Pol Pot, per la sua impari ferocia, sia universalmente riconosciuto come escrescenza mostruosa del convivere umano. Discutendo a Parigi nel Collectif contre l'extradition de Piperno et Pace con alcuni militanti dell'UCF(m-l), al mio sdegno essi opponevano le ragioni della Storia, le pesanti analisi strutturali, la definizione dei rapporti di classe. Alla mia indignazione tutta morale per il bagno di sangue cambogiano essi ribattevano sgranando il rosario delle frasi iscritte già nel Diamant. Ed infine: ma lì hanno abolito il Denaro!
Diceva Erich Maria Remarque: "Oggi nel mondo si sono aperte enormi frontiere di conoscenza scientifica, ma gli orizzonti della responsabilità morale sono sempre molto limitati. L'uomo come tale è sempre quello di duemila anni fa, con la sua imbecillità, la sua crudeltà, il suo egotismo. Se un uomo fosse stato in galera trent'anni, uscendo oggi non riconoscerebbe il mondo sensibile: i suoi simili però non li troverebbe cambiati". La storia, se dal punto di vista scientifico può essere accumulo e proseguire per linee di progressione aritmetica, dal punto di vista etico (e quindi della qualità della vita individuale e sociale), come dal punto di vista estetico, è ritorno perenne, problema, travaglio. Nell'arte come nella costruzione del vivere umano, il passato non fornisce alcuna garanzia, poiché la libertà che è dell'uomo il segno distintivo ripropone il problema nel presente.
Posta la norma, questa è già inadeguata alla situazione di fatto; il macigno trascinato con fatica in cima alla vetta ricade subito giù. Il marxismo ha creduto che a Sisifo potesse essere condonata la sua pena e che il ripiano da scalare fosse infinito, ma ciò facendo stabiliva il primato della tecnica, dell'oggettività, del passato, della morte in una parola, sull'arte sulla soggettività sul presente sulla vita. Così ancora Remarque: "La storia della civiltà è la storia dei dolori che l'hanno creata".