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Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 9 nr. 73
aprile 1979


Rivista Anarchica Online

Autogestione
a cura della Redazione

In preparazione del convegno internazionale sull'autogestione, che si terrà a Venezia dal 28 al 30 settembre (non a metà ottobre, come precedentemente comunicato), si è tenuto a Milano il 4 marzo scorso un seminario di studio preparatorio al convegno di Venezia.

Coerentemente con la struttura "aperta" prevista per il convegno - diviso in cinque sessioni consecutive, ognuna centrata su un tema e strutturata come un seminario aperto - si è voluto offrire, con questo seminario, uno spazio di discussione preliminare, con l'obiettivo di far emergere le tematiche più "sentite" e di metterle bene a fuoco. I partecipanti (una cinquantina), divisi in mattinata in quattro "commissioni" quindi nel pomeriggio riuniti in assemblea, hanno discusso vivacemente e, quel che più conta, quasi tutti hanno preso la parola - almeno nelle rispettive commissioni. Com'era prevedibile, non si è potuto che iniziare una prima sistematizzazione della materia, tanto che ci si è riconvocati per un nuovo seminario di studio da tenersi sempre a Milano in giugno.

In queste pagine pubblichiamo sintetici resoconti dei lavori delle quattro commissioni, nonché - come contributo all'approfondimento delle esperienze storiche dell'autogestione - un saggio della studiosa ungherese (residente in Francia) Suzanne Körösi sui consigli operai ungheresi del 1956.

Contro l'economia

Gli intervenuti si sono innanzitutto accordati su alcune premesse "metodologiche". Hanno cioè convenuto che il "problema economia" in una società autogestita non deve essere visto come un esame delle "leggi" che regolano la produzione, la distribuzione e i rapporti che si instaurano fra i soggetti nel corso della produzione e della distribuzione. Anzi, negando una validità immanente alle leggi stesse, hanno ritenuto che l'economia debba essere considerata come uno degli strumenti per soddisfare i bisogni materiali dell'uomo. Si è riconosciuto comunque che dati determinati presupposti i rapporti economici seguono una precisa dinamica, analizzata e descritta dalle "leggi economiche".

Sulla base di queste considerazioni si devono esaminare i rapporti economici che si instaurano in una società autogestita per non permettere il ritorno a uno sfruttamento di tipo capitalistico, né tanto meno per contribuire alla formazione e al consolidamento di una nuova variante dello sfruttamento tecnoburocratico.

Successivamente la commissione ha potuto solo impostare a grandissime linee la problematica dei rapporti all'interno dell'unità produttiva e alla sua dimensione. Così come è stato solo posto il problema dei rapporti tra unità produttive e tra queste e consumatori e cioè se questi rapporti debbano venire regolati da decisioni stabilite da un "piano economico" oppure essere determinati automaticamente dai meccanismi del mercato.

Quali pericoli sono insiti nell'uno e nell'altro sistema è stato oggetto di una breve disamina. L'interrogativo resta aperto.

Aspetti pedagogici

Autogestire la propria cultura, il proprio rapporto politico, umano e conoscitivo con gli altri e con la realtà, è fondamentale anche per approfondire la coscienza e la conoscenza di sé. E in un discorso così complesso e articolato, non si poteva prescindere dalla scuola, come centro principale dell'oppressione e del condizionamento culturale. La scuola è la fabbrica del consenso, che impone un modello di comportamento sociale, e che ha una funzione educativa.

Considerando l'educazione come un mezzo strisciante e autoritario, ci si è chiesti se in un libero rapporto sociale di scambio culturale potesse ancora esistere un processo educativo. Ma è chiaro che una volta eliminato il ruolo gerarchico e autoritario dell'insegnante, il rapporto culturale tra due persone avviene orizzontalmente, con un reciproco scambio e confronto da entrambe le parti. La propria formazione avviene così tramite rapporti personali, non istituzionalizzati, senza limiti di tempo né costrizioni, integrando e ampliando scambievolmente le proprie conoscenze. Abbiamo anche pensato che attuare l'autogestione culturale in grandi dimensioni, è impossibile: si creerebbe un rapporto di delega, e di potere; una nuova scolarizzazione di massa.

I mezzi di lotta per recuperare una dimensione culturale libera e autogestita, sono molti: dall'uso delle nuove tecnologie, alla comunicazione teatrale, dal cinema alla stampa, l'agitazione e l'eversione nelle scuole, la creazione di archivi, di centri di studio a disposizione dei compagni, ecc.. A questo punto gli aspetti innumerevoli del problema si sono ampliati come i fili di una ragnatela proiettati all'infinito: l'autogestione della cultura implica anche la ricerca di un nuovo tipo di linguaggio, svincolato dalla lingua ufficiale di stato utilizzabile per una comunicazione "universale" (e qui un compagno esperantista ha portato la sua esperienza, ponendo quesiti importanti) e d'altra parte il mantenimento dei dialetti, che costituiscono una cultura insostituibile dei diversi gruppi etnici. Si è finiti con il parlare anche della propaganda anarchica intesa come momento di comunicazione, sottolineando tra l'altro la necessità che si sviluppino iniziative di carattere locale (regionale, ecc.) piuttosto che grandi iniziative nazionali e/o internazionali.

Abbiamo notato un certo ritorno al misticismo, una fuga dovuta all'incapacità di una risposta soggettiva e razionale e contemporaneamente l'adeguarsi della chiesa a questa realtà che cambia. Con questo sistema, anche nelle scuole materne e elementari (che avviano il processo di rimbambimento dell'individuo) c'è un tentativo riformista di adeguamento ai tempi. Se prima i bambini imparavano a legnate, ora è in corso una sorta di "permissivismo qualunquista" che è la seconda faccia della repressione. La famiglia ha invece indubbiamente perso parte del suo carisma educativo/repressivo/moralistico che invece scuola e televisione hanno recuperato abbondantemente.

Altro punto affrontato è la "famosa" integrazione fra lavoro manuale ed intellettuale. Il problema fondamentale è non avere limiti alle proprie esperienze di lavoro, pur mantenendo per scelta un campo specifico, e non smettere mai né di imparare, né di scambiare e dare agli altri le proprie conoscenze, le proprie esperienze.

Come si comprende da questo breve e incasinato inizio di resoconto, la discussione ha toccato mille argomenti, faticando a trovare a volte la necessaria organicità.

Il dato principale emerso, comunque, sono stati la vivace partecipazione di tutti/e gli intervenuti ai "lavori" della commissione, nonché l'impegno a ritrovarsi anche prima del convegno di Venezia per riprendere le fila del discorso e affrontarlo con maggiore approfondimento ed organicità.

L'anarchia possibile

Il gruppo che ha affrontato il discorso degli aspetti psicologici della autogestione si è posto inizialmente il problema della delega e della passività: perché molti di noi (in molte occasioni tutti noi) non ci assumiamo in prima persona la responsabilità e l'impegno delle iniziative, delle proposte, dell'andamento di una situazione?

È vero che su ciascuno di noi pesano i condizionamenti del presente e l'educazione ricevuta, ma perché alcune persone, o tutti in alcuni momenti, riusciamo a vincere il peso dei condizionamenti, mentre altre volte questo non accade? Che cosa ci deresponsabilizza?

Si sono fatte due ipotesi:

- manchiamo talvolta delle conoscenze necessarie per prendere decisioni responsabili;

- c'è in ciascuno di noi la tendenza alla quiete, al riposo, alla pace, che frena decisioni scomode, di lotta.

Le ipotesi continuerebbero, ma forse non ci porterebbero ad una soluzione. Il gruppo allora ha tentato un'altra strada. Si è posto la domanda: quali tentativi sono stati fatti in concreto per superare la nostra tendenza a delegare, ad adagiarci, ad "imborghesirci"?

Un membro del gruppo vede come tentativo particolarmente valido la lotta allo "Stato assistenziale". Trova negativo lottare per avere più servizi sociali, case ecc.: è un modo per adeguarsi: sarebbe più opportuno chiedere soldi e farci i servizi da noi. A questa osservazione altri compagni obiettano che forse è possibile un uso alternativo di quanto elargisce lo stato, ad esempio del salario sociale elargito ai disoccupati in alcuni paesi. Tutti convengono comunque che la lotta più significativa è quella che rompe l'abitudine a far risolvere dagli altri, ad aspettarci dagli altri (comune, stato o padrone) una risposta ai nostri problemi.

Viene obiettato che in una situazione di oggettiva dipendenza (tu vivi in uno stato, in un comune, lavori sotto un padrone) spesso sei costretto a trattare, non puoi risolvere da solo i tuoi problemi. Si pone allora la domanda: se si creassero delle condizioni di libertà (vedi ad esempio la Spagna rivoluzionaria) l'abitudine ad aspettare dall'alto le soluzioni sparirebbe? Molti di noi fanno notare che non è il caso di farsi illusioni: anche in condizioni libertarie si è di fatto sviluppato un conformismo negativo, passivo, acritico. La tensione collettiva può essere liberatoria, ma anche portare il singolo a mascherare la sua oppositività al gruppo, se tale gruppo si definisce libertario: ci sono membri dipendenti anche in condizione di libertà. Che fare allora? È necessaria anche una tensione personale continua, scomoda, faticosa, un continuo rinnovare se stessi. È forse una questione di personalità? Come si costruisce un individuo libero, attivo, critico, anticonformista, costruttivo? Una delle condizioni individuate è il possesso delle conoscenze necessarie alle decisioni che debbono essere prese. Un'altra è la globalità secondo cui ciascuno dovrebbe riuscire ad affrontare ogni problema, uscendo dal suo interesse settoriale, ma contemporaneamente nella coscienza che esisteranno sempre conflitti fra interessi settoriali e che tali conflitti non debbono essere rimossi: debbono essere assunti dal sistema. Una terza condizione è la necessità di raggiungere un adeguato equilibrio fra la divisione dei compiti e la necessità che le decisioni siano prese il più possibile collettivamente: si tocca così il problema del potere: una conoscenza, una competenza professionale, un bisogno diversificato, un'informazione raggiunta prima degli altri non debbono diventare strumenti di potere. Come impedirlo? Come impedire che le differenze fra uomini diventino gerarchia? Che si trasformino in istituzioni? Che riducano la libertà individuale?

L'unica risposta che il gruppo riesce ad individuare in modo coerente è che solo la pratica della libertà, a tutti i livelli, può garantire l'uso corretto della libertà: ciascuno, da subito, deve autoeducarsi ad essere libero, perché non si diventa liberi solo sopprimendo i padroni, ma anche liberandoci del rimosso che c'è in noi. In tal modo superare i conflitti su problemi personali (ad esempio sessuali) in una pratica di libertà, cioè di uso cosciente della propria individualità, è fondamentale come tentare di organizzarsi collettivamente per rifiutare le istituzioni, per lavorare insieme al di là della cappa istituzionale.

La pratica della libertà

La discussione ha preso le mosse dal problema (solo apparentemente terminologico) di definire l'autogestione da un punto di vista anarchico, stante l'attuale "polivalenza" e/o indeterminazione delle accezioni in uso.

Più precisamente, la domanda posta in partenza è stata se l'autogestione vada considerata uno strumento, un mezzo per la realizzazione dell'anarchia, oppure coincida con l'anarchia stessa e sia quindi un fine da perseguire. In altre parole, si tratta di scegliere tra due diverse interpretazioni. Da una parte, quella che vede nell'autogestione un semplice modello organizzativo, una "maniera di fare le cose", dall'altra quella dell'autogestione intesa come un "valore" libertario in sé, in grado di definire, in quanto tale, un vero e proprio modello di società e di rapporti umani.

A tale proposito, il dibattito ha posto in evidenza l'opportunità di distinguere tra anarchia concepita come "utopia egualitaria" non raggiunta e non raggiungibile, e "anarchia possibile", cioè approssimazione realizzabile, incompleta ma definibile concretamente, di società anarchica.

Per quanto concerne questo secondo aspetto, l'autogestione potrebbe essere considerata come uno strumento per la realizzazione dell'anarchia possibile, forse lo strumento più perfezionato ed efficiente, al punto da poter essere confuso con l'anarchia possibile stessa. Non un semplice mezzo, quindi, e neppure un fine teorico e lontano: un mezzo/fine, cioè al contempo la migliore approssimazione possibile di società legalitaria e libertaria ed il modello organizzativo più adatto alla sua realizzazione.

Ciononostante, anche dopo questa precisazione, la scelta autogestionaria è risultata non sufficiente, da sola, a definire compiutamente nei suoi aspetti pratici, tale "anarchia possibile", risolvendo i numerosi problemi organizzativi connessi con la costruzione ed il mantenimento della libertà e dell'uguaglianza: quale autogestione compatibile e necessarie ad una società non autoritaria? Per rispondere a tale domanda, è apparsa evidente l'esigenza di ricorrere ad altri concetti, ad altri "valori" anarchici (ad esempio, l'integrazione tra lavoro manuale ed intellettuale) attraverso cui arricchire ed integrare la concezione autogestionaria, sì da ottenere un progetto organizzativo sufficientemente articolato.