Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 8 nr. 69
ottobre 1978


Rivista Anarchica Online

Il nido dell'autogestione
di Andrea Papi

Una lotta negli asili

Qual è il confine tra la teoria e lo sviluppo pratico di un'azione, non tanto nella storia, ma innanzitutto nell'evolversi del sociale? Non è facile rispondere a questa domanda, o perlomeno non si può rispondere per definizioni e in modo meramente ideologico. Il movimento di evoluzione verso la liberazione ha una sua dinamica costante che spesso si scontra con la nostra coerenza ideologica di militanti tutti d'un pezzo, ma non per questo va lasciato perdere, rifiutato in nome della dottrina. Anzi ritengo importante per tutti noi l'essere costretti a misurarsi con la realtà, non per esserne determinati e condizionati, nemmeno per rifiutarla schifati giudicandola dall'alto della nostra saccenteria di ideologi professionisti, ma per accettarla, entrare a farne parte e cercare di condizionarla verso i fini e i progetti che ci stanno a cuore, cioè verso l'emancipazione e la libertà.

Così spesso accade che diamo importanza estrema alla ribellione se si manifesta secondo i canoni da noi prestabiliti, mentre mettiamo da parte esperienze di rivolta spontanea che, anche se non impregnate di tutte le manifestazioni tipiche del mito della rivolta, hanno in sé dei contenuti radicali, hanno soprattutto la possibilità e la potenzialità di evolversi in senso rivoluzionario, se si interviene perché ciò avvenga.

Negli avvenimenti sociali niente è meccanico o determinato, ma tutto può evolversi verso la libertà o verso la conservazione; la tendenza evolutiva dipende dai fattori che intervengono a modificare il movimento in un senso o nell'altro.

Alla luce delle riflessioni sopraesposte, ritengo sia utile esaminare un'esperienza vissuta a Forlì nell'ambiente di lavoro dei dipendenti del comune. Non si tratta di una lotta in senso classico, addobbata di tutta l'iconografia tipica dei miti ottocenteschi, non ci sono barricate né scontri a fuoco né eroi divenuti martiri, per cui il bene sta tutto da una parte, la nostra, mentre il male si trova tutto dall'altra, quella del nemico. Qui il movimento si è manifestato in modo pacato senza attacchi diretti al cuore del potere: è stato ed è tuttora un momento di profonda partecipazione a una opposizione fattiva contro il potere locale da parte di gente politicizzata e non. In questa lotta, perché tale è anche se i gladiatori in lizza non sono armati, ci sono grosse contraddizioni, incertezze ideologiche, poca chiarezza di intenti. A mio avviso però c'è un'alta potenzialità di contenuti e di sviluppo in senso rivoluzionario. Andremo verso il recupero da parte del potere? Può darsi. Oppure ci si cristallizzerà su posizioni che di fatto stigmatizzano la conservazione dello stato di cose presente? Può darsi. Oppure lo scontro diverrà montante, chiarirà le posizioni, si radicalizzerà fino a trasformarsi in un momento rivoluzionario? È possibile. Questo per dimostrare che nelle cose che avvengono non c'è mai una meccanica imprescindibile. Eppure fino ad oggi molti compagni sono vissuti ed hanno lottato succubi di una mentalità fatalistica, in attesa del grande evento, pronti ad affrontarlo, senza porsi il reale problema di inserirsi e incidere nella realtà.

Il fatto

Forlì, capitale della Romagna, da sempre di rossissime tradizioni perché fin dalla formazione della prima internazionale era tutta repubblicana, socialista e anarchica, attualmente retta da una giunta di sinistra il cui peso maggiore è rappresentato dal P.C.I., che da solo detiene la metà esatta dei consiglieri, è riuscita più di tutte le altre città d'Italia a mettere in piedi un servizio sociale di asili nido e scuole dell'infanzia confacente ai bisogni della popolazione. Con poco più di 100.000 abitanti conta ben 22 scuole dell'infanzia e 7 asili nido, il che vuole dire che per i bambini di età superiore ai tre anni, ospitati dalle scuole dell'infanzia, il fabbisogno in termini assistenziali è quasi del tutto soddisfatto, mentre per i bambini di età inferiore lo è per meno della metà. In Italia, al momento attuale, nessun'altra città vanta un servizio sociale per l'infanzia così vasto ed efficiente, almeno sulla carta.

Proprio all'interno degli asili nido nasce l'esperienza di cui stiamo parlando. Qui la pedagogia ufficiale brancola ancora abbastanza nel buio, o perlomeno non è assolutamente in grado di sistematizzare un metodo d'intervento. Oppressi dall'oscurabtismo clericale abbiamo fino ad ora considerato i bambini di età inferiore ai tre anni quasi dei vegetali, i cui unici bisogni erano bere, mangiare, dormire, cagare, pisciare, mentre tutto il resto non era che un contorno di questi bisogni fisiologici. Ultimamente ci si è accorti che gli esseri umani fin dalla nascita sono forniti di cervello, di sistema nervoso, di genitali, di capacità manipolativa attraverso le mani, di vocalizzazioni, ecc. cioè di tutte le caratteristiche tipiche dell'adulto, con la differenza che devono trovare le capacità di svilupparsi e potenziarsi per divenire efficienti nel rapporto quotidiano con la realtà, al fine di vivere secondo le finalità naturali dell'uomo. Così spuntano come funghi i vari pedagogisti, quelli che contano, i quali si accorgono che non ha più senso allevare i bambini in vasi (i box), come si coltivano le piante. Così la pedagogia attuale fa ancora molta fatica a comprendere fino in fondo perché i bambini sotto i tre anni sono esseri umani già completi. In questo clima nascono gli asili nido come servizio sociale (non più in una logica assistenziale come era l'O.N.M.I.), i quali oltre al compito tradizionale di assistere chi lavora e non sa dove lasciare i figli, devono essere al passo coi tempi, cioè svolgere un intervento pedagogico di alto livello qualitativo. E qui nascono i guai.

Un servizio sociale di questo tipo costa molto e dissangua le amministrazioni locali, anche perché lo stato quasi mai fornisce i contributi finanziari pure stabiliti dalla legge 1.044. In compenso rendono voti e poi la gente non ha nessuna intenzione di perderli una volta che li ha ottenuti. Per queste ragioni gli asili sono stra pieni e il personale ridotto al minimo indispensabile e, con l'alibi del decreto Stammati, non vengono fatte più assunzioni. In questa situazione politica e organizzativa si inserisce la lotta.

Fin dall'apertura, circa cinque anni fa, il comune ha inserito all'interno di ogni asilo 11 insegnanti e 60 bambini iscritti con una presenza media di 45/50: ogni asilo sta aperto 11 ore al giorno. Di conseguenza il lavoro che svolgiamo noi operatori è molto stressante. A questo si aggiunga che un insegnante degli 11 di organico è staccato dalle sezioni perché svolge compiti di ufficio e gli è assegnato il ruolo ufficioso di coordinatore. Invece di adempiere a compiti pedagogici, deve tenere i contatti tra il comune e il personale, fare i conti, stilare i verbali delle riunioni interne, tenere insomma le fila organizzative all'interno del nido. Ovviamente questa figura è di fatto la persona di fiducia che permette un controllo capillare sul personale da parte dell'amministrazione.

All'inizio dell'anno scorso le coordinatrici di tutti i nidi diedero compatte le dimissioni, perché si erano stancate di svolgere il loro ruolo che di fatto le rendeva invise alle proprie compagne di lavoro. Il comune riuscì a convincerle a tenere l'incarico ancora per un anno, in attesa di un regolamento regionale che definisse la struttura organizzativa dei nidi. Il regolamento è stato rinviato di un anno, mentre il comune, durante tutto l'anno scorso, non si è minimamente curato di risolvere il problema delle coordinatrici dimissionarie.

A settembre, dopo le ferie, si è aperto il nuovo anno scolastico anche per i nidi e puntualmente le coordinatrici, come si erano accordate, hanno dato le dimissioni e non si sono presentate sui luoghi di lavoro. In una riunione nella sala comunale svoltasi sabato 2 settembre, presenti l'assessore e il sindaco, l'amministrazione si è trovata le corde e, non potendo fare diversamente, si è mostrata democratica: ha permesso ad ogni nido di eleggersi la coordinatrice che fino ad allora aveva sempre imposto, mentre fin dall'inizio il personale aveva chiesto di eleggerla e di farla a rotazione. Quando i singoli nidi si sono radunati nei rispettivi collettivi, invece di fare le elezioni, hanno deciso, senza previo accordo, di superare il ruolo stesso della coordinatrice e si sono divisi i vari compiti che fino ad ora questa figura aveva svolto. Soltanto un nido su sette ha accettato di nuovo il ruolo che gli altri hanno rifiutato.

In questo modo c'è una persona in più a contatto diretto con i bambini e il lavoro degli insegnanti viene alleviato. Cosa più importante, si evita la centralizzazione di tutte le informazioni intorno ad una sola persona, la quale in tal modo non può più tenere contatti preferenziali col datore di lavoro. Ogni insegnante dentro l'asilo si responsabilizza in prima persona e non delega più di fatto la direzione dell'assetto organizzativo a chi era stato assegnato questo compito dall'alto. Questa scelta spontanea, non prevista, che scavalca l'organizzazione gerarchica, ha in un certo senso scioccato gli amministratori che si sono trovati ad affrontare una situazione che né volevano né avevano potuto prevedere. Improvvisamente si sono trovati di fronte ad una scelta dal basso di autogestione primordiale di una cosa gestita e finanziata da loro, sulla quale avevano il controllo pressoché totale.

È nato immediatamente il dibattito, anzi lo scontro. Da una parte gli insegnanti non sembrano intenzionati a mollare su un punto da loro deciso che permette un funzionamento dei nidi in alcuni casi migliore di prima. Dall'altra parte gli amministratori si sono sentiti scavalcati ed hanno perso il controllo sui propri dipendenti. Il sindaco e l'assessore stessi, costretti pubblicamente al dibattito, hanno affermato che qualunque siano le scelte spontanee, bisogna salvaguardare i ruoli gerarchici all'interno dei luoghi di lavoro.

Da un punto di vista rivoluzionario e anarchico questa esperienza ha in sé dei grossi limiti. Non è autogestione vera e propria perché tutto ancora deve essere reso noto al datore di lavoro, del quale in tal modo viene riconosciuta la funzione e l'esistenza. La scelta degli insegnanti non mette in discussione il modo di condurre questi servizi sociali e non incide nel rapporto fra gli utenti, cioè i genitori e i servizi stessi. Il rapporto fra fruitori, l'amministrazione e il personale resta in un certo senso invariato, anche se i genitori sono stati coinvolti per mezzo di dichiarazioni, documenti, dibattiti assembleari sui vari elementi della questione.

Nello stesso tempo, per la prima volta, in una amministrazione locale di sinistra viene messo in discussione e contestato il rapporto gerarchico esistente tra il personale e il datore di lavoro. Una collettività di lavoratori, con cultura e interessi personali diversi senza quindi una affinità reale che non sia quella sul piano personale, si accorda per autoorganizzarsi, contro la volontà degli strutturatori originali, all'interno di un servizio di utilità sociale. Queste stesse persone, attraverso il dibattito interno, giungono alla considerazione che le informazioni e le decisioni che riguardano il servizio sociale non devono essere monopolizzate e centralizzate da una sola persona, fra l'altro di fiducia del padrone, ma devono essere patrimonio di tutti i lavoratori e i genitori.

Questi i fatti e le tematiche. Quale sarà la svolta di questa esperienza? Come abbiamo tentato di dimostrare nell'introduzione, non è possibile stabilirlo a priori, dal momento che il determinarsi degli avvenimenti non è meccanico e prestabilito. A nostro avviso ci sono gli elementi per determinare una svolta in senso realmente autogestionario e rivoluzionario, come pure perché si trasformi in una ulteriore ristrutturazione dello stato di cose presente. Tutto dipenderà dal fatto se i diretti interessati radicalizzeranno le proprie scelte e sceglieranno di espropriare il padrone della gestione del servizio, cercando di sensibilizzare anche gli utenti, i genitori, verso una gestione veramente collettiva dei servizi che riguardano i cittadini, non le amministrazioni, come vuol far credere tutta una certa filosofia tecnocratica.