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Rivista Anarchica Online


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Io (ateo) e Don Gallo

Caro Paolo e A-mici,
mi fa piacere raccontarvi di una bella esperienza capitatami nella nostra Ogliastra un sabato non troppo caldo di agosto.
Grazie a un amico anarchico, Giancarlo Biffi, che “dirige” una compagnia teatrale, sono stato “suggerito” come musicista per lo spettacolo Angelicamente Anarchico che Don Gallo ha tenuto in Sardegna. Naturalmente ho cantato e suonato Faber (Il pescatore, Fiume Sand Creek, Il cantico dei drogati e variazioni sul tema di Creuza de ma).

Don Andrea Gallo e Nicola Pisu

Emozioni, politica, amicizia, partigiani, preservativi, masturbazioni, morale, puttane, veri e falsi cristiani, sigari, anarchismo, ipocrisia, umanità, libertà, Emergency, Rom, cannonau di Jerzu, canzoni, libri, canne, respinti e respingimenti, risate e non so cos’altro ancora hanno condito un intenso week-end in compagnia di Don Don e staff.
Durante il pranzo “conoscitivo” ho dato a Gallo il numero estivo di A, ma mi ha spiegato che riceve sempre la rivista, che quest’ultimo numero l’ha solo sfogliato in attesa di qualche giorno di tranquillità per leggerla a fondo.
È curioso come un prete fuori dalle righe abbia parlato davanti a cinquecento persone di anarchia e anarchici, spiegando loro che gli anarchici non sono quelli delle bombe, ma gente molto coerente, che vorrebbe un mondo migliore, più libero, più giusto e solidale. Appunto, come quello che “predica” lo stesso Gallo, vicino forse anche a quello del suo “superiore” Gesù Cristo…
Io sono ateo, convinto ma disposto a ricredermi il giorno che personalmente avrò la prova dell’esistenza di Dio.
Per adesso mi accontento di affermare che sabato 7 agosto ho avuto la prova che Don Gallo è anarchico. Un anarchico cristiano.
Un abbraccio fraterno da un’isola unica al mondo, come la descrive Gallo, depredata fin dai tempi dei Savoia, ma che dimostra ancora l’importanza dell’undicesimo comandamento, quello che, sempre secondo Gallo, andrebbe aggiunto ai dieci canonici: rispetta madre natura.
Allego una foto ricordo, purtroppo per una questione meramente angolare non si vede l’altro musicista, anche lui Andrea.

Nicola Pisu
(Serrenti – VS)

La D’Addario vittima?/1

Ho letto l’articolo (“L’altra”) di Monica Giorgi sullo scorso numero, sono sincera, ho fatto proprio fatica, comunque, la sua ipotesi sembra un po’ azzardata, nonostante sia sicuramente stimolante.
Non voglio apparire presuntuosa, però mi sembra che la D’Addario sia un po’ sopravvalutata, quanto a obiettivi ed intenti.
Premetto che non nutro nessun tipo di disagio nei confronti della professione di escort, se vogliamo chiamarla così, visto che va di moda, anzi, femministicamente parlando quando è intrapresa con consapevolezza mi sembra un modo tutto sommato cosciente di affermare la propria femminilità, un modo se vogliamo estremo di dichiarare le proprie libertà e liberazione. Proprio per questo mi stupisco un po’ dell’ingenuità con cui la D’Addario sia entrata nel mondo della politica degli alti livelli, credendo davvero di risolvere i propri problemi.
Credo che ci voglia troppa abilità e scaltrezza per ribaltare la propria posizione da donna-oggetto a donna-manipolatrice. Non sapeva con chi aveva a che fare???
Di sicuro c’è da riconoscere che non ha sfruttato più di tanto la propria immagine,anche perché tra l’altro, a parte AnnoZero, non so quanti altri programmi o giornali le avrebbero dato spazio.
La maggior parte sono proprio di chi lei accusa, gli altri sono asserviti ed autocensurati quindi anche avesse voluto sfruttare la propria storia non credo ce l’avrebbe fatta.
Insomma questa immagine di vittima non mi convince molto. Non mi sembra né vittima di un sistema di potere patriarcale-maschilista né vittima di un sistema di potere in generale, o non particolarmente. Mi sembra molto ingenua e forse un po’ sopravvalutata. Non conosco nei dettagli la sua storia ma possibile che dovesse mettersi proprio in quei giri per risolvere la storia del residence???
Quello che traggo dalla sua storia invece è l’ennesima conferma dell’ipocrisia, della bassezza e dell’opportunismo spietato del sistema berlusconiano, che a seconda del caso distorce la realtà utilizzando canoni di comportamento utilizzati e diffusi proprio dal leader. Che i suoi sudditi leccapiedi usino come argomento nei confronti di una prostituta comprata dal capo proprio il fatto che sia una prostituta è l’esempio perfetto di come siano abili nel far scivolare le responsabilità, o il giudizio di merito, da chi commette il fatto all’“oggetto” del fatto.
Insomma scendendo di livello, vorrai perdonarmi, il problema non è Berlusconi che è un puttaniere, ma il problema sono le puttane. Come esilarante è stato ieri vedere a blob l’intervista integrale a Bossi. Domanda: “Casini l’ha definita un intrallazzone, che cosa risponde?” risposta: “Casini è uno stronzo. Perché chi non ha argomenti risponde con gli insulti”.
Ho detto tutto.

Valentina Galasso
(Trento)

La D’Addario vittima?/2

Gentile redazione di “A”,
leggendo l’articolo del numero 356 su Patrizia D’Addario, non ho potuto fare a meno di pensare a quante polemiche un articolo del genere potesse provocare.
Anch’io effettivamente devo ammettere di non essere d’accordo con questa insolita visione della donna protagonista indiscussa della scena gossip dell’ultimo anno. Non reputo infatti che Patrizia D’Addario sia un esempio di “generosità, coraggio e signorilità”, doni che Monica Giorgi le attribuisce nel suo articolo; penso però che sia scontato attribuire facili epiteti a questa donna nel mondo “benpensante”, mentre non è accettabile che lo stesso accada in un mondo di idee quale dovrebbe essere il “nostro”, che non solo vorrebbe mettere in discussione la cultura dominante, ma anzi e soprattutto rinnegarla e distruggerla in nome di una sempre crescente libertà di pensiero.
I giudizi su chi è o cosa ha fatto Patrizia D’Addario, oltre che poco interessanti, rischiano anche di essere ipocriti, non tanto nella loro formulazione ma per il trasporto emotivo da cui sono accompagnati.
Perché tanto scandalo per una donna che “adulta e vaccinata” decide una così ben misera vita per se stessa e nessuna riprovazione è stata mossa con tanta veemenza nei confronti del suo “partner”? Facile rispondere: “È il Berlusca, cosa ti aspetti?”. Ma è proprio quest’ordine di idee, questo ritenere normali delle assurdità che non dovrebbero esserlo nel nostro immaginario (ovviamente non intendo l’opinione sul Berlusca), che fan sì che non solo questi episodi, e tanti altri di molto peggiori, continuino ad accedere, ma che di tali faccende si spendano tante parole ed energie che sarebbe più utile conservare per altro.
Chiudo scusandomi per i toni e precisando che il mio intervento non vorrebbe essere una sterile critica al lavoro fatto da altr*. Credo però che questa vicenda sia un utile esempio per dimostrare come, oggi più che mai, sia necessario interrogarsi sui meccanismi dell’immaginario e del Potere, che come insegna Focault non è solo esterno e repressivo ma anche e soprattutto parte del nostro sistema di pensiero, prodotto, seppur critico, della stessa cultura dominante che si vorrebbe abbattere.

E.V.
(Milano)

 

A proposito di pensioni

Quando in televisione vi imbatterete su fior di economisti, fior di sindacalisti (non importa di quale sigla) fior di industriali, fior di politici, dall’estrema destra all’estrema sinistra, le cui facce accigliate, seriose, faranno da contorno a voci stentoree che sottolineano tra loro un accordo sostanziale ma sofferto, di una cosa potrete essere certi: parlano di pensioni! anzi del terribile problema che vedrà i nostri giovani privi della speranza di poter avere un giorno la pensione!
Alcuni di loro non esiteranno a dare ai padri, se non ai nonni di quei poveri giovani la colpa di quanto accadrà, altri taceranno ma… Ma qual è il problema? Non ci crederete, ma il problema è l’aumento sensibile della durata media della vita.
Permettetemi di fare una digressione. Qualche tempo fa, sempre in televisione, mi sono imbattuto in un dibattito (sic) in cui ad un certo signore che doveva avere affermato che la crisi attuale induceva la povertà, un altro rispondeva sostenendo che per stabilire se la gente fosse o no povera e quindi se stesse bene o male, non doveva farsi riferimento a valori legati all’economia, bensì ad altro e precisamente alla longevità. Sosteneva che nel 1945 la gente viveva mediamente 55 anni (mi pare) e che oggi, invece la durata media era di 75 anni. Ergo oggi si sta benissimo e che questo era il valore che bisognava tenere in evidenza. Naturalmente il sentire una affermazione di questo tipo mi ha indotto immediatamente a cambiare canale. Dopo me ne sono pentito. Avrei voluto saperne di più e soprattutto avrei voluto sapere se quel distinto signore avrebbe spiegato come si fanno queste statistiche sulla durata della vita o se qualcuno lo avrebbe chiesto. Perché mi pare niente affatto trascurabile conoscere come le fanno queste statistiche sulla durata media della vita. Contano soltanto quelli che muoiono naturalmente di vecchiaia e delle malattie ad essa collegate o, per esempio, ci sono dentro, a fare media, anche i neonati morti, insieme alle loro giovani madri per le amorevoli attenzioni delle nostre strutture sanitarie, i morti sul lavoro, i morti per incidenti stradali, i morti in guerra in missione di pace, i morti di ogni età a seguito di frane, terremoti ecc. Fine della digressione.
A detta di quelle serissime e trasversali persone di cui sopra, l’evidenza dell’aumento della durata della vita dovrebbe indurre, ciascun lavoratore ad essere ben felice se le carismatiche (mi piace questa parola) autorità economiche, statali, sindacali, imprenditoriali, si accordano, in nome dei lavoratori stessi, ad aumentare l’età in cui si può andare in pensione o meglio, l’età in cui si potrà percepire la pensione. Questo è molto importante. Ciascuno dopo quarant’anni di lavoro può chiedere di andare in pensione. Ma se costui ha iniziato a lavorare a 18 anni, magari perché era povero, avrebbe 58 anni quel fatidico giorno. E vi pare giusto che questo farabutto che proditoriamente ha iniziato a lavorare così presto, percepisca la pensione a 58 anni mentre gli altri che si sono patriotticamente adeguati al dovere sociale di non trovare lavoro prima dei 30 anni, ne devono avere 70? Ripristiniamo la giustizia: che il farabutto aspetti quell’età per percepire quanto crede gli sia dovuto.
Questo induce a giudicare con simpatia l’attenzione della nostra società per far sì che attraverso l’aumento degli anni universitari, i lavori nel precariato ecc. i giovani comincino ad avere una occupazione capace (teoricamente) a far loro avere una pensione a non meno di 30/35 anni.
Da un punto di vista logico-meccanicistico l’assunto: aumenta la vita aumenti l’età in cui lavorare appare fondato. Ma noi dobbiamo supinamente accettare questo assunto? Non sarebbe nostro dovere cercare e volere una soluzione diversa? Tale, per esempio, potrebbe essere porre come valore logico, morale, pratico, razionale certi tipi di lavoro (come per natura sarebbero spesso posti) entro precisi intervalli d’età?
Oggi tutti i lavori che vengono offerti, solo rarissimamente, sono collegati all’età di chi deve eseguirli. Il lavoro è quello e viene pagato un certo importo. Per eseguirlo, quali che siano le tue condizioni personali, non importa a nessuno. Tu puoi essere giovane, vecchio, donna, uomo, bambino, abitare a 100 metri o a 1000 kilometri, avere figli o genitori sani o malati non riguarda nessuno. E quando dico non riguarda nessuno, dico proprio che non riguarda nessuno, anche chi ne è vittima. Quel lavoro se non lo prendo io, lo prenderà un altro. (Questa è l’esaltante valore della competizione) A che vale parlarne? Anzi, se il padrone sa che mi pongo di questi problemi, ne dedurrà o che non sono competitivo o che sono un pericoloso sovversivo e quindi non mi assume.
Ma questa base di partenza, che non tiene conto degli elementi di cui sopra e quindi della persona, serve solo a chi è interessato solamente ad arricchirsi sfruttando gli altri? E in termini generali, ha senso accettare e condividere questo punto di partenza? È razionale che sessantenni si arrampichino sui ponteggi tipici dell’edilizia, si immergano come palombari, si leghino alla catena di montaggio ecc? E non è altrettanto delittuoso far stare un giovane di vent’anni per otto ore seduto dietro uno sportello delle Poste o con una cuffia sulle orecchie a interloquire al telefono di un Call Center? Che razionalità c’è in questo e che fine fa la tanta decantata produttività?
Mi pare invece naturale che si assuma come valore che definirei non morale, ma tecnico, razionale e se si vuole intelligente, la decisione, relativamente al lavoro, di porre certi tipi di lavoro entro precisi anche se non rigidissimi intervalli di età. Mi parrebbe opportuno che il lavoro fosse organizzato per confini di età nei quali, in base alla tipicità del lavoro, alle esigenze organizzative ma anche ai desideri ed agli interessi dei singoli individui, si possa ottenere il meglio sia della partecipazione che della adesione delle persone al progetto generale.
È ributtante che, a causa delle pensioni, l’allungamento della vita sia visto come un guaio, una iattura, quasi una colpa. Gli stessi che si indignano davanti all’aborto o all’eutanasia sono coloro che non esitano, per diminuire le spese, a ritenere opportuno, se non santo, obbligare anziani, giustamente stanchi, a continuare per quarant’anni lo stesso lavoro che essi ormai giudicano inadatto, stupido, ripetitivo alienante e soprattutto senza alcuna speranza.
Non esistono dubbi sul fatto che se uno entra a vent’anni in una amministrazione qualunque e in quel posto fa quasi lo stesso lavoro per un numero di anni (diciamo 40?) non può che sognare di lasciare, più presto che può, questa prigione a vita ben più lunga di qualunque termine di carcerazione. Ma se, invece, si stabilisse una specie di volontarietà alla mobilità oltre che legata alla propria età anche al luogo dove svolgerla, si potrebbe rendere la vita più piacevole fino alla più tarda età. Ci sono una serie infinita di lavori utili, necessari che sarebbe più adatto e piacevole fare a 50 anni ma non a 60, a 60 ma non a 70, a settanta ma non a 80 e forse anche oltre agli 80.
Si potrebbe addirittura ipotizzare, per i più giovani che non vogliano studiare, lavori che richiedano impegno fisico nei luoghi del pianeta dove siano necessari, e quando possibile, con una certa facoltà di scelta dei luoghi stessi. Si dice che manca il lavoro. Ma se giriamo intorno uno sguardo superficiale (parlo per l’intero pianeta non solo per l’Italia) ci rendiamo conto della imponente quantità di lavoro che c’è da fare?
Comprendiamo quanto può diventare esaltante il partecipare a questa enorme mole di lavoro che per la sua quantità stessa diventa qualità e che per la sua finalità, per i luoghi dove deve eseguirsi, per la gente locale che si incontrerà e a cui ci si affiancherà ecc. può essere l’elemento più esaltante, più emozionante e più coinvolgente che un uomo possa desiderare?
Quale essere umano, degno di questo nome, potrebbe volersi sottrarre a questo impegno per preferire sacrificare la propria e l’altrui vita alla cupidigia distruttiva di pochi e all’insipienza dei molti?
Che la vita sia più lunga è un fondamento di gioia e di soddisfazione se offre la possibilità di vivere, che è anche lavorare, in armonia con se stessi e insieme ad altri con lo stesso fine, la stessa volontà, lo stesso impegno e le stesse speranze.

Angelo Tirrito
(Palermo)

 

 

I nostri fondi neri

Sottoscrizioni.
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Abbonamenti sostenitori. (quando non altrimenti specificato, trattasi di euro 100,00). Luigi Kuzzati (Genova). Totale euro 100,00.